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E’ morto Paolo Villaggio. Era ora

 

Paolo Villaggio ha percorso l’affollatissima strada dell’uomo di cultura italiano del Novecento: da originale, a tratti geniale, interprete di una società in fase di profonda trasformazione, a portavoce di indicibili banalità sull’universo mondo. Questa parabola lo accomuna al 99% della cricca intellettuale del nostro paese, un mondo che è transitato, senza colpo ferire, dall’opposizione ai canoni culturali e politici dominanti al più completo asservimento verso di questi. Una generazione intellettuale prima organica, volente o nolente, a una visione del mondo. Poi festosamente disorganica, e proprio per questo libera di sparare le più immani boiate, le più trite ovvietà sub-culturali, circondata da quell’aura intellettuale opportunamente veicolata dal dispositivo televisivo. Eppure Paolo Villaggio è stato, per un breve periodo, interprete di un’acuta riflessione sulla società italiana e sulle contraddizioni generate dal suo arrembante sviluppo capitalistico. Continua a leggere »

Un compagno, un ribelle, un proletario: ciao Pelo

 

In qualche sobborgo dimenticato di Buenos Aires ci ha lasciato Sandro, Pelo per chiunque l’avesse conosciuto. Pelo apparteneva all’ultima generazione di compagni che erano al tempo stesso ribelli e proletari. Un ribelle vero, con le virtù e i vizi di chi, nato e cresciuto per strada, ha trovato nella politica, nella militanza comunista, la sua ragione di vita e la sua salvezza rispetto a una vita di merda che ha riservato, per lui e quelli come lui, poche gioie e moltissimi dolori. Dolori veri, che segnano una vita e che piegano anche gli spiriti più indomabili. Nell’ultimo tratto della sua vita politica si era avvicinato al nostro collettivo, tornando alla militanza politica dopo anni duri. Purtroppo, la depressione e la malasorte hanno vinto le sue difese. Aveva provato a ritrovare se stesso in Argentina, senza riuscirci. Ci lascia nella maniera più drammatica, solo e in esilio da quei compagni che non hanno saputo vincere insieme a lui le debolezze e le avversità della vita. Ma Pelo era un compagno del movimento, conosciuto da tutti, rispettato da tutti proprio perchè sempre in prima linea, pagando in prima persona, con denunce e arresti, una scelta di vita radicale, davvero senza compromessi. La burocrazia rallenterà il trasferimento della salma in Italia, ma sarà doveroso un ultimo saluto al compagno Pelo, da parte di tutti quei compagni che non hanno saputo difenderlo dalla sua stessa fragilità. La tua morte, Sandro, ci mette di fronte ai nostri limiti, ai limiti di un movimento che nel tempo ha perso contatto con quel proletariato politicizzato che costituiva il maggior vanto politico della sinistra rivoluzionaria. Si dice che chi ha compagni non muore mai. Dovremo tutti essere all’altezza di questa frase, e non sempre abbiamo dato dimostrazione di esserlo. Ciao Pelo.

Da Santone a eroe

 

Ancora parla, questo Giovanni Santone. Parla sempre di più: intervistato da televisioni e giornali, ormai simbolo di quella memoria pacificata che è il mantra ideologico sugli anni Settanta. Ovviamente, la pacificazione funziona solo nel verso della legittimità verso le morti provocate dallo Stato (“erano i tempi”, si dice seriosi e certi dell’assoluzione); per le morti prodotte dalla lotta di classe la pacificazione non è ancora prevista. Poverino, il Santone si lamenta di esser finito a fare il salumiere a Isernia. E’ il segno dei tempi, quello per cui oggi a uno come Santone avrebbero dato la medaglia e promosso sul campo. Quarant’anni fa, fu costretto (solo) al trasferimento. E intanto Giorgiana Masi continua ad essere insultata da questa pappa informe che racconta lei come semplice manifestante e lui come onesto poliziotto, magari infiltrato, ma “erano i tempi”. L’importante è negare il contesto politico, stravolgerlo, piegarlo alle necessità del potere, ridurlo impoliticamente a fenomeno generazionale o culturale, traviato da qualche “cattivo maestro” in servizio permanente. E così Giorgiana Masi trova la morte ogni 12 maggio, se non ci fossero i compagni a ricordare il suo assassinio per mano dello Stato, dei suoi vertici politici come dei suoi agenti infiltrati. Era la lotta di classe, inutile recriminare. Ma vale per tutte e due le parti in gioco.  Continua a leggere »

L’enigma degli anni Settanta: dibattito pubblico alla Sapienza

 

Quarant’anni dopo, il ricordo del 1977 sembra ardere di un fuoco freddo, inattuale. L’anniversario tondo impone una stanca memoria che, mai come oggi, segna la distanza con quegli eventi e quelle passioni. Mandato in soffitta tanto il reducismo mitologico quanto il biasimo post-moderno, sembrerebbe essere il tempo della storiografia distaccata. Eppure neanche questa trova trasporto nell’interpretare l’enigma di quel movimento. Quarant’anni più tardi, gli anni Settanta continuano a rimanere avvolti nel mistero. Segno inequivocabile del rapporto tra storia e politica: il disinteresse dell’una sterilizza le potenzialità dell’altra. Eppure l’inattualità evidente del ’77 – al pari dell’altro grande anniversario di questo 2017, la Rivoluzione russa – potrebbe liberare ragionamenti originali, non più piegati alle necessità di legittimazione di questa o quella operazione politica. Il ’77 non è più terreno di contesa tra visioni concorrenti della politica rivoluzionaria. E’ un ricordo pacificato, condannato dagli uni, mitizzato dagli altri, avvolto nel mistero dell’incomprensione tanto negli uni quanto negli altri. Vale la pena allora tornare a pensare il ’77. Perché, è la nostra tesi, se niente appare così tanto distante da quell’anno, molte delle difficoltà odierne nel riproporre una credibile politica antagonista situano le proprie radici in quel movimento, o meglio: nelle interpretazioni postume di quel movimento. Andiamo con ordine. Continua a leggere »

Riflessioni a margine di una presentazione

 

La presentazione del libro di Micheal Dickson – Bomber Renegade – fatta al Sally Brown venerdì, merita alcune riflessioni aggiuntive al molto già detto nella recensione qui sotto. Da un decennio abbondante organizziamo presentazioni di libri, siano essi saggi o romanzi, comunque inerenti a quell’immaginario che una sinistra di classe dovrebbe tentare di ricostruire a prescindere dalle proprie differenze interne. Nonostante dunque una certa “esperienza” in materia, venerdì ci siamo trovati davanti a una “massa” di compagni inaspettata. Un centinaio di persone erano ad ascoltare (e sostenere) le parole di un militante dell’Ira. Perché? La pubblicizzazione, il sostengo militante all’Achtung Banditen, la presenza di Dixie, spiegano solo in parte la riuscita clamorosa dell’iniziativa (clamorosa perchè in Italia, senza un nome che “tira”, alle presentazioni di libri vanno in genere dalle 5 alle 7 persone, a prescindere dal tema e dalla pubblicizzazione). C’è qualcos’altro, e questo altro va ricercato nella politica. Lotta per la liberazione dell’Irlanda del nord è ancora un tema che suscita interesse, è senz’altro vero. Ma la ragione principale, almeno così sembra a noi, è che Dixie è stato un militante di un’organizzazione armata e un prigioniero politico. Continua a leggere »

Dieci anni dopo Pansa

 

Per commemorare degnamente il decennio trascorso dall’ormai celebre contestazione a Giampaolo Pansa, riportiamo quella che rimane ancora oggi la cronaca più fedele, dettagliata e informata su di noi e il movimento antifascista romano di quei tempi. Un giornalismo capace di andare oltre le apparenze, indagando la natura dei fenomeni sociali e politici oltre le semplici etichette mediatiche. Un giornalismo di cui rimpiangiamo la scomparsa. 

In attesa della galera invocata da Giorgio Bocca per il reato di “leso antifascismo”, Giampaolo Pansa si è dovuto accontentare dell’irruzione squadristica di una ventina di esponenti della Rete antifascista romana, più qualche basista locale, durante la presentazione a Reggio Emilia del suo libro La grande bugia. Stiamo parlando di Antifa Project promosso da autonomi storici che animano il sito di abbigliamento online www.militant.it. Insieme a loro, giovani Rash, ovvero Red Anarchist Skinheads, teste rasate, abbigliamento casual da street fighter. Fanno riferimento al centro sociale Trattoria 32 di via dei Volsci, stazionano al pub all’angolo con via di Porta Labicana, ma ogni tanto anche a quello in via degli Etruschi, sempre a San Lorenzo. Qualcuno viene dai quartieri popolari della Tiburtina, ma non mancano i figli di papà en divertissment, tant’è che la piccola società cooperativa, battezzata Zona Rossa, che gestisce le loro attività economiche ha sede in via Brofferio 6, nel borghesissimo quartiere Prati degli uffici legali e delle sale massaggio per manager in pausa pranzo. Continua a leggere »

E’ festa d’aprile… resistere e costruire!

Oggi, come ogni 25 aprile, ancora in piazza. Perchè la lotta non è finita. Perchè dobbiamo ancora conquistare la rossa primavera! Continua a leggere »

39 anni dopo Lama

 

L’anniversario è atipico, ma ogni 17 febbraio che si rispetti a Roma tutti si sentono in dovere di dire qualcosa sulla cacciata di Lama dalla Sapienza. L’atto che apre il ’77 romano, chiusosi dopo un mese nella grande e tragica manifestazione del 12 marzo, il giorno seguente la morte di Francesco Lorusso. In fondo la “geometrica potenza” si espresse compiutamente in quel mese che cambiò, se non i destini di un paese, quantomeno i riferimenti culturali di un movimento. Non poteva che finire così, con un doloroso e necessario canto del cigno. Sono completamente fuori fuoco i ragionamenti che continuano ad immaginare, col senno del poi, una possibile fine diversa, una “salvezza”, per un movimento che non aveva alcuna rivendicazione particolare da portare avanti, alcuna mediazione da proporre, che non fosse la diretta politicità della sua essenza e presenza. Per ciò stesso, irriducibile a possibili integrazioni pacificanti, a parziali intendimenti con le nascenti convergenze di potere nate proprio per impedire quei parziali intendimenti. Detto questo, e rilevata fino in fondo la grandezza di un processo politico, bisogna anche uscire dal reducismo di chi ancora fatica a comprendere quel 17 febbraio, che segnò non solo l’apoteosi di un movimento, ma anche il suo decisivo limite politico. Continua a leggere »

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: “Fenomenologia di un martirologio mediatico. Le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi” di Federico Tenca Montini

Da ormai molti anni, siamo soliti ripetere che il piano su cui si muove l’antifascismo debba trovare appoggio su tre gambe: l’antifascismo culturale, quello sociale e quello militante. Riteniamo anche che ognuno di questi aspetti, di questi momenti, sia condizione necessaria e ineludibile affinché anche gli altri due possano esprimersi efficacemente. Per questo motivo, come collettivo, abbiamo cercato negli ultimi anni di sviluppare la nostra attività politica in questo campo contestando tutti quei momenti pubblici in cui si è cercato e si cerca di veicolare una lettura revisionista della guerra civile del 1943-45 e della Resistenza, italiana e jugoslava. Continua a leggere »

Quel 24 maggio

 

Cent’anni fa, l’Italia entrava in guerra e apriva le porte alla modernità, con tutto il carico traumatico di 600.000 morti durante il conflitto e l’enorme contraddizione del dopoguerra, che sfociò nel biennio rosso e nella fondazione del Pci prima, nel fascismo e nella Seconda guerra mondiale dopo. E’ l’evento per eccellenza che apre il secolo breve, la data di fondazione del moderno Stato italiano, ben più del Risorgimento e paragonabile solo alla guerra partigiana come atto fondativo di un nuovo tipo di società. Relegare tale memoria alle destre e alle istituzioni, per lo più militari, è un errore che non avremmo dovuto correre. Abbandonato il campo della Storia, non ci rimane che destreggiarci nella piccola e grande memorialistica dei dannati che morirono per mano imperialista. Eppure anche dalle nostre parti il 24 maggio andrebbe ricordato, perché buona parte di ciò che venne dopo, in Italia come in Europa e in Russia, lo si deve a quell’evento, allo scoppio della guerra. Continua a leggere »