APPUNTAMENTI

eurostop_nov_2017

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

24 October :
1970 - Salvador Allende viene eletto presidente del Cile

STATS

Sinistre difese dell’autonomia liberista

 

Qualcuno si domanda ancora perché la “sinistra” sia divenuta nel frattempo sinonimo di liberismo. La mozione “democratica”, mediaticamente protagonista di questi giorni, svela il ruolo di questa sinistra di complemento, elettoralmente barricadera e politicamente veicolo principale del sistema ordoliberale europeista. Il merito della mozione promossa da Renzi – la richiesta di discontinuità dell’azione di vigilanza di Bankitalia – è in sé poca cosa e rispondente unicamente a interessi di posizionamento elettoralistico. Più in generale però il senso di quella mozione appare condivisibile: la politica deve poter controllare e valutare l’azione della banca centrale. Un’azione, come sappiamo, dal 1981 libera da qualsiasi vincolo politico. Continua a leggere »

A chi riscalderà l’autunno lo Stato regalerà tanti guai

 

Si avvicinano le giornate di mobilitazione del 10 novembre con lo sciopero generale promosso in particolare da Usb, e il corteo nazionale dell’11 lanciato da Eurostop. Questi appuntamenti di rilevanza nazionale cadono in un contesto molto diverso dalle giornate dello scorso autunno, che segnarono un punto alto della mobilitazione sindacale e politica contro il  tentativo di controriforma costituzionale targato Renzi, Pd e Ue. Il governo Renzi, nonché l’Unione europea, subirono la pesante sconfitta referendaria, frenando (ma certo non incrinando) il rafforzamento della restaurazione istituzionale nel paese. L’ostilità della gran parte della popolazione al progetto liberista autoritario risolse nel breve periodo i limiti di una sinistra che, per fortuna, poco incise nella battaglia referendaria (altrimenti avremmo avuto Renzi presidente a vita). Continua a leggere »

L’attimo mancato

 

Nel giro di dieci giorni il governo catalano, forte della mobilitazione popolare, della sfida vinta del referendum, dello sciopero generale del 3 ottobre, dell’insipienza di Rajoy, è riuscito nell’impresa di farsi mettere all’angolo dal governo spagnolo alla cui base c’è un’unica volontà di repressione uscita sconfitta dalle immagini del 1 ottobre. Al momento attuale la contesa, sebbene non ancora persa e aperta ad ogni soluzione, ha ribaltato il ruolo dei protagonisti: Puigdemont che prende tempo , Rajoy che lo incalza. Il bluff su cui si giocava l’indipendentismo liberale del PDeCAT è venuto meno nel momento critico, quello di portare sino alle estreme conseguenze uno scontro evidentemente sfuggito di mano. Continua a leggere »

Bufale elettorali

 

Impossibile entrare nel merito della nuova legge elettorale definita dai giornali Rosatellum: come ogni riorganizzazione istituzionale degli ultimi trent’anni almeno, è completamente disconnessa da qualsiasi riferimento sociale. L’escamotage elettoralistico trovato in extremis (sempre che passi al Senato) è, come evidente da tempo, l’unico possibile. L’obiettivo esclusivo del sistema politico italiano è impedire al M5S di conquistare la maggioranza dei voti e, tramite questi, governare in autonomia il paese. Questa incoercibilità ha diverse spiegazioni: da una parte, nessun ceto dirigenziale favorisce la propria rottamazione; dall’altra, la natura informe del partito grillino ancora “spaventa” le classi dirigenti del paese (nonostante l’evidente torsione moderata-reazionaria): potrebbero bloccare la Tav, sparare sui migranti al largo delle coste siciliane, introdurre il Bit Coin come valuta ufficiale e, chissà, aprire un’ambasciata in Corea del Nord. Sono, in altre parole, imprevedibili e incapaci, due proprietà che, per l’appunto, spaventano quella classe dirigente che tanto ha faticato per mettersi al servizio del sistema economico tedesco. In un sistema elettoralmente tripolare l’unico strumento per impedire la governabilità di uno solo dei soggetti in campo è favorire coalizioni politiche trasversali. Il Rosatellum è nato proprio per questo. Continua a leggere »

Da Mentana a Formigli: la normalizzazione politico-culturale del fascismo

 

Proprio ieri, Leonardo Bianchi pubblicava su Vice un opportuno, centrato e illuminante articolo sulla legittimazione del neofascismo attraverso lo sdoganamento culturale mainstream di Casapound, presentata massmediaticamente come faccia pulita di una nuova destra, finalmente compresa nel gioco democratico. Facciamo nostro questo articolo in ogni sua virgola: non si poteva esprimere meglio il significato politico alla base del plateale sdoganamento neofascista (qui il pezzo). Le tragiche comparsate di Mentana e Formigli demoliscono, forse definitivamente, gli ultimi riferimenti all’antifascismo quale collante costituzionale, un recinto politico fuori dal quale quella legittimità è negata esattamente per conto della democrazia. Continua a leggere »

La rivoluzione a metà

 

«Coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba», ammoniva Louis de Saint-Just. Ieri sera è purtroppo avvenuto il mezzo passo indietro che smentisce la volontà della maggioranza di governo nonché i risultati del referendum. Un tradimento del mandato popolare, chiaro, inequivocabile, persistente, che si è espresso in ogni elezione degli ultimi due anni, a livello nazionale e municipale, e che ha costruito il processo indipendentista nella società catalana, nelle strade, nei posti di lavoro, nei dibattiti pubblici. Nonostante ciò, ieri è comunque avvenuto un passaggio storico. La dichiarazione di indipendenza, sebbene “sospesa”, è avvenuta. La sospensione, inoltre, toglie ogni alibi al governo di Madrid che, come volevasi dimostrare, ha risposto all’apertura di credito di Puigdemont con la chiusura totale di ogni riconoscimento della questione catalana. Le immagini dei proletari-deputati della Cup che, al grido di viva la Repubblica, firmavano il risultato di anni di lavoro politico e sociale, riflettono un rapporto di forze sconosciuto nel resto d’Occidente. Vendicano, certo parzialmente e simbolicamente, una Repubblica repressa nel sangue di una guerra civile durata quarant’anni.  Continua a leggere »

Cinquant’anni dopo la morte del Che

 

Cinquant’anni fa, a La Higuera, moriva Ernesto Guevara. Fucilato da reparti dell’esercito boliviano, appositamente addestrati e comandati dalla Cia, cadeva anche il sogno di una guerriglia comunista che, partendo dalla Bolivia, si sarebbe poi dovuta estendere al grosso del continente latino americano. Mezzo secolo dopo, il Che e la storia della rivoluzione a Cuba e in America latina, continuano a parlare al presente. Su tutto, sono capaci di restituire all’orizzonte comunista una dimensione epica, spesso tralasciata. Non ci servono eroi, ma la consapevolezza che si può lottare sempre, qualunque sia la disparità di forze in campo, contro chi fa della miseria, dello sfruttamento, dell’oppressione la propria ragione di essere nel mondo. Se si ha la capacità di avere un popolo alle proprie spalle, se si mettono in campo lucidità politica, analisi scientifica della realtà e coraggio che hanno avuto personaggi come Che Guevara, si può anche vincere. In un mondo che si vorrebbe pacificato alla barbarie capitalista, e anche in un’America latina dove le esperienze socialiste sono sotto attacco, questo non è poco. Con i compagni del Corto Circuito ricorderemo il Che per le strade di Cinecittà e del Lamaro con questo manifesto, qui lo facciamo aggiungendo le parole finali della sua autobiografia scritta da Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza: Dalle migliaia di foto, poster, magliette, nastri, dischi, video, cartoline, ritratti, riviste, libri, itinerari turistici, cd, frasi, testimonianze, tutti i fantasmi della società industriale che non sa custodire i suoi miti nella sobrietà della memoria, il Che ci guarda attento. Ritorna al di là di tutte le cianfrusaglie in un’epoca di naufragi, è il nostro santo laico. Più di quarant’anni dopo la sua morte, la sua immagine attraversa le generazioni, il suo mito passa di corsa in mezzo ai deliri di grandezza del neoliberismo. Irriverente, beffardo, ostinato, moralmente ostinato, indimenticabile”. Hasta Siempre, Comandante! Continua a leggere »

Nuove identità mimetiche


Nonostante il trionfo di immagini socializzate, a sinistra la questione catalana continua a mietere dissensi trasversali. Un trentennio abbondante di demonizzazione dello Stato nazionale ha impedito un aggiornamento del dibattito politico, ritrovandoci oggi afoni rispetto alle insorgenze (popolari, conflittuali o solo elettorali) che da più parti in Europa rivendicano – da sinistra – un’attenzione alla questione nazionale. Che non ha più i caratteri ottocenteschi della “liberazione dei popoli” o quelli novecenteschi della lotta al colonialismo, ma che merita indagini meno vincolate ideologicamente. Il cosmopolitismo ordoliberale, nella sua pervasiva capacità di insinuarsi tra le pieghe del pensiero comune, costruendo un’egemonia di senso apparentemente inscalfibile, ha fatto il resto: la questione nazionale è per definizione appaltata alla destra, alla reazione, al revanscismo. Questo è però un fatto relativamente nuovo, databile più o meno con la fine degli anni Settanta. Prima il marxismo era riuscito ad esprimere non tanto una sintesi, ma un dibattito originale, capace di legare l’aspetto sociale e quello nazionale, smascherando il nazionalismo ma salvaguardando quel tanto di progressivo che lo Stato nazionale portava con sé in termini di diritti di cittadinanza, di inclusione pubblica delle masse subalterne, di riconoscimento formale delle classi in lotta. Continua a leggere »

La sinistra della destra

 

Per capire il livello del dibattito “a sinistra” nel nostro paese basta la notizia dell’«effetto Bonino»: «La novità che può sparigliare l’offerta elettorale a sinistra», titola La Stampa. Nell’infornata civica il peggio del paese: Calenda, Prodi, Letta, Pisapia, eccetera. Il problema è che questa è la “sinistra” percepita nel paese, quella “a sinistra” del Pd, presentata come “battagliera”. Viviamo da molti anni uno scarto incolmabile tra la sinistra percepita (cioè la classe dirigente neoliberale del paese) e l’idea di sinistra per come si è andata formando nei due secoli precedenti. E mentre altrove la storia torna a misurarsi in giorni che valgono anni, in Italia il dibattito insiste sul leader mancato, sullo scontro tra Pisapia e D’Alema, sul ruolo di Mdp, su Montanari e Fassina e via degradando. Sfumature politiche definitivamente scollegate da qualsiasi realtà sociale. Continua a leggere »

“Non è terrorismo”

 

58 morti e 500 feriti dopo, il problema urgente del governo Usa era dichiarare al mondo che la strage “non è terrorismo”. Per anni ci è stato spiegato che il terrorismo, soprattutto quello degli ultimi due decenni, non aveva niente a che fare con la “politica” e poco con la religione. In realtà, ci spiegano i professori, la religione costituisce il pretesto attraverso cui individui instabili sfogano la propria insoddisfazione esistenziale. O qualcosa del genere. Eppure, quando si presenta davvero l’individuo “instabile”, eccolo ridotto a macchietta. Al cuore della questione, come abbiamo provato a scrivere più volte, c’è il fatto che il terrorismo fa paura proprio perché esprime una incontrovertibile natura politica, venga questa esplicitata o meno. L’uccisione di 58 persone (cioè più persone di tutti gli attentati in Europa nel 2017), e il ferimento di altre 500, rimangono confinate alla cronaca. La notizia durerà qualche ora, mentre domani ce ne saremmo già scordati. Perché? Perché Stephen Paddock, l’attentatore di Las Vegas, non è un militante politico e non combatte alcuna battaglia politica. Continua a leggere »