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18 June :
1971 Nel solo mese di giugno sono più di 90 le aggressioni fasciste ai danni di militanti e sedi di sinistra

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Sperimentazioni popolari

 

La continua e ansiosa ricerca di modelli originali per ricostruire legami sociali nei territori della periferia procede per sperimentazione. A lungo andare è probabilmente un limite, ma oggi è l’unica alternativa al già visto e al già fallito. E’ attraverso questo estremo pragmatismo che si è arrivati all’iniziativa di sabato, la riapertura – parziale e purtroppo temporanea – di uno dei mille cantieri che in questi dieci anni hanno devastato una delle principali direttrici cittadine tra centro e periferia, via Tiburtina. Se l’organizzazione dei lavoratori dipendenti rimane il nostro problema principale, il completo sfaldamento delle relazioni produttive ci costringe ad aggirare una difficoltà che appare sempre più come strutturale per la sinistra: intervenire nelle contraddizioni tra capitale e lavoro laddove queste non assumono la forma immediata delle relazioni tra lavoratori salariati e padronato. Niente di nuovo evidentemente: da almeno quarant’anni la sinistra, soprattutto quella distante dalle organizzazioni storiche, ha sempre tentato strade alternative al rapporto sindacato-partito nei luoghi di produzione. Continua a leggere »

La “grande coalizione” come unico governo possibile

 

Come noto, anche la Germania proseguirà nel solco della “grande coalizione” (congresso Spd permettendo). Nonostante i proclami socialdemocratici (“mai più un governo con la Cdu!”), la realtà ha ricondotto la “sinistra” tedesca a ben più miti consigli. Ma la “grande coalizione” è l’unica possibilità di governo nell’Unione europea, al di là della convenienza politica che inviterebbe il partito di opposizione a smarcarsi dal governo per evitare sicuri tracolli elettorali. Il processo è fin troppo conosciuto per destare sorpresa. Quello su cui invece bisognerebbe intendersi è che la coalizione liberista non ha come unica forma quella dell’accordo tra partiti di “centrodestra” e “centrosinistra”. Continua a leggere »

Visioni Militant(i): Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh

 

Il Missouri non è ancora Midwest, dove solitamente trova luogo l’immaginario dell’America profonda. Non è neanche il sud nostalgico e xenofobo che fa da sfondo al cinema antirazzista. Distante dal New England, ripudiò a suo tempo i vicini confederati scegliendo l’Unione nordista, pur mantenendo la schiavitù fino al termine della guerra, nel 1865. Ha tutte le caratteristiche per essere terra di frontiera, crocevia tra le diverse pulsioni che attraversano gli Stati uniti. Luogo perfetto, dunque, per raccontare l’odierna società nordamericana, o quantomeno una sua parte rilevante. Uno Stato poco definibile, così come poco inquadrabile appare questo film di Martin McDonagh, incrocio – anch’esso – di più generi: commedia, dramma, film di denuncia. Una di quelle opere che sanno dare dignità al post-moderno. Forse per questo, forse per la presenza di Frances McDormand, tutto di questo film ricorda i fratelli Coen. Paragone impegnativo e probabilmente ricercato, ma che McDonagh regge benissimo. Continua a leggere »

Meno lavoro, più occupati: l’orizzonte della nuova “crescita economica”

 

All’inizio, più o meno un anno fa, la “crescita” era derisa dai più: “non c’è crescita, sono solo oscillazioni statistiche senza ricadute nella realtà”. Col passare dei mesi, la narrazione si faceva più performante: “c’è una crescita, ma è senza lavoro”. Oggi siamo allo step successivo: “mai così tanti occupati dal 1977”. Il coro mediatico ripete l’ultima buona notizia sul fronte economico: con 23.183.000 occupati, non abbiamo mai avuto tanti lavoratori in attività (qui). Siamo davvero usciti dalla grande recessione decennale? Le statistiche si stanno traducendo in condizioni materiali migliori per la popolazione? In realtà, ancora no. Anzi, la dinamica del mercato del lavoro, speculare tanto in Italia come in Germania e nel resto d’Europa, ci racconta di un impoverimento complessivo e progressivo dei lavoratori europei. Continua a leggere »

L’epocale eccezione del populismo Cinque stelle

 

La straordinaria e ininterrotta sequela di abbagli, errori, madornali gaffe, pastrocchi politici, sbandamenti ora a destra ora a destra, incapacità di governo, incapacità d’opposizione, che vede protagonista il M5S, è qualcosa di raro visto in politica. Per di più, il fuoco di sbarramento a media unificati – da Repubblica al Manifesto, dal Fatto al Corriere – contribuisce a raccontare il M5S come male principale della politica italiana. Giornalisti pagati unicamente per svelarne la natura corrotta e para-nazista trovano alloggio presso ogni testata, ogni televisione, per non dire delle case editrici, blog, settimanali. La maggior parte di queste critiche sono suffragate da fatti incontrovertibili. L’incapacità del M5S di essere forza politica credibile è un dato di fatto. Eppure, da più di cinque anni rimane saldamento il primo partito italiano. Anche fosse il secondo, o il terzo, il discorso non cambierebbe. La Lega o il Pd, Forza Italia o Rifondazione: tutti i soggetti politici hanno pagato elettoralmente il prezzo della propria incoerenza e incapacità, nel presente o in passato. Tutti tranne il M5S. Continua a leggere »

Repubblica e i ribelli siriani, ovvero della straordinaria libertà d’espressione del giornalismo italiano

 

Complice il prosecco e qualche panettone di troppo, la mattina del 4 gennaio qualcosa dev’essere andato storto nella redazione di Repubblica. D’improvviso, senza accorgersene, ingolfati dai festeggiamenti del Capodanno, ecco apparire per un brevissimo lasso di tempo la verità. Come sempre, questa si presentava senza clamore, senza schiamazzo, con la consueta eleganza delle cose semplici: «Siria, le narrazioni fasulle dell’”Osservatorio siriano sui diritti” che copre i crimini dei cosiddetti “ribelli”». Il titolo, degno del Pulitzer: in una frase racchiuso il significato di sei anni di guerra civile. Lo svolgimento ripete semplicemente quanto ormai accertato da chiunque abbia almeno capito dove si situi la Siria sul mappamondo: «Dunque, la verità a quanto pare, è che sono i cosiddetti “ribelli”, terroristi senza scrupoli, ad affamare i civili, privandoli degli aiuti a loro inviati, usandoli come scudi umani e come oggetto di un’ignobile mistificazione della realtà». Continua a leggere »

L’inquinamento come risultato del comportamento amorale del singolo individuo

 

La polemica sui sacchetti biodegradabili a pagamento, che tanto ha indignato il “popolo del web”, appare come l’ennesimo tassello volto all’individualizzazione dei problemi sociali prodotti dal capitalismo. Un sistema incapace di risolvere le sue contraddizioni, in questo caso quella fra capitale e ambiente, ma formidabile nell’escogitare vie di fuga ideologiche. Nel caso dell’inquinamento, uno dei temi centrali nel dibattito massmediatico di questi decenni, la progressiva devastazione del sistema ambientale appare causata dalla somma dei comportamenti individuali delle singole persone. Si inquina perché non si ricicla abbastanza, perché non si vogliono pagare costi aggiuntivi, così come si consuma  troppa acqua potabile perché si lascia il rubinetto aperto mentre ci si lava i denti, e così via. Il dibattito di questi giorni è davvero, come suol dirsi, paradigmatico. Il confronto sembra essere chiuso entro due sole scelte possibili: chi vuole pagare il costo dei sacchetti per “sensibilità ambientale”, e chi non vorrebbe pagarlo per menefreghismo. Continua a leggere »

Torna puntuale la protesta iraniana

 

Si sa, ogni protesta “incolore” somma molteplici e contraddittorie ragioni. Nel corso degli anni il Medioriente è stato terreno di sperimentazione di varie forme di proxy wars, conflitti a intensità variabile dove a contendersi il bottino erano per lo più referenti internazionali in lotta per mezzo di agenti locali. Se c’è un dato che emerge dal ventennio di proteste e rivolte che hanno caratterizzato il mondo arabo, questo è il loro carattere dipendente: ogni movimento è finito col servire interessi esterni alle stesse popolazioni mobilitate. La mancata autonomia della protesta popolare araba è un fatto che impone di volta in volta una sua valutazione. Continua a leggere »

Liberiamo la Tiburtina. Combattiamo abbandono e speculazione.

Negli ultimi decenni le città europee, soprattutto quelle dei paesi periferici, sono state interessate da un cambio di paradigma economico che ha avuto effetti devastanti, anche se asimmetrici. Da un modello di città “manageriale”, in cui il potere politico (molto schematicamente) amministrava e redistribuiva i trasferimenti provenienti dalla Stato centrale, si è progressivamente approdati ad un modello “imprenditoriale”  di crescente competitività e concorrenzialità tra le città stesse. Continua a leggere »

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Umberto Eco e il Pci, di Claudio e Giandomenico Crapis

 

Con lieve ritardo (il libro è uscito circa un anno fa), leggiamo questo saggio che in realtà introduce e commenta uno scambio intellettuale avvenuto tra Umberto Eco e Rossana Rossanda sulle colonne di Rinascita nell’autunno del 1963. Il riferimento temporale è decisivo per comprendere il contesto: siamo dentro l’esplosione delle neoavanguardie (Novissimi, Gruppo 63 e dintorni), sull’onda del loro eclettico rapporto con l’operaismo, e nel vortice della crescita elettorale del Pci. C’è fermento insomma, e il rapporto tra politica e cultura è posto all’ordine del giorno delle questioni dirimenti (bei tempi). Lo scambio tra Eco e la Rossanda è solo una tessera di un quadro più vasto, che proprio su Rinascita troverà uno dei luoghi di confronto. Grazie a Mario Spinella, Eco interviene in una discussione che procede già da qualche anno: il comunismo italiano da tempo si domanda del rapporto progressivamente meno organico con il mondo intellettuale. Dagli anni Sessanta queste domande non provengono più solo dall’interno del partito, né solo rinfacciate dalla cultura borghese: ad intervenire, sulla scorta delle trasformazioni sociali del paese, sono una congerie di scrittori, artisti, critici e militanti politici che compongono quella che viene denominata «cultura d’opposizione». Una cultura che utilizza il marxismo come «metodo di critica» ma non più come «concezione del mondo» autosufficiente. Umberto Eco s’incarica di gettare il classico sasso nello stagno, generando un fervido confronto che svela una certa dinamicità del dibattito marxista italiano sul piano culturale, anche dentro il Pci. Continua a leggere »