Sconfitta del “populismo”?

Sconfitta del “populismo”?

 

A cavallo delle Alpi le veline liberali esultano senza ritegno: battuto il populismo! In realtà, le ragioni della contestazione globale contro i ceti dirigenti liberisti appaiono più forti che mai. In Francia il partito di sistema En Marche! vince le elezioni meno partecipate della storia repubblicana. In Italia la chiara sconfitta Cinque stelle avviene in presenza della peggiore affluenza elettorale degli ultimi decenni. Non siamo in presenza di alcun “recupero” della politica tradizionale allora. Al contrario, se c’è un dato comune alle elezioni tenute contestualmente in Francia e in Italia è proprio il rafforzamento della disaffezione e del disincanto popolare. Le ragioni del “populismo” sono ancora tutte sul terreno e acquistano forza, con buona pace di chi vede in un momentaneo spostamento di voti interno alla borghesia una rivincita di classe. Lo riconosce anche Massimo Nava sul Corriere della Sera: «il successo è determinato dalle debolezze degli avversari, oltre che dalle regole del gioco. Milioni di voti al Fn, oltre ai voti dell’estrema sinistra e socialisti, avranno pochi seggi, ma restano un serbatoio di protesta e opposizione. L’altra faccia della Francia, povera e delusa, non si riconosce nel nuovo blocco sociale che sostiene il giovane presidente».

La battuta d’arresto degli attuali contenitori della protesta, il M5S in Italia, è dato da quello da che più parti viene definito come “effetto Raggi”: il populismo acquisisce consensi quando dà una forma politica alla disaffezione, ma li perde drammaticamente una volta al potere. Il populismo è per ciò stesso destinato al fallimento di fronte alle sue prove di governo: sono le sue naturali contraddizioni, quelle per cui una volta al potere non può che ricalcare le strategie dei partiti “tradizionali”, magari attraverso linguaggi e comportamenti (apparentemente) nuovi. Il fallimento della giunta Raggi pesa quotidianamente come un macigno sulle vicende elettorali del M5S, ma il problema strutturale è rappresentato piuttosto da Chiara Appendino. In una situazione meno drammatica di Roma, e con una stampa tutto sommato cauta, la Appendino si presenta come una sorta di Fassino minore. Buona amministrazione, solide relazioni cittadine, gestione ordinaria della metropoli. Una “normalità” istituzionale che è però in contraddizione con quelle ansie popolari che pure l’avevano portata alla vittoria elettorale. Insomma, se anche nella città dove “governa bene” il M5S si rivela un partito di sistema per nulla dedito a quelle “rotture” promesse in campagna elettorale, prima o poi quella protesta volgerà lo sguardo altrove. Difficile, per non dire impossibile, ricavare da ciò una previsione politica generale, visto che il movimento grillino conta su di un voto d’opinione non scalfito da prove di governo nazionali. Resta il problema di quel popolo completamente scollegato dalla rappresentanza politica tradizionale.

L’ingegneristica elettorale all’ordine del giorno nel dibattito politico italiano serve d’altronde proprio a questo. Preso atto dello scollamento (definitivo?), occorre riorganizzare il sistema della rappresentanza. Il modello francese è il punto di riferimento insuperato. Un presidente e un parlamento eletto da un’estrema minoranza della popolazione che però dispone di una maggioranza assoluta. Una maggioranza preponderante che però non consente alcuna reale “governabilità”, visto che l’insieme delle forze politiche e sociali espulse dai circuiti ufficiali della rappresentanza istituzionale non per questo cessano di esistere nella realtà. Partiti del 10 o del 20% che riescono ad eleggere uno, due o cinque deputati potranno anche risultare inutili dentro le assemblee elettive nazionali, ma fuori continuano a rappresentare la maggioranza della volontà popolare. Difficile, per non dire impossibile, governare davvero un paese attraverso questa straordinaria distorsione politica, e la latente protesta popolare francese rispetto ad ogni riforma dello Stato sociale deriva proprio da questo. Non dalla forza di questo o quel soggetto politico organizzato, ma dalla convergenza implicita di tutte le forze politiche e sociali contro la volontà del partito di volta in volta al governo. Col 15% dei consensi elettorali reali può controllare militarmente un’assemblea parlamentare ma non imporre una volontà politica al paese nel suo insieme.

Nonostante ciò, questa distorsione è l’obiettivo che cerca di darsi anche l’Italia. L’incolmabile distacco tra politica ufficiale e “popolo” è un dato talmente strutturato da non essere più gestibile attraverso i consueti strumenti istituzionali pensati in altre epoche e per altre logiche. Occorre minare la rappresentanza politica alla sua base, spezzando il legame (d’altronde sempre debolissimo) tra le volontà popolari e la loro traduzione politica ufficiale. E’ la vera grande riforma che ci chiede l’Europa, a cui non frega nulla della crescita o del debito, ma molto della capacità delle classi dirigenti di controllare i territori sottoposti alla restaurazione liberista.

Ecco perché, nonostante i fallimenti momentanei dei contenitori populisti, le ragioni del “populismo” (che sono poi le ragioni della lotta di classe nell’attuale fase storica) sono destinate a moltiplicarsi, ad approfondirsi e ad acutizzarsi. La politica che “tira un sospiro di sollievo” prosegue guardando il dito della “tenuta elettorale”, ma la luna dell’ingovernabilità materiale è sempre più grande all’orizzonte.