Storie del corteo fantasma

Storie del corteo fantasma

 

Venerdì avrebbe dovuto svolgersi un corteo, per protestare contro lo sgombero di Degage e la minacciata politica di sgomberi promessa dal Prefetto Gabrielli. Un normale corteo, come ce ne sono per fortuna tanti simili, eppure questa volta la Questura romana ha deciso di scardinare la normale dialettica democratica che vuole ogni manifestazione autorizzata a meno che il luogo prescelto o l’orario indicato non turbino significativamente l’ordine pubblico. Nulla di tutto questo era presente nelle richieste degli organizzatori, quanto la possibilità di manifestare liberamente fino alla Prefettura, cioè l’ideale controparte politica della manifestazione. Insomma, come dicevamo, un evento normalissimo, tipico, addirittura noioso. Come dicevamo a giugno, però, nel frattempo in città è stata approvata una norma che impedisce la normale dialettica democratica. Il Protocollo d’intesa sulle manifestazioni impedisce i cortei nel centro cittadino che non abbiano carattere nazionale, numeri adeguati e non siano collocati nel fine settimana. Per tutto il resto, si viene relegati a sit-in o a manifestazioni in periferia. Una norma anti-costituzionale, avrebbe gridato un tempo il “sincerismo democratico”. Oggi invece si è assistito passivi a una norma che impedisce, con la violenza della repressione, una delle possibilità d’espressione garantite dalla Costituzione. Per dire, il corteo spontaneo seguito allo sgombero di Degage ha prodotto quaranta (40) denunce e dieci (10) avvisi orali! Per chi fa politica da qualche tempo, sa o dovrebbe ricordarsi bene come denunce di questo tipo e addirittura avvisi orali venivano emessi per questioni sostanzialmente più gravi, e soprattutto verso compagni “grandi”, al culmine di un processo repressivo. Oggi siamo alla repressione sconsiderata verso compagni giovani, giovanissimi, o verso normali manifestanti ad un normalissimo corteo, che però aveva il gravissimo problema di non essere autorizzato. Al di là degli sgomberi, la normalizzazione di un contesto sociale passa anche o forse soprattutto attraverso questi provvedimenti, che spezzano ogni possibilità di fare politica. Ed è proprio questo l’obiettivo della Prefettura e delle altre forze di polizia. Tacitare, se occorre anche con la forza, la politica prima e durante l’evento giubilare. Il Giubileo non deve avere rotture di coglioni, la politica deve autosospendersi, e se non lo fa interviene la repressione. Questa la situazione oggi. Come se ne esce?

Uno dei dati tristemente plateali che emergono da queste vicende è la crisi di consenso che vivono i movimenti sociali. Al resto della città sembra non fregare nulla di quanto sta avvenendo, eppure sono in corso eventi gravi e problematici, che non riguardano solo un gruppo di occupanti o di occupazioni. Questa distanza radicale tra le vicende dei movimenti e quelle del resto della società è il problema. In assenza di forme di solidarietà larghe, di condivisione anche ideale di punti di vista, di sponde politiche differenti, non solo si è politicamente destinati all’irrilevanza, ma si è sottoposti a forme di repressione via via più invasive, dilaganti, inarrestabili. E questa crisi di consenso non deriva – o non deriva solo – dall’apatia generale che sembra contraddistinguere le società post-moderne, soprattutto nelle metropoli occidentali. Deriva da una serie di errori politici che il movimento, tutto, ha compiuto negli anni. Ci si è scavati la fossa con le proprie mani, e davanti a questa le forze di polizia non aspettano altro che dare la spinta finale. Si è completamente abbandonato il terreno del consenso, delle alleanze, del dialogo con il socialmente e politicamente diverso dalla propria condizione soggettiva. Ci si è cullati nel mito di un’impossibile autonomia, tanto politica quanto sociale, di un’autosufficienza che giorno dopo giorno si sta trasformando in solitudine, distanza, irrilevanza, marginalità. E’ tempo di tornare alla politica, e oggi siamo di fronte ad un bivio mortale. Da una parte la fine di ogni nostra velleità di incidere nelle dinamiche politiche generali. Dall’altra il lento e faticoso ritorno alla politica. O noi oggi scegliamo tutti insieme la seconda strada o ci trasformeremo rapidamente in fenomeno folcloristico, fisiologico in tutto il resto dell’occidente post-industriale ma al contempo irrilevante, innocuo, in sostanza inutile. L’Italia ha un patrimonio di lotte di classe importante, invidiabile, che ha sempre contato nelle scelte politiche del potere. Roma in particolare. Siamo sempre stati, in qualche modo, una controparte con cui fare i conti. Le delibere e l’indirizzo politico cittadino ha sempre in qualche modo dovuto confrontarsi anche coi movimenti sociali, proprio perché la politica percepiva la rilevanza di quei movimenti, punta d’iceberg di contraddizioni sociali gigantesche e apparentemente insanabili. Non erano gruppi di militanti politici ma la punta più avanzata di una povertà cittadina con cui dover fare i conti. Oggi rischia di non essere più così. Oggi ci vuole unità ma allo stesso tempo autocritica. E l’una non è possibile senza l’altra.