7 Novembre 1917 – 7 Novembre 2010

7 Novembre 1917 – 7 Novembre 2010

La rivoluzione. Cronaca poetica di Vladimir Majakovskij.

26 Febbraio. Soldati ubriachi, mescolati
alla polizia, hanno sparato sul popolo.

27.

Dilagò sul lampo dei fucili e delle lame
l’alba.
A lungo s’arroventò purpurea.
Nell’umida caserma
sobrio,
severo,
pregò il reggimento Volynski.

Giurarono
su un crudele dio dei soldati,
le compagnie,
picchiarono a terra la testa multifronte.
Il sangue divampò, forzò le tempie.
Le mani sul ferro si strinsero con ira.

E al primo
che ordinò:
“Sparate sulla fame!”
la bocca urlante tappò con un colpo.
Qualcuno gridò “Attenti!”,
ma non poté finire.
Trafitto.
Irruppe nella città la tempesta delle compagnie.

Le nove.

Al nostro posto consueto,
nella scuola militare autieri,
ci serra
una cintura di caserme.
Cresce l’alba,
pungendo col dubbio,
dando gioia e paura col presentimento.

Alla finestra!
Vedo:
di lì,
dove il cielo è tagliato
dalla linea dentata dei palazzi,
ha preso il volo,
spaziando, l’aquila dell’autocrate,
più nera di prima,
più feroce,
più aquilina.

Di colpo
uomini,
cavalli,
case,
lampioni
e la mia caserma,
in folla,
a centinaia
si lanciarono nella strada.
Spaccato dai passi, rimbombò il selciato.
Spezzò i timpani l’incredibile marcia.

Ed ecco, non si sa
se dal canto della folla
o dal bramoso ottone delle trombe dei soldati della guardia,
non opera di mani,
con il fulgore bucando la polvere,
cresce un’immagine.
Arde.
Rosseggia.

È più larga, più larga che ali.
Più necessaria del pane,
più bramata dell’acqua,
eccola!
“Cittadini ai fucili!
Cittadini, alle armi!”

Sulle ali dei vessilli,
lava dalle cento teste,
ha spiccato il volo dalla gola della città.
Coi denti delle baionette ha azzannato
Il nero corpo bicipite dell’aquila imperiale.

Cittadini!
Oggi sprofonda il millenario “prima”.
Oggi dei mondi viene rivisto il fondamento.
Oggi
la vita rifaremo di nuovo,
sino all’ultimo bottone.

Cittadini!
Questo è il primo giorno del diluvio operaio.
Accorriamo
in aiuto al mondo scombussolato!
Che pianti la folla le scuri nel cielo!
Che urlino furore le sirene della flotta!

Guai alla bicipite!
Spumeggia il canto,
inebriando la folla.
Sciabordano le piazze.
Su una minuscola Ford
corriamo,
sorpassando le pallottole incalzanti.
Con gli urli delle trombe irrompiamo in città.

Nella nebbia.
Fumiga il fiume delle strade.
Come una dozzina di chiatte da carico nella tempesta,
sulle barricate,
scivola rimbombando la Marsigliese.

Del primo giorno l’infuocata palla,
ronzando, è rotolata oltre la cupola della Duma.
Il brivido nuovo del nuovo mattino
accogliamo in un delirio di nuovi dubbi.

Che cosa accadrà?
Li getteremo dalle finesrre
o aspetteremo
sui tavolacci
che di nuovo
il monarca
pieghi la Russia
sotto le tombe?

Stordisco l’anima in uno sparo improvviso.
Vado, avanti,
trincerato nel pastrano.
Sparpagliate le case in uno strepito di mitragliatrice,
la città rimbomba.
Brucia la città.

Da per tutto lingue di fuoco.
S’impenneranno e taceranno.
S’impenneranno di nuovo, seminando scintille.
Sono le strade che,
preso il rosso vessillo,
con l’appello degli incendi chiamano la Russia.

Ancora?
Oh, ancora!
Oh, parla più chiaro, oratore dalla lingua rossa!
Serra del sole
e delle lune i raggi
con le dita vendicatrici d’un Marat dalle mille braccia!

Morte alla bicipite!
Alle galere
sfonda le porte,
le rugginose porte scardina con le unghie.
Imbottiti di ciocche di nere piume aquiline,
cadono i poliziotti.

Cede lo scheletro in fiamme della capitale.
Per le soffitte si dà la caccia.
Il minuto è vicino.
A ponte Troitski
giungono frotte di soldati.

Fremono cigolando piloni e arcate.
Serriamo.
Si combatte.
Un secondo,
e nella lacca
del tramonto
dalle torri della fortezza di Pietro e Paolo
s’impenna come fiamma il vessillo della rivoluzione.

Morte alla bicipite!
Tagliatele di netto
i grossi colli!
Perché più non risorga!
Eccola!

Cade!
L’ultimo, alle spalle, l’ha uncinato!
“Dio,
accogline quattromila nel tuo grembo!”

Basta!
Squillate gioia con tutte le voci!
Noi
con Dio
che abbiamo da spartire?
Noi stessi
seppelliamo i nostri morti.

Ma perché non cantare?
O forse
le anime sono state soffocate dal sudario della Siberia?
Abbiamo vinto!
Gloria a noi!
Glo-o-ri-a a noi!

Finché le mani serreranno un’arma,
comanderà un’altra volontà.
Diamo alla terra nuove tavole
dal nostro grigio Sinai.

A noi,
abitanti della terra
ogni abitante della terra è amico.
Tutti
tra le macchine,
negli uffici,
nelle miniere ci sono fratelli.
Noi tutti
sulla terra
siamo soldati d’un solo
esercito che crea la vita.

Le orbite dei pianeti,
la vita delle potenze
dipendono dalle nostre volontà.
Nostra è la terra.
È nostra l’aria.
Nostre le miniere di diamante delle stelle.
E noi mai,
mai,
a nessuno,
a nessuno permetteremo
di squarciare coi proiettili la nostra terra,
di straziare con le punte di lance affilate la nostra aria.
Quale odio ha spezzato in due la terra?
Chi il fumo ha fatto impennare sul bagliore dei massacri?
Forse che un sole
non basta a tutti?
O il cielo, sopra di noi, è poco azzurro?!

Tuonano gli ultimi cannoni delle dispute sanguinose,
forgiano le officine l’ultima baionetta.
Costringeremo tutti a disperdere la polvere.
Doneremo ai fanciulli le palle delle granate.

Non urla la viltà sotto grigi pastrani,
non è il grido di quelli che non hanno niente,
è questo il tuono dell’immenso popolo:
“io credo
nella grandezza del cuore umano!”.

Sulla polvere alzata dalle battaglie,
su chi si azzuffa, disperando nell’amore,
oggi,
inverosimile verità, si avvera
la grande eresia dei socialisti!