Iran: proteste o rivoluzioni?

Iran: proteste o rivoluzioni?

Trent’anni dopo Otpor-Belgrado, Bengasi, Maidan, Caracas eccetera, se c’è una lezione da trarre è quella per cui non basta una protesta, che diventa subito rivolta che diventa subito rivoluzione nella narrazione massmediatica occidentale, per imprimere un carattere di per sé progressivo ai sommovimenti che agitano le società d’oltrecortina. Allo stesso tempo, la reductio dell’eterodirezione è anch’essa un’arma spuntata: una direzione interessata c’è sempre – mica si è nati ieri; ma in un dato luogo questa non attecchisce, in un altro prende la forma della valanga: perché? Perché c’è una specificità dei contesti, e questa specificità spiega perché Assad cade di fronte a una colonnina di pickup e Caracas resiste con grandi manifestazioni in sostegno del potere bolivariano. Spiega perché Gheddafi – pure il Gheddafi marcio degli ultimi vent’anni di potere – per essere rimosso dev’essere bombardato dall’alto dei caccia anglofrancesi, mentre Mubarak si decompone con due accampate a piazza Tahrir. Insomma l’analisi concreta della situazione concreta è l’esatto opposto dell’eterodirezione come cornice-feticcio attraverso cui spiegare la realtà.

Sull’Iran, quindi, ci si dovrebbe andare cauti. Probabilmente gli Ayatollah sono un padrone duro per la società iraniana, ma il disegno di annichilimento operato dagli Stati uniti in funzione anti-cinese è anch’esso un dato che va considerato, da cui non si può sfuggire per capire come schierarsi. Perché schierarsi serve – la Palestina insegna. Quelli che disertano, che se ne lavano le mani, che tirano in ballo la fatidica “complessità” per evitare di compromettersi, intorbidano le acque con i loro distinguo e le loro accortezze. Ma come schierarsi allora? Il fatto che Trump, Elon Musk, l’Unione europea, e via discendendo Salvini e Meloni, Calenda e pinapicierno stiano tutti dalla parte delle proteste, può dare qualche indicazione. Il fatto che una parte – almeno una parte – di queste proteste richieda il ritorno dello Scià, anche. Ma è solo una parte del quadro, non l’intera scena. Questa scena va compresa all’incrocio tra motivazioni globali (distruzione dell’asse antiamericano in Medioriente) e cause locali (come funziona la società iraniana? Quale livello di repressione? Quale redistribuzione della ricchezza? Quale livello di ingerenza religiosa? Quali spazi di emancipazione possibile?).

Schierarsi insomma è necessario, ma non per questo è semplice. Non bisogna essere meteorologi per sapere se piove. A patto che la pioggia bagni la faccia di chi osserva. Altrimenti, beh, un po’ di meteorologia serve, altrimenti il rischio è quello di farsi incantare dalle forme della protesta e mai dai suoi contenuti espliciti e impliciti. Si dirà che basta abbattere il tiranno, il resto si vede. Anche qui, trent’anni o un secolo dopo averle viste e provate, ci andremo cauti. Il tiranno è sempre quello altrui, così come il terrorista è sempre il combattente che perde. Ai prestigiatori dell’assenza di memoria preferiamo ancora le parole del poeta: con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia. Ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria.