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Il nuovo (mostro) che avanza

 

Tutti insieme alla grande adunata antifascista: associazioni migranti e “lo sceriffo Minniti”; i renziani e gli “antirenziani”; i “comunisti” e gli anticomunisti. Ecco riformato l’arco della legittimità liberale, quello che annulla differenze e responsabilità e consente al Pd di presentarsi come argine al nuovo fascismo. Perché il neofascismo, oggi, serve esattamente a questo: legittimare (elettoralmente) le forze neoliberali. Non avevamo dubbi che il richiamo della foresta avrebbe convinto i “comunisti” orfani del Brancaccio, quelli del «mai col Pd!», salvo poi portargli l’acqua del riconoscimento antifascista, non cogliendo il nesso causale esistente tra la sostanza del Pd e la mediatizzazione del neofascismo. Perché oggi non c’è alcun “problema neofascista” maggiore di qualche mese o qualche anno fa. Siamo solo alle porte della campagna elettorale, servono dunque motivi di fondo che possano distinguere elettoralmente il Pd dal resto delle forze politiche. Ed ecco scatenarsi l’indignazione opportunamente veicolata contro “il fascismo”, “gli skinhead”, “la xenofobia”, che crescerà di tono fino al 4 marzo, salvo poi scomparire un minuto dopo l’uscita degli exit poll. Così vanno le cose, nel secolo ventesimo primo (vista l’ambientazione lariana).

Mitologie criminali, distorsione della realtà e fascinazione mafiosa: Suburra (la serie)

 

“Mafia capitale” ha recentemente prodotto le proprie sentenze di primo grado (qui un articolo, qui la sentenza completa): niente 416 bis, nessuna associazione mafiosa, “soltanto” un sistema ramificato di corruzione organizzato da due associazioni per delinquere collegate fisicamente dalla figura di Massimo Carminati. In compenso dal 2014, dall’inizio cioè dell’operazione denominata «Mondo di mezzo», si è prodotto una vasto e straniante universo narrativo fatto di film, libri, documentari, inchieste giornalistiche e, in questi ultimi mesi, di una serie Netflix dal grandissimo seguito mediatico: Suburra. La serie sfrutta moduli narrativi ormai standardizzati: da Romanzo criminale e Gomorra, passando per Narcos, si è imposto un format discorsivo che travalica i confini mediatici per divenire fatto culturale, immaginario sociale. La trasposizione seriale perde così i caratteri della finzione, di fiction, per sfumare indirettamente nell’inchiesta romanzata, alterando la percezione della realtà, creandone anzi una parallela. Una realtà alternativa che progressivamente acquista più legittimità delle versioni ufficiali, proprio perché presentata come il “non detto” delle sentenze e delle dichiarazioni politiche. La verità “della strada” contro quella “del palazzo”. Continua a leggere »

Sinistra ed elezioni, la traversata nel deserto è appena iniziata

 

Ogni situazione concreta impone un ragionamento anch’esso il più possibile concreto. Le elezioni non sfuggono a questa semplice regola della politica, quella per cui non esistono schemi precostituiti. Ecco il motivo per cui le imminenti elezioni di marzo costringono la sinistra (quantomeno la sinistra credibile, ché quella incredibile già va indossando il costume double-face elettoralista/astensionista) ad una riflessione seria e originale. Il progetto di una lista di sinistra, Potere al popolo, in questi giorni ha contribuito a movimentare il dibattito elettorale, costretto fino a pochi giorni fa a barcamenarsi tra le pastoie liberali di Mdp-Si e il folklore opportunista del Brancaccio. Un dibattito che avremmo volentieri evitato, per due motivi: siamo, in fondo, un piccolo collettivo cittadino, incapace di spostare alcunché in termini politici ed elettorali nazionali; parliamo di una lista fatta in gran parte da compagni riconosciuti, dunque anche posizioni critiche esasperate avrebbero avuto poco senso. Lo scorso sabato però Eurostop, la piattaforma politica anti-europeista di cui facciamo parte, ha deciso di aderire al progetto della lista Potere al popolo. A questo punto ci è parso giusto dire la nostra in merito, perché è un evento che ci coinvolge direttamente. Continua a leggere »

L’immigrazione immaginaria/3

 

A dispetto della travolgente crescita economica, gli italiani persistono a emigrare. Anzi, secondo il Corriere della Sera (29 novembre), «il numero di italiani che se ne vanno per cercare di farsi una vita all’estero continua a crescere verso livelli mai raggiunti prima». Se ne vanno soprattutto a Londra: «solo Italia, Grecia e Bulgaria registrano flussi in aumento rispetto all’anno prima e solo l’Italia (con 60mila iscrizioni) lo fa fra i grandi paesi di origine delle migrazioni verso la Gran Bretagna». Ancora: «spagnoli, portoghesi, irlandesi, polacchi, ungheresi o slovacchi fanno tutti segnare crolli a doppia cifra degli afflussi verso il Regno Unito». In numeri assoluti, tra il giugno 2016 e il giugno 2017 sono emigrati in Inghilterra 60mila italiani, +2% rispetto all’anno precedente. A Londra, al momento, vivono e lavorano 147mila italiani, mentre in tutto il Regno Unito gli italiani sono 700mila. Non va meglio in Germania, seconda destinazione preferita per i migranti italiani: «l’emigrazione italiana verso le Germania nel 2016 segna un rallentamento, ma molto lieve: l’ufficio statistico tedesco registra 50mila arrivi; sono meno dei 74mila del 2014, eppure più degli arrivi di italiani del 2012 quando in Italia c’era stata una distruzione netta di oltre 200mila posti di lavoro». Anche qui, «i flussi continuano a crescere mentre frenano per spagnoli o portoghesi». Continua a leggere »

Le ipocrisie del civismo proprietario

La vicenda Retake e il fenomeno del volontarismo antidegrado, a cui abbiamo già dedicato alcune riflessioni nei mesi scorsi (leggi), questa settimana si è arricchito di nuovi aspetti che meritano di essere sottolineati. Prima di tutto i fatti. Domenica scorsa i pasdaran delle spugnette hanno deciso di dedicare le loro attenzioni all’isola pedonale del Pigneto dimenticando, nella loro furia iconoclasta, persino di rispettare quella proprietà privata a cui pure dicono di tenere tanto. Continua a leggere »

L’immigrazione immaginaria/2

 

Qualche mese fa ragionavamo dello iato – colossale – tra percezione e realtà dei fenomeni migratori in Italia. Nella virtualità dei rapporti politici e mediatici ci viene raccontato un paese “invaso” da migranti in fuga; nella realtà le statistiche ufficiali ci descrivono un paese che si sta lentamente svuotando. Il numero di italiani che emigrano è superiore al numero di stranieri che arrivano in Italia. Un numero talmente grande – quello degli italiani emigranti – da preoccupare persino organizzazioni internazionali come l’Ocse. Qualche giorno fa sul Corriere della Sera Federico Fubini faceva luce su un’altra serie di dati che smentiscono clamorosamente la percezione mediatica della realtà. Il primo: «il 2017 potrebbe rilevarsi il primo anno della storia recente nel quale il numero di stranieri che vivono in Italia inizia a diminuire». Tanto strepitare di invasione, ed ecco che la popolazione migrante diminuisce invece di aumentare. Un fatto storico, visto che dal 1981 la popolazione migrante nel nostro paese è sempre aumentata. Ma di quanto? Ecco un altro dato che fa letteralmente a cazzotti con la narrazione politico-mediatica del bel paese ospitale: «dal 2013 il totale dei residenti stranieri è sempre aumentato di meno di 50mila persone all’anno». Continua a leggere »

La periferia come modello di civiltà

 

Secondo la “Commissione di inchiesta sulla sicurezza e sul degrado delle città e delle periferie”, 15 dei 21 milioni di residenti nelle aree urbane vivono in periferia (qui). La periferia si conferma, anche nelle statistiche ufficiali, come il più importante contenitore di povertà e sfruttamento del nostro paese. Siamo in presenza di una nuova e, per certi versi, inedita forma di territorializzazione dell’esclusione sociale. La metropoli contemporanea non si presenta solo come superamento definitivo della città moderna, con i suoi connessi diritti sociali di cittadinanza, ma come sintesi governamentale di una forza lavoro esclusa da qualsivoglia processo di riconoscimento (sia esso sociale, culturale, politico). Sfruttando alcuni cartogrammi prodotti dalla Commissione parlamentare, si può cogliere il significato di questa territorializzazione, che si presenta come processo economico fondato su di una volontà politica, ma che al tempo stesso cortocircuita con i canali tradizionali della rappresentanza politica. Un mostro prodotto dal laboratorio liberista, che non può fare a meno della manodopera metropolitana, ma che si approccia ad essa attraverso paradigmi gestionali tipicamente neocoloniali fondati sempre più sul carattere duale di una popolazione che continua però a insistere su di uno stesso territorio nazionale, quindi ancora giuridicamente parte di uno stesso organismo giuridico-politico, sebbene in fase di superamento. I riflessi di questo superamento sono oggi percepibili nelle metropoli, vere e proprie zone economiche speciali entro cui trovano sperimentazione forme di esclusione sociale e politica. Continua a leggere »

Elezioni e “stabilità”: quello che la politica liberale non dice

 

Due mesi dopo le elezioni del 24 settembre, la Germania si trova ancora senza governo. Per di più, sarà destinata a restarci ancora per molto, e già si affaccia l’ipotesi di nuove elezioni. Quello che viene portato avanti come esempio di “stabilità” politica si è impantanato nel più classico stallo all’italiana. Uno stallo che però ha motivazioni di portata generale. La Germania è solo l’ultimo dei paesi senza governo. Negli ultimi due anni, soltanto in Europa, abbiamo avuto la Spagna senza governo per un anno intero, l’Olanda per otto mesi, la Gran Bretagna ancora oggi senza maggioranza parlamentare. La “stabilità” non risiede evidentemente nei governi nazionali. Difatti, nessuno di questi tre paesi ha dovuto affrontare vendette finanziarie, attacchi speculativi, fuga degli investitori o declini produttivi. Al contrario, hanno tutti visto un significativo rialzo delle stime di crescita. Continua a leggere »

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Conversazioni con Stalin, di Milovan Gilas

 

Ovviamente scomparso dalle librerie, torna rieditato da Pgreco Conversazioni con Stalin, il libro di memorie del dirigente comunista jugoslavo Milovan Gilas, al tempo della pubblicazione (1962) già compromesso con l’anticomunismo e di lì a poco definitivamente venduto all’Occidente. Nonostante ciò, si tratta di un libro bellissimo, per chi lo sa leggere. In prima battuta è semplicemente lo sfogo dell’ex dirigente in rotta col suo partito. Grattata via la superficie del rancore emerge il punto di vista intimo di un capo comunista, per anni ai vertici del movimento comunista jugoslavo, posizione che gli ha permesso numerosi incontri con la dirigenza sovietica e in primo luogo con Stalin. Da questi incontri Gilas ne ricava un’antropologia del potere sovietico e un’essenza del comunismo. Ma andiamo con ordine. Continua a leggere »

La “massima peccaminosità” di Diego Fusaro

 

Di fenomenologie del delirium fusariano ne è ormai pieno il web. Ancora oggi, quella scritta da Raffaele Alberto Ventura ci sembra la più centrata nello svelare la natura del “pensiero” fusariano, ibrido posto all’incrocio tra la spettacolarizzazione mediatica e la demenza politica. Ad interessarci sono le critiche, ovvero le argomentazioni utilizzate per smascherare il “fusarismo”. Non sappiamo se Fusaro sia consapevole del compito di cui è investito nella sua onnipresenza mediatica, ovvero la macchiettizzazione del marxismo. Fusaro, a prescindere da cosa pensi di se stesso, arreda i palinsesti televisivi in quanto marxista, ma viene ospitato e sostenuto in quanto ridicolizzazione del marxismo. La meta-narrazione così disposta presenta il marxismo per bocca di Fusaro (cioè di “quelli come” Fusaro: intellettuali con la sciarpa al collo e fuori dalla realtà), Fusaro come soggetto caricaturale, dunque il marxismo come parodia intellettuale. La critica a Fusaro però diviene sempre meno nitida man mano che ci approssimiamo alla sinistra. Per la stragrande maggioranza della quale Fusaro è soltanto «un fascista» (o, nelle sue sfumature, «rossobruno», «geopolitico», eccetera). Per una piccola parte, Fusaro è invece un marxista, di quelli che hanno ancora il coraggio di dire le cose come stanno e via dicendo. Ci sembra che le due invettive manchino di individuare la contraddizione principale, che ha Fusaro come protagonista ma che non riguarda soltanto lui ma l’intellettualità politica nel suo complesso. Continua a leggere »