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Salario o reddito/2

In pochi mesi, quella che è stata la rivendicazione egemone e complessiva, la proposta principale dei movimenti italiani di questo ventennio, sta rapidamente perdendo terreno con una velocità paradossale. Ci saremmo aspettati molte più polemiche rispetto a una nostra presa di posizione che fino a poco tempo fa sarebbe caduta nel vuoto di un movimento completamente alieno alle dinamiche lavorative, delegate a un sindacalismo che in questi anni ha cercato di riempire il vuoto politico del discorso lavorativo attraverso improbabili (quando non dannosi) tentativi di soggettivizzazione politico-sindacale. E invece, la sostanziale condivisione che ha avuto il nostro ragionamento, espressione peraltro di un cambiamento di paradigma che si tocca con mano nelle varie assemblee e riunioni di movimento, ci induce a riflettere ancora sulla proposta del reddito di cittadinanza, sugli slittamenti semantici che questo ha prodotto, e su questo più o meno evidente cambio di linea politica.

L’Europa dei redditi garantiti e la fine dello stato sociale

La contraddizione che notiamo più vistosa in chi propone reddito universale, è l’estremo eurocentrismo della proposta, su cui torneremo. Il reddito minimo garantito è presente in quasi tutti gli altri paesi europei. Ovviamente, la realizzazione pratica di questa forma di welfare quasi mai coincide con le proposte teoriche dei redditisti, ma allo stesso tempo questa situazione dovrebbe risultare comunque un passo in avanti nella lotta di classe rispetto ai paesi senza reddito garantito. In sostanza, un paese in cui viene elargito tale reddito, anche in forma spuria rispetto alla teoria, dovrebbe costituire un luogo in cui il conflitto e il rapporto di forza della classe si situa a un gradino più elevato rispetto al nostro. Infatti, una delle motivazioni principali che portano avanti i redditisti, è quella per cui un’elargizione incondizionata di denaro negherebbe uno degli strumenti di sfruttamento, quello cioè del ricatto fra guadagnare poco o morire di fame, impedendo una spirale in discesa dei salari e aumentando il potere contrattuale dei lavoratori. Eppure tutti i paesi, nessuno escluso, nei quali viene praticata questa forma di welfare, sono tutti paesi ultracapitalisti, pacificati e in cui il conflitto di classe si situa vari gradini sotto a quello presente, ad esempio, in Italia. La realizzazione pratica della proposta redditista, dunque, dovrebbe farci stare perlomeno cauti rispetto a immaginarie ipotesi palingenetiche di tale riforma dello stato sociale. Anche perché, e forse soprattutto, laddove questo strumento è stato introdotto, questo è avvenuto non attraverso la sua conquista da parte di lotte sociali e politiche, che hanno costretto il capitale a tale forma di mediazione, ma per concessione stessa del capitale, che ha deciso autonomamente di dotarsi di questo strumento per sostenere il consumo interno. E non è un caso che in Italia gli unici a esprimersi in suo favore sono, da un lato, il Movimento 5 Stelle, e dall’altro l’ex ministro liberista Fornero e il presidente di Confindustria Squinzi, interessati a stimolare la domanda interna più che fornire degli strumenti di classe ai lavoratori.

Analizzando peraltro la situazione economica europea, come già detto molte volte in passato, stiamo andando verso la fine dello Stato quale attore economico principale, e di conseguenza verso la scomparsa di ogni ipotesi (neo)keynesiana. Lo Stato non ha più alcun interesse a integrare quote maggioritarie di popolazione nella società del benessere. Le forme di stato sociale sviluppate nel corso di un trentennio (1945-1975), volte a legare alle istituzioni e ai valori della democrazia partecipata masse popolari con lo strumento della redistribuzione dei redditi sotto varie forme, incontrano oggi un ostacolo politico. Non esistendo più alternativa concreta ad esso, il capitale non ha più necessità di convincere le popolazioni della giustezza delle sue politiche economiche, creare consenso, produrre piccole o grandi oasi di benessere sociale. In questa fase pensare ad un miglioramento dello stato sociale, a una spesa pubblica in aumento, all’irrobustimento del ruolo dello Stato nell’economia, equivale ad affermare un’astrattezza ideologica, meno realizzabile di un ipotetico sbocco rivoluzionario della situazione.

Sistema globale ed eurocentrismo

Altro punto controverso del progetto redditista, legato anch’esso all’eurocentrismo, è che questa proposta è valida unicamente in contesti di capitalismo ricco, che può permettersi una redistribuzione di risorse tale da consentire un consumo interno basato anche su un reddito slegato dalla prestazione lavorativa. Ma da dove vengono queste risorse che il centro del sistema può permettersi di redistribuire?  I redditisti (in realtà qui dovremmo dire post-operaisti, sebbene assai spesso le due condizioni si confondono) affermano che questo enorme surplus di profitti derivi dalla messa a valorizzazione di una serie di comportamenti umani ormai integrati nel processo economico. Il loro costante esempio è quello di facebook: anche da una persona comodamente seduta in poltrona a casa e navigando su qualche social network, il capitale riesce ad estrarre profitto da questo comportamento, e dunque questo profitto dovrebbe tornare indietro alla popolazione sotto forma di reddito. Tale lettura, oltre che essere a-scientifica, si poggia su un presupposto estremamente eurocentrico. L’enorme massa di profitti a disposizione degli Stati del centro capitalista deriva dalla dislocazione internazionale del lavoro, che prevede una immensa periferia industriale in cui gli Stati capitalisti hanno dislocato la propria produzione, abbattendo i costi e generando quel meccanismo di accumulazione che poi vorrebbe essere redistribuito. Insomma, senza fare alcun ragionamento teorico sull’enorme espansione globale del lavoro dipendente salariato (che è in costante aumento e in costante depauperamento, smentendo qualsiasi teoria sulla fine del lavoro, altra idiozia eurocentrica), la proposta redditista si limiterebbe a ragionare sulla fine di questo percorso, e cioè come disporre di questa massa di profitti che giunge nel centro ricco. In soldoni, il Belgio o la Germania possono permettersi importanti strumenti di sostegno al reddito proprio perché la loro produzione avviene altrove, nella periferia povera, dove le conquiste salariali sono molto di là da venire, e dove si produce per l’espansione economica dei paesi ricchi.

Insomma, ragionare in termini nazionali o regionali in un sistema economico globale e immediatamente internazionale in ogni sua fase, ci sembra non solo essere un errore strategico, ma addirittura rischierebbe di riprodurre un atteggiamento neocoloniale. Che i ricchi distribuiscano nel migliore dei modi quel profitto generato dall’immensa periferia del capitale genererebbe solo la reiterazione di questo sistema, rischiando persino di avallarlo.

Le conseguenze pratiche del Reddito Universale

La realizzazione pratica del reddito di cittadinanza sconta poi diversi problemi teorici evidentemente insormontabili. La produzione di moneta infatti è legata alla produzione di merce, che a sua volta è legata alla prestazione lavorativa. Senza tenere a mente questo processo, non si spiega la natura sostanziale del denaro, che è il corrispettivo astratto della prestazione lavorativa (che è infatti una evoluzione del corrispettivo concreto praticato nelle economie fondate sul baratto). Anche qui, torniamo all’eurocentrismo: la redistribuzione di denaro può avvenire solo se a monte c’è una prestazione lavorativa, e questa prestazione avviene concretamente nelle suddette aree del mondo dove lo sfruttamento capitalista può generarsi senza gli intoppi della lotta di classe. Nella sua forma astratta e teorica quindi questa soluzione sarebbe impraticabile. Supponendo cioè un reddito di cittadinanza universale e applicato in ogni luogo del mondo, il denaro smetterebbe semplicemente di avere un senso, e dunque il sistema troverebbe un altro strumento per remunerare la prestazione lavorativa. Se infatti tutti i cittadini avessero a disposizione del denaro senza corrispondere nulla, questo si trasformerebbe in carta priva di valore, perché non corrispondente a un qualcosa di concreto (la prestazione lavorativa), che ne sostanzia il valore. Qual è infatti la differenza tra il denaro legale e quello del monopoli? Quello del monopoli è denaro privo di valore, ma non perché illegale, ma perché non agganciato a una prestazione lavorativa (che poi è la medesima ragione per cui ogni Stato persegue i falsari: se il denaro non fosse legato ad una prestazione lavorativa, anche i soldi falsi avrebbero legittimità di circolazione, visto che sia questi che quelli della Zecca si baserebbero esclusivamente su un valore virtuale).

Contraddizioni della parola reddito

Ci sono poi una serie di rivendicazioni necessarie del movimento di classe che in questi anni hanno subìto una slittamento semantico derivato dall’egemonia della parola reddito rispetto a una terminologia più precisa ma forse giudicata più polverosa. Anzitutto, in questi anni si è andata producendo un’analisi e una pratica sulle riappropriazioni, cioè sul recupero di forme di salario indiretto a fronte della continua perdita economica dei salari reali. Ma appunto di salario indiretto si tratta, e non di reddito, e questo perché tali forme di riappropriazione non sono slegate dalle dinamiche lavorative, ma sostanziano esattamente il discorso centrale della lotta di classe, cioè quello di avvicinare il più possibile il salario dei lavoratori alla quantità effettivamente prodotta dal lavoro dipendente, riducendo al massimo i margini di profitto del capitale. Se il comunismo è la forma di vita in cui tutta la ricchezza prodotta dal lavoro ritorna al lavoratore, il livello di lotta di classe dipende da quale margine di profitto privatizzato esiste in una determinata situazione, o meglio dalla quantità di lavoro espropriata dal capitale. Più è alta, meno favorevole è il rapporto di forza dei lavoratori in una società. E’ dunque nel recupero di quel margine, che si traduce nella lotta per la compressione dei profitti, che si situa il discorso delle riappropriazioni.

Tutta una serie di servizi pagati all’origine dal salario, corrisposti sotto forma di salario indiretto, in questi anni hanno subito una supervalutazione tale da impedire a quote sempre più importanti della popolazione di accedervi. Si tratta di tutti servizi essenziali, dai trasporti alla sanità, dalla scuola alla casa, che in realtà sono garantiti dalla fiscalità, e cioè dal prelievo all’origine dei salari dei dipendenti. Lottare per il recupero di questi beni e servizi non solo è sacrosanto, ma va proprio nella direzione di aumentare il rapporto di forza dei lavoratori contro il capitale.

Conclusione

Ogni discorso riguardante il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori non può che partire dalla produzione. Il problema è infatti osservabile solo a monte, guardando come il capitale produce e riproduce se stesso, e non a valle, e cioè su come redistribuire quei margini di profitto che il capitale genera altrove, in un altrove fatto di condizioni di lavoro pre-moderne, supersfruttate e aliene a ogni dinamica sindacale, costantemente in aumento e in via di generalizzazione anche nel centro capitalista, cioè in quelle metropoli occidentali che contengono sempre più in un medesimo territorio condizioni di vita da primo e da terzo mondo. Osservare il modello produttivo porta a pensare globalmente ai problemi del sistema economico, e dunque considerare strumenti generali per contrastarlo (validi cioè in ogni contesto), mentre focalizzarsi sull’aspetto redistributivo non può che restringere l’ottica nei luoghi dove avviene questa redistribuzione, perdendo di vista il contesto generale per rinchiudersi nella propria condizione immediata, teorizzandola e dandogli un valore non provato dall’esperienza e dalle cronache quotidiane.

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24 comments to Salario o reddito/2

  • Nemo

    Complimenti, bellissima analisi.

    In più, leggerei anche sotto un altro punto di vista la retorica di “uso facebook e il capitale trae profitto, quindi devo essere remunerato”.
    Nel momento in cui sto usando un social network, non sto producendo, ovvero non sto costruendo facebook. Sto solo utilizzando una piattaforma che qualcuno ha costruito, e di cui sono fruitore. E se il capitale guadagna, è solo perché sta vendendo un prodotto, non perché io sto producendo valore. È come dire che quando entro in un negozio per comprare una giacca, e il proprietario guadagna, io devo essere remunerato per il semplice fatto di aver comprato una giacca.
    I social network sono piattaforme costruite per avere clienti, esattamente come un negozio. Quindi chiedere reddito per questo significa esattamente chiedere soldi da spendere per svolgere il proprio ruolo di clienti del sistema capitalistico, ovvero chiedere di essere sostentati per continuare a svolgere quel ruolo essenziale per l’esistenza di questo sistema.

  • salvatore

    Il discorso sul reddito minimo garantito è pericoloso anche perché, sviando dal tema di quale offerta di lavoro è presente( non una mera questione di precariato, reddito basso), ci impedisce di ragionare su quali esigenze abbiamo e in quali settori vorremmo che lo Stato investisse. Con un esempio molto concreto e che tocca le lotte di Roma; se calasse drasticamente il finanziamento e la legislazione a favore del ciclo cementifici, grandi aziende edilizie, comuni che si prendono gli oneri di urbanizzazione, potremmo ragionare su a)cosa fare delle case sfitte b)un massiccio piano di ristrutturazione ecologica delle case che vedrebbe l’aumento di lavoro e di lavoro qualificato, la possibilità di investire nella formazione di personale qualificato( uscendo da un sistema scolastico che ghettizza i lavori manuali), un minor spreco di energie ecc. Invece, come fatto notare da un commenti alla prima puntata, il salario minimo garantito non solo potrebbe passare come misura di sostegno alla domanda, ma anche, in un periodo storico di forte privatizzazione dei servizi, come una rimodulazione( a ribasso) dei servizi. Non sei più cittadino che può chieder conto della gestione del pubblico ma un utente che accede al mercato dei servizi.

  • Visto che ormai qua faccio la parte, anche se non troppo convinta, del redditista (ma non post operaista!), vorrei porre una domanda a voi compagni di Militant, approfittandone per scusarmi se posso sembrare petulante, ma in realtà si tratta semplicemente di capire bene come stanno le cose, attraverso il confronto con voi, compagni più versati di me sulla scienza marxista. E dunque non ve ne abbiate a male, visto che la dialettica interna, se costruttiva, è, almeno credo, buona cosa.
    Ma veniamo al dunque.
    Giustamente dite -se ho ben capito- che il reddito di base può solo essere concesso nei Paesi a capitalismo ricco e fortemente consumatore, producendo un effetto negativo sulla lotta di classe giacchè le masse a legittimare il sistema e rafforzare, tramite la passività che è sostanzialmente consenso, l’imperialismo (faccio per inciso presente che i postoperaisti, assurdamente in senso oggettivo ma non troppo in quello soggettivo giacchè è una tesi strumentale alla loro teoria, considerano obsoleto l’imperialismo stesso).
    Ma, se per questo, anche la riappropriazione del salario indiretto, come tutte le operazioni di recupero di dignità di vita, rischia di fare lo stesso effetto: quietare gli spiriti incazzati dei lavoratori -garantiti, precari o disoccupati che siano- e dunque allontanarli dalla spinta internazionalista e dalla lotta sui propri territori per rovesciare lo sfruttamento e l’estrazione di plusvalore, che, come dite bene, in aree economiche altre è sempre la fonte dell’accumulazione di Capitale e della sua concentrazione.

    • Edna Caprapall

      @ Bruno

      Non vorrei essere troppo semplicista ma credo che tra l’elargizione di reddito da parte dello Stato (e la con seguente passività in termini di lotta di classe) e la riappropriazione indiretta di salario (attraverso lotte territoriali di contropotere, occupazioni di case, etc) la differenza risieda proprio nella dinamica di “illegalità” in cui la seconda versa, differenziandosi dalla richiesta di reddito non solo per la sua condizione attiva (riappropriazioni tramite azione, e non passività nella recezione di reddito) ma anche per la sua intrinseca appartenenza ad un ciclo di lotte. Insomma, quando si parla di riappropriazione – come avvenuto nelle giornate di ottobre con lo tsunami tour dei movimenti di lotta per la casa – si mette in campo una dinamica conflittuale che di per sé è parte costituente e integrante della lotta di classe.

  • @ Edna
    Attenzione, io non sono per una proposta di reddito dall’alto, ma per strapparla attraverso le lotte, ben conscio che la proposta di reddito del Capitale è scambiare i diritti e i poteri del lavoro con una monetizzazione al ribasso, mentre nessun militante (io, e i compagni di Precari United Senigallia c’eravamo questo ottobre, come c’eravamo il passati 14 dicembre ed il 15 ottobre per capirci) vorrebbe che col reddito si abbattessero le tutele sociali esistenti. Non ho alcuna fiducia nel keynesismo odierno nè nelle classi dirigenti, ma penso che una lotta dal basso su queste parole d’ordine sia una forma di ricomposizione.
    Ciò detto, il problema che accrescendo il benessere dei proletari del mondo ricco si rischia di diminuire lo slancio di solidarietà internazionalista mi pare rimanere immutato, che sia reddito di base incondizionato o che siano salari indiretti, rimane sempre il problema, a cui non si può rispondere col ‘tanto peggio tanto meglio’ perchè, così facendo, anzichè alla rivoluzione si apre alla xenofobia, al razzismo, alla guerra tra poveri, che esplodono in condizioni di estremo malessere. So bene che nessuno qua è così ingenuo da proporre questo, ma si tratta pur sempre di un piano inclinato rispetto al quale bisogna fare attenzione.

    • Edna Caprapall

      @ Bruno

      Non vorrei che i commenti si riducessero ad un botta e risposta tra noi due ;) però credo di non aver capito un passaggio del tuo commento.

      Il reddito di base incondizionato per tutti passa *obbligatoriamente* attraverso una concessione statale, poiché è lo Stato stesso a mediare la lotta attraverso questa elargizione che poi, con il seguente aumento di domanda interna per il maggior potere d’acquisti stimolato, gli ritorna differito nell’aumento dei consumi. Non c’è un’inversione dei rapporti di forza; anzi, mi sembra addirittura funzionale alla macchina capitalista di Stato.

      Come si può strappare attraverso le lotte?

  • @ Edna
    Qui tocchi un punto centrale, e siccome tra poco dovrò lasciare la postazione, ti rispondo per poi riprendere la parola semmai domani.
    La domanda è una: attraverso quale classe politica può passare questa proposta?
    Io credo che da questa ricomposizione, che si basa su pratiche di riapproprazione di servizi e diritti negati (così risolviamo il dilemma del nome reddito o salario indiretto), debba nascere una nuova classe politica, capace di riportare nei luoghi del potere le sintesi delle lotte, e sostanzialmente la revoca, o perlomeno una decisa ridiscussione, dei dispositivi europei attraverso la cooperazione con Paesi e aree fuori dell’Eurozona ma anche dell’UE e dell’Europa fisica, il reddito incondizionato su base di tassazioni progressive serie, i diritti del lavoro e un’inflazione controllata, che, fuori dai vincoli UE si potrebbe fare per costruire infrastrutture e trasformare e riqualificare l’industria in senso cooperativo (come la costituzione prevede, senza pensare alla rivoluzione, e anzi in date condizioni la costituzione permette anche la nazionalizzazione) e riavviare il processo lavorativo, e, a livello perlomeno progettuale, un tentativo di sganciarsi sempre più dalla NATO.
    Sono parole utopiche, ma le sto sparando su un blog da ignorante in materia, mentre, con un’avanguardia, un intellettuale collettivo, un’organizzazione politica che va in Parlamento, si potrebbe forse fare qualcosa: nulla a che vedere col mondo che noi comunisti vogliamo e pensiamo, ma qualcosa di differente dall’asservimento delle risorse e della forza lavoro al capitale finanziario sarebbe.
    Ma, fuori dalle mie chimere, ad oggi la riappropriazione di reddito, salario indiretto, salario reale, spazi (comprese le curve: bell’articolo che condivido), territori attraverso pratiche conflittuali non necessariamente legali penso siano il primo passo, e intanto si deve produrre teoria e confronto ed organizzazione.

  • Brigante

    @Bruno
    Il punto non è che accrescendo il benessere dei lavoratori occidentali se ne diminuisce lo “slancio internazionalista”. Non mi sembra che i compagni di Militant la pongano in questi termini, ma in termini molto più strutturati: la proposta di qualsiasi forma di mera ridistribuzione, che non vada ad incidere sui rapporti di produzione COMPLESSIVI, non può che essere estranea a qualsiasi rivendicazione di classe. In altre parole, il problema non è dove e quanto si ridistribuisca, ma COSA si ridistribuisce. Se ad essere ridistribuita è una parte del surplus di valore generata dalla produzione capitalista, io posso anche essere felice per il povero cristo che forse così riesce a pagare l’affitto, ma non cambio di una virgola i rapporti di classe. Anzi, in una certa misura alimento il meccanismo imperialista che suddivide il mondo in una fascia di produzione/reperimento della manodopera e in una di consumo. Questa suddivisione fino a un decennio fa coincideva perfettamente con l’ideale partizione tra un primo ed un terzo mondo.Oggi, come fanno egregiamente notare i compagni, questa partizione viene a cadere e si osserva la tendenza ad annullare la componente geografica nell’asimmetria nei rapporti di produzione e nel benessere. Aggiungo che, a mio parere, ciò potrebbe avere un’importante ricaduta sul piano sovrastrutturale. Questo tipo di dinamica, infatti, porterebbe allo smascheramento dell’inganno xenofobico della “lotta fra culture” o “scontro di civiltà”. Ciò che è prevedibile, semmai, è l’alimentarsi del fenomeno del “nemico interno”, ovvero di narrazioni dominanti atte a separare le società non più in base ad ipotetiche differenze razziali/etniche, quanto piuttosto a differenze in termini di ceto sociale (qualsiasi narrazione dominante si guarderebbe bene dal parlare di classe).

    • @ Brigante

      Probabilmente non hai fatto in tempo a leggere la mia risposta ultima a Edna che poteva chiarire meglio il discorso, ma vedo di cercare di capire bene cosa segue dal tuo discorso sul ‘cosa’.
      A me sembra che , traendo le conseuenze logiche del tuo ragionamento, si vada a parare nello stesso punto: ridurre la complessità occidentale nei termini, altrettanto complessi ma differenti, di altri Paesi a diverso livello produttivo e finanziario mi sembra non avere molta incidenza rivoluzionaria in nessun senso, visto che, così ragionando, conseguirebbe che non dovremmo in alcun senso volere un miglioramento delle condizioni delle classi subalterne, nemmeno nella difesa del salario e dei diritti sociali, visto che nemmeno il salario e i diritti sociali incidono nei rapporti di classe complessivi, e il risultato che ne viene mi pare proprio finire, anche non volendo, al tanto peggio tanto meglio che mai alimenta la rivoluzione.
      Anche l’occidente ha al suo interno differenziazioni sociali e di classe, e mai rivendicare lotte a favore dei vantaggi concreti e materiali (chè di questo si parla) di ‘poveri cristi’ (come dici con un bel termine, molto cogente) del nostro Paese può essere abbandonato in nome dei ‘rapporti complessivi’, proprio perchè dal peggioramento ulteriore delle condizioni di vita delle classi subalterne non nasce mai, nemmeno a livello sovrastrutturale di immaginario, una possibilità rivoluzionaria, ma una possibilità di conflitto, sempre tra ‘poveri cristi’
      Il problema sembra essere tutto lì e non altrove: se sia un miglioramento l’idea di una soglia minima di ripartizione sociale degli utili tassati, nel senso, come si diceva prima con Edna nelll’intervento che non potevi leggere per questioni di orari, non di mendicare una legge da un esecutivo che ne farebbe da ariete per un ulteriore scempio sociale su pensioni o chissà che altro, ma di produrre, a partire da lotte di riappropriazione concreta come dicevo sopra, un progetto politico che, proprio perchè basato sulla cooperazione sociale più che sul profitto e sull’integrazione piuttosto che sulle politiche NATO, ci avvicinerebbe di fatto e nel modo forse migliore possibile ad un progetto antimperialista. A me sembra che potrebbe esserlo, e viceversa non mi sembra che il non farlo possa in alcun modo poter migliorare la lotta di classe dei Paesi in sviluppo delle forze produttive. Si tratta solo di cercare il massimo del minimo, perchè oggi la situazione socioeconomica dell’Europa occidentale non mi pare aprire a sbocchi migliori…purtroppo.

  • Militant

    @ Bruno
    Ci sembra che stiamo di fronte a un fraintendimento. Nessuno auspica un impoverimento generale dei lavoratori (ci mancherebbe altro!), e anzi uno degli obiettivi della lotta di classe è proprio quello di recuperare quanto più margine possibile di salario e diritti strappandoli al capitale (in estrema sintesi: lavorare di meno a salari più elevati. Come diceva Marx, la storia della contrapposizione fra capitale e lavoro è la storia per la riduzione della giornata lavorativa). Dunque, l’aumento salariale è uno degli obiettivi, non una cosa secondaria. Oltretutto, l’impoverimento non sempre fa rima con “potenzialità rivoluzionaria”, e anzi questa sovente prende forma quando i lavoratori riescono a imporre un loro rapporto di forza favorevole, dunque quando tramite la lotta raggiungono anche obiettivi intermedi, quali l’aumento dei salari. Dunque, se hai colto nel nostro ragionamento questa direzione, ci siamo espressi male o hai letto male alcuni passaggi.

    E’ opportuno sgomberare il campo da dubbi: l’erogazione del reddito di cittadinanza non intacca di una virgola le quote di profitto detenute dal capitale privato. Tale reddito non sarebbe erogato dalle imprese, ma dallo Stato, ed è proprio per questo che tale forme di welfare è auspicata da quella dirigenza capitalista più concretamente internazionale e più legata alle logiche dirigenti della grande borghesia. Il reddito, insomma, non verrebbe erogato tramite prelievo dai profitti dell’impresa X, ma dalla spesa pubblica dello Stato. Si tratterebbe, in ultima istanza, dell’ennesimo spostamento di spesa pubblica in favore dei privati, visto che quel reddito erogato dallo Stato si trasformerebbe in consumi nel settore privato, garantendo al sistema la sua rigenerazione.

    La “riappropriazione” risponde invece alla logica opposta: intaccare direttamente quei margini di profitto. Per fare un esempio fra tanti, occupare una casa sfitta significa togliere un piccolo pezzo di rendita speculativa e ripubblicizzarlo, consegnandolo a chi ha necessità di avere una casa e togliendo il bene patrimoniale dal mercato gestito dai costruttori. Ovviamente, anche la pratica della riappropriazione ha senso se inserita in un processo (progetto) politico. Se rimane azione in se, sfruttata in termini parasindacali, perde la sua potenzialità rivoluzionaria. La riappropriazione, in ogni caso, non si chiede: si pratica. La lotta per il reddito, all’opposto, non si pratica: è una richiesta. E in questo senso, in un paradigma keynesiano, può essere la proposta del capitale nel tentativo di mediazione delle richieste operaie. Ma se questa non è il frutto della mediazione ma è la richiesta stessa, è evidente che c’è uno scambio di ruoli significante.

  • @ Brigante
    Un’altra domanda da porsi, scusate ma domani forse non avrò modo di intervenire e dunque vorrei spiegarmi bene anche per correttezza verso gli interlocutori, è: seppure questa proposta non incidesse nei rapporti complessivi di produzione e dunque di classe, è in qualche modo di ostacolo ad uno sbocco rivoluzionario in contesti aggrediti dall’imperialismo (dalla Latinoamerica, che è quella che sembra avere vertici avanzati di affrancamento, in poi)? Anche qua, tirando le somme, nel modo in cui è stata formulata durante la discussione a me non pare esserlo e dunque, se non nuoce, non vedo perchè la società, e dunque le classi subalterne in modo massimo per il discorso delle tassazioni, non debba muovere ad una, parziale e bassa quanto si vuole ma pur sempre esistente, ripartizione del plusvalore partendo da discorsi di riappropriazione.

    • Brigante

      Non ho detto che deve essere abbandonata qualsiasi forma di rivendicazione o di riappropriazione nel contesto occidentale, o che ci si debba lasciare andare ad ottiche “tanto peggio tanto meglio” quando non addirittura pauperiste (la classica frase da bar: “La gente non si ribella perchè non sta abbastanza male” la reputo altamente idiota) . Il mio ragionamento voleva intendere che le rivendicazioni che vengono portate avanti da un movimento di classe non possono prescindere dalle considerazioni sui rapporti di produzione complessivi. E’ evidente che una proposta di RDC non sia un ostacolo diretto alla lotta anti-imperialista in qualsiasi parte del mondo. Ma lo è, indirettamente, quando serve ad alimentare le medesime logiche di di produzione/consumo che sono alla base dell’attuale fase imperialista. Provo a spiegarmi con un esempio concreto che forse è più semplice. Che c’azzecca il RDC in Italia con le lotte e le rivendicazioni degli operai cinesi? Come può essere un ostacolo a quelle rivendicazioni? Dunque vediamo: il RDC distribuisce una parte della tassazione a TUTTA la popolazione (non solo ai proletari o ai ceti meno abbienti ma questo è un altro discorso). In altre parole, lo Stato sottrae denaro con le tasse e ne ridà una parte come RDC. In un contesto di tassazione fortemente progressiva questo si traduce in una ridistribuzione da ceti più abbienti a quelli meno abbienti (indipendentemente dalla classe di appartenenza). A cosa serve quel denaro? A pagare l’affitto ai palazzinari, a comprare vestiti prodotti da un altro proletario, magari a comprare un iphone prodotto da un operaio cinese. I soldi ridistribuiti attraverso il RDC ritornano dritti dritti nelle tasche dello stesso padrone che sfrutta il lavoro salariato in una qualsiasi fabbrica del mondo (ho usato l’esempio della Cina come luogo “distante” da noi). Il ciclo può così essere descritto: produzione, estrazione del plusvalore, ridistribuzione di una parte del plusvalore, consumo, riestrazione del plusvalore, altra produzione. Giusto per farsi due risate (ma manco troppo) potrei dire: D-M-D-RDC-D. In altre parole, se non si intacca la dinamica dei rapporti di produzione, il RDC è semplicemente un ulteriore passaggio di mano del medesimo denaro che comunque finisce nella quota di accumulazione. La rivendicazione salariale (che tu citi) è qualcosa di ben diverso! In quel caso si vuole strappare una quota del valore che il padrone produce sulle spalle di chi lavora. Quella non è una rivendicazione meramente ridistributiva, ma una rivendicazione di classe, perchè mina alla base i rapporti di produzione che regolano i rapporti tra le classi.

    • @ Brigante

      Riesco a risponderti di volata che sto uscendo alla volta di una visita medica e di una lunga giornata.
      Anche la tassazione progressiva forte, che considero inscindibile dal RDC, strappa a favore della collettività quote di plusvalore, visto che le tasse, se fatte bene. colpirebbero in modo molto forte i rentiers e il capitale ricco.
      Certo, non è una forma di lotta di classe, ma per quale motivo la logica redistributiva, se presa dal plusvalore, ci fa così schifo? D’altronde anche un aumento salariale serve a pagare il palazzinaro, le grandi catene di ipermercati e via discorrendo, e anche un aumento salariale qua da noi potrebbe voler dire, nel processo integrato del capitalismo, peggiori salari in altre aree del mondo o attacchi più feroci alle loro risorse per far sì che il Capitale recuperi profitto.
      Certo, come dicevo è il massimo del minimo e non sembra essere un processo di classe, ma fai attenzione che, nella mia idea, si tratta di una proposta a venire successiva a forme di riappropriazione di case e di luoghi di lavoro, e dunque da essa parte.
      Come dicevo, secondo me è il massimo del minimo. Oggi in Europa occidentale più di questo non si può, e dunque ciò che migliora le condizioni materiali delle classi subalterne per me va costruito. Se poi le lotte apriranno scenari che ci faranno superare la miseria del RDC…magari! :)

  • @ Militant
    Certamente compagni avete ragione: basta pensare alla fallacia del discorso per cui io dovrei essere pagato perchè, navigando su facebook e mettendo foto, lo faccio diventare proprietario delle stesse o se, comprando sigarette al distributore, di faccio gli fornisco un’indagine di mercato facendolo risparmiare. In quel caso, stando al vostro ragionamento più che mai corretto, sarebbe la ditta a dover pagarmi e non lo Stato.
    Ciò detto, il reddito di base di cui si parlava è basato, come pensavo di aver espresso apertamente, su una tassazione progressiva forte per cui a metterci la stragrande maggioranza delle quote sarebbe il grande Capitale privato e dunque di fatto sarebbe da esso che questo reddito sarebbe estratto.
    Un’altro punto forse non ho ben espresso.
    Non dico che si debba mendicare una legge sul reddito qui e ora, non ci sono i rapporti di forza per farlo se non in senso di monetizzazione dei diritti al ribasso, ma che a partire dalle lotte sulla casa e dei territori debba nascere un progetto che si presenti, non so se a partire dai territori comunali, provinciali, regionali o da subito nazionali e in tempi non geologici come forza organizzata, magari in prospettiva larga europea per attaccare anche le politiche fiscali che impediscono allo Stato di poter in alcun modo costruire infrastrutture per agire su un progetto industriale più moderno prima che l’Italia si deindustrializzi del tutto o per garantire welfare e fare da sponda politica alle lotte che continuerebbero a darsi.
    Pensando che sia quantomai improbabile costringere oggi la classe politica presente a manovre contrarie ai rapporti di classe presenti, pensare di iniziare a costruire una linearità politica che punti, come sopra, al reddito unito ad una forte tassazione progressiva sia quello che si deve provare a far nascere davanti ad una composizione sociali fondata bisogni reali come l’ultimo corteo romano è stato.
    Con questo, poi, mi propongo di riflettere a fondo sull’analisi da voi proposta, visto che in tempi così duri per la stessa sopravvivenza materiale sono temi quantomai importanti.
    Grazie dell’attenzione e di questi spunti di riflessione e ci risentiamo, nel caso, dopodomani.

  • Roberto

    Articolo lungo, ma per niente pesante da leggere, complimenti. Sono d’accordissimo con tutta l’analisi, specialmente sulla parte relativa all’eurocentrismo.

    Mi sento in disaccordo con il discorso in un colo punto (che però è abbastanza cruciale): è sbagliato negare che “andrebbe definitivamente abbandonata l’idea che sia solo il lavoro salariato a produrre valore e plusvalore”, non perché lo dica il BIN, ma perché lo sosteneva Marx, riferendosi a qualcosa di ben diverso da reddito:

    “Prima parte del paragrafo. “Il lavoro è la fonte di ogni ricchezza e di ogni civiltà.”

    Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che esso stesso, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana. Quella frase si trova in tutti i sillabari, e intanto è giusta in quanto è sottinteso che il lavoro si esplica con i mezzi e con gli oggetti che si convengono. Ma un programma socialista non deve indulgere a tali espressioni borghesi tacendo le condizioni che solo danno loro un senso. E il lavoro dell’uomo diventa fonte di valori d’uso, e quindi anche di ricchezze, in quanto l’uomo entra preventivamente in rapporto, come proprietario, con la natura, fonte prima di tutti i mezzi e oggetti di lavoro, e la tratta come cosa che gli appartiene.” (Critica del programma di Gotha)

    Ho messo il commento qui invece che nella prima parte dell’articolo perché mi sembra che concentrarsi esclusivamente sul lavoro possa portare a sottovalutare il tema delle riappropriazioni: sfidare sia il capitale che lo stato sul tema della proprietà e della gestione delle risorse (quindi, ad esempio, sulla casa e sull’acqua) è altrettanto importante che lottare per il salario, a mio avviso, dal momento che la proprietà privata e quella statale sono le condizioni senza le quali non è possibile effettuare alcuni tipo di sfruttamento.
    Non sono così sicuro che si tratti proprio di una lotta per il salario indiretto, le questioni mi sembrano logicamente differenti, specialmente se, come anche qui è suggerito, si assume una visione non eurocentrica: le lotte sulla proprietà della natura, cioè della terra e delle risorse naturali, avvengono continuamente in tutti i continenti, e sfidano il capitale internazionale sulle condizioni di possibilità con le quali è possibile iniziare a sfruttare il lavoro, nel senso che se prima non espropri la popolazione x della sua terra e dei suoi beni ecologici non potrai mai sfruttarne gli individui come proletari.

    Comunque dovrei seguire di più questo blog, è davvero eccellente.
    Buone cose!

  • Manfredi

    @Brigante @Edna
    Siamo tutti d’accordo sul fatto che i beni ed i servizi pubblici siano salario indiretto, giusto? Indiretto perché non viene pagato direttamente dal padrone al lavoratore, ma – partendo dal presupposto che il sistema fiscale sia progressivo – viene pagato dal padrone sotto forma di tasse e poi erogato dallo Stato al lavoratore. Detto questo, ogni aumento delle risorse erogate dallo Stato ai lavoratori è, in sé, un aumento di salario (indiretto), dunque incide sulla distribuzione del reddito tra salari e profitti, dunque modifica i rapporti di forza tra le classi. Magari di poco, magari mentre dall’altro lato qualcuno toglie ai salari più di quanto lo Stato gli restituisce, ma questo è un altro paio di maniche…

    Mi pare che voi confondiate i rapporti di produzione con i processi di circolazione: poco importa, dal punto di vista dei rapporti di produzione, cosa si acquisti con le risorse che i salari contendono ai profitti. Su questo ha perfettamente ragione Bruno: se occupate una casa contendete 100 al profitto, perché l’alternativa sarebbe stata pagare 100 di affitto o di mutuo. Se poi voi non andate a fare la spesa a Cuba, sono certo che quei 100 torneranno nel famigerato processo D M D’, ma non buttatevi giù! Lì incontreranno dei rappori di produzione in cui voi siete un pochino più forti, meno ricattabili, perché avete la casa. Nel caso del salario indiretto, avete magari la sanità pubblica, l’istruzione pubblica.

    @Edna
    Lo stato sociale europeo è il precipitato di una stagione di lotte a dir poco gloriosa, una “dinamica conflittuale” che oggi ci sogniamo! Ed il suo attuale smantellamento è il frutto di una vera e propria controrivoluzione: siamo proprio certi che si debba accettare di perdere tutte quelle conquiste senza lottare? Con le pratiche illegali puoi prendere l’autobus senza pagare il biglietto, puoi occupare una casa (ma già ti rendono la vita più difficile)…di sicuro non ci prendi l’istruzione pubblica per tutti, non ci prendi la sanità pubblica per tutti.

    @Militant
    Temo che un po di confusione derivi anche da alcuni passaggi del post. Da un lato scrivete che “In questa fase pensare ad un miglioramento dello stato sociale, a una spesa pubblica in aumento, all’irrobustimento del ruolo dello Stato nell’economia, equivale ad affermare un’astrattezza ideologica, meno realizzabile di un ipotetico sbocco rivoluzionario della situazione”, e poi ricordate che “Lottare per il recupero [dei beni e servizi pubblici] non solo è sacrosanto, ma va proprio nella direzione di aumentare il rapporto di forza dei lavoratori contro il capitale.” Io sono d’accordo con la seconda frase, non con la prima: penso che i lavoratori non dovrebbero smettere mai di rivendicare più Stato nell’economia e più stato sociale: quella è lotta di classe a tutti gli effetti, e smettiamola di considerare le politiche keynesiane in astratto, come se non avessero riflessi positivi sul conflitto tra salari e profitti. Nel frattempo, i lavoratori dovranno combattere su tanti altri fronti, ma quelli non vanno mai, mai abbandonati. Li molliamo proprio ora che sono sotto attacco? Forse li molliamo proprio perché sono sotto attacco, e non riusciamo a reggere l’impatto. Però allora siamo onesti: se è una ritirata, chiamamola col suo nome, non proviamo a giustificarla dicendo che ci stiamo dirigendo verso una rivoluzione bolscevica in Italia, quella sì un’astrattezza ideologica.

  • Militant

    @ manfredi
    “Siamo tutti d’accordo sul fatto che i beni ed i servizi pubblici siano salario indiretto, giusto? Indiretto perché non viene pagato direttamente dal padrone al lavoratore, ma – partendo dal presupposto che il sistema fiscale sia progressivo – viene pagato dal padrone sotto forma di tasse e poi erogato dallo Stato al lavoratore”.

    In realtà non è così: i beni e servizi pagati con la fiscalità fanno appieno parte del salario del dipendente. Infatti, l’azienda corrisponde un salario, che poi viene dimezzato dallo Stato perchè tramite questo prelievo ci finanzia lo stato sociale. Non è il padrone che paga allo Stato una quota al di là del salario che corrisponde ai suoi dipendenti, ma sono i dipendenti stessi che destinano una quota del proprio salario al pagamento di beni e servizi. Per fare un esempio, se il lavoratore X percepisce 2.000 euro al mese, una parte di questi andrà a pagare la pensione (cioè il salario differito nel tempo), un’altra parte andrà a pagare i beni e servizi pubblici (il salario indiretto, cioè non direttamente monetizzato), la restante parte costituirà lo stipendio netto, che si aggirerà sui 1200 euro. Quegli 800 euro mensili sono in tutto e per tutto parte del salario del lavoratore. L’azienda, pubblica o privata, non paga un centesimo di più in favore del lavoratore.

    Sul passaggio incriminato, anche qui ci sembra che ci sia un evidente fraintendimento. I lavoratori portano avanti le loro lotte, sia in termini sindacali che politici. E’ il capitale che, mediando e cercando di frenare quelle lotte, escogita meccanismi di stato sociale. Le politiche cd keynesiane non hanno appunto senso, in astratto. E infatti l’astratto, in questo caso, coincide con la loro richiesta. Le politiche keynesiane le pone in essere il capitale, non i lavoratori, e sono esattamente quelle politiche volte al contenimento della conflittualità. Che poi queste siano il risultato di un rapporto di forza favorevole al mondo del lavoro, non ce ne piove, ma queste non si richiedono, si ottengono con la forza.
    Per di più, nella attuale fase economica, senza conflitto di classe non esistono politiche keynesiane. Così come non sono mai esistite senza conflitto di classe. Dunque, richiedere delle misure allo Stato solo perchè “convincenti” o “proattive”, significa porsi su un terreno astratto ed ideologico. Le misure keynesiane, ripetiamo per l’ennesima volta, non avverranno per petizione popolare o per spirito d’intenti di qualche pezzo di borghesia illuminata. Le politiche keynesiane sono il risultato di uno scontro e di un cedimento del capitale, che per cedere di meno rispetto alle richieste operaie, escogita tale mediazione.

    In ultimo, non capiamo quell’accenno alla rivoluzione bolscevica. Dov’è che avremmo affermato che ci stiamo dirigendo verso una qualsiasi fase rivoluzionaria, prerivoluzionaria, ecc..? Quelle semmai sono le posizioni frequenti nel post-operaismo, in cui si afferma che il comunismo è dietro l’angolo, i lavoratori hanno in realtà già il potere e i padroni non hanno più alcun senso nel determinare il ciclo di sviluppo. Insomma, qualcosa di un tantino diverso.

  • Luigi

    Resoconto teleriunione 12 novembre 2013, teleconferenza a cui hanno partecipato 16 compagni.

    E’ di questi giorni il dibattito innescato da Beppe Grillo intorno al reddito di cittadinanza. La proposta di legge avanzata dal M5S prevede l’erogazione di un reddito universale di 600 euro al mese ad una platea di cittadini di circa 9 milioni di persone, con un impegno di risorse che si stima di poco superiore ai 19 miliardi di euro. L’aumento del numero dei disoccupati costringe la borghesia a prendere in considerazione l’idea di una diversa ripartizione del valore prodotto socialmente. Uno spostamento di valore da una parte all’altra della società sarebbe una bella capitolazione rispetto al “movimento reale”. Il reddito di cittadinanza non è una misura economica impossibile da attuare, ma forse la considerazione più importante in merito è che il surplus sociale è così alto che la società stessa si incarica di sfornare teorie intorno al modo di utilizzarlo. Di qui il solito fenomeno codista degli araldi dell’esistente.

    Invece della richiesta di reddito, che ha un connotato interclassista in quanto prevede la distribuzione del valore a tutti i cittadini, la nostra corrente ha sempre sostenuto la rivendicazione del salario ai disoccupati insieme alla drastica riduzione dell’orario di lavoro. Da parte nostra, difendiamo caparbiamente “la situazione futura di un ridotto tempo di lavoro a fini utili alla vita e lavoriamo in funzione di quel risultato dell’avvenire, facendo leva su tutti gli sviluppi reali. Quella conquista, che sembra miseramente espressa in ore e ridotta ad un conteggio di tipo sindacale, rappresenta una gigantesca vittoria, la massima possibile, rispetto alla necessità di lavoro che tutti schiavizza e trascina”.
    Per i gruppettari, invece, il punto cruciale è la difesa delle garanzie e dei diritti, e quindi della forma sociale esistente. Si sono dimenticati il passo del Manifesto in cui si dice che i proletari non hanno da salvaguardare nulla di proprio, ma da distruggere tutta la sicurezza privata e tutte le assicurazioni private che ci sono state fin qui.

  • Brigante

    @Manfredi
    Ammetto che l’accenno a cosa si acquista si prestava a fraintendimenti. In ogni caso, quello che volevo dire, è che il reddito di cittadinanza, per come è concepito sia da molti che lo propongono che laddove esiste in varie forme, altro non è che un sostegno ai consumi. E non ha alcuna possibilità di essere quella manna salvifica che porterebbe, secondo i sostenitori, al nuovo mondo socialista.
    Inoltre a me sembra che nel dibattito si sia creata una falsa dicotomia tra “sostenere il reddito di cittadinanza” e “non rivendicare nulla”. Non è così! Ogni realtà, dal micro-collettivo di paese al movimento nel suo insieme (ammesso che se ne possa individuare uno più o meno omogeneo), può e deve scegliere della parole d’ordine sulla base:
    1) Degli obiettivi che si pone;
    2) Del messaggio che quelle parole d’ordine veicolano;
    E se io devo scegliere degli obiettivi e delle parole d’ordine, sulla base delle considerazioni che i compagni fanno nei due articoli e che mi trovano perfettamente d’accordo, ritengo teoricamente, praticamente e anche “propagandisticamente” (fatemi passare il termine) rivendicare un incremento dei salari e l’erosione della quota di profitto dei padroni. Oltre alle considerazioni teorico-pratiche emerse nella discussione, ciò avrebbe il merito di riportare al centro dell’attenzione che il vero problema alla base dell’attuale crisi, non è in che modo il sistema produttivo distribuisce il valore che produce, ma le modalità con cui quel valore viene prodotto!

  • Manfredi

    @ Militant
    Sul discorso tasse -> servizi pubblici, ho fatto ricorso ad una semplificazione che ha forse creato fraintendimenti. Le tasse finanziano i servizi pubblici (insieme al debito pubblico, che ora non ci interessa). Nel vostro esempio avete considerato solo le tasse pagate dal lavoratore, ma anche le imprese pagano le tasse. Se un sistema fiscale è progressivo, toglie di più a chi ha di più, e di meno a chi ha di meno. Se un lavoratore ha di meno di un padrone, questo significa che un padrone contribuisce di più al finanziamento dei servizi pubblici. Il succo del discorso è che il sistema tasse-spesa pubblica svolge un ruolo di *redistribuzione* del reddito: toglie qualcosa ai profitti e la dà ai salari sotto forma di servizi pubblici. Questo sistema poggia su due pilastri: 1) tassazione progressiva e 2) spesa pubblica nel sociale (=stato sociale).

    Sbaglia, a mio avviso, chi pensa che i lavoratori dovrebbero rinunciare alla lotta per una tassazione progressiva e per una forte spesa pubblica nel sociale: sicuramente siamo dentro ad un processo che rende la tassazione sempre meno progressiva e comprime la spesa pubblica nel sociale, ma la rivendicazione – che voi avete correttamente impostato come “più salario” in polemica col RDC – deve prendere anche (non solo) la forma di “più salario indiretto”. Quel sistema è uno dei modi per avvicinare un’economia a capitalismo avanzato al socialismo: un processo che prima o poi – esattamente come avvenuto negli anni ’70 in Italia – conduce ad un inasprimento della lotta di classe. Sbaglia chi (“keynesianamente”) pensa che quel processo porti per inerzia al socialismo: non è così, e lo abbiamo visto. Superata una soglia, il capitale smette di tollerare lo stato sociale e parte al contrattacco: anni ’80, la sconfitta da cui veniamo.

    Siamo perfettamente d’accordo sul fatto che “senza conflitto di classe non esistono politiche keynesiane”. Quelle politiche generano una contraddizione nel sistema, e il paradigma dell’austerità fiscale, che mette fuori legge proprio le politiche keynesiane, ha esattamente questo significato: evitare che la lotta di classe percorra (tra le altre) la strada del rafforzamento dello stato sociale. Cosa ha in mente chi suggerisce ai lavoratori di abbandonare quella via? Quali altre strade conosciamo per avvicinare il socialismo?

    Sul fatto della rivoluzione bolscevica…diciamo che ho risposto ad una vostra iperbole poco fortunata (“…meno realizzabile di un ipotetico sbocco rivoluzionario”) con una altrettanto poco fortunata!

    @ Brigante
    Sulle parole d’ordine siamo d’accordo: la penso come te sui due post e sul RDC. Però eviterei di contrapporre l’erosione dei profitti da parte dei salari al RDC inteso come stimolo ai consumi: non è quello il punto! Uno sciopero generale che ha l’effetto di far crescere i salari dei lavoratori a danno dei profitti…stimolerà anch’esso i consumi, tanto quanto il RDC. Se guardi l’economia come un tutto, vedi un qualsiasi aumento dei salari anche come una crescita dei consumi. Il RDC, però, può essere concesso mentre si riducono altre quote del salario indiretto e differito, oppure mentre si riduce la progressività del sistema fiscale, mentre se impostiamo la lotta come lotta per il salario, come suggeriscono i Militant, non ci possiamo sbagliare, e saremo più forti.

  • Scusate ma questo testo
    http://sinistrainrete.info/analisi-di-classe/3193-militant-salario-o-reddito.html
    è molto piu’ complesso non è sempre il vostro ?
    Non ho ancora potuto leggerlo in quella versione perchè molto piu’ difficile

    Ciao
    Gb ☭✮

  • Militant

    A proposito di chi sponsorizza il reddito in Italia:

    Redditi più giusti: minimo e massimo
    di Maurizio Ferrera su inserto “Lettura” del Corriere della Sera

    “Nell’opera “Strade per la libertà”, pubblicata nel 1918, Bertrand Russell fu tra i primi intellettuali a proprorre quello che oggi chiamiamo reddito di cittadinanza (o di base, in inglese basic income). Scriveva infatti il filosofo inglese: “Una certa somma di reddito, sufficiente per coprire le prime necessità, dovrebbe essere assicurata a tutti, sia a chi lavora sia a chi non lavora; chi poi è disposto ad impegnarsi per una qualche attività utile alla collettività dovrebbe ricevere una somma più consistente”. Nel corso del Novecento, l’idea di Russell è stata oggetto di un dibattito sempre più acceso. Il basico income è diventato il cavallo di battaglia di Philippe Van Parijs, esponente di primo piano del cosiddetto “egualitarismo liberale”: nel libro “Real freedom for all” (Vera libertà per tutti) il filosofo belga ha proposta un’articolata giustificazione filosofica del reddito di base come strumento capace di conviliare capitalismo di mercato e giustizia distributiva. La desiderabilità di un reddito universale garantito (anche se sotto forma meno esigente dell’imposta negativa) è stata appoggiata anche da molti pensatori liberisti, primi fra tutti Hayek e Friedman. Dal 1986 è attivo un network di riflessione e pressione politica a favore del basic income, prima solo europeo e poi, dal 2004, mondiale. Ed è attualmente in corso una petizione per chiedere alla Commissione UE di inserire il reddito di base nella propria agenda sociale. [...]”

    Questo è solo l’inizio di un articolo interessantissimo su chi sono i veri sponsor di questa proposta politica, e di come questa forma di welfare andrebbe a sostenere il capitalismo liberista e i consumi. Da leggere assolutamente.

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