Il tempo dell’impero e quello della colonia

Il tempo dell’impero e quello della colonia

In queste giornate tese e concitate le incertezze sulle sorti del processo bolivariano si moltiplicano, alimentate in maniera complice da chi da questi dubbi e dalla destabilizzazione ha tutto da guadagnare. Il barbaro e spettacolare atto che ha avuto luogo con il sequestro di Nicolas Maduro e la “primera combatiente” Cilia Flores tre giorni fa non ha precedenti nella storia recente: è un colpo che l’imperialismo statunitense ha messo a segno osando l’impensabile e che segna il concretizzarsi di un’aggressione annunciata tanto da un lato che da quello opposto dei Caraibi. Un attacco deliberato nel corso dell’assedio più duro che gli Stati Uniti hanno imposto unilateralmente ad un paese libero e sovrano dell’area.

Le ore confuse seguite alla notizia del sequestro sono state riempite dallo sconcerto dell’annuncio dei morti civili e militari – 88 in totale per una notte di bombardamenti – e da quella dei 32 giovani combattenti cubani posti a difesa della presidenza che sono stati giustiziati a sangue freddo alle prime luci dell’alba di Caracas. Questo sequestro, pur nella sua eccezionalità, non è la prima difficoltà che il popolo venezuelano si trova ad affrontare dinnanzi un’aggressione coloniale e predatoria: la storia latinoamericana, e ancora di più quella del processo di liberazione bolivariano sono costellati d’eventi di questo tipo che esemplificano chiaramente cosa significa l’intervento straniero in terra coloniale. Golpe “duri” o “soavi”, tentativi di assassinio politico e stragi di massa, destabilizzazione interna e schiacciamento economico ai danni della popolazione civile sono stati le costanti che hanno scandito il tempo lungo della liberazione e dell’indipendenza del Latino America. Un tempo che ora più che mai si trova in estremo pericolo. E anche in questo caso, come nei precedenti, la nostra fiducia va al popolo in movimento e ai suoi rappresentanti che dal giorno seguente hanno cominciato ad assorbire il colpo e a rispondere, con i propri mezzi, a questa aggressione.

Il fiorire di interpretazioni complottiste, di letture inclini esclusivamente al tradimento e alla congiura, spasmodicamente e morbosamente impegnate nella ricerca dei torbidi di cui il governo bolivariano si starebbe rendendo complice sono solo il riflesso della coscienza coloniale bianca che non può tollerare l’esistenza di un’intelligenza collettiva – di organizzazione – nei popoli del Sud del mondo. Come per la Palestina, anche il Venezuela deve subire lo stesso trattamento: non solo la dominazione dei corpi ma anche quella delle menti. L’ossessione personalistica e leaderistica che rivela la politica degli assassinii politici tanto cara all’oligarchia sionista e statunitense si è riversata senza filtri nel paese di Bolivar: eliminiamo la testa e loro crolleranno. Colpiamoli talmente forte nel loro simbolo che andranno giù. L’antropologia individualista che non riesce a leggere i processi collettivi e la storia se non riducendole ad un simbolo, ad un leader, ad un volto si è fatta strada anche in questo caso, colonizzando le menti di tutti quelli che hanno creduto che con un presidente crollasse un paese intero. E che se questo paese non crolla è solo perché ci si è potuti accordare sotto banco, al buio degli ambigui incontri bilaterali e alle spalle del proprio popolo.

La risposta alla “decapitazione” invece c’è stata, ed è stata tutt’altro che lineare. Non è stato qualche cosa che si può ritrovare candidamente nei “manuali di scienza politica”. L’apparente vuoto creato dal rapimento del Presidente venezuelano è stato colmato dal pronunciamento dei cinque poteri dello Stato a favore della più chiara pretesa di liberazione di Nicolas Maduro, e nell’investitura della vice presidente Delcy Rodriguez come Presidente incaricata. Questo passaggio, sanzionato in un momento di shock e confusione evidente si è accompagnato alla conferma della continuità democratica attribuita alla nuova Assemblea nazionale (il Parlamento venezuelano) che si è insediato lunedì per la legislatura 2026-31. Non è un caso che questo attacco ci sia stato in un momento così delicato per le istituzioni venezuelane, che in altri momenti di crisi sono state il trampolino di lancio per avventure dell’opposizione golpista. In questo caso, però, è andata diversamente.

Alla linea della continuità istituzionale – la cui tenuta non va data in nessun modo per scontata – va affiancata quella della continuità di piazza, che ha cominciato a dispiegarsi con i cortei di massa tenutisi a Caracas tra ieri e oggi e che riverberavano, amplificandola, la fiducia accordata ai propri rappresentanti nel pretendere la liberazione del Presidente prigioniero, per adesso sequestrato nei tribunali di New York. Pezzi interi di proletariato e sottoproletariato venezuelano sono ben coscienti di quello che significa la prospettiva di una nuova “tutela” americana – diretta o indiretta che sia – nel paese e nell’area, e si sono messi in moto dai bastioni chavisti per chiedere la liberazione di Maduro e pretendere una risposta all’attacco frontale che sta subendo il progetto bolivariano.

Questi due elementi sono stati ribaditi all’unisono in diversi momenti di confronto internazionale, come quello dell’Assemblea permanente dei popoli per la Sovranità e la Pace che si è tenuta due giorni fa a Caracas, richiamando a raccolta tutte quelle realtà solidali che si sono fino ad oggi organizzate in difesa del progetto bolivariano e contro l’aggressione imperialista. Se il messaggio chiaro e netto al movimento è stato quello della mobilitazione generale e permanente per la liberazione di N. Maduro, di C. Flores e della più decisa volontà di coesione interna tra la base chavista e il suo governo, la richiesta che ci è stata rivolta come solidarietà internazionale è stata di moltiplicare gli sforzi per denunciare la complicità dei propri governi in un’aggressione imperialista di un’intensità inedita. L’invito, poi, per bocca di militanti di lunga data della sinistra venezuelana come Carlos Luis Rivero alla costituzione di organismi permanenti in grado di affrontare un prevedibile peggioramento dello scenario bellico in Venezuela non è passato inosservato.

Ci troviamo in un momento storico in cui il terreno di scontro che si è aperto in Palestina per volontà dell’imperialismo a guida statunitense si sta allargando, inghiottendo tutto quello che si frappone tra il centro ed una nuova fase di accumulazione capitalistica. Il motore di questo insaziabile movimento di conquista è la tendenza generale alla guerra. La capacità di inceppare la macchina bellica e di sabotare i meccanismi di riproduzione dell’imperialismo sono stati solo sperimentati nel tentativo di lottare contro il genocidio in Palestina, dimostrando tuttavia che è possibile costruire un’area di antagonismo e di opposizione larga e allo stesso tempo conflittuale alla fredda e brutale imposizione di un orizzonte di guerra. Sta a noi, a fronte di questo scenario, trovare la formula per forgiare gli strumenti che ci permettano di esercitare una solidarietà unitaria, concreta e militante al popolo palestinese, a quello venezuelano e a chi subisce il peso della brutalità coloniale e imperialista nel centro e nella periferia. Di sincronizzare il tempo dell’impero e quello della colonia. Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo contro il genocidio in Palestina. Dobbiamo farlo per il Venezuela sotto assedio.