Giuseppi e il bomba

Giuseppi e il bomba

 

La commedia all’italiana che da anni si è impossessata, ormai, della politica istituzionale del Paese sta offrendo, in questi giorni, un altro spettacolo, che non abbassa la qualità della nostra grande tradizione teatrale. Due gli attori principali, secondo il classico copione (un “evergreen”, sempre molto efficace) degli antagonisti-litiganti, così diversi eppure così simili. Il primo è Matteo Renzi, un attore già da tempo sulle scene, nonostante l’ancor giovane età: di fatto nato sul palcoscenico, con importanti punti di riferimento teorici alle spalle, ultimo epigone di una grande scuola teatrale, quella democristiana, da tempo in declino, non tanto a livello di contenuti (che di fatto riescono ancora a imporsi, anzi: più di prima!), quanto di personale politico, molto scaduto negli anni. Lo stesso Renzi rappresenta un’evoluzione/involuzione del teatrante democristiano, alla ricerca di un equilibrio molto sottile tra la promozione degli interessi della sua parte politica e l’esaltazione di un personalismo esasperato (tanto che a Firenze era conosciuto con un efficace nomignolo: “il bomba”). Non che quest’ultimo sia un aspetto inusuale, nel mondo teatrale, ma con l’ultima generazione di attori è letteralmente esploso: oggi mancano, del resto, le grandi scuole di recitazione e tutti hanno l’impressione di potersi esprimere a braccio, inventando copioni nuovi, sceneggiature, facendo contemporaneamente l’autore, l’attore, il regista e pure il tecnico delle luci. Vabbè, proseguiamo: il buon Renzi, del resto, da tempo è convinto di trovare il suddetto equilibrio passando dalla politica-teatro all’economia-teatro, sostituendo le basi teoriche della sua recitazione con una piatta difesa di interessucci di bottega. Il pubblico, però, non ha gradito e ormai reagisce con quella indifferenza che, nel teatro, è peggio dei fischi.

Altro attore: Giuseppe Conte è una scoperta piuttosto recente, perché prima faceva altro (e neanche brillava particolarmente, nel farlo). Però bisogna ammettere che si è subito calato nel nuovo lavoro e nella parte che gli è stata assegnata: ha studiato, si è applicato e adesso pare un attore piuttosto navigato. Infatti vuole continuare a fare questo lavoro, nonostante quello di prima non facesse proprio schifo: ah, la vanità! Dovrebbe sapere, però, che oggi la carriera sulle scene si è molto accorciata: un decennio, al massimo. Oggi un politico-attore (cosa diversa da “un attore politico”) dura quanto un calciatore, ad alti livelli, poi si usura e viene sfanculato dal pubblico. Mentre un calciatore, inoltre, può continuare a guadagnare qualcosina scendendo nelle serie minori, per un politico è difficile. Non tutti riescono a fare come Mastella, che prima (prima?) costruiva e sfasciava castelli di governo e adesso fa il sindaco a Benevento. Pure qui, però, la vecchia scuola è una garanzia: che classe il vecchio De Mita (classe 1928), da ministro e maggiorente della Seconda Repubblica a Primo cittadino della minuscola Nusco, provincia di Avellino! Fuori dalla metafora teatrale, lo abbiamo detto tante volte: nel passato i nostri nemici politici ci “onoravano”, quantomeno, con avversari di valore, all’altezza della sfida e della posta in palio. Adesso ci affibbiano personaggi da operetta e residui da avanspettacolo. Il dubbio rimane: non possiamo evitare di approfittarne, usando a nostro vantaggio un simile abbassamento della qualità nemica oppure questo avviene, al contrario, perché anche la nostra – di qualità – si è inabissata? Meglio non rispondere, meglio rimanere con il dubbio.

Ma torniamo allo spettacolino di questi giorni. Perché Renzi si è ritirato dal governo? Cosa lo ha spinto? Una scelta palesemente fuori luogo e fuori tempo: da cosa è stata dettata? Si accavallano le ipotesi più fantasiose, tutte riconducibili, comunque, a quel minimo di razionalità richiesta dalla politica: voleva la delega ai servizi segreti (divenuti improvvisamente importanti, in un Paese che manda agli Esteri personaggi che non parlano inglese), voleva farsi bello con Biden per un posto importante nella “governance della Nato” (assecondando il “tu vo’ fa’ l’americano” tipico del provincialismo democristiano), voleva lanciare un messaggio a Salvini per diventare, domani, leader del centro-destra (d’altronde non si disse, quando emerse la “stella-Renzi”, che avrebbe potuto essere indifferentemente il leader di PD, Forza Italia e 5 Stelle, magari pure contemporaneamente?!), voleva mettersi al riparo dalla magistratura, anzi, no: voleva far incazzare la magistratura ecc… Il problema, forse, sta proprio nell’impostazione di produrre ipotesi minimamente razionali, laddove la politica come scienza, per quanto “imperfetta”, è oggi definitivamente tramontata: nulla vieta di pensare, per quanto possa sembrare incredibile, che la mossa di Renzi sia stata dettata solo dalla volontà di tornare sulla cresca dell’onda mediatica. Da questo punto di vista il successo è stato totale: per giorni Conte vs Renzi è stato il duello per antonomasia, con il silenziamento dei Salvini, delle Meloni, per non dire dell’afono Zingaretti. Si potrebbe obiettare: “Ma così facendo Renzi pagherà lo scotto della sua uscita, perdendo consenso elettorale?!”. Pensiamo forse che possa essere un problema, per un tipo che veleggia sul 3%, scendere al 2,5%?! È chiaro che l’orizzonte di Renzi adesso esclude – e forse non includerà più – il consenso elettorale: alfiere della politica “pop”, il Bomba cerca popolarità, non legittimazione politica. Non a caso, il circuito mediatico si è subito allineato e ha fatto a gara nel presentare come plausibili le motivazioni della più incredibile uscita dal governo di sempre: “vulnus democratico”, svilimento del Parlamento, scarso dialogo, egocentrismo, gestione commissariale dell’emergenza, fino alla recente “acquisizione” di deputati e senatori. Certo, sarebbe tutto giusto, se fossimo nel Regno Unito, in Svezia, in Francia, forse persino negli Usa, ma siamo nell’Italia della post-ideologia, nel Paese che più ha spinto sull’esecutivizzazione della politica, ben al di là dei limiti costituzionali, in cui ogni politico con più di cinque follower si fa il partito personale (tranne Zingaretti, che infatti è considerato lo scemo del villaggio), in cui il commissario Arcuri e l’ex camerata Polverini di oggi altro non sono che il commissario Bertolaso e l’iconico Scilipoti (che rimpiangiamo, perché da senatore almeno presentava interrogazioni parlamentari contro la Pfizer) di ieri.

Di talk show in talk show queste accuse diventano vere e sono perfino, parzialmente, ammesse dallo stesso Conte, finendo per produrre un positivo “effetto di ritorno” proprio su Renzi: quest’ultimo, infatti, viene descritto come un politico “di forte personalità”. Ripetiamo: stiamo parlando di Renzi, una sorta di via di mezzo tra Pupo e Panariello, il bischero che in classe alzava la testa ogni volta che volava uno schiaffo. Nell’incredibile trasfigurazione della realtà politica italiana, operata dai media, è un altro, però, l’aspetto che ci inquieta, che ci riguarda e su cui tutti dovremmo riflettere. Mai come adesso la “difesa di Conte” viene descritta come un’operazione di sinistra! Pare incredibile, oltre che raggelante, ma l’interpretazione prodotta da giornalisti e scriba vari attribuisce all’attuale premier una identità fortemente “progressista” (da cui, ovviamente, far dipendere il suo immobilismo, la sua titubanza e la sua fissazione nel non permettere ai giovani di fare l’aperitivo), al suo improvvisato antagonista toscano, invece, il ruolo di dinamica – ma un po’ scapestrata – spina nel fianco, alle destre (con Salvini fortemente insidiato dalla Meloni) quello di carrarmati in garage, pronti a scaldare i motori, ai grillini l’immagine di un gruppo allo sbando – tipo ragazzotti in gita scolastica che si sono persi la prof – al PD quella di un soggetto immobile come la carta da parati. C’è qualcosa che non quadra, evidentemente, e ha a che fare con una posta ben più alta dei conteggi al Senato: riguarda l’identità comunista e l’evidenza per cui il fatto che non sia più considerata dalle masse un’opzione praticabile deriva ‘anche’ (e sottolineiamo ‘anche’, perché i problemi sono chiaramente molti) dal capzioso etichettamento di una parte dell’attuale teatrino come vicina alle nostre istanze e come intenzionata a rappresentare (senza riuscirci, ovviamente) i subalterni e i proletari. Sarà un caso, ma la parte politica a cui è attribuita, dai canali TV e dai vari social, l’intenzione di adempiere a questo nobile compito è ovviamente quella più europeista, più liberale e più liberista del panorama italiano. La parte “politicamente corretta”, non-violenta, pronta alla delazione e allo spionaggio, sistematicamente traditrice – nelle scelte politiche – di quelle classi sociali che dice di voler difendere e che, inevitabilmente, finiranno per voltarle le spalle. Può sembrare una narrazione infantile, ma ha successo proprio perché infantile e perché ripetuta ossessivamente, in una crisi di governo come in una qualsiasi giornata di bonaccia parlamentare. Un quadro del genere è finito in sé, è già consolidato, non prevede nuovi interventi, né scombussolamenti: noi non siamo invitati, non possiamo entrare nel dibattito, se non come puntini sfocati, in fondo a una vecchia foto. Ha senso, quindi, tentare la sorte elettorale, sperare che vengano “carte buone”, che si produca un’improvvisa e provvidenziale “presa di coscienza” da parte di gruppi di cittadini? In realtà, provengono segnali radicalmente opposti, nell’Italia della pandemia, a partire da quei compagni che, sottoposti a un evidente attacco ipnotico, hanno quasi interiorizzato le suddette convinzioni e sono diventati, se non “tifosi”, quantomeno “possibilisti” nei confronti del premier Conte, nei confronti dell’Europa che ci finanzia (cioè, che ci presta a strozzo), delle scuole che è meglio che stiano chiuse, così gli autobus rimangono vuoti, dei lavoratori felici dello smartworking, anche se devono restare connessi h24, senza straordinari né buoni pasto. Senza, soprattutto, la possibilità di incontrarsi, parlarsi, confrontarsi. Se anche noi incominciamo a pensare che vada bene così, che quello di Conte non sarà il governo più bello del mondo però… in questo momento… in fondo… beh, allora quella rappresentazione mediatica di prima si scoprirà essere, paradossalmente, veritiera: tanto vale lasciare la politica al range di scelte che va dalla Meloni alla Polverini, da Salvini a Mario Monti. E noi rimarremo in Smartcommunism…