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ACCADEVA OGGI…

19 November :
1969 - A Milano, in occasione dello sciopero nazionale, la polizia carica un corteo nel centro città, provocando numerosi feriti. Rimane ucciso, per lo scontro fra due automezzi, l’agente Antonio Annarumma. Il filmato televisivo francese, che accerta la dinamica dei fatti sarà fatto sparire.

1974: SPESE PROLETARIE A MILANO

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La “massima peccaminosità” di Diego Fusaro

 

Di fenomenologie del delirium fusariano ne è ormai pieno il web. Ancora oggi, quella scritta da Raffaele Alberto Ventura ci sembra la più centrata nello svelare la natura del “pensiero” fusariano, ibrido posto all’incrocio tra la spettacolarizzazione mediatica e la demenza politica. Ad interessarci sono le critiche, ovvero le argomentazioni utilizzate per smascherare il “fusarismo”. Non sappiamo se Fusaro sia consapevole del compito di cui è investito nella sua onnipresenza mediatica, ovvero la macchiettizzazione del marxismo. Fusaro, a prescindere da cosa pensi di se stesso, arreda i palinsesti televisivi in quanto marxista, ma viene ospitato e sostenuto in quanto ridicolizzazione del marxismo. La meta-narrazione così disposta presenta il marxismo per bocca di Fusaro (cioè di “quelli come” Fusaro: intellettuali con la sciarpa al collo e fuori dalla realtà), Fusaro come soggetto caricaturale, dunque il marxismo come parodia intellettuale. La critica a Fusaro però diviene sempre meno nitida man mano che ci approssimiamo alla sinistra. Per la stragrande maggioranza della quale Fusaro è soltanto «un fascista» (o, nelle sue sfumature, «rossobruno», «geopolitico», eccetera). Per una piccola parte, Fusaro è invece un marxista, di quelli che hanno ancora il coraggio di dire le cose come stanno e via dicendo. Ci sembra che le due invettive manchino di individuare la contraddizione principale, che ha Fusaro come protagonista ma che non riguarda soltanto lui ma l’intellettualità politica nel suo complesso. Continua a leggere »

Schizofrenie borghesi tra Roberto Spada e Jenny Savastano

 

La vicenda di Ostia si iscrive in un quadro di relazioni sociali deteriorate, in cui il rapporto tra criminalità e fascismo si rafforza col procedere della crisi. Allargando la visuale, riusciremmo però a individuare la cornice culturale entro cui si manifesta la schizofrenia borghese che manipola le mitologie della periferia. Ci viene in soccorso un’intervista a Roberto Saviano, ingegnere delle nuove mitopoiesi ribelli. Immediatamente dopo l’aggressione di Roberto Spada al giornalista Daniele Piervincenzi, Saviano si contraddistinse per la posizione più dura: «Ostia capitale di Mafia. […] Per quanto mi riguarda, alla luce di tutto questo, combattere CasaPound significa fare antimafia». Nel congeniale ruolo di sostituto procuratore nazional-popolare, il Nostro invocava la repressione più severa: nessuna pietà per Spada e soci, anzi: indagare anche gli eventuali referenti politici. Molto bene, finalmente qualcuno che dice le cose come stanno, abbiamo pensato anche noi. Questo il Saviano di lotta, il Pm mediatico che a ideologie unificate proclama il suo j’accuse legalista. C’è però anche il Saviano di governo, artefice di una nuova e perversa educazione criminale. Continua a leggere »

Uno sciopero e un sindacato: tutto ciò che abbiamo in questo momento

 

Le due mobilitazioni nazionali del 10 e 11 novembre rappresentano al tempo stesso poco e molto delle lotte di classe del paese. Nessun’altra forza sociale, men che meno politica, ha oggi la forza di organizzare una mobilitazione nazionale nei principali settori di classe, caricandosi anche il peso di una sua rappresentazione pubblica politico-sociale. E’ un dato oggettivo che descrive la nostra debolezza, non la nostra forza, ma è perlomeno un fatto concreto, che ci permette di ragionare su dati di fatto reali e non immaginari. Tutti noi vorremmo altro, ma quest’altro non c’è. La piazza romana di sabato ci racconta di questa potenzialità e della sua impossibile autosufficienza. Continua a leggere »

Spettri di una “sinistra” che tifa polizia

 

Intendiamoci: che dopo il fatto eclatante della testata Roberto Spada venga fermato dalle forze dell’ordine e indagato dalla Magistratura, rientra nella normalità di uno Stato di diritto, sebbene per l’occasione abbiano dovuto inventarsi la fattispecie delle «lesioni in contesto mafioso». Per molto meno molti di noi ancora scontano condanne e processi, euro buttati nel calderone di una giustizia che sa dove e come accanirsi. Fatta questa premessa, l’episodio certifica il baratro in cui è sprofondata la sinistra in questo paese, l’idea di sinistra più che i partiti o movimenti che la compongono. L’arresto è stato accolto da un giubilo trasversale, un finalmente pensato ed espresso sui social, nell’ennesima improbabile e farsesca riproposizione stantia e fuori dalla storia di un fronte antifascista in cui troverebbero posto guardie e giornalisti. Noi ce ne chiamiamo da subito fuori: in tutta la vicenda il problema è il giornalista, non Roberto Spada; il problema sono le guardie, non i “clan”; è la politica, non la strada. Continua a leggere »

Giornalista nasochista

 

E povero il nostro “giornalista”, soltanto un mese fa inviato speciale della legittimazione neofascista, lui e il resto di quella trasmissione di merda chiamata Nemo (qui lo sdoganamento fascista come strategia mediatica). E’ bastata una testata a sconvolgere le emozioni della casta giornalista del paese, che improvvisamente si ritrova (in faccia) la realtà di un fascismo dato per virtualizzato, pacificato, sdoganato in ogni sua forma. Nessuna pietà per chi da anni alleva un mostro improvvisamente sfuggito di mano. Non abbiamo percepito cori d’indignazione mainstream per le quotidiane aggressioni del neofascismo romano, contro militanti politici o migranti, e oggi dovremmo salire sul carro dello sdegno trasversale solo perché un personaggio della virtualità mediatica incontra la legge della strada? Ma neanche per sogno. Continua a leggere »

Astensionismo e dintorni: avvertenze prima dell’uso

 

Sicilia e Ostia hanno confermato una tendenza ormai storica: l’astensionismo è sempre il primo dei “partiti” scelti dagli elettori. Un crollo elettorale vertiginoso. Tanto per fare un esempio, nelle elezioni statunitensi – parallelo ricorrente – l’anno scorso avevano votato il 56% degli elettori. A Ostia il 36%, in Sicilia il 46%. Siamo ampiamente al di sotto del triste riferimento americano. Siamo in presenza allora non di un “normale” assestamento della democrazia liberale che sopravvive soprattutto grazie alla scarsa partecipazione politica (di cui il non voto è solo uno dei momenti). Siamo di fronte a una mutazione genetica della democrazia rappresentativa, di cui rimane la forma (elettorale), ma non più il contenuto (cosa e chi rappresentano effettivamente gli eletti?). Domande che trovano spazio il giorno dopo le diverse tornate elettorali, ma che scompaiono il martedì mattina, proprio perché questo fatto rafforza più che indebolire i governi liberali: perché preoccuparsene più di tanto? Continua a leggere »

Mostri generati dal deserto della politica

 

In primo luogo, andrebbe davvero compresa quanta legittimità possa avere un processo elettorale che porta al voto il 36% della popolazione elettorale (molto meno, peraltro, della popolazione complessiva). Questo il risultato, eclatante, del voto nel X Municipio, un territorio di 231.000 persone e 185.000 votanti, di cui hanno votato solo in 67.000. Una popolazione molto grande, equivalente a una media città italiana, che sceglierà il suo vertice amministrativo nella sostanziale avversità della popolazione residente. Un’elezione delegittimata di fatto dal comportamento materiale della popolazione, elettorale e non, che ha sancito uno storico rifiuto per le opzioni politiche esistenti, tutte, inequivocabilmente, residuali. Una critica che in primo luogo coinvolge la “sinistra”, completamente assente dalla competizione perché da troppi anni assente nel territorio municipale e in particolare a Ostia, vertice del disastro urbano metropolitano. Tanto per dire, il candidato di “Sinistra unita” Eugenio Bellomo, l’unico cartello di “sinistra” presentatosi alle elezioni, esprimeva in conclusione della campagna elettorale il suo proposito di governo: «ci dev’essere un collegamento strettissimo con le forze dell’ordine». Come suicidarsi politicamente ed elettoralmente, per di più con la malcelata presunzione di superiorità morale rispetto al resto dei candidati. Continua a leggere »

Saggi di politica elettorale

 

Dal primo gennaio 2019 l’età pensionabile passerà da 66 anni e sette mesi a 67 anni. Il frutto, uno dei tanti, della famigerata Legge Fornero, controriforma sociale votata da tutte le forze politiche che oggi dicono di volerla cambiare (ad eccezione di Lega nord, contraria, e M5S, al tempo non rappresentata in Parlamento). Il problema, ovviamente, non sono quei tre mesi in più o in meno, ma l’impianto generale che costringe uomini e donne al lavoro sino alla soglia dei settant’anni, in presenza, peraltro, di una fortissima disoccupazione giovanile e di un depauperamento costante del sistema pensionistico grazie all’introduzione del metodo contributivo. Le elezioni però sono alle porte e bisogna in qualche modo camuffare l’adesione entusiastica e trasversale alle controriforme sociali dei governi Prodi-Berlusconi-Monti-Letta-Renzi-Gentiloni. Continua a leggere »

Le tre fasi della depressione narcofascista

 

L’altro ieri notte Forza nuova, il partito narcofascista della Capitale, ha radunato tutta l’organizzazione microfascista per scrivere su di un muro “Militant infami”. Non paghi dell’impresa, lo hanno strombazzato su tutti i social, vantandosi di chissà quale dannunziana epopea da narrare ai nipoti. Già questo dovrebbe raccontarci della difficoltà esistenziale della Roma bene, annoiata dagli aperitivi a Ponte Milvio, stufa delle sgommate in micro-car e delusa della monotonia dell’ennesimo migrante mandato all’ospedale. Una depressione a cui gli antifascisti hanno probabilmente dato il colpo di grazia. L’impresa fiumana veniva prima cancellata, mandando di traverso la cocaina a Castelluccio, nel frattempo alle prese con lo stradario per capire dove organizzare la “marcia dei patrioti”. Non paghi, la sera dopo sempre i soliti antifascisti sono tornati sul luogo del delitto, questa volta attendendo (invano, e quando mai…) i novelli Farinacci. Probabilmente erano su facebook a vantarsi di aver attacchinato un manifesto. Neanche i fascisti sono più quelli di una volta. Continua a leggere »

Ricordare pensare agire: 100 anni di Rivoluzione

 

Questo fine settimana si concluderanno le nostre celebrazioni del centenario della Rivoluzione d’Ottobre. Un ricordo inevitabile e necessario, che è proseguito lungo due linee guida: da una parte, organizzando iniziative specifiche sull’Ottobre – assemblee, art work, dibattiti, lavori editoriali, manifesti, scritte, striscioni; dall’altra, cercando di far vivere il senso della Rivoluzione dentro la nostra attività politica quotidiana. Un tentativo oggi maledettamente difficile vista la profonda inattualità che subisce l’idea stessa di rivoluzione, di cambiamento, di rottura. Sono d’altronde questi i tempi che ci sono stati dati in sorte, e se il presente ha assunto l’aspetto della distopia reazionaria è anche responsabilità nostra. In questo anno si sono accavallati multiformi ricordi della Rivoluzione. Ognuno, inevitabilmente, ha rievocato il suo modo di intendere l’evento centrale del XX secolo. La politica e il giornalismo liberale, forti dello scampato pericolo, ne hanno celebrato la distanza storica ormai (apparentemente) incolmabile, tirando il classico sospiro di sollievo, lasciandosi anzi andare alle concessioni tipiche di chi sa di non avere più niente da temere. La cultura e la politica ancora comunista si è al contrario adeguata all’anniversario inaggirabile. Purtroppo, nel nostro come negli altri casi, si è trattato di celebrare un evento storico disattivato. Il senso della Rivoluzione, ovviamente, vive nelle lotte di classe e non nelle mummificazioni celebrative. Eppure andava celebrata, fosse solo per ostinazione. In tal senso, oltre che invitare tutti a passarci a trovare questo fine settimana, pubblichiamo qui di seguito l’introduzione che il Comitato per le celebrazioni dell’Ottobre ha scritto per la ripubblicazione del piccolo capolavoro di Lukács, Lenin. Un testo, tra i tanti, fuoriuscito dai radar dell’interesse militante, e tuttavia proprio per questo utile a chiarire il significato storico-politico dell’azione di Lenin nella Rivoluzione. Buona lettura. Continua a leggere »