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30 May :
1977 A Roma i fascisti devastano il liceo J. F. Kennedy e la scuola media Victor Hugo.

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Resistere alla Nato


Lo abbiamo detto più volte nella battaglia politica di questi anni che viviamo tempi non ordinari, contrassegnati da una permanente instabilità: crisi economica, rivolgimenti politici, e da una immanente tendenza alla guerra, come strumento politico di risoluzione delle grandi controversie che agitano il mondo attuale. Veniamo da alcuni anni in cui la crisi economica, che è anche sociale, politica, culturale, si è andata approfondendo anche nell’emisfero occidentale. Continua a leggere »

Il sindacato unico renziano

 

Che Renzi prospetti soluzioni come il “sindacato unico” sta nelle cose. Che qualcuno, dalla Camusso alla “sinistraPd”, possa muovergli critiche, è invece davvero deprimente. Nessuno dei protagonisti del cicaleccio quotidiano massmediatico può dirsi esente dall’onda antipolitica cavalcata oggi con profitto dall’attuale premier. Il fatto che sia più telegenico, che abbia sottratto dalle mani di un ceto politico post-comunista deprimente il partito, che avanzi a colpi di gazebo e primarie e non nei congressi, non toglie il fatto che Renzi non è l’uomo nuovo al comando, ma la punta di diamante di un processo storico favorito dagli attuali rosiconi d’accatto. Antipolitica, populismo, lotta ai partiti e anticomunismo sono le quattro dirimenti che hanno contrassegnato le vicende della politica italiana dalla metamorfosi del Pci in avanti. Tutte tendenze allevate in seno a una casta (questa si, casta!) politica felice di potersi spogliare dei panni duri della vita di partito, dell’organizzazione, della selezione di idee e di classi dirigenti, della coerenza, per concedersi armi e bagagli al nuovismo post-ideologico, alla post-modernità intellettuale, dei valori, del pensiero debole, del messaggio televisivo. Continua a leggere »

Quel 24 maggio

 

Cent’anni fa, l’Italia entrava in guerra e apriva le porte alla modernità, con tutto il carico traumatico di 600.000 morti durante il conflitto e l’enorme contraddizione del dopoguerra, che sfociò nel biennio rosso e nella fondazione del Pci prima, nel fascismo e nella Seconda guerra mondiale dopo. E’ l’evento per eccellenza che apre il secolo breve, la data di fondazione del moderno Stato italiano, ben più del Risorgimento e paragonabile solo alla guerra partigiana come atto fondativo di un nuovo tipo di società. Relegare tale memoria alle destre e alle istituzioni, per lo più militari, è un errore che non avremmo dovuto correre. Abbandonato il campo della Storia, non ci rimane che destreggiarci nella piccola e grande memorialistica dei dannati che morirono per mano imperialista. Eppure anche dalle nostre parti il 24 maggio andrebbe ricordato, perché buona parte di ciò che venne dopo, in Italia come in Europa e in Russia, lo si deve a quell’evento, allo scoppio della guerra. Continua a leggere »

L’attimo non colto

 

L’assenza di una mobilitazione sociale e politica capace di costringere Syriza allo scontro frontale con la Ue ha decretato la fine anticipata di ogni ipotesi concretamente dirompente che all’inizio poteva assumere quest’esperienza. Lasciato solo, Tsipras si è dimostrato quello che in realtà è sempre stato, un politico impossibilitato a instaurare un qualsivoglia rapporto di forze favorevole alla sua parte politica. Il problema è che proprio oggi che il Grexit appare più di una suggestione, questo ha perso tutto il suo potenziale deflagrante. Invece di imporlo come arma politica decisiva “da sinistra”, l’eventuale uscita della Grecia dalla Ue è oggi utilizzata come ricatto dalla Ue stessa. Salvate banche, assicurazioni, fondi sovrani e titoli di Stato, non c’è più alcun rischio per il capitale europeista di un’uscita della Grecia dall’Unione, motivo per cui l’arma del ricatto è ora nelle mani del nemico. La vicenda greca ci racconta allora del rischio, in politica, di non cogliere l’attimo, di tergiversare evitando di decidere, lasciando al nemico la possibilità di metabolizzare i rischi annullandone gli effetti ingestibili. Continua a leggere »

Tra impossibile riformismo e necessaria mediazione

 

Il vero dato duraturo che ci lascia la crisi economica in cui siamo immersi – nonostante gli zerovirgola strombazzati da un’informazione embedded – è la natura irriformabile dell’attuale modello produttivo, e più in generale del capitalismo. Tale irriformabilità ha mandato in tilt il rapporto tra sinistra politica e questione sociale, che si basava proprio sulla possibilità redistributiva. In sintesi, il capitalismo “riformabile” garantiva una contrattazione economica costante delle proprie condizioni di lavoro e di vita. La garanzia, in questo caso, non si deve intendere come volontaria concessione di miglioramenti dati da una crescita economica diffusa, ma la possibilità di arrivare a quei miglioramenti attraverso lotte di classe. Oggi qualsiasi lotta di classe, stante l’attuale modello produttivo, la concorrenza internazionale, la cornice sovranazionale, l’assenza di politica, può al massimo resistere all’attacco padronale (resistere in questa o quella vertenza, mai generalmente, oltretutto), ma non attivare un’inversione di tendenza. Non è possibile giungere ad alcun miglioramento economico insomma, e questo fatto ha interrotto il rapporto naturale tra questione sociale e sinistra, fondata sulla convergenza di interessi per cui le lotte sociali rinforzavano quelle politiche e viceversa. Continua a leggere »

L’inutilità esistenziale dell’a-sinistra elettorale

 

La triste vicenda di Barbara Spinelli, che esemplifica al meglio le ragioni di un’irrilevanza politica – quella dell’attuale sinistra elettorale – vengono oggi confermate dal solerte Nick Vendola, secondo cui la famigerata “lista Tsipras” altro non era che “un cartello elettorale, la rozza sommatoria di un’edificazione last minute”. Un commento che si somma alle “riflessioni” della Spinelli, che perentoriamente affermava qualche giorno fa, sempre sul Corriere: “L’Altra Europa non è all’altezza del progetto”. Salvo tenersi poltrona e stipendio, traslocando armi e bagagli nel gruppo (dal nome più sfigato dell’agone politico) “Sinistra Unitaria Europea”, dopo aver promesso in campagna elettorale che avrebbe rinunciato al seggio per garantire l’elezione di altri militanti dal nome meno altisonante. Poi, si sa, prendersi uno stipendio senza lavorare è sempre una buona prospettiva, che può allegramente barattarsi con la coerenza. Continua a leggere »

La polizia come lavoro stagionale: gli incredibili dati sull’assenteismo dei “nostri eroi”

 

Secondo quanto riporta Il Messaggero di domenica 10 maggio – certamente non un organo pregiudizialmente avverso agli interessi delle “nostre” forze dell’ordine – il duro mestiere del poliziotto è paragonabile ad un lavoro stagionale, pagato però come lavoro a tempo indeterminato, senza contare le raffiche di indennità e privilegi che contraddistinguono i corpi di polizia di ogni latitudine. Frutto del piagnisteo continuato, di una lamentosità oltre ogni limite e decenza, con la complicità di tutti gli organi mediatici, ed ecco i dati davvero fuori dal comune: tra uomini e donne i poliziotti si assentano in media 63 giorni l’anno; se a questi sommiamo i 45 giorni di ferie, le domeniche (52 giorni), più un altro giorno libero a settimana o di permesso (altri 52 giorni), ecco che arriviamo alla davvero impressionante cifra di 212 giorni l’anno di assenza dal lavoro. In pratica, sono più i giorni che fanno a casa di quelli che lavorano, solo che, a differenza di chi è costretto forzatamente al part-time o alla stagionalità, questi vengono lautamente pagati anche quando non lavorano. Lamentarsi paga sempre. Soprattutto se hai la divisa.