Se dieci anni vi sembran pochi…

Se dieci anni vi sembran pochi…

 

Dieci anni fa moriva Carlo Giuliani. Non è questo il momento delle analisi, anche se forse qualcosa avremmo da dire. La diremo, ci sarà tempo. Difficile capire invece cosa sia cambiato rispetto a quegli anni, e ancora più difficile è non cogliere l’occasione del ricordo per tracciare qualche resoconto disordinato. Forse, a pensarci, non è cambiato poi molto. Dieci anni, ma le idee che ancora girano sono le stesse in bocca alle stesse persone. Così come Genova non sgorgò dal nulla, ma costituì l’apice e il fallimento di un progetto che coinvolse milioni di persone su scala globale e in maniera trasversale, un progetto che si portava dietro teorie e pratiche decennali, che ancora riempiono la dialettica politica dei nostri luoghi (geografici, politici, ideali, et cetera) . Ecco perché, dopo dieci anni, non solo ci troviamo qui a ricordare, ma siamo costretti a ripensare a quelle giornate e a quegli anni. Perché noi stiamo ancora vivendo il lungo post-Genova, non ci siamo liberati di quelle giornate perché raramente ne abbiamo analizzato le premesse politiche che scatenarono quegli eventi. Incolpare la repressione eccezionale che si scatenò prima, durante e dopo Genova fu il più grosso degli errori, ma tornò utile a più di qualcuno per eliminare il ragionamento. L’autocritica scomparve dal dizionario politico, tolta qualche lodevole eccezione.

Soprattutto questa.

Ma Genova fu solo il fallimento di alcune persone e di alcune idee? Dopo dieci anni è ancora difficile stabilirlo. Certo, la partecipazione politica, la volontà di cambiare il mondo, la presa di coscienza di intere masse di diseredati e sfruttati in giro per il pianeta. Questo lo sappiamo, e sono proprio parte delle motivazioni che ci spinsero a partecipare a quelle giornate, e più in generale alla stagione dei controvertici. Cosa rimane però da salvare, o anche da riproporre, al giorno d’oggi? Noi, dal giorno dopo, cademmo sempre più in un ostinato eurocentrismo, poi divenuto italocentrismo per culminare in questi anni nel territoriocentrismo. Chiuderci nei nostri cortili rivendicando l’autonomia dei territori è stato l’errore più grave che ancora scontiamo.

La vera forza di quel movimento, cioè la sua dimensione globale e internazionalista, qui da noi è subito stata accantonata, ed è probabilmente la caratteristica più dirompente che vorremmo salvare di quella stagione. Una potenza devastante, che faceva parlare tutti la stessa lingua, che determinava le stesse parole d’ordine in ogni parte del pianeta, che creava una comunità non escludente. Era un movimento globale, nel suo senso migliore. Qui in Europa quel senso venne subito smarrito o frainteso. Altrove no, e infatti in quell’altrove ha prodotto i suoi frutti, è germogliato, cresciuto. E’ giunto al potere, ha dischiuso nuove possibilità, ma soprattutto ha raccolto quella spinta alla partecipazione e l’ha portato al governo. Con tutti i suoi limiti, non possiamo non notare che quelle stesse parole d’ordine che dieci anni fa erano comuni a tutti, nella nostra Europa hanno prodotto un decennio di sconfitte politiche, mentre in America Latina hanno prodotto la più grande stagione di risveglio politico di un area geografica dai tempi delle lotte anti-colonialiste.

Recuperare la dimensione globale delle nostre rivendicazioni è senz’altro la prima cosa che ci viene in mente ripensando a quelle giornate. Dimensione che ci fa ancora pensare come fosse sacrosanto stare in quelle piazze, nonostante tutti quei limiti che allora potevamo solo intravedere e che poi si sono dispiegati in tutta la loro evidente ovvietà.