Quello che ci conferma questa tornata elettorale

Quello che ci conferma questa tornata elettorale

 

Un risultato schizofrenico: l’Italia ha attraversato la crisi e affrontato i sacrifici imposti dalle misure di risanamento con più compostezza, con meno proteste e tensioni sociali degli altri paesi europei. Poi, al momento di votare, ecco che il paese che era considerato tra i più europeisti, premia un movimento anti-UE come quello di Grillo e la coalizione di Berlusconi, sotto l’effetto di impulsi populisti e di ostilità nei confronti di Bruxelles”.  Firmato: Charlie Kupchan, politologo statunitense del Council on Foreign Relations.

Iniziamo da queste parole, lette oggi sul Corriere della Sera, che da sole confermano tutto ciò che andiamo dicendo da anni, che abbiamo detto il giorno stesso delle elezioni, e che la cosiddetta “sinistra radicale” continua a non capire, chiudendosi nel suo ostinato quanto sprezzante tentativo di aggirare la realtà provando a chiedere un voto basato sul nulla. Voto che ne ha decretato l’ulteriore scomparsa da qualsiasi orizzonte politico. Un accanimento terapeutico, questo, a cui avremmo tutti il dovere di porre fine con una significativa eutanasia per impossibilità di rianimazione.

L’assenza di qualsiasi organizzazione politica che sappia stare nelle lotte sociali produce assenza di conflitto politico. Le varie forme di conflittualità che emergono rimangono infatti ferme allo stadio vertenziale, prive di qualsiasi prospettiva che possa incidere sui meccanismi del potere. Lo capiscono anche gli ideologi del capitalismo: in Italia non esiste conflitto politico, ed è per questo che ancora una volta la sinistra rimane fuori da ogni ipotesi di rappresentanza (d’altronde, se ci fosse conflitto, non ci sarebbero magistrati in cerca di consenso a sinistra). Quello che ci sembra però palese, e che riesce a capire anche il politologo statunitense con una brillante sintesi, è che l’assenza di conflittualità politica non nasconde il malessere e i bisogni che larga parte della popolazione vorrebbe esprimere. E infatti, il vero vincitore delle elezioni politiche nazionali del 2013 è il partito anti europeo, espressione del sacrosanto risentimento dei lavoratori italiani contro la perdita di potere delle istituzioni democratico-borghesi in favore di una serie di enti tecnici sovranazionali. Il fatto che questo risentimento non trova sbocchi politici a sinistra, non impedisce certo di emergere. Le praterie politiche apertesi da alcuni anni a questa parte vengono perciò raccolte da Grillo e da Berlusconi, due diverse forme di destra liberale, una anarco-liberista e una altra conservatrice populista.  Nel mondo del lavoro l’Europa è assimilata al mercato, al liberismo galoppante, alla perdita di potere d’acquisto. Continuare a difendere questa Europa significa allinearsi al gruppo di potere che determina questo modello di sviluppo. Gli elettori lo hanno capito, anche se poi l’assenza di organizzazioni politica produce una risposta che in realtà va nella direzione opposta a quella che questo risentimento presuppone.

Quelli che non l’hanno capito, come il PD, perseverano nel loro errore. Il giorno dopo infatti subito si sono levati gli strilli di chi proclama “se ci fosse stati Renzi”, non capendo che i votanti hanno bocciato proprio quell’ipotesi lì, e cioè l’ipotesi europeo-liberista. Infatti è proprio il tracollo di Monti a confermare che la gente non ne vuole più sapere di Euro, di Europa, di spread, di moderazione, di controriforme sul lavoro e di imposto risanamento del debito. E l’Europa è un problema evidentemente non in quanto espressione geografica o insieme di popoli, ma come struttura burocratico finanziaria identificata come struttura di potere che ci impoverisce. Una sinistra di classe dovrebbe non solo confermare questa visione delle cose, ma smascherare tutti quei soggetti politici protagonisti di questa costruzione dell’Europa liberista, che oggi si oppongono a parole all’Europa “germanocentrica” ma che in realtà conviene a tutti. L’Europa liberista è solo il riflesso della serie di governi liberisti che ci hanno governato in questi anni. L’elettore medio rifiuta questa Europa, ma l’assenza della sinistra impedisce di vedere i veri nemici in patria, cioè quelle formazioni politiche complici della crisi. La soluzione infatti non è disfarsi dell’Unione Europea (che invece potrebbe essere un percorso di condivisone politica importante), ma stravolgere quei meccanismi che consentono alle strutture europee di esercitare quella sorta di governo “ombra” su tutti gli altri Stati.

Dire Europa, oggi, significa dire mercati sovranazionali, neoliberismo, capitalismo tecnocratico. Significa, insomma, confrontarci col nemico. Ogni discorso che non prende posizione su questo argomento viene visto come colluso a tali politiche, e perciò bocciato. La coscienza dei lavoratori è in realtà molto più avanti, da questo punto di vista; e i discorsi “ragionevoli” dei vari soloni della “sinistra” riproducono in tutto e per tutto il percorso di quei dirigenti socialdemocratici della seconda internazionale, che “ragionevolmente” decisero di appoggiare la Guerra per ragioni d’opportunità nazionale, contro quelle stesse masse che morivano al fronte. Oggi non c’è la guerra ma quel paradigma rimane, e l’opportunismo dei dirigenti politici riformisti è ancora il dato dal quale ripartire.

Ha perso Monti e ha perso quel PD che ricercava proprio in Monti il suo alleato, confermando senza mezzi termini che è stato un voto contro i sacrifici imposti dai mercati e le politiche d’austerity. Che poi i voti siano andati a chi quelle politiche ha contribuito a imporle, come il PDL, ci dice piuttosto del vuoto politico a sinistra. Sono bastate due battute di Berlusconi su Merkel e IMU a recuperare tutto lo svantaggio da cui partiva a Gennaio. Il che la dice lunga anche sul ruolo dei mezzi d’informazione. Ancora una volta, è la televisione ad informare gli italiani, l’unico strumento d’informazione di massa e capace di orientare il voto. Anche questo sarebbe bene capirlo da subito: non sono né le “nuove tecnologie”, né forme alternative di comunicazione a raggiungere od orientare il pensiero della popolazione (semmai, le nuove tecnologie orientano il pensiero di ristrette cerchie sociali delle quali facciamo parte anche come militanti politici). Anche Grillo, formalmente utilizzando la rete, deve la sua popolarità al riflesso mediatico e televisivo che hanno le sue sparate, e molto meno alla sua presunta presenza in rete. Se c’è una cosa che tutti dovremmo imparare dal comico genovese, è proprio la sua capacità di utilizzare i media. Piegandoli ai suoi obiettivi, è stato capace di presenziare tutti i giorni in televisione senza esserci, ha parlato a tutti i programmi d’approfondimento senza presenziare, insomma ha sfruttato il mezzo senza pagarne le conseguenze di chi lo sfrutta, anzi prendendone le distanze, schifandolo, ma occupandolo con il suo personaggio.

L’altro grande vincitore delle elezioni è il non voto. Sono state le elezioni meno partecipate della storia della Repubblica. Il 25% degli elettori ha deciso di non votare, di non avallare un sistema che ha perso ogni sua credibilità. In questo 25% c’è ovviamente di tutto, a partire dal menefreghismo e dal qualunquismo tipico di ogni contesto sociale. Ma la tendenza in corso da diversi anni è netta: l’astensionismo cresce ad ogni elezione, il distacco di larga parte della popolazione dalle manfrine parlamentari è sempre più evidente, e fa il paio con un certo voto di protesta dato a Grillo. L’”americanizzazione” della situazione elettorale è sempre più evidente. Il partito più votato, quello di Grillo col 25%, rappresenta il 25% del 75% dei voti, cioè neanche il 18%. Se a questo togliamo i voti nulli, bianchi o non validi, quel 18% reale si assottiglia ancora di più, smascherando il presunto appoggio di massa tanto a Grillo quanto agli altri partiti. Tutto il resto del carrozzone segue a ruota, e in dati numerici assoluti questo conferma che nessuna forza politica ha un suo radicamento sociale, ha una suo zoccolo duro, una sua classe di riferimento. La Lega Nord, tanto decantata espressione di un determinato ceto sociale, ha il 4% del 75% dei votanti. E’ espressione del nulla, insomma, anche se le analisi dei sociologi o politologi di turno continuano a indicarla come l’organizzazione della piccola borghesia del nord.  La piccola borghesia, semmai, ha votato proprio Grillo, rendendo palese la sua collocazione di classe e i suoi riferimenti sociali.

Chiudiamo parlando del vero sconfitto – forse l’unico – in una elezione in cui hanno vinto tutti ( a parole, nei fatti a parte Grillo tutti hanno perso voti), e cioè il lavoro. Scomparso dalla campagna elettorale, dalle visioni strategiche di ogni partito, dall’orizzonte politico delle varie sinistre, in questi mesi i politici hanno parlato di tutto tranne che di lavoro. Crescita, tasse, IMU, giustizia, Europa: nessuno ha presentato un programma o fatto campagna elettorale fra i lavoratori. E questo mondo si è adeguato, scomparendo dal panorama politico e ricomponendosi elettoralmente sotto altre forme. Le fantasiose praterie che si dovrebbero aprire a sinistra, di cui tanti parlano ad ogni elezione tribolata come lo è stata quest’ultima, non riusciremo mai ad attraversarle se non tornando a fare l’unico compito che dovrebbe avere una rappresentanza di classe a sinistra: organizzare e rappresentare il mondo del lavoro dipendente salariato. Tutto il resto è fumo negli occhi, distogliere l’attenzione, parlare d’altro, adeguarsi alle retoriche dominanti. Il cuore della nostra politica è ancora lì, e continua a non avere rappresentanza.