Verticalità del potere e orizzontalità della società

Verticalità del potere e orizzontalità della società

 

Inaspettatamente, il 10 luglio è apparso un ottimo articolo di Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera. Una vera sorpresa, sia perché ospitato nel luogo riservato agli editoriali “importanti” del quotidiano; sia perché a scriverlo è stato De Rita, sociologo ormai avvezzo alla sociologia dell’ovvietà e del superficiale (come tutti i sociologi mainstream, d’altronde). L’articolo analizza la logica alla base della cosiddetta spending review, e cioè quella di ridurre, e se possibile eliminare, ogni forma istituzionale intermedia fra società e potere costituito. Tutte le istituzioni sociali articolate sul territorio, che formano quella complessa governance di poteri al cui vertice viene posto il governo politico, vengono ormai descritte come carrozzoni inutili e dispendiosi, formati ad esclusivo beneficio delle lobby politiche, e che non possiamo più permetterci. Andavano bene all’epoca delle vacche grasse, in cui la politica poteva elargire soldi al territorio moltiplicando enti inutili; oggi, governati dalla politica del terrore dello spread, devono essere al più presto rimossi, pena il fallimento dello stato o, peggio ancora, l’uscita dal’euro, il peggiore dei mali infernali che potrebbe capitarci.

Non possiamo che essere d’accordo. La logica che governa non solo questa revisione della spesa, ma tutte le politiche economiche dei vari governi di centrosinistra o di centrodestra, è quella di eliminare ogni forma di potere intermedio fra cittadino e potere. L’ideologia della governabilità ha risucchiato ogni altra forma di analisi politica. E’ paradossale, in una fase storica caratterizzata dal maggiore grado di potere coercitivo da parte dei governi nei confronti dei parlamenti nazionali e di tutti gli altri organi intermedi. Il Presidente del Consiglio è già, nei fatti, il vero dominus incontrastato della politica nazionale, che può disporre secondo la sua volontà ogni forma di politica pubblica. Mai nel corso degli anni si è assistito a una forma di concentrazione del potere così vasta e pervasiva, questo sbilanciamento nei confronti dell’esecutivo di tutti gli altri poteri. Fra cittadino e governo non esiste più alcun organo frapposto. Questo, lungi dal ridurre la distanza fra i due soggetti, l’ha invece allargata a dismisura. Due mondi separati e incomunicabili, in cui nessuna persona può in alcun modo influenzare le scelte del potere costituito. La complessa rete di istituzioni sociali disposte sul territorio serviva invece proprio a questo: ridurre e organizzare la distanza fra cittadino e potere, permettendo anche al singolo individuo di avere la possibilità di influenzare le politiche pubbliche tramite la leva dei presidi territoriali. A questo servivano tutti quegli organi intermedi che erano veri e proprio presidi di società. A questo servono, ad esempio, le regioni, le province e i comuni. Fino alla fine del fascismo, infatti, una della cose più combattute furono proprio le autonomie locali, governate da podestà nominati dal governo e privi di alcun tipo di autonomia. Una delle conquiste del dopoguerra fu proprio quella di articolare il potere politico sul territorio. In questa articolazione dei poteri trovavano senso anche le sezioni territoriali dei partiti o dei sindacati, che fungevano da organizzazione reticolare che, dalla periferia, organizzava il consenso – e il dissenso – portandolo agli organi centrali.

Venendo meno la governance sociale, viene meno anche il potere del cittadino di influenzare le scelte politiche nazionali. Viene meno anche il controllo della base sulle dirigenze politiche, slegate da ogni forma di verifica dal basso. Dirigenze politiche che infatti vengono determinate non più dalla catena  organizzativa che dalla periferia raggiunge il vertice del partito, ma direttamente dall’alto, gestendo i meccanismi dell’informazione di massa.

Insomma, la riduzione dei poteri intermedi impoverisce la democrazia e rende sempre più solo il singolo cittadino nei confronti del potere. Il problema è che certa retorica dei tagli ai presunti enti inutili ha sfondato anche a sinistra, incolpando il sistema politico-economico non di tagliare troppo, ma di non tagliare abbastanza. E’ la stessa logica che sta alla base della riduzione dei parlamentari. Si sta facendo passare una riduzione dei membri eletti al parlamento come una manovra atta a tagliare il debito pubblico. Non capendo che meno parlamentari significa meno rappresentatività degli stessi, meno vincoli di mandato, meno controllo sociale. E se il problema odierno è l’assoluta mancanza di collegamento fra base sociale e membri eletti alle cariche politiche, non per questo la soluzione è tagliare tali cariche. Semmai, dovrebbero cambiare – e migliorare – gli strumenti che ha la base di condizionare l’attività politica di tali parlamentari.  Non eliminando tali strumenti, ma rinforzandoli. Oggi stiamo andando nella direzione diametralmente opposta.