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Campagna per l’amnistia sociale: un’adesione “critica”

 

Il Collettivo Militant ha deciso di aderire alla campagna politica per l’amnistia sociale, lanciata dall’Osservatorio sulla repressione e da molte altre strutture politiche e di movimento. Non nascondiamo che si tratta, nel nostro caso, di una adesione critica, espressa per due ordini di motivi: 1) ogni tentativo volto a far uscire dalle misure restrittive di diverso tipo i compagni e le compagne impegnati nelle lotte sociali trova il nostro appoggio; 2) è importante esprimere un segnale di controtendenza rispetto alle attuali linee della repressione che, come accade in ogni democrazia liberale, colpiscono chi si contrappone al dogma della proprietà privata, alla consuetudine della speculazione contro il territorio, alla instancabile tendenza alla privatizzazione dei beni comuni, al taglio del welfare e dei servizi, al restringimento di tutti i diversi tipi di salario, all’inevitabilità del lavoro privato e semi-schiavistico. Detto questo – e applauditi i compagni e le compagne che si pongono il problema di segnare un punto a sfavore delle suddette tendenze – non nascondiamo alcuni dubbi.

Partiamo dall’evidenza per cui il Diritto (legiferato, interpretato, eseguito) dipende dalla Politica e dai rapporti di forza tra le classi. In questo momento storico – in cui le mobilitazione sociali faticano a trovare continuità e collegamenti (anche perché spesso mancano di una chiara impronta anticapitalistica) – andare a chiedere un’amnistia per le lotte sociali rischia di configurarsi come il questuante che si pone di fronte allo Stato con il cappello in mano, per quanto gli stessi propositori dell’amnistia specifichino la loro lontananza dal “semplice” assistenzialismo carcerario e dall’associazionismo di settore. Altra osservazione, collegata alla precedente: firmiamo la richiesta di amnistia ben consapevoli che il suo carattere sia soprattutto simbolico (dare un segnale di controtendenza, è stato detto), dal momento che lo Stato difficilmente può recepire come non-punibili (quindi lecite, se non addirittura legali) atti o comportamenti che violano effettivamente e coscientemente le sue leggi. Si dirà: “Ma già in passato ci sono state amnistie!” Sì, sicuramente, ma hanno riguardato la chiusura di un ciclo di lotte considerato ormai terminato e, quindi, storicizzabile: un periodo storico che ha esaurito i suoi effetti e verso il quale, quindi, lo Stato intendeva interrompere il proprio accanimento. Non è questo il caso, evidentemente: l’attuale ciclo di lotte (la cui repressione giustamente indigna) è ancora bel lungi dal terminare, anche perché finora non ha prodotto quella finitezza di risultati attesi e auspicati. Chiedere un’amnistia “a metà del guado”, quindi, sembra quantomeno arduo. Una tale richiesta se fosse generalizzata come battaglia politica di libertà, però, avrebbe il merito di coinvolgere tutti quei compagni/e che sono ancora dentro le prigioni per la loro militanza nelle file delle organizzazioni combattenti di trenta o quaranta anni fa. La pervicacia dello Stato e dei suoi boia togati, molti dei quali di comprovata fede “progressista”, ci indigna più che mai e ci spinge ad aderire a questo appello, ricordando, anche in questa sede, che proprio lo Stato a cui stiamo chiedendo clemenza il prossimo 15 ottobre verrà indirettamente processato (da se stesso…) a Perugia, nell’ambito della revisione del processo per calunnia contro il compagno Enrico Triaca. La vicenda processuale di Triaca ha una importante valenza, perché diventa di fatto (seppure solo a livello simbolico, dato che lo Stato si può auto-processare, ma di certo non si può auto-condannare) l’ammissione dell’esistenza di una squadretta di torturatori, comandata da Nicola Ciocia, alias “Professor De Tormentis”, che dalla fine degli anni Settanta fino ai primi anni Ottanta aveva l’obiettivo di estorcere confessioni e informazioni ai militanti delle organizzazioni combattenti, sconfessando la favoletta dello Stato liberale che affrontava anche la fase più acuta della lotta di classe solamente con strumenti democratici. Pensiamo che chiedere l’amnistia oggi significhi necessariamente anche ricordare come lo Stato italiano abbia combattuto la sua guerra civile negli anni Settanta e Ottanta utilizzando i mezzi più ignobili che aveva a disposizione.

 

Crediamo, infine, che la battaglia contro la repressione abbia bisogno di due condizioni fondamentali: da una parte la mobilitazione, la lotta, la sensibilizzazione di ampi settori di movimento e di tutta quella parte di proletariato che è sempre più colpito dagli effetti della crisi; dall’altra un atteggiamento di unità, volto a considerare il campo della lotta alla repressione un terreno dove vanno evitati atteggiamenti settari e corporativi, anche nella diversità di posizioni.

 

Il nostro compito non è alzare muri ma abbatterli.

 

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22 comments to Campagna per l’amnistia sociale: un’adesione “critica”

  • Vittorio Antonini

    Troppe cose si intrecciano in questa adesione critica alla richiesta di una cd amnistia sociale, e credo che alcune di carattere storico/politico riferite ai militanti delle organizzazioni comuniste combattenti in verità avrebbero bisogno di una sede distinta per evitare i classici “minestroni eclettici” che non ci porterebbero da nessuna parte.
    Vorrei però sottolineare un errore, là dove si afferma:

    “Si dirà: “Ma già in passato ci sono state amnistie!” Sì, sicuramente, ma hanno riguardato la chiusura di un ciclo di lotte considerato ormai terminato e, quindi, storicizzabile: un periodo storico che ha esaurito i suoi effetti e verso il quale, quindi, lo Stato intendeva interrompere il proprio accanimento.”

    NON E’ COSI’, COMPAGNI.
    L’amnistia propriamente e unicamente politico/sociale del 1968 (per la quale nel giro di un anno uscirono dal carcere poco più di trecento detenuti) ;
    e l’amnistia/indulto del 1970, che aveva una sua parte definita “generale” e comprendente vari tipi di reato, ed un’altra parte definita “particolare” e rivolta ai reati connessi con le lotte e le mobilitazioni sociali, comprese quelle “aventi anche finalità politiche”, (per la quale nel giro di un anno uscirono oltre undicimila detenuti, la maggioranza dei quali erano “semplici detenuti comuni”);

    IN TUTTA EVIDENZA NON FURONO CONCESSE PER SANCIRE LA CHIUSURA DI UN CICLO DI LOTTE, ECC. ECC.
    NE’ LA DC E I SUOI COMPARI, NE’ I RIFORMISTI DEL PCI, DEL PSI E DEL PSIUP ERANO COSI’ INGENUI DA CONSIDERARE CHIUSO QUEL CICLO INIZIATO NEL 1967/68. ANZI…..

    il che, sul piano dell’analisi storica, suggerirebbe a tutti noi di calibrare con più attenzione i nostri giudizi sul mix di strumenti di prevenzione/contenimento/repressione che SEMPRE lo Stato mette in campo contro la possibilità di generalizzazione delle lotte di massa.
    Mentre sul piano contingente, potrebbe forse aiutarci a liberarci dall’illusione che nella fase attuale la sacrosanta resistenza alla repressione sia il terreno unificante delle lotte di massa.

  • Paola Staccioli

    Leggo con piacere l’adesione del Collettivo Militant alla campagna, anche se non la ritengo così “critica” rispetto allo spirito del Manifesto, quanto meno nelle intenzioni dei promotori. È necessario comunque costruire occasioni per confrontarsi direttamente.
    Al momento rispondo con poche parole schematiche e limitate solo al alcune delle questioni poste.
    La crisi economica si è sempre più andata acuendo in questi ultimi anni. Nello stesso tempo si sono sviluppate lotte che non hanno come protagonisti solo i militanti politici, ma anche settori popolari più vasti, che si mobilitano per la difesa dei loro diritti e contro le occupazioni militari o le devastazioni dei loro territori con grandi opere con il Tav o il Muos o con discariche, inceneritori, bretelle autostradali ecc. Queste lotte sono oggettivamente (anche se non sempre soggettivamente) lotte contro il modo di produzione capitalista. Si scontrano con interessi forti e vengono represse. Spesso non si tratta di grandi movimenti ma di piccoli comitati che hanno scarsi collegamenti. Non c’è oggi una forza politica in grado di unificare, generalizzare e guidare queste lotte. Si pone allora la necessità non di chiedere “clemenza”, o di illudersi che lo Stato possa fare una legge che “depenalizzi la lotta di classe” (le leggi e la loro applicazione sono espressione del rapporto di forza fra le classi) ma di tentare di far sì che proprio sviluppando il collegamento fra le differenti realtà venga posta con forza la rivendicazione della difesa e della legittimità delle lotte stesse, anche nelle loro forme più dure, anche nelle loro forme di resistenza. Le lotte sono legittime, le lotte non si processano. Mi trovo d’accordo con l’affermazione che la parola d’ordine dell’amnistia abbia prevalentemente oggi un carattere “simbolico” e ritengo che l’obiettivo principale della campagna in questa fase sia quello di costruire la garanzia perché le lotte possano riprodursi in futuro, di difendere e allargare spazi di agibilità politica, di sviluppare solidarietà fra le varie lotte. Il Manifesto sta raccogliendo molte adesioni, ma non vuole essere una delle tante petizioni che girano su internet. Vuole essere una base per una campagna che non si svolgerà davanti ai computer ma prevalentemente nelle strade, nelle piazze, nei territori. Per questo, ritengo molto importante un confronto e una discussione diretta. E penso sia necessario anche approfondire i temi dell’amnistia in generale e nella storia, e una analisi degli anni Settanta-Ottanta, come suggerisce il post di Vittorio, ma tale analisi deve essere più precisa di quanto non si possa fare in un blog.

  • insorgenze

    Non ho capito bene se le osservazioni pertinenti di Vittorio Antonimi della Papillon sulle amnistie del ’68 e del ’70 debbano essere prese come il segno di un suo rinsavimento e il preludio ad una sua imminente partecipazione alla campagna per l’amnistia sociale, per arrivare insieme all’obiettivo comune di un’amnistia generalizzata e alla creazione di un movimento antipenale. Me lo auguro!
    Mi chiedo, infatti, come Vittorio possa accontentarsi e ritenere di convincerci evocando come unico argomento a suo favore quel “principio di speranza” che va spammando con inviperita acrimonia da settimane su bacheche Fb e blog di mezza Italia, a rischio di essere preso persino per uno stalker.
    Un singolare attivismo alla rovescia, il suo, poiché mira alla demobilitazione, evoca improprie categorie, denuncia l’errore altrui. Ora che ciò venga detto da chi ha appoggiato nel corso dell’ultima campagna elettorale la lista giustizialista dell’inquisitore Ingroia, portando allo sbaraglio una risorsa come Ilaria Cucchi, che andava meglio tutelata, è abbastanza surreale.
    A noi questa politica dell’errore altrui non ci interessa Solo, come si è capito, nessuno pensi di potersi ergere da qualsiasi pulpito. Stiamo tutti lì, alla pari, sul marciapiede, gomito a gomito. Così concepiamo la battaglia.
    Dicevo che è davvero singolare lo sprezzo messo in mostra contro un’adesione così ampia, mai vista prima, al progetto di un movimento antipenale. E’ la prima volta che una critica così forte dei dispositivi emergenziali e del populismo penale e penitenziario trovano un così largo consenso. Di fronte a tutto ciò il buonsenso avrebbe consigliato che l’avvio di un processo del genere fosse sostenuto, arricchito, accompagnato, migliorato, invece di essere osteggiato, denigrato, insultato, caricaturato, deformato nei suoi propositi per poterlo così criticare attribuendogli posizioni che non ha, come hanno fatto a più riprese Vittorio Antonimi e Valerio Guizzardi, entrambi della Papillon.
    Questa dimostrazione di cecità che rasenta il cretinismo politico mi sconcerta ancora.
    Mentre sta partendo la mobilitazione, mentre si accumulano disponibilità, risorse, entusiasmo, voglia di fare, idee, progetti, tra improperi e maldicenze, scritte e sussurrate, dalla Papillon sono arrivati soltanto provocatori inviti a recedere, aspettare, smobilitare serbando fiducia non so bene se nel miraggio di una cattiva ideologia o nella salvifica speranza riposta, come nei Malavoglia e nei Promessi sposi, solo nella “provvidenza”.
    Prima o poi, ci dicono, arriverà una mobilitazione dall’interno delle carceri, la popolazione reclusa si risveglierà dal suo lungo sonno, prefigurando il ritorno ad una mitica età dell’oro infarcita di mal recepita retorica sui “dannati della terra” e magari pure su libri come “L’albero del peccato…”.
    Intanto la vita scorre altrove.
    Sapete una cosa, c’è un dato che più d’ogni altro dovrebbe far riflettere: l’esplosione dei suicidi in carcere segue il varo della riforma carceraria. Un terzo in meno prima della riforma e un numero di tentati suicidi e gesti di autolesionismo 14 volte superiore dopo. Molti studiosi di carcere trovano una spiegazione nei profondi mutamenti sociologici intervenuti nella popolazione detenuta, oggi più fragile: la presenza di un alto numero di tossicodipendenti e di stranieri; i mutamenti culturali (suicidarsi è meno disonorevole); la frantumazione della coesione; la struttura monocellulare che ha sostituito le camerate e quindi introdotto più solitudine.
    Rilievi socio-culturali importanti che ricordano in parte le modificazioni che hanno travolto la classe operaia. Ma c’è qualcosa che chi vi ha trascorso lunghi anni ha potuto cogliere.
    In realtà questi cambiamenti, sovrapposti alle innovazioni normative, delineano un qualcosa che sa molto di politico. La Gozzini (1986) ha spezzato lo sviluppo di rivendicazioni collettive, rendendo la detenzione una vicenda fondamentalmente singola, “privata”, legata a una logica premiale, paternalistico-inquisitoriale. L’aggressività o il conflitto hanno così mutato di segno rivolgendosi contro degli attori, i detenuti, divenuti soggetti nel senso di assoggettati. La fine della parola politica, della stagione delle lotte carcerarie ha lasciato come unica via l’impolitica dei corpi.
    Il carcere a suo modo è stato un laboratorio che ha anticipato-sperimentato processi che poi hanno investito la società esterna.
    Ha scritto molto lucidamente Adriano Sofri: “Non ci saranno rivolte e grandi scioperi delle carceri perché il loro oggi è un popolo di vinti e di divisi, di schiacciati, in pochissimi hanno la forza di rivendicare un diritto, fosse anche solo una branda al posto di un materasso lurido sul suolo.
    Intanto chiederanno qualche goccia in più di psicofarmaco o si tagliuzzeranno le braccia o la pancia. Non c’è da preoccuparsene dunque, per il momento”.

    Vittorio lo sa bene perché ci sbatte la testa, con un coraggio e una tenacia che sono il primo a riconoscergli da più di un decennio pagando anche di persona, come tanti altri sia chiaro. E proprio questo rende ancora più incomprensibile e ingiustificabile il suo atteggiamento.

    Per il resto la campagna per l’amnistia sociale parte da una evidenza, anzi da una emergenza sentita e subita da tutti: L’intensità e la pervasività di un attacco repressivo e preventivi che ormai si muove contro il semplice dissenso sociale. E’ chiaro che di fronte ad una situazione del genere ogni forma di azione collettiva dovrà misurarsi, volente o nolente, con questo tipo di problema.
    Come mi è già capitato di scrivere, se si vuole tornare a far respirare la società bisogna allargare il più possibile le maglie che la contengono. Non c’è critica dell’attuale società liberista che possa aver successo senza una contemporanea rimessa in discussione dell’apparato penale che la sostiene. Riassorbire la legislazione d’emergenza nella quale si annidano le tipologie di reato più insidiose, ma ancor di più la forma mentis che ispira l’azione della magistratura, ovvero l’idea che la materia sociale, l’azione collettiva, sia una questione di ordine pubblico se non di chiara eversione. Per farlo bisogna scardinare l’impalcatura giustizialista costruita negli ultimi decenni. Da qui l’esigenza, condivisa oggi, di aprire una vertenza per l’indulto e l’amnistia in favore dei reati politici, sociali.
    Si parte da qui, dal proprio, per costruire un soggetto in grado di prendere in mano una rivendicazione generale che investa tutto l’universo concentrazionario.

    D’altronde se diventerà sempre più difficile fare una manifestazione, figuriamoci dentro un carcere il tentativo di mettere in piedi una banale battitura dei ferri, uno sciopero dei lavoranti. Una volta per tutte basta con la demagogia.

    Ringrazio, infine, i compagni di Militant per la loro adesione alla campagna per l’amnistia sociale. Il loro contributo critico è utile, ciò detto consiglio per meglio approfondire e indirizzare la discussione sulla casistica, la natura e il ruolo delle amnistie nella storia e più specificamente in quella moderna-contemporanea alcune letture di cui qui di seguito segnalo delle recensioni:

    http://insorgenze.wordpress.com/2012/07/16/politici-e-amnistia-tecniche-di-rinuncia-alla-pena-per-i-reati-politici-dall%E2%80%99unita-ditalia-ad-oggi/

    http://insorgenze.wordpress.com/2005/03/02/amnistia-per-i-militanti-degli-anni-70/

    http://insorgenze.wordpress.com/2009/04/25/lamnistia-togliatti/

    http://insorgenze.wordpress.com/2007/08/25/una-storia-politica-dell%E2%80%99amnistia/

    http://insorgenze.wordpress.com/2012/09/17/violante-contro-trasibulo-e-la-democrazia-ateniese-lamnistia-e-piu-fascista-che-democratica/

    Un’ultima cosa. E’ vero che l’amnistia politica del ’68 ha permesso l’uscita di poche centinaia di persone. Ma il calcolo va fatto su quelle che non sono entrate, su quelle che sono ritornate ad avere una normale vita civile e sociale oltre che nornale e piena agibilità politica.
    Non facciamo il gioco delle tre carte!

  • Vittorio Antonini

    Aiutoooooooooooo!

    Ma daj, Paolo Persichetti, allora sei davvero come il bambino capriccioso e viziato che nel noto esperimento froidiano srotola in continuazione il rotoletto di lana per misurare la pazienza e l’amore dei suoi punti di riferimento affettivi.

    Guarda, prima di rispondere con poche righe alle tue nervose osservazioni, ti confesso pubblicamente un mio intimo segreto:
    Io ti ho conosciuto solo nel 2008 in carcere, vieni da un percorso di vita, di formazione politica e di militanza combattente notevolmente di verso dal mio, ma ti ho stimato ed anzi “amato ” praticamente da subito e per quello che sei…. e francamente ancora oggi ti amo, nonostante le tue lacunose analisi storico/politiche che ti hanno portato ad accettare una versione un pò rachitica e persino “corporativa” della necessaria e multiforme battaglia per un provvedimento generale di amnistia e indulto ripartita negli ultimi tre anni .
    Certo è vero che sei andato ben oltre il lecito nelle infondate accuse personali espresse domenica scorsa, e tu sai che quando si lanciano accuse personali infamanti (tipo le amicizie con gli imprenditori della politica) si ha il dovere di dimostrarle oppure di chiedere semplicemente scusa, ma capisco che a volte nella contesa politica ci si lascia andare oltremisura, soprattutto quando ci si accapiglia con compagni che in un certo qual modo ci sono cari.

    Un pò meno ti giustifico invece quando tratti Ilaria Cucchi come una donna incapace di riflettere e deecidere autonomamente, eppure tu dovresti sapere che il mio convinto sostegno alla sua candidatura è stato SUCCESSIVO alla sua scelta di accettare la candidatura dell’unica forza politica che gliela propose, O neanche questo ricordi?

    Detto questo, veniamo al sodo:
    Io credo che il tuo esagerato nervosismo espresso anche nel post qua sopra non sia dovuto al caso.
    Noi abbiamo invitato tutti a riflettere PRIMA di esporsi pubblicamente con obiettivi appunto “corporativi”, e la mia impressione è che ogni giorno di più la discussione che accomapagna la tua/vostra iniziativa evidenzia giustamente che il necessario “punto di precipitazione” di questa positiva rinnovata attenzione di tante realtà verso i temi della lotta contro il carcere e ciò che tu chiami “populismo penale”, è esattamente la parola d’ordine di un provvedimento generale di amnistia, definito per pena prevista e per titolo di reato, che arrivi ad includere anche tutti i reati connessi con l’organizzazione delle lotte sociali, ed un provvedimento di indulto generalizzato di almeno tre anni che riguardi tutti i detenuti senza esclusioni.
    Tutto qua. E’ del resto lo stesso contenuto dei provvedimenti di amnistia e indulto del 1970, quelli a cui ci siamo riferiti sino a un paio di mesi fa. Remember?
    E vedrai che ben presto arriverete a convenirne anche tu e altri bravissimi compagni, e questo diventerà l’obiettivo principale della più vasta ed unitaria mobilitazione contro il carcere (e ciò che tu definisci “populismo penale”) e che già da tempo coinvolge anche realtà sociali e politiche diverse dalle nostre ma già schierate su questo obiettivo.

    Stai infine tranquillo e non armeggiare con analisi sull’attuale composizione sociale delle carceri che sembrano davvero fondate sull’acqua, frutto più di un micidiale mix tra cultura della sconfitta e atteggiamenti estremisti/riformisti che non su dati statistici che ne rilevino con precisione le caratteristiche oggettive prima ancora che quelle soggettive.
    Ma forse è proprio per questo che sei costretto ad appellarti al caro Sofri, che utilizzando il tuo stesso micidiale mix nel passato ha “giustificato” persino gli stermini di massa nella ex Jugoslavia….. e guarda che era davvero convinto della loro necessità, non era un venduto, era in perfetta buona fede…. ad ennesima dimostrazione del fatto che di buone intenzioni sono lastricate le strade …….

    Ciao Paolo, e stai tranquillo, noi della Papillon nella battaglia per un provvedimento generale di amnistia/indulto ci siamo e ci saremo, nelle forme e nei modi che saranno necessari e quindi possibili.

    Sabato 27 abbiamo già annunciato pubblicamente che cercheremo di farlo cercando di legarci alle importanti giornate di mobilitazione di ottobre contro le scelte economiche e politiche interne ed internazionali dell’Italia e dell’Europa, quelli che in questa fase (e ancora per molto) sono i principali terreni di lotta su cui si costruisce l’unità di classe.
    Non capisco perchè a te la cosa possa dar fastidio e perchè ti facciano quasi pena gli scioperi del carrello, quello dei lavoranti, le fermate all’aria, ecc. ecc., ma francamente è un problema tutto tuo, caro. Ma ovviamente se tu volessi darci concretamente una mano ad organizzarli, sei il benvenuto, visto che conosci benissimo le difficoltà e i prezzi che si incontrano e si pagano in questo lavoro nelle galere.

  • Militant

    C’è una campagna per l’amnistia per i reati sociali. C’è la nostra adesione, espressa con alcune osservazioni in pieno spirito costruttivo. Ben lieti che anche questo blog sia uno dei tanti spazi per la discussione e per l’unione nelle mobilitazioni autunnali in favore dell’amnistia per i reati sociali e contro la tortura di Stato, invitiamo i compagni e le compagne a rimanere nei termini del dibattito.

  • insorgenze

    Va bene Vittorio, vedo che come al solito quando sei in difficoltà sui contenuti la butti in caciara trascinando verso il precipizio la discussione.

    Solo una cosa, poi passo e chiudo:

    mi sembra che, senza ammetterlo, anche tu per non restare al palo ti sei rassegnato a mutare velocemente linea adeguandoti all’evidenza che non volevi vedere e che la campagna per l’amnistia sociale ti ha messo davanti agli occhi. E così, come annunci, anche la Papillon tenterà di intrecciare amnistia e questione sociale in vista del prossimo ottobre. Un nesso indissolubile di questi tempi.
    Sempre meglio tardi che mai. Anche se hai deciso di arrivarci per la via più contorta, carica di giravolte e capriole, ci troverai ad attenderti alla meta.

    Il resto, caro Vittorio, sono le tue solite provocazioni. Non le raccolgo. Ti lascio volentieri rotolare nella polvere.

  • Vittorio Antonini

    GIURO CHE E’ L’ULTIMO POST SU QUESTO VOSTRO BLOG, POI MI APPELLERO’ ALLA CONVENZIONE DI GINEVRA O A QUALCHE NUMERO VERDE… OPPURE AL 118 CHE FORSE E’ MEGLIO.

    La faccenda nei suoi termini politici è di una semplicità spaventosa:
    per noi è indispensabile che chi lotta fuori deve riassumere nel suo attuale obiettivo principale (non in suo indeterminato futuro obiettivo) anche e soprattutto gli interessi di quella enorme massa di emarginazione che per periodi più o meno lunghi attraversa i corridoi delle galere, e per questo ribadiamo la necesstà che l’obiettivo su cui mobilitarsi non può che essere un provvedimento generale di amnistia, definito per pena prevista e per titolo di reato, che arrivi ad includere anche tutti i reati connessi con l’organizzazione delle lotte sociali, ed un provvedimento di indulto generalizzato di almeno tre anni che riguardi tutti i detenuti senza esclusioni.
    Tutto qua. E’ così difficile da capire e realizzare?
    Cosa cavolo ci vuole a modificare una parola d’ordine che è di fatto un pò rachitica e persino un pò “corporativa”?

    INFINE, SOLO PER AMORE DELLA VERITA’ E POI CHIUDO VERAMENTE.
    La necessità del legame tra lotte di massa e lotta contro il carcere e l’armamentario legislativo dello Stato è qualcosa che la Papillon ha sempre sottolineato fin dal novembre del 2005, già nel rapporto con ciò che allora si definiva “movimento dei movimenti”.

    Ed anche la nostra volontà di collegarsi alla mobilitazione del prossimo ottobre l’abbiamo già espressa chiaramente e pubblicamente nella riunione svoltasi agli inizi di Luglio a Roma, nella sala di via Galilei, organizzata da USB, COBAS e RETE 28 APRILE. Erano presenti un centinaio di militanti di varie realtà di classe e c’era anche Paolo Persichetti e qualcun altro tra i promotori della cd amnistia sociale, che però hanno evitato di prendere la parola in quell’occasione.
    Questa è la pura e semplice verità …… un centinaio di compagni possono confermarlo, ed è quindi poco serio far finta che la scelta della Papillon sia una novità “maturata per vie contorte”.
    Questo è quanto.
    Per il capriccioso Paolo, invece, un invito a contare fino a dieci prima di offendere e dire cavolate campate per aria…. solo fino a dieci, non di più.
    Grazie ai compagni di militant per l’ospitalità.

  • Brigante

    Dopo il serio, il faceto: Pare che da stamattina tra i firmatari ci sia un certo S.B.

  • Un intervento di Vincenzo Guagliardo sull’amnistia sociale

    E’ evidente che, già di per sé, “oggettivamente”, la proposta di indulto-amnistia “sociale” né potrebbe né – credo – voglia sancire la fine di un’epoca o l’oltrepassamento di un cosiddetto ciclo di lotte. E’ vero semmai l’esatto contrario: segna l’esigenza sentita da più parti, anche molto diverse tra loro, di resistere a qualcosa di nuovo: la pervasività del sistema penale eretta contro ogni manifestazione del conflitto sociale. Questa tendenza arriva ormai a delle esagerazioni caricaturali (ma pure inquietanti, e gravi per chi le deve subire), come quella savoiarda di voler accusare addirittura di terrorismo il movimento No Tav in Val di Susa.
    Decenni fa il movimento operaio lottava per pane, lavoro e minor fatica. Alla lotta poteva seguire o meno la repressione secondo i rapporti di forza esistenti. Oggi invece ogni lotta trova a priori un ostacolo di possibile rilievo penale (e di tipo inquisitoriale). Deve fare i conti con una nuova realtà sapientemente (o ciecamente?) costruita negli ultimi tre decenni passo dopo passo, di emergenza in emergenza, da quella contro il “terrorista” a quella contro il lavavetri dichiarata da qualche sindaco-sceriffo. Le democrazie occidentali rivelano una tendenza “totalitaria” che non può più essere ignorata: da un lato c’è gente in galera da oltre trent’anni e dall’altro c’è gente che è “illegale” per il fatto stesso di esistere grazie a leggi che la privano del permesso di soggiorno. In mezzo a questi due poli, e fra mille gradazioni diverse, può ormai ritrovarsi ognuno.
    E ora vediamo in quale cornice stanno questi due poli estremi: nella sua specificità, il caso italiano suscita attenzione persino a livello europeo. Segnali simbolicamente forti sono arrivati dal Vaticano che ha abolito l’ergastolo e riconosciuto la tortura come reato, e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dichiarato incostituzionale l’ergastolo.
    E’ importante sottolineare di nuovo che l’ondata repressiva al livello sociale non avviene come repressione “a valle” di episodi signicativi di lotta violenta, ma “a monte”, quale modello di controrivoluzione preventiva offerto come politica principale – per non dire unica – nei confronti del variegato e frammentatissimo proletariato attuale. (Il “resto” è espropriazione di reddito dei poveri a favore dei ricchissimi). Perciò se prima eravamo nell’epoca del “pane e lavoro”, ora siamo in quella di “pane, lavoro e libertà”, da subito, e non “dopo”.
    Diritto di manifestare, fine dell’ergastolo e no alla tortura saranno necessariamente la nuova cornice, accanto alle lotte sul lavoro e per il reddito, entro cui dovrà resistere il proletariato attuale contro la propria frammentazione e le drammatiche corporativizzazioni che possono derivarne. Sarà l’inizio di un lungo, nuovo e difficile processo storico e non il sereno suggello di un passato. Sarà il mezzo con cui costruire una grande unità oggi ancora lontana.
    E non potrà essere solo una piattaforma rivendicativa: richiede ovviamente un impegno personale che vada al di là del manifestare per chiedere il diritto di manifestare.
    La tendenza “totalitaria” infatti è tale perché cancella la differenza tra diritto privato e diritto pubblico. Vuole attentare alla stessa volontà dell’individuo, la vuole sostituire con la norma dell’autorità in ogni piega. Il premio ha sostituito il diritto. L’individuo non è più un “cittadino” ma un suddito o, meglio, un malato da curare da se stesso. E’ così che le aule di giustizia sono diventate un mercato (delle coscienze) attraverso nuovi riti come il “patteggiamento” e il “rito abbreviato” dove alcuni avvocati si prestano ormai a rinunciare al loro ruolo classico di difensori dell’imputato per ridursi a portaborse del p.m. Difficilmente la resistenza qui indicata andrà avanti se non saprà sottrarsi a questi riti e difendere invece le proprie ragioni dalla logica di mercato applicata alle idee.

  • Alessandro

    Il tema della repressione è un tema eminentemente politico, e per questo credo sia difficile trovare una sintonia fra diverse aree politiche, visto che ognuna di queste legge il fenomeno repressivo secondo i propri punti di riferimento ideali. Si può trovare unità d’intenti nella solidarietà militante verso questo o quell’arrestato, questo o quell’individuo, o struttura, o area, colpita dalla repressione, ma difficilmente si potrà trovare una sintesi politica su un tema politico assolutamente dirimente.

    Per come la vedo, uno Stato è un apparato (o l’organizzazione di un insieme di apparati) volto alla gestione economia e sociale di un territorio. E’ uno strumento, con cui i ceti dirigenti (espressione delle classi dominanti) organizzano il proprio potere esclusivo su un determinato territorio. Detto questo, dunque, uno Stato necessita per definizione di un suo apparato repressivo. Un apparato repressivo, cioè, sarebbe necessario e ineliminabile anche sotto uno Stato socialista, dove per giunta vivremmo in una forma di dittatura, per quanto “proletaria” (dunque la repressione aumenterebbe, sebbene sotto altre forme, e non diminuirebbe). Apparato repressivo non significa esclusivamente carceri disumane e tutte le altre “storture del sistema”, ma quell’insieme di forme che prende la prevenzione e la salvaguardia della società dall’illegalità.

    Già da queste poche righe non vedo come una posizione come questa, che posso definire genericamente “comunista”, possa legarsi e sintetizzarsi con tutto un altro filone politico che vede nella repressione un nemico in quanto tale, e nelle forme che via via questa prende (processi, carceri, restrizioni di libertà varie, eccetera) un problema in se, che deve essere combattuto.

    Dunque, è assolutamente lecito che uno Stato si difenda dall’illegalità anche attraverso il fenomeno repressivo. Il problema è che tutta una serie di reati più o meno “sociali”, con il riflusso della lotta di classe, hanno visto aggravare la propria posizione “legislativa”. Se prima tirare una molotov a una manifestazione veniva punito in un certo modo, oggi lo è allo stesso modo tirare un sasso, o anche solo minacciare di farlo. E questo non perchè lo Stato sia diventato più cattivo, ma perchè la fine di un ciclo di lotte ha lasciato sul campo uno Stato che si sta rapidamente riprendendo tutte quelle quote di potere che nel corso di alcuni anni ha lasciato sul campo dei rapporti di forza non troppo favorevoli (e questo vale per la repressione come per tutti gli altri campi). Insomma, l’unico modo per cambiare il senso della giustizia e della legislazione verso i reati “sociali” non è quello di chiedere allo Stato di essere più comprensivo, ma di riequilibrare il rapporto di forze a nostro favore.

    Detto tutto questo, concordo con Vittorio Antonini. Una richiesta di amnistia non può riguardare solo un piccolo contesto di militanti politici colpiti dalla repressione, ma deve riguardare tutti quei reati non politici compiuti anche da non militanti. L’assenza di strutture politiche di massa, e più in generale l’assenza di un concreto ciclo di lotte, ha reso apparentemente non politici tutta una serie di comportamenti illegali che una volta sarebbero stati compresi in tutta la loro politicità. Oltretutto la massa carceraria “impolitica” cresce sempre di più, e questo a fronte di una popolazione carceria fatta di militanti politici oggettivamente irrisoria rispetto al totale. Cercare di comunicare con quella massa esclusa credo sia il nostro compito.

    Concordo con Antonini anche sul discorso dell’amnistia come risposta di uno Stato non più “impaurito” da un qualche ciclo di lotte. Anzitutto, evitiamo di leggere meccanicamente i processi sociali ed economici alla base di queste decisioni. Lo Stato non è un apparato omogeneo e razionale, ma al suo interno vive contraddizioni importanti, e queste portano l’organizzazione statuale a comportarsi a volte in senso differente rispetto alle nostre previsioni.
    Oltretutto, quando si parla di carcere bisognerebbe avere meno presunzione intellettuale (e questo non è rivolto a nessuno in generale qua sopra) e più senso di adattamento pratico. Ogni movimento di lotta al mondo (dai baschi ai palestinesi, dalle guerriglie latinoamericane agli irlandesi, ai curdi), ha fra le principali richieste di lotta l’amnistia per i propri detenuti, indifferentemente di quale sia la controparte o se il proprio movimento ha chiuso o meno un “ciclo”. Addirittura i baschi chiedono allo Stato spagnolo di mantenere i propri detenuti dentro il Paese Basco, richiesta che più “moderata”, se vogliamo, non può essere. Eppure fanno bene, perchè c’è un livello umano da mantenere che raramente dovrebbe essere sacrificato sull’altare dell’ideologia. L’importante è portate i compagni fuori dalle galere, utilizzando tutti i mezzi che il nemico ci lascia, sfruttando tutte le contraddizioni che ci vengono a favore, e se una di queste contraddizioni è il sistema legale e giuridico, va percorsa anche questa strada. Poi anche questa non dev’essere presa come verità di fede (nel senso che *qualsiasi cosa* va bene pur di far uscire compagni dal carcere), ma in linea di massima meglio un compagno libero che uno in galera, così come è meglio un compagno non torturato che uno torturato, e questo va sempre ricordato.

  • Ile

    Sono d’accordo con Alessandro sul fatto che ogni forma di organizzazione statuale ha bisogno di un apparato repressivo. Personalmente io ho una posizione abolizionista sul carcere, sia per quanto mi riguarda questo modello di società che nel carcere trova un fondamento, sia per quanto riguarda una futura e ideale società socialista. Ovviamente, però, la ricerca di misure alternative al carcere non mi fa perdere di vista il fatto che, comunque, si tratterebbe di misure appunto alternative, non della fine della represssione dei reati. Poi, ovviamente, penso anche che i reati siano l’espressione dei rapporti economici e sociali e che in una società che guarda al comunismo (e quindi all’estinzione dello stato) i reati cambino forma, ma questo è un altro discorso.

    Condivido anche l’idea, tanto di Alessandro quanto di Vittorio Antonini, della necessità di inserire la richiesta di un’amnistia sociale (espressione che, in tutta franchezza, non comprendo) in una richiesta di amnistia generale. E questo, oltre che per i motivi richiamati sopra, anche per due ragioni pratiche: 1) nessun reato “sociale” è tale per lo Stato, si tratta sempre di reati comuni (spesso contro la proprietà – cosa che del resto svela il carattere del sistema capitalista in cui viviamo, evidentemente ignorato dall’appello-, a volte contro le forze dell’ordine… possiamo definire il reato di “devastazione e saccheggio” come un reato sociale? non facciamo gli ingenui, per favore); 2) perchè una battaglia per l’amnistia generalizzata può essere vittoriosa. Dovremmo imparare ad agire per allargare contraddizioni aperte da fatti come la condanna a Berlusconi. Vogliono salvarlo? Bene,concedessero un’amnistia generalizzata. Al contrario, proporre un appello per un’amnistia sociale, con rapporti di forza tanto sfavorevoli, nell’assoluta assenza di una lotta che unisca chi sta fuori e chi sta dentro, mi sembra solo una mossa velletaira e strumentale.
    Tra l’altro, diciamocelo apertamente, in Italia la repressione contro i militanti politici agisce quasi sempre in forma preventiva a causa del potere dei pm: anni di processo, misure preventive ma… quanti compagni e quante compagne vengono poi condannati? Anche qui, guardiamoci in faccia onestamente: i processi servono a dissuadere, ma il carcere o i domiciliari, alla fine, non se li fa nessuno tra i militanti politici.

    Mi lascia, inoltre, allibita che a una richiesta di amnistia sociale non si accompagni una di amnistia politica, per i compagni e le compagne che stanno magari in carcere o hanno misure cautelari anche esterne ad esso da decenni per le scelte di lotta armata negli anni ’70-’80. Ma anche per i compagni condannati per l’Operazione tramonto. Mi sembra proprio una scelta snob, da gente che non vuole “sporcare” la campagna con un argomento magari giudicato delicato.

    Non sono troppo d’accordo – ma credo di non aver capito bene – la parte conclusiva del commento di Alessandro. Le organizzazioni che chiedono un’amnistia politica sono solitamente quelle che hanno concluso un ciclo di lotte o che hanno siglato una tregua con lo Stato, non quelle in piena attività. Altra cosa è, ovviamente, chiedere migliori condizioni, misure alternative, il rispetto almeno da parte dello Stato delle sue proprie leggi.
    Sono anche d’accordo che è sempre meglio un compagno (o anche una persona x) fuori che dentro. Ma penso anche che i compagni e le compagne dovrebbero considerare più fondatamente il carcere come un aspetto possibile (ovviamente da non ricercare) della propria attività politica: il carcere non è una cosa separata dalla società, ma uno dei suoi aspetti in cui poter intervenire politicamente. Insomma, se scegli di porti contro questa sistema vai incontro alla repressione, e potresti incappare anche nel carcere.

  • Scusate, ma credo sia opportuno per non rendere la discussione infruttuosa attenersi alla CRITICA DEL TESTO e non a dicerie, sentito dire, a ciò che si pensa sia stato scritto o si vorrebbe fosse stato scritto o si è sognato che è stato scritto.
    Attenersi al TESTO di cui si discute è un criterio di rigore e serietà. Buona lettura.

    Manifesto per l’amnistia sociale

    Negli ultimi mesi, fra alcune realtà sociali, politiche e di movimento, ma anche singoli attivisti e avvocati, è nato un dibattito sulla necessità di lanciare una campagna politica sull’amnistia sociale e per l’abrogazione di quell’insieme di norme che connotano l’intero ordinamento giuridico italiano e costituiscono un vero e proprio arsenale repressivo e autoritario dispiegato contro i movimenti più avanzati della società. Da tempo l’Osservatorio sulla repressione ha iniziato a effettuare un censimento sulle denunce penali contro militanti politici e attivisti di lotte sociali. Ora abbiamo la necessità, per costruire la campagna, di un quadro quanto più possibile completo, che porterà alla creazione di un database consultabile on-line. Ad oggi sono state censite 17 mila denunce.
    Il nuovo clima di effervescenza sociale degli ultimi anni, che non ha coinvolto solo i tradizionali settori dell’attivismo politico più radicale ma anche ampie realtà popolari, ha portato a una pesante rappresaglia repressiva, come già era accaduto nei precedenti cicli di lotte. Migliaia di persone che si trovavano a combattere con la mancanza di case, la disoccupazione, l’assenza di adeguate strutture sanitarie, la decadenza della scuola, il peggioramento delle condizioni di lavoro, il saccheggio e la devastazione di interi territori in nome del profitto, sono state sottoposte a procedimenti penali o colpite da misure di polizia. Così come sono stati condannati e denunciati militanti politici che hanno partecipato alle mobilitazioni di Napoli e Genova 2001 e alle manifestazioni del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 a Roma.
    Il conflitto sociale viene ridotto a mera questione di ordine pubblico. Cittadini e militanti che lottano contro le discariche, le basi militari, le grandi opere di ferro e di cemento, come terremotati, pastori, disoccupati, studenti, lavoratori, sindacalisti, occupanti di case, si trovano a fare i conti con pestaggi, denunce e schedature di massa. Un “dispositivo” di governo che è stato portato all’estremo con l’occupazione militare della Val di Susa. Una delle conseguenze di questa gestione dell’ordine pubblico, applicato non solo alle lotte sociali ma anche ai comportamenti devianti, è il sovraffollamento delle carceri, additate anche dalla comunità internazionale come luoghi di afflizione dove i detenuti vivono privi delle più elementari garanzie civili e umane. Ad esse si affiancano i CIE, dove sono recluse persone private della libertà e di ogni diritto solo perché senza lavoro o permesso di permanenza in quanto migranti, e gli OPG, gli ospedali di reclusione psichiatrica più volte destinati alla chiusura, che rimangono a baluardo della volontà istituzionale di esclusione totale e emarginazione dei soggetti sociali più deboli.
    Sempre più spesso dunque i magistrati dalle aule dei tribunali italiani motivano le loro accuse sulla base della pericolosità sociale dell’individuo che protesta: un diverso, un disadattato, un ribelle, a cui di volta in volta si applicano misure giuridiche straordinarie. Accentuando la funzione repressivo-preventiva (fogli di via, domicilio coatto, DASPO), oppure sospendendo alcuni principi di garanzia (leggi di emergenza), fino a prevederne l’annichilimento attraverso la negazione di diritti inderogabili. È ciò che alcuni giuristi denunciano come spostamento, sul piano del diritto penale, da un sistema giuridico basato sui diritti della persona a un sistema fondato prevalentemente sulla ragion di Stato. Una situazione che nella attuale crisi di legittimazione del sistema politico e di logoramento degli istituti di democrazia rappresentativa rischia di aggravarsi drasticamente.
    Non è quindi un caso che dal 2001 a oggi, con l’avanzare della crisi economica e l’aumento delle lotte, si contano 11 sentenze definitive per i reati di devastazione e saccheggio, compresa quella per i fatti di Genova 2001, a cui vanno aggiunte 7 persone condannate in primo grado a 6 anni di reclusione per i fatti accaduti il 15 ottobre 2011 a Roma, mentre per la stessa manifestazione altre 18 sono ora imputate ed è in corso il processo.
    Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future urtando quelle presenti. Le organizzazioni della classe operaia, i movimenti sociali e i gruppi rivoluzionari hanno storicamente fatto ricorso alle campagne per l’amnistia per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Oggi sollevare il problema politico della legittimità delle lotte, anche nelle loro forme di resistenza, condurre una battaglia per la difesa e l’allargamento degli spazi di agibilità politica, può contribuire a sviluppare la solidarietà fra le varie lotte, a costruire la garanzia che possano riprodursi in futuro. Le amnistie sono un corollario del diritto di resistenza. Lanciare una campagna per l’amnistia sociale vuole dire salvaguardare l’azione collettiva e rilanciare una teoria della trasformazione, dove il conflitto, l’azione dal basso, anche nelle sue forme di rottura, di opposizione più dura, riveste una valenza positiva quale forza motrice del cambiamento.
    Nel pensiero giuridico le amnistie hanno rappresentato un mezzo per affrontare gli attriti e sanare le fratture tra costituzione legale e costituzione materiale, tra la fissità e il ritardo della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Sono servite a ridurre la discordanza di tempi tra conservazione istituzionale e inevitabile trasformazione della società incidendo sulle politiche penali e rappresentando momenti decisivi nel processo d’aggiornamento del diritto. È stato così per oltre un secolo, ma in Italia le ultime amnistie politiche risalgono al 1968 e al 1970.
    Aprire un percorso di lotta e una vertenza per l’amnistia sociale – che copra reati, denunce e condanne utilizzati per reprimere lotte sociali, manifestazioni, battaglie sui territori, scontri di piazza – e per un indulto che incida anche su altre tipologie di reato, associativi per esempio, può contribuire a mettere in discussione la legittimità dell’arsenale emergenziale e fungere da vettore per un percorso verso una amnistia generale slegata da quegli atteggiamenti compassionevoli e paternalisti che muovono le campagne delegate agli specialisti dell’assistenzialismo carcerario, all’associazionismo di settore, agli imprenditori della politica. Riportando l’attenzione dei movimenti verso l’esercizio di una critica radicale della società penale che preveda anche l’abolizione dell’ergastolo e della tortura dell’art. 41 bis.Chiediamo a tutti e tutte i singoli, le realtà sociali e politiche l’adesione a questo manifesto, per iniziare un percorso comune per l’avvio della campagna per l’amnistia sociale.

    Giugno 2013

  • Ile

    @amnistia sociale
    Ma come si fa ad attenersi alla critica del testo senza parlare di ciò che “si vorrebbe fosse stato scritto”? Ma poi che c’è un giuidice della serietà delle discussioni?! Boh.

  • Paolo

    @Ile
    Mi rendo conto che l’eccesso di sintesi non ha reso l’ironia del passaggio in questione che si rivolgeva a ciò che comunemente si definisce “processo alle intensioni”. Un’antica tecnica della controversia che attribuisce al proprio contraddittore cose mai dette e che dunque “si vorrebbe fossero state dette” per criticarlo più facilmente.
    Artificio di cui si è fatto largo uso in molti commenti presenti sopra. Tutto qui. E’ ovvio che nessuno pensava di censurare le eventuali critiche aile insufficienze del testo.
    Solo che – faccio notare a puro titolo di esempio – se si scrive che la campagna per l’amnistia sociale è contro l’amnistia generale, si sostiene una cosa falsa. Basta leggere il testo per rendersene conto. Sostenere che sia stato omesso il problema delle detenzione politica è altrettanto inesatto, visto che viene sollevato il problema della legislazione speciale edificata sul finire degli anni 70 e successivi, e si citano espressamente gli associativi.
    Insomma auspichiamo un dibattito costruttivo, animato da buona fede, l’obiettivo e federare il massimo di forze per fare massa critica. Da qui il riferimento alla pertinenza delle critiche.
    Poi se si resta in disaccordo, pazienza.

  • Ile

    @Paolo
    A me sembra che per parlare di rigore e serietà bisognerebbe essere onesti. Parlare (chiededo l’indulto… non l’amnistia, l’indulto: mi sembra una scelta di campo, no? è di questo che se volete rendete conto) di reati associativi vuol dire NON chiedere un’amnistia politica per gli anni ’70-’80: anche perchè – guardiamoci in faccia – lì si parla di omicidi, sequestri, non solo di reati associativi. Mi sembra un po’ diverso: nessuno chiede a nessun altro di “sporcarsi le mani”, comunque, ma lasciate che si abbia un parere in merito. Questo, ovviamente, per attenersi al TESTO come chiedevi.
    Sull’amnistia generale, il testo dell’appello non è chiaramente CONTRO (c’è scritto), ma – se i promotori vogliono – secondo me dovrebbero spiegare perchè hanno deciso di percorrere la strada di un appello per un’amnistia sociale e non per un’amnistia generalizzata. Perchè? E’ questo che io vorrei capire. Tra l’altro, a mio avviso, l’appello rovescia i termini della questione: è l’amnistia generalizzata che fa da volano a quella sociale/politica e non il contrario. Il contrario mi sembra, sinceramente, un guardarsi ai cazzi propri. portando tra l’altro avanti un’ottica differenziale (e penso che ai trattamenti differenziali dovremmo opporci TUTTI) tra detenuti comuni e politici. Che poi, per la legge, non esistono reati politici (se non quelli riconducibili alla lotta armata o all’attacco alle istituzioni) mi sembra piuttosto chiaro.
    Infine mi chiedo PERCHE’ lo Stato dovrebbe dare ascolto a questo appello. Quali condizioni di lotta stiamo creando per renderlo praticabile? “Solo la lotta paga” non è solo uno slogan, eh. E, quando si parla di carcere, l’unica lotta possibile è dentro e fuori il carcere. Solo che mi chiedo in quale modo, guardandosi solo al proprio orticello di militanti, si possa pensare di fare una lotta dentro il carcere, visto che i comuni sono esclusi dall’appello: mi sembra che i compagni e le compagne in carcere per i reati coperti dall’amnistia sociale siano 4 (Jimmy, Fagiolino, Marina e Davide)… sbaglio? Che poi penso – conoscendo la loro biografia politica, ma potrei ovviamente sbagliare – che manco tutti appoggerebbero tale appello. O pensate che i detenuti comuni dovrebbero iniziare una lotta per l’orticello altrui?
    Tra l’altro, per settembre è previsto un mese di mobiitazione dei detenuti (ovviamente comuni e politici), che richiede anche un’amnistia generalizzata (http://uniticontrolarepressione.noblogs.org/post/2013/07/22/mobilitiamoci-in-solidarieta-e-a-sostegno-della-lotta-dei-prigionieri/#more-516). Si tratta naturalmete di un’iniziativa che nasce dai politici e si estende, cosa che è impossibile per il vostro appello per l’amnistia sociale, che tra l’altro neanche capisco come si può porre rispetto a queste iniziative dei detenuti. Non sono proprio contemplate nel vostro orizzonte, mi pare.
    Insomma, io penso che non si possa essere contrari alla richiesta di una amnistia sociale, ma questo appello è insufficiente, velleitario e un po’ snob.

  • Ile

    C’è un bel volantino del settembre 1974 a firma Nap, Autonomia operaia, Nucleo esterno movimento dei detenuti che, secondo me, espone ancora oggi una piattaforma valida e intelligente sulla questione del carcere e della repressione:

    [...] La nostra lotta nel perseguire gli obbiettivi delle piattaforme maturate nei carceri negli ultimi cinque anni tende necessariamente e dialetticamente all’unità del proletariato contro lo Stato borghese dell’interclassismo: così è la lotta contro i codici fascisti che sono lo strumento basilare del condizionamento oppressivo del potere; così è la democratizzazione valida per le masse proletarie detenute quale sbocco evolutivo delle nostre lotte e la lotta di massa quale passaggio necessario da condizione parassitaria e strumentalizzata a stato cosciente dei propri diritti e compiti di classe rispetto al processo rivoluzionario generale; così è la lotta per la liberalizzazione della vita interna dei carceri, cioè per l’attuazione di riforme radicali per sistemi non detentivi, per la possibilità di esercitare gli inalienabili diritti umani e politici espressi nelle piattaforme di questi ultimi anni che sono:
    1) Abolizione dei manicomi giudiziari, veri lager nazisti e strumenti di terrorismo e di ricatto per i proletari detenuti;
    2) Abolizione dei riformatori minorili, luoghi di violenza originaria sul giovane proletario, atti e programmati per assicurare al potere borghese la continuità della violenza di cui ha disperatamente bisogno per giustificare gli apparati giudiziari e polizieschi dello Stato;
    3) AMNISTIA GENERALE E INCONDIZIONATA, SALVO CHE PER I REATI DI MAFIA E PER LA SBIRRAGLIA NERA A PARZIALE RIMEDIO DEL DANNO SUBITO DALLE LEGGI FASCISTE;
    4) Inchiesta di una commissione non parlamentare, composta da compagni, avanguardie di lotta nelle fabbriche e nei quartieri, sulle torture, sugli abusi e sugli omicidi che sono stati commessi e che hanno continuità nelle carceri;
    5) La verità sul compagno fucilato a Firenze e sulla strage ordinata dal potere ai suoi servi e mercanari di Alessandria;
    6) Riforma del codice penale e di procedura penale che contempli: a) Pene non detentive e che ne riduca i minimi e i massimi attualmente previsti (salvo che per mafia e fascisti). b) Che riduca a un quarto i termini dell’attuale carcerazione preventiva. c) Per una difesa gratuita e reale per tutti e per il contraddittorio processuale; per il diritto a fare politica – cioè a discutere sulle proprie cose – per lo studio libero, il voto, la giusta retribuzione del lavoro, il rapporto sessuale, per l’autogoverno.
    [...]“.

  • Amnistia sociale

    Poiché nel corso della discusione sono stati più volte evocati in modo inesatto i precedenti delle amnistie del 1968 e del 1970, vale la pena fare una piccola puntualizzazione storica.

    Le amnistie del 1968 e del 1970, spiegano Amedeo Santosuosso e Floriana Colao in un volume apparso a metà degli anni Ottanta, sanciscono la fine del dopoguerra. Per la prima volta, infatti, scompare ogni riferimento agli strascichi della guerra civile per far fronte unicamente ai problemi posti dal conflitto moderno. Politici e amnistia era il titolo del libro, dove per «politici» non s’intendono certo i condòmini del Palazzo, come la vulgata populista affermatasi più tardi potrebbe indurre a credere, ma quei «militanti di strada», protagonisti delle battaglie sociali più aspre che hanno fatto avanzare il Paese.
    Il progressivo mutamento di senso che ha investito questo termine dimostra quanto forte sia stata la volontà di spoliticizzare il sociale. Senza dubbio una delle ragioni che hanno ostacolato la promulgazione di nuove misure amnistiali per fatti politici.
    La definizione più ampia di amnistia si trova nel provvedimento del 1970, rivolto a quei delitti «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale». Le tipologie di reato investite vanno dallo sciopero del pubblico servizio, alla resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, interruzione di servizio pubblico, istigazione a commettere reati e disobbedire alle leggi, boicottaggio, occupazione d’azienda, sabotaggio, violenza privata e danneggiamento.
    Nell’amnistia del 1968 sono inclusi anche il blocco stradale e ferroviario, la devastazione, l’incendio, la detenzione d’armi da guerra. Illuminanti appaiono gli argomenti avanzati per giustificarne la necessità. Nel giugno 1968, il relatore, senatore Codignola, richiamava «il divario crescente fra alcune norme penali e di sicurezza tuttora in vigore, e la diversa coscienza che si è venuta maturando fra i giovani. I procedimenti giudiziari che ne sono seguiti ne costituiscono la logica conseguenza, ma riconfermano la necessità e l’urgenza di una radicale revisione del Codice penale, della legge di Pubblica sicurezza e di altre leggi, la cui ispirazione autoritaria risale al fascismo o comunque ad una concezione repressiva dello Stato».

  • A proposito del cambio della composizione sociale all’interno delle carceri incollo un interessante brano dall’intervista a Horst di Umanita’ Nova – Horst…
    http://www.horstfantazzini.net

    Tra la fine degli anni settanta e la metà degli anni ottanta, le carceri erano piene di compagni. Le carceri speciali erano una decina: Cuneo, Novara, Fossombrone, Trani, Termini Imerese, Favignana, Pianosa, l’Asinara e Nuoro. Voghera per le compagne. Poi c’erano sezioni speciali in quasi tutte le altre carceri. Per una decina d’anni, noi detenuti “differenziati” non abbiamo più avuto rapporti con gli altri detenuti. Era prassi tenerci in carceri il più possibile lontane da casa, per rendere estremamente difficoltosi i colloqui, che comunque venivano effettuati con vetri divisori e citofoni. La corrispondenza era sottoposta a censura. Non potevamo ricevere pacchi di viveri dall’esterno, era consentita solo la ricezione di libri ed indumenti. Non tutte le carceri speciali erano “specializzate” allo stesso modo: alcune, come Fossombrone e Cuneo, erano più “morbide” dell’Asinara o Novara. Credo che allora noi fossimo trattati come cavie sulle quali si studiavano i comportamenti e le reazioni rispetto alle gradualità del “trattamento”, che spaziava dalle ore di socialità (spazi ed attività da convivere insieme durante alcune ore della giornata) all’isolamento duro e crudo dell’Asinara (due o tre per cella, sempre gli stessi, con periodiche rotazioni decise dal monarca dell’epoca, direttore Cardullo).
    aspettando Godot …
    Parlare di lotte in carcere oggi è come riesumare dolcemente ricordi da un sarcofago, tanto è il cambiamento verificatosi, negli ultimi quindici anni, del luogo e dei suoi disperati abitanti. Dal sarcofago emergono i ritratti d’uomini ch’erano vivi ed orgogliosi ma che sono stati piegati, spezzati, dispersi. Uomini che rivendicavano con passione la loro dignità e cercavano senza mediazioni la loro libertà. Uomini che sono morti sui tetti durante le rivolte e che nessuno ricorda più. Uomini che, nell’incontro con i primi compagni incarcerati, avevano scoperto che la vita e la lotta possono avere significati più alti dei loro piccoli desideri ed egoismi. La fine degli anni sessanta e tutti gli anni settanta sono stati stagioni di lotte che non si ripeteranno più. Carceri distrutte e gallerie verso la libertà. Personalmente ho partecipato a decine di lotte piccole e grandi. Ho visto la distruzione della sezione speciale dell’Asinara, di quella di Nuoro e di quella di Trani e quelle lotte mi sono costate un “bonus” di oltre vent’anni in più da scontare. Oggi il carcere è “pacificato” e l’aria che vi si respira è di pesante rassegnazione. La “popolazione” è mutata radicalmente e la quasi totalità è data da tossicodipendenti e piccoli e medi spacciatori. Il loro problema prioritario è quello di continuare a trovare o continuare a spacciare le loro dosi quotidiane. Non vi sono quasi più compagni. Ad Alessandria ne ho lasciati tre. Qui non ve ne è nessuno. I mafiosi sono sotto la cappa del 41/bis, una riedizione di quello che per noi, anni fa, era l’art. 90, cioè un regolamento interno restrittivo all’interno d’un regolamento di per sé già stretto. Oggi sono quasi tutti giovani e giovanissimi e il carcere non è altro che l’enorme contenitore di un disagio sociale che nessuno vuole o sa risolvere. Non mi sono mai sentito così “straniero” in carcere. Resisto cercando d’estraniarmi da tutto quanto mi circonda, rifugiandomi nei miei libri e parlando con il mio computer. Mi danno forza i rapporti con l’esterno e l’amore che ne ricevo. A’ da passà a nuttata, diceva il caro Eduardo. Ecco, cari compagni, non posso fare altro che cercare di resistere, nell’attesa che si decida ad arrivare Godot. Qualcuno sa dove s’è incagliato?

  • Ile

    Io ho molto rispetto per Horst Fantazzini. E penso che questa riflessione contenga spunti interessanti. Ma Horst è morto da 12 anni quindi mi sembra un po’ datata, avendo almeno 12 anni. E questo perchè la trasformazioni sulla popolazione carceraria avvengono di continuo: negli anni ’60 era diversa dagli anni ’50, negli anni ’70 dagli anni ’60, negli anni ’80 dagli anni ’70, ecc. Ad esempio, ora oltre ai tossicodipendenti ci sono moltissimi immigrati, perchè dal 2009 la clandestinità è reato. Quindi, a mio avviso, non si può utilizzare il cambiamento nella composizione della posizione carceraria per dire che non si può più parlare di lotte in carcere. Se il carcere è la massima espressione di una società capitalista, vuol dire che lì dentro ci sono contraddizioni da far esplodere.
    Tra l’altro, su oggi, mi pare che ci siano lotte sia in carcere (settembre sarà un mese di mobilitazione per i detenuti; a Padova qualche giorno fa non sono rientrati all’aria, ecc.) sia nei Cie.

    Qualche giorno fa leggevo una bella riflessione in un romanzo, “Dentro”:
    “E’ strano: il carcere offre preziose indicazioni sociologiche: è una finestra sul futuro della società stessa e, per uno straniero, è spesso un passaggio obbligato per entrare all’interno di un grande paese. E’ l’unica porta che si apre quando bussi al portone della democrazia. Quello che succede fuori lì dentro è più visibile. Noi detenuti siamo i primi a manifestare i sintomi di un male, siamo le avanguardie. Può sembrare strano anche solo a pensarlo, ma ciò che si ammala mostra ingigantito qualcosa che di solito l’occhio non avverte, un pulviscolo che si raggruma. Perchè la galera è come un riassunto sociale, un compendio, un prontuario. E’ come quei filtri fatti a griglia che si mettono sul buco dello scarico del lavandino per trattenere impurità e sporcizia, tutte quelle cose che se passassero nel buco finirebbero per ostruire il tubo, bloccandolo” (S. Bonvissuto, “Dentro”, pp. 48-9)

  • Vittorio Antonini

    Leggo soltanto adesso gli interveti sucessivi alla mia “litigata” con Paolo e chiedo umilmente il permesso di non mantenere il mio giuramento di non intervenire più, così posso torturarvi un altro pochetto con una recente nota della Papillon-Rebibbia successiva ad un articolo di Livio Pepino, ex Magistrato impegnato nella lotta dei no tav, il quale esprime posizioni in buona parte condivisibili e in parte non.

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    Per chi vuol saperne un pò di più sulle amnistie del 1968 e del 1970, e soprattutto per ragionare sul che fare oggi.
    https://www.facebook.com/notes/papillon-rebibbia/in-attesa-di-settembre-e-ottobre/500616680013420

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    Poi però fatemi anche dire che mi dispiace che a fronte delle argomentazioni di Alessandro e Ile (che giuro di non conoscere, purtroppo!) le quali in alcuni aspetti concordano e in altri superano in profondità le argomentazioni mie e della Papillon, i compagni di “amnistia sociale” stentano a riconoscere che l’obiettivo espresso nelle varie versioni del loro Appello e del loro Manifesto è sbagliato,
    Ma non già perchè è “contro” l’obiettivo di un provvedimento generale di amnistia/indulto, ecc. ecc. , bensì perchè ne restringe il campo di applicazione all’area dei cd reati sociali. E siccome l’abc insegna che l’obiettivo principale di una lotta è ciò che ne definisce il “contenuto”, noi della Papillon, nell’asprezza della polemica, ci siamo permessi di chiamarlo un obiettivo rachitico e in una certa misura corporativo.

    Forse abbiamo esagerato, ma per la miseria, basta leggere:

    “Aprire un percorso di lotta e una vertenza per l’amnistia sociale – che copra reati, denunce e condanne utilizzati per reprimere lotte sociali, manifestazioni, battaglie sui territori, scontri di piazza – e per un indulto che incida anche su altre tipologie di reato, associativi per esempio, può contribuire a mettere in discussione la legittimità dell’arsenale emergenziale e fungere da vettore per un percorso verso una amnistia generale …..”

    E questa versione è presente nel loro Appello scritto e uscito ai primi di Luglio, ed è poi mantenuta anche nelle diverse versioni del loro Manifesto, uscito la prima volta il 19 o il 20 luglio (ed è un pò sciocchino retrodatare a giugno la versione riportata qua sopra, che per altro è quella che a me piace di più).

    Ma perchè dobbiamo noi precisare cose che i promotori conoscono benissimo ma sembrano essersi dimenticato? Boh!

    Ad ogni modo, la definitiva conferma di ciò che i primi compagni promotori della cd amnistia sociale intendevano, la lasciamo però alle parole del loro principale esponente, Italo Di sabato, un compagno funzionario del PRC, che il giorno del lancio della campagna così precisava su FB :

    Italo Di Sabato
    “….precisando che personalmente sono per una amnistia generale…qui stiamo parlando di amnistis sociale cioe’ per tutti quei lavoratori, precari attivisti e militanti che in questi anni sono stati denunciati per le lotte sociali…….”

    Fine della faccenda.
    Noi non siamo nè ex Magistrati, nè giornalisti/e, nè scrittori e scrittrici, nè avvocati e avvocatesse e neanche funzionari di partito…….e quindi capiamo bene che se una nostra argomentazione è comunque senza valore, anche se sostanzialmente precede e coincide con una successiva argomentazione di qualcuna di queste autorevoli figure……., evvabè, ce ne siamo fatti da tempo una ragione.
    Adesso però abbiamo un pò da fare e ci auguriamo che nelle prossime settimane la battaglia per un’amnistia generale divenga finalmente l’obiettivo principale di tutti, e che sia un terreno fecondo, dentro e fuori dalle galere, per la generale e permanente lotta contro l’armamentario legislativo dello Stato, ossia contro alcuni dei suoi strumenti di prevenzione/contenimento/repressione .
    Ciao a tutti.
    ( vittorioantonini@tiscali.it cell. 3338035840 )

  • Ile

    Mi fa particolarmente piacere il commento di Vittorio Antonini perchè mi ha permesso di leggere l’assurdo articolo di Pepino (chi, come me, se lo fosse perso, lo può leggere qui: http://insorgenze.wordpress.com/2013/08/29/amnistia-sociale-livio-pepino-serve-unamnistia-anche-per-i-reati-politici-che-vada-oltre-i-delitti-bagatellari/). Al di là del fatto che che chiedere un’amnistia per i reati commessi in occasione di “manifestazioni politiche” si presta a interpretazioni ambigue (esempio: una contestazione come quella che fece il collettivo militant contro una sede cisl è una manifestazione politica? o no?), al di là del fatto che dalla definizione dell’amnistia del 1970 sono escluse le lotte più vivaci oggi (contro discariche e inceneritori, contro le grandi opere, contro la guerra, le occupazioni – che non sono “manifestazioni” – ecc,), può una persona in buona fede scrivere “non si può concedere amnistia per quei reati, anche se in ipotesi puniti con pene miti, che creano un grande allarme sociale e sul cui contrasto l’intera società civile e politica è, almeno a parole, duramente impegnata. È il caso, per esempio, della corruzione e dell’evasione fiscale”? A parte che mi chiedo per quale motivo un poveraccio che non ha pagato le tasse non debba essere amnistiato (esempio: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1275956/Latina–rischia-il-carcere-perche-ha-evaso-20-euro.html ), ma se il parametro è “non creare allarme sociale” pensiamo che qualcuno nell’opinione pubblica voglia amnistiare coloro che sono descritti come blackbloc, terroristi, anarcoinsurrezionalisti, sfaticati che occupano case per svoltare l’affitto?

  • Amnistia sociale

    Serve un’amnistia sociale per difendere i movimenti e sconfiggere i giustizialismi

    La lunga stagione berlusconiana, una guerra dei vent’anni che ha visto affiorare giustizialismi di opposte fazioni, berlusconiani e antiberlusconiani, è stata condotta a senso unico: dall’alto verso il basso, contro i movimenti sociali di opposizione, i migranti e i ceti sociali più deboli che affollano le carceri. Per questo è fondamentale porre oggi all’ordine del giorno quella che è stata chiamata “amnistia sociale”, per distinguere la sua politicità non istituzionale dalla sfera del ceto politico che alberga nelle istituzioni, distinzione necessaria in un’epoca di populismi e legalitarismi che hanno inquinato il linguaggio politico della sinistra. Solo un’amnistia politica generale può ristabilire il principio di uguaglianza: pari trattamento per tutti e per ciascuno. Nessuno escluso

    Francesco Romeo*
    il manifesto 6 settembre 2013

    In quest’ultimo scorcio d’estate i palazzi della politica istituzionale sono attraversati da un lavorìo incessante, un fervore votato al tentativo di salvare Silvio Berlusconi dalla decadenza del proprio mandato parlamentare dopo la condanna passata in giudicato.
    L’intero discorso pubblico ruota attorno alla contesa tra chi vorrebbe salvarlo a qualunque costo e chi è disposto a tutto pur di vederlo rotolare nella polvere. In mezzo stanno quelli in cerca di un cavillo che possa salvare capra (governo) e cavoli (Silvio).
    Sulle pagine del manifesto si è sviluppata una discussione sull’amnistia che, salvo un paio di eccezioni, non è sfuggita – come ha rilevato Marco Bascetta – a questa dannazione berlusconicentrica. Eppure, dal giugno scorso, è in campo una campagna per l’amnistia sociale (il cui “manifesto” è stato pubblicato su queste pagine). Iniziativa nata fuori dal circuito della politica istituzionale e che ha raccolto una larga adesione nei movimenti sociali. Sorprende che questa proposta sia rimasta fuori da un dibattito che non ha ritenuto di estendere l’amnistia anche agli effetti repressivi che si abbattono sulle lotte politiche e sociali, in un momento storico che vede l’emergenza giudiziaria colpire anche il semplice dissenso ricorrendo a teoremi e arsenali penali concepiti in altre epoche per rispondere a ben altro tipo di sfide. Sorprende, ma non stupisce, vista l’impostazione meramente politicista della discussione.
    La rimozione è tale che persino Manconi ed Anastasia hanno commesso l’errore di affermare che in Italia vi è stata una sola amnistia politica, quella firmata da Togliatti nel lontano 1946. Bene ha fatto Livio Pepino a ricordare i provvedimenti di clemenza del 1968 e del 1970: amnistie “politiche” di particolare ampiezza estese anche ai reati di devastazione, blocco stradale o ferroviario e alla detenzione di armi da guerra etc. Amnistie votate mentre il ’68 e l’autunno caldo erano ancora in corso. Provvedimenti forti che grazie al loro nucleo politico specifico consentirono l’adozione di una clemenza più generale rivolta ad una vasta gamma di reati comuni che favorì lo sfollamento delle carceri. E se ancora non bastasse, durante gli anni 60 furono approvate altre tre amnistie-indulto per chiudere gli strascichi penali dell’epoca bellica e riequilibrare la repressione contro i moti cittadini e lotte agrarie.
    E’ sotto gli occhi di tutti che in questi anni i movimenti sociali, spesso da soli, hanno fatto opposizione nelle piazze d’Italia, pagando un prezzo molto alto in termini di violenza subita, di denunce per gli attivisti (in numero superiore alle 15.000) e di condanne riportate. Senza contare che denunce e condanne rappresentano un ostacolo non facilmente superabile per l’ingresso nel mondo del lavoro e costituiscono il presupposto per l’applicazione di misure odiose come l’avviso orale, il foglio di via, la sorveglianza speciale.
    La lunga stagione berlusconiana, una guerra dei vent’anni che ha visto affiorare giustizialismi di opposte fazioni, berlusconiani e antiberlusconiani, è stata condotta a senso unico: dall’alto verso il basso, contro i movimenti sociali di opposizione, i migranti e i ceti sociali più deboli che affollano le carceri.
    Per questo è fondamentale porre oggi all’ordine del giorno quella che è stata chiamata “amnistia sociale”, per distinguere la sua politicità non istituzionale dalla sfera del ceto politico che alberga nelle istituzioni, distinzione necessaria in un’epoca di populismi e legalitarismi che hanno inquinato il linguaggio politico della sinistra.
    Occorre ripristinare un principio di giustizia di fronte ad condanne come quelle per i fatti di Genova del 2001, che hanno visto applicare ai manifestanti pene fino a 15 anni di reclusione per devastazione, mentre oltre 300 appartenenti alla polizia di Stato che hanno partecipato al massacro della Diaz sono rimasti ignoti per gli ostacoli frapposti alle indagini e i procedimenti per 222 episodi di violenza in strada, compiuti da appartenenti alle forze dell’ordine, sono stati archiviati per l’impossibilità d’identificare i colpevoli.
    Bisogna metter fine all’ipertrofia emergenziale di magistrati e apparati che hanno in odio il dissenso, che adorano le democrazie senza popolo e le società silenziate. L’amnistia sociale è il primo passo per smantellare quell’arsenale giuridico speciale che ha permesso alla procura di Torino di ricorrere ad accuse abnormi, come il reato di attentato per finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico, anche contro chi non si propone rivolgimenti politici ma lotta per la difesa dei propri territori, come il movimento NoTav, ed al governo di arricchirlo con nuove disposizioni come quelle contenute nel cosiddetto decreto sul “femminicidio”. Norme che estendono l’impiego di contingenti dell’esercito, a disposizione dei prefetti, sul territorio nazionale non più solo a servizi di perlustrazione e pattuglia ma “anche”, ad esempio, ad un possibile uso come forza di ordine pubblico contro i manifestanti. Una dichiarazione di guerra dello Stato verso un nemico interno individuato nei movimenti sociali di protesta.
    Oltre a tentare di arginare tutto ciò, la campagna per l’amnistia sociale può servire a ridare forza ad alcuni principi sanciti nella costituzione: se l’occupazione di case abbandonate è reato per il codice penale; il diritto all’abitazione è un diritto costituzionale; ancora, la Costituzione stabilisce che la proprietà privata non può contrastare l’utilità sociale o la dignità umana e può essere indirizzata a fini sociali.
    La forte spinta verso la giustizia e l’eguaglianza contenuta nello spirito di questa campagna permette anche di contestare alla radice quel “principio di ostatività” contenuto nelle norme carcerarie (4bis e 41bis), che è alla base dei criteri di differenziazione dei trattamenti e della premialità recepiti ormai in tutte le misure di clemenza (indulto del 2006 e indultini vari) e pseudosfollamento carcerario varati negli ultimi anni e, acriticamente assorbiti negli stessi progetti di amnistia-indulto (Manconi) depositati in parlamento. Solo un’amnistia politica generale può ristabilire il principio di uguaglianza: pari trattamento per tutti e per ciascuno. Nessuno escluso.

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