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1979 - Franco Piperno, leader di Autonomia operaria, viene estradato dalla Francia e rinchiuso nel carcere romano di Rebibbia

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Bufale elettorali

 

Impossibile entrare nel merito della nuova legge elettorale definita dai giornali Rosatellum: come ogni riorganizzazione istituzionale degli ultimi trent’anni almeno, è completamente disconnessa da qualsiasi riferimento sociale. L’escamotage elettoralistico trovato in extremis (sempre che passi al Senato) è, come evidente da tempo, l’unico possibile. L’obiettivo esclusivo del sistema politico italiano è impedire al M5S di conquistare la maggioranza dei voti e, tramite questi, governare in autonomia il paese. Questa incoercibilità ha diverse spiegazioni: da una parte, nessun ceto dirigenziale favorisce la propria rottamazione; dall’altra, la natura informe del partito grillino ancora “spaventa” le classi dirigenti del paese (nonostante l’evidente torsione moderata-reazionaria): potrebbero bloccare la Tav, sparare sui migranti al largo delle coste siciliane, introdurre il Bit Coin come valuta ufficiale e, chissà, aprire un’ambasciata in Corea del Nord. Sono, in altre parole, imprevedibili e incapaci, due proprietà che, per l’appunto, spaventano quella classe dirigente che tanto ha faticato per mettersi al servizio del sistema economico tedesco. In un sistema elettoralmente tripolare l’unico strumento per impedire la governabilità di uno solo dei soggetti in campo è favorire coalizioni politiche trasversali. Il Rosatellum è nato proprio per questo. Continua a leggere »

Da Mentana a Formigli: la normalizzazione politico-culturale del fascismo

 

Proprio ieri, Leonardo Bianchi pubblicava su Vice un opportuno, centrato e illuminante articolo sulla legittimazione del neofascismo attraverso lo sdoganamento culturale mainstream di Casapound, presentata massmediaticamente come faccia pulita di una nuova destra, finalmente compresa nel gioco democratico. Facciamo nostro questo articolo in ogni sua virgola: non si poteva esprimere meglio il significato politico alla base del plateale sdoganamento neofascista (qui il pezzo). Le tragiche comparsate di Mentana e Formigli demoliscono, forse definitivamente, gli ultimi riferimenti all’antifascismo quale collante costituzionale, un recinto politico fuori dal quale quella legittimità è negata esattamente per conto della democrazia. Continua a leggere »

La rivoluzione a metà

 

«Coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba», ammoniva Louis de Saint-Just. Ieri sera è purtroppo avvenuto il mezzo passo indietro che smentisce la volontà della maggioranza di governo nonché i risultati del referendum. Un tradimento del mandato popolare, chiaro, inequivocabile, persistente, che si è espresso in ogni elezione degli ultimi due anni, a livello nazionale e municipale, e che ha costruito il processo indipendentista nella società catalana, nelle strade, nei posti di lavoro, nei dibattiti pubblici. Nonostante ciò, ieri è comunque avvenuto un passaggio storico. La dichiarazione di indipendenza, sebbene “sospesa”, è avvenuta. La sospensione, inoltre, toglie ogni alibi al governo di Madrid che, come volevasi dimostrare, ha risposto all’apertura di credito di Puigdemont con la chiusura totale di ogni riconoscimento della questione catalana. Le immagini dei proletari-deputati della Cup che, al grido di viva la Repubblica, firmavano il risultato di anni di lavoro politico e sociale, riflettono un rapporto di forze sconosciuto nel resto d’Occidente. Vendicano, certo parzialmente e simbolicamente, una Repubblica repressa nel sangue di una guerra civile durata quarant’anni.  Continua a leggere »

Cinquant’anni dopo la morte del Che

 

Cinquant’anni fa, a La Higuera, moriva Ernesto Guevara. Fucilato da reparti dell’esercito boliviano, appositamente addestrati e comandati dalla Cia, cadeva anche il sogno di una guerriglia comunista che, partendo dalla Bolivia, si sarebbe poi dovuta estendere al grosso del continente latino americano. Mezzo secolo dopo, il Che e la storia della rivoluzione a Cuba e in America latina, continuano a parlare al presente. Su tutto, sono capaci di restituire all’orizzonte comunista una dimensione epica, spesso tralasciata. Non ci servono eroi, ma la consapevolezza che si può lottare sempre, qualunque sia la disparità di forze in campo, contro chi fa della miseria, dello sfruttamento, dell’oppressione la propria ragione di essere nel mondo. Se si ha la capacità di avere un popolo alle proprie spalle, se si mettono in campo lucidità politica, analisi scientifica della realtà e coraggio che hanno avuto personaggi come Che Guevara, si può anche vincere. In un mondo che si vorrebbe pacificato alla barbarie capitalista, e anche in un’America latina dove le esperienze socialiste sono sotto attacco, questo non è poco. Con i compagni del Corto Circuito ricorderemo il Che per le strade di Cinecittà e del Lamaro con questo manifesto, qui lo facciamo aggiungendo le parole finali della sua autobiografia scritta da Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza: Dalle migliaia di foto, poster, magliette, nastri, dischi, video, cartoline, ritratti, riviste, libri, itinerari turistici, cd, frasi, testimonianze, tutti i fantasmi della società industriale che non sa custodire i suoi miti nella sobrietà della memoria, il Che ci guarda attento. Ritorna al di là di tutte le cianfrusaglie in un’epoca di naufragi, è il nostro santo laico. Più di quarant’anni dopo la sua morte, la sua immagine attraversa le generazioni, il suo mito passa di corsa in mezzo ai deliri di grandezza del neoliberismo. Irriverente, beffardo, ostinato, moralmente ostinato, indimenticabile”. Hasta Siempre, Comandante! Continua a leggere »

Nuove identità mimetiche


Nonostante il trionfo di immagini socializzate, a sinistra la questione catalana continua a mietere dissensi trasversali. Un trentennio abbondante di demonizzazione dello Stato nazionale ha impedito un aggiornamento del dibattito politico, ritrovandoci oggi afoni rispetto alle insorgenze (popolari, conflittuali o solo elettorali) che da più parti in Europa rivendicano – da sinistra – un’attenzione alla questione nazionale. Che non ha più i caratteri ottocenteschi della “liberazione dei popoli” o quelli novecenteschi della lotta al colonialismo, ma che merita indagini meno vincolate ideologicamente. Il cosmopolitismo ordoliberale, nella sua pervasiva capacità di insinuarsi tra le pieghe del pensiero comune, costruendo un’egemonia di senso apparentemente inscalfibile, ha fatto il resto: la questione nazionale è per definizione appaltata alla destra, alla reazione, al revanscismo. Questo è però un fatto relativamente nuovo, databile più o meno con la fine degli anni Settanta. Prima il marxismo era riuscito ad esprimere non tanto una sintesi, ma un dibattito originale, capace di legare l’aspetto sociale e quello nazionale, smascherando il nazionalismo ma salvaguardando quel tanto di progressivo che lo Stato nazionale portava con sé in termini di diritti di cittadinanza, di inclusione pubblica delle masse subalterne, di riconoscimento formale delle classi in lotta. Continua a leggere »

La sinistra della destra

 

Per capire il livello del dibattito “a sinistra” nel nostro paese basta la notizia dell’«effetto Bonino»: «La novità che può sparigliare l’offerta elettorale a sinistra», titola La Stampa. Nell’infornata civica il peggio del paese: Calenda, Prodi, Letta, Pisapia, eccetera. Il problema è che questa è la “sinistra” percepita nel paese, quella “a sinistra” del Pd, presentata come “battagliera”. Viviamo da molti anni uno scarto incolmabile tra la sinistra percepita (cioè la classe dirigente neoliberale del paese) e l’idea di sinistra per come si è andata formando nei due secoli precedenti. E mentre altrove la storia torna a misurarsi in giorni che valgono anni, in Italia il dibattito insiste sul leader mancato, sullo scontro tra Pisapia e D’Alema, sul ruolo di Mdp, su Montanari e Fassina e via degradando. Sfumature politiche definitivamente scollegate da qualsiasi realtà sociale. Continua a leggere »

“Non è terrorismo”

 

58 morti e 500 feriti dopo, il problema urgente del governo Usa era dichiarare al mondo che la strage “non è terrorismo”. Per anni ci è stato spiegato che il terrorismo, soprattutto quello degli ultimi due decenni, non aveva niente a che fare con la “politica” e poco con la religione. In realtà, ci spiegano i professori, la religione costituisce il pretesto attraverso cui individui instabili sfogano la propria insoddisfazione esistenziale. O qualcosa del genere. Eppure, quando si presenta davvero l’individuo “instabile”, eccolo ridotto a macchietta. Al cuore della questione, come abbiamo provato a scrivere più volte, c’è il fatto che il terrorismo fa paura proprio perché esprime una incontrovertibile natura politica, venga questa esplicitata o meno. L’uccisione di 58 persone (cioè più persone di tutti gli attentati in Europa nel 2017), e il ferimento di altre 500, rimangono confinate alla cronaca. La notizia durerà qualche ora, mentre domani ce ne saremmo già scordati. Perché? Perché Stephen Paddock, l’attentatore di Las Vegas, non è un militante politico e non combatte alcuna battaglia politica. Continua a leggere »

Hegel in Catalogna

 

«Tra i gravi impedimenti che il marxismo volgare frappone alla diffusione e all’influsso del marxismo si annovera proprio questo illecito e fallace irrigidimento dei rapporti reali. Non basta, in risposta, appellarsi a Lenin, che dimostra a più riprese e in varie occasioni come ogni verità si trasformi in errore non appena la si esageri oltre misura»

György Lukacs, Il marxismo e la critica letteraria – premessa all’edizione italiana, Einaudi, 1964

 

La questione catalana ha fatto chiarezza almeno su di un punto: ha indicato la distanza incolmabile tra chi fa politica e chi parla di politica. In assenza di lotte di classe, la confusione ha portato spesso alla sovrapposizione dei due aspetti. I social network, dal canto loro, hanno acuito drammaticamente tale disordine. Eppure è bastata l’irruzione di un movimento reale per rimettere le cose al loro posto. I commentatori della politica, sovente marxisti dei più duri, ancora si attardano, breviario alla mano, alla ricerca della giusta citazione, della frase granitica, che dovrebbe sgomberare il campo delle facili infatuazioni regionalistiche. La Storia ha parlato, inutile discorrere altrimenti: lo Stato va salvaguardato, anzi, più grande esso diventa migliori le potenzialità delle classi subalterne. Con ciò, fine di ogni illusione piccolo borghese di ritorno al tempo che fu. Le piccole patrie trovano il loro posto nella raccolta differenziata dello spirito dei tempi. Amen. Chi, al contrario, rimane nonostante l’orrore post-moderno un militante politico, nella questione catalana vede un’occasione. Vaglielo a spiegare, ai profeti della logica, l’alchimia della circostanza nella storia. Tempo perso. Continua a leggere »

Resistere, nonostante tutto

 

Le immagini della nuova, ennesima, gazzarra razzista in periferia spostano sempre un po’ più avanti i confini del degrado umano in cui siamo costretti a vivere. Sempre più difficile resistere alla tentazione di incattivirci sopraffatti da questo disfacimento sociale che porta dei pezzenti a cacciare altri poveracci. Il riflesso di liquidare la questione attraverso le lenti ideologiche del razzismo diffuso, del neofascismo strisciante, è forte e, a volte, insormontabile. Eppure bisogna continuare a resistere alla tentazione: a smarrirsi sarebbe il cuore della questione, la gestione politica di questa guerra tra poveri. Al Trullo ieri mattina a una famiglia italiana è stato impedito l’accesso all’alloggio Erp a cui aveva diritto. Il motivo è squisitamente razziale: il colore della pelle svelava le origini eritree della famiglia. Tanto è bastato per inscenare il pogrom razziale. Per comprendere meglio la vicenda va però allargato il quadro di questa fotografia desolante, disumana. L’alloggio era precedentemente occupato da un’altra famiglia italiana, cacciata perché appunto senza requisiti. Il corto circuito razzista è partito così in automatico: si caccia una famiglia italiana in difficoltà per inserire una famiglia “di negri”. Continua a leggere »

Indipendenza catalana e lotte di classe: intervista alla Cup

 

Internazionalista e membro di spicco della segreteria nazionale della Cup (Candidatura di Unità Popolare), Quim Arrufat è un punto di riferimento per la sinistra indipendentista e anticapitalista nei Paesi Catalani e in tutto lo Stato spagnolo. In quest’intervista, da una prospettiva popolare e di classe, ci spiega le ragioni del referendum per la creazione di una Repubblica Catalana. Riflessioni utili per fare chiarezza su alcune questioni che non riescono a cogliersi qui in Italia. Infatti, le narrazioni mediatiche egemoniche, così come la poca conoscenza delle reali dinamiche sociali e popolari della penisola iberica, spesso appiattiscono il dibattito italiano su questioni prettamente istituzionali e partitiche di un paese, quello spagnolo, che in realtà è molto più complesso, e con cui è sempre più necessario dialogare e aprire spazi di costruzione politica. Continua a leggere »