Relazioni pericolose. Un “intellettuale dissidente” sulle colonne del “Manifesto”?

Relazioni pericolose. Un “intellettuale dissidente” sulle colonne del “Manifesto”?

 

Correva l’anno 2012. Era l’inizio di dicembre quando, all’Università la Sapienza, un gruppo di compagni e compagne impedirono la distribuzione del giornalino dell’Intellettuale dissidente (leggi), versione cartacea dell’omonimo blog che definire “rosso-bruno” è fargli un complimento. Come evidenziavano allora i compagni, infatti,

sono legati al giornale “Rinascita-quotidiano di liberazione nazionale“. Altro gruppo su posizioni notoriamente rossobrune […], erede naturale dello storico gruppo nazi-maoista Lotta di Popolo. I loro articoli hanno la classica impostazione “ambigua”, dove parlano benevolmente di socialismi reali di vario tipo (Chavez, Nord-Corea,…), ma lo fanno su un’impostazione nazionalista reputando il conflitto di classe superato. […] Ma se volete qualcosa di più esplicito c’è anche la pubblicità di Casale Europa, una fogna fascista del trullo dove si organizzano presentazioni dei libri di Mario Merlino. Sul loro sito sono disponibili le biografie dei redattori, da cui già appaiono chiari i loro rapporti con ambienti Vaticanisti/Pro-life, padronati di vario tipo, quando non con veri e propri fascisti dichiarati (Zenit, MSE…). Anche i loro profili facebook fioccano di “mi piace” a Casapound italia o a Marine le Pen.

Ci sembra molto utile (per quanto parziale e poco esaustiva, oltre che discutibile nel legame stabilito tra antisemitismo e posizioni anti-israeliane), per capirne le caratteristiche, anche un’analisi sociologica sul linguaggio utilizzato dall’Intellettuale dissidente:

All’inizio si capisce poco di cosa sia l’associazione ControCultura, il Circolo Proudhon e il suo periodico on line L’Intellettuale dissidente ma alla fine, con un po’ di pazienza, si capisce questo: sono molto bravi nel mescolare i linguaggi e farti credere di essere alternativi di sinistra mentre invece sono decisamente radicati nella cultura di destra (o viceversa?). Per i primi due minuti mi hanno ingannato, con quei riferimenti a Proudhon (famoso per il motto “la proprietà è un furto”) che per chi viene da una certa sinistra, e ha studiato un po’, evoca socialismo rivoluzionario, anarchia, la rivoluzione del 1848 e la querelle con Marx. Se poi andate sul sito web del Circolo vedete che è sostanzialmente un centro culturale che diffonde libretti quale il Libro verde di Gheddafi (credo che il senso vi apparirà chiaro fra poco), New York Confidential (contro il pensiero unico modernista e per un’America “nata nelle praterie e formatasi sulla dissidenza”), Franciavanguardia (sulla “rivoluzione culturale” lepenista, e a questo punto i dubbi si fanno strada…). Ma L’Intellettuale dissidente è un piccolo capolavoro: si celebra Saramago, si definisce Alba Dorata “estremista” e quello ungherese “regime autoritario” e assieme si protesta per la sottomissione a Israele del PD, in merito al riconoscimento dello Stato Palestinese, definendo Israele una centrale di politica “dell’apartheid, repressiva, aggressiva, obbiettivamente fascista” e inneggiando ad Hamas. Poi si fanno continui richiami all’identità italica (per esempio qui), sono contrarissimi all’educazione “di genere” e solidali con le sentinelle in piedi. […] Insomma, gira e rigira si riesce a scoprire che sono un gruppetto di estrema destra, così estrema che stanno facendo il giro – si potrebbe dire scherzando – e arrivando all’estrema sinistra con la quale loro stessi dichiarano di avere molti punti in comune. Il mescolamento dei linguaggi è notevole: si citano Nietzsche e Malcolm X, Gramsci e Mussolini, trovando in Nicolò Bombacci (prima fondatore del Partito Comunista d’Italia poi sostenitore della Repubblica Sociale) quella sintesi di comunitarismo socialista richiamato anche nella citazione precedente. E a questo punto capisco anche il richiamo a Proudhon, sessista (quindi coerente con le idee omofobe del gruppo), antisemita (quindi coerente con posizioni filo-arabe e anti-israeliane), socialista sui generis feroce nemico della proprietà (quindi coerente col comunitarismo) e anarcoide (che mi pare si sposi bene con un coacervo ideologico che ingurgita linee guida di destra e di sinistra purché anti-sistema).

Come si legge sul suo sito, l’Intellettuale dissidente ha un direttore – Sebastiano Caputo, redattore del Quotidiano Nazionale Rinascita, collaboratore della Voce del Ribelle diretto da Massimo Fini, vice-direttore della collana editoriale “Circolo Proudhon” per la casa editrice “Historica”, candidato nel 2013 ai Parioli per il Pdl (leggi) ed editorialista del «Giornale» (leggi) – e un caporedattore – Lorenzo Vitelli, che risulta essere con Caputo l’ideatore dell’Intellettuale dissidente (che può essere considerato il periodico online del Circolo Proudhon), oltre a essere il direttore della collana editoriale “Circolo Proudhon” di cui il sodale è vicedirettore. Insomma, Caputo e Vitelli sono un po’ come il gatto e la volpe, anime e fautori di questa ambigua operazione editoriale e politica dalle molteplici facce. Entrambi hanno firmato la pubblicazione Pensiero in rivolta. Dissidenza e spirito di scissione, insieme a – nientepopòdimenoche – Diego Fusaro. Lorenzo Vitelli ha firmato anche volumi come La storia non dorme mai. Elogio dei vinti, pubblicato sempre dal Circolo Proudhon, in cui in un eclettico calderone vengono messi insieme e accomunati come «sconfitti che obbligano a confrontarci, perennemente, con il loro operato» personaggi come Antonio Gramsci e Mishima, Lumumba e l’«eroe italiano» Giovanni Gentile, Majakovskij e D’Annunzio, Emiliano Zapata ed Ezra Pound (qui una recensione, che fa capire il genere). Lo stesso Vitelli, inoltre, ha commentato in questo modo l’analisi sul linguaggio dell’Intellettuale dissidente che abbiamo citato sopra, tra l’altro non negando l’appartenenza all’estrema destra né alcuno degli altri addebiti:

Riesumare una vicenda di Mussolini, di Bombacci, una frase di Proudhon, le attività di Malcolm X, le inquietudini di von Salomon o l’esclamazione di un Gheddafi, è forse la dimostrazione che questi personaggi non sono univoci, unidirezionali. L’avere aderito al fascismo non rende totalmente ed inevitabilmente fascisti (si guardi il caso di Curzio Malaparte) e ancora ci sarebbe da domandarsi se esiste un fascismo assoluto. La vita è fatta sempre di altro […]. Non è forse più facile, per chi regge lo status quo, dividere in buoni e cattivi, piuttosto che percorre il sentiero delle esperienze individuali, così variegate ed incatalogabili, inutili agli ideologi! Insomma questo per dire che nel nostro Pantheon in cui lei vede personalità piegate a mo di caricature, io vedo più realtà di quanto non legga nei manuali di storia.

Insomma, la “caratura intellettuale” e il posizionamento politico dei due “dissidenti” appaiono chiari.
Se però, come abbiamo detto, Caputo è un editorialista del Giornale della famiglia Berlusconi, nel perfetto gioco delle parti rosso-bruno la firma di Lorenzo Vitelli appare da qualche settimane sulle colonne del Manifesto (leggi). Sì, dello stesso Manifesto che ancora si fregia del titolo di «quotidiano comunista». Un curioso caso di omonimia, starete pensando e sperando voi. E l’abbiamo sperato anche noi, per quanto riponiamo ben poca fiducia nel Manifesto, nonostante la stima che nutriamo per alcuni membri della sua redazione. Però, purtroppo, anche le più remote speranze sono andate deluse: se di curiosa omonimia si trattasse, infatti, a essa si accompagnerebbe una ancora più curiosa assonanza di tematiche. Non solo, infatti, entrambi i Lorenzo Vitelli sarebbero appassionati fautori dell’ipotesi “bufala xylella”, tanto sulle colonne del Manifesto quanto su quelle dissidenti, ma l’assonanza sarebbe così forte che da far riprendere pari pari dall’Intellettuale dissidente (leggi e leggi) gli articoli 2084, il libro di neocon sull’Abistan dei musulmani e Il cuore anarchico del credito cooperativo del Lorenzo Vitelli del Manifesto.
Insomma,  del fatto che il Lorenzo Vitelli a cui il Manifesto dà spazio e legittimazione sia lo stesso dell’Intellettuale dissidente contestato giustamente dai compagni tre anni fa non crediamo ci sia dubbio. Quello che ci sembra, invece, piuttosto curioso è come mai il Manifesto – che ormai sembra aperto anche ai rosso-bruni – ami ancora fregiarsi del titolo di comunista (posto che si ricordino ancora di averlo in testata). Dubbi che tra l’altro ci poniamo da anni, visto che stiamo parlando del giornale che rifiutò per settimane di pubblicare il nostro appello contro la tortura di Stato (leggi) ai tempi della revisione della condanna per diffamazione inflitta ingiustamente a Enrico Triaca. Dopo anni, però, i dubbi tendono a diventare certezze. Aspettiamo di capire dal Manifesto stesso se si sia trattato di leggerezza nella scelta dei collaboratori o di una scelta consapevole. Nel secondo caso, la deliberata legittimazione di personaggi di tale risma ci porterebbe a pensare che sia giunto il tempo che tutti i compagni prendano atto della natura attuale del Manifesto, al di là di ogni libera quanto estrosa auto-definizione riportata in testata e della stima, ribadiamo, che nutriamo per alcuni redattori.