Quel silenzio politico che non ci possiamo permettere

Quel silenzio politico che non ci possiamo permettere

 

Sulla “questione migrante” continueremo a sbatterci la testa per gli anni a venire. E’ in atto un movimento epocale, che probabilmente scardinerà alcuni presupposti su cui vengono basati elementi di diritto pubblico e diritto internazionale, determinati modelli economici e di welfare state, e certi assunti politici un tempo dati per assodati. Due le posizioni inutili riscontrate fin’ora, d’altronde le uniche due ammesse dal sistema politico-mediatico: chi, da una parte, vorrebbe impedire il fenomeno (bombardando navi, bombardando i paesi di provenienza dei migranti, costruendo “centri di accoglienza” nei paesi di partenza, ecc.); e chi, dall’altra, basa tutto il ragionamento sull’umanitarismo cattolico dell’estrema accoglienza senza se e senza ma. Schiacciato tra posizioni xenofobe e cattolico-umanitarie, il dibattito politico, soprattutto a sinistra, non riesce a “politicizzare”, appunto, la questione, cioè spiegarla, comprenderla, e avviare forme di soluzione credibili.

Nessuno, a sinistra, è riuscito a dire una ovvietà che infatti in alcuni casi riesce ad emergere a destra: che questo fenomeno, di questa portata, è il diretto prodotto dell’ingerenza occidentale nel continente africano e nell’area mediorientale. Gli “interventi umanitari”, le operazioni di “peace keeping” o “peace enforcing”, insomma la sequela di guerre d’aggressione a paesi terzi da parte delle varie coalizioni di volenterosi della democrazia, hanno creato un mostro che oggi nessuno vuole accollarsi. Dissolvendo Stati sovrani come la Somalia, lo Yemen, la Libia, la Siria, l’Iraq, il Mali, tutti bombardati sia direttamente che per procura, non è stato fatto altro che far venir meno organizzazioni statuali “nemiche” degli interessi euro-statunitensi di pacificazione di aree strategiche per il controllo delle materie prime (e prima tra queste, la forza lavoro). I profughi siriani altro non sono che il frutto di quattro anni di guerra civile diretta e finanziata dall’estero, Stati Uniti, Arabia Saudita e Turchia in primis. Profughi che partono tutti dai porti di un altro stato fallito per intervento esterno, quella Libia prima smembrata da una guerra tribale finanziata dall’occidente, poi bombardata da Francia e Inghilterra, infine lasciata a se stessa quale perfetto esempio di liberismo economico senza controllo statale, una “politica della porta aperta” del XXI secolo per le compagnie petrolifere euro-statunitensi che garantisce profitti senza il problema della gestione politica del territorio.

Le migliaia di migranti che cercano un approdo nell’agognata Europa non sono solo il frutto da pagare, sono la vendetta della storia, è il conto da pagare alle politiche d’aggressione imperialista. Una vendetta, peraltro, neanche troppo feroce: al di là delle retoriche di facciata, il sistema produttivo è ben lieto di accogliere masse di diseredati pronte a vendersi senza alcuna richiesta in cambio, pronte a fornire mano d’opera a bassissimo costo sia economico che sociale al fine di smantellare i residui di un welfare state sempre più retaggio di un epoca ormai completamente tramontata. Nessun imprenditore, men che meno la borghesia europeista, vuole davvero una chiusura della frontiere o una limitazione agli ingressi. Ogni migrante costituisce un pezzo in più per la costruzione della casa liberista, e le politiche xenofobe altro non sono che lo strumento con cui mantenere quelle masse senza alcun diritto possibile, afone, schiave in cambio della permanenza nel “paradiso” europeo.

E’ per questo che non dobbiamo ingannare noi stessi: è il capitale liberista che vuole questo fenomeno migratorio, che necessita di forza lavoro costantemente in eccesso e impossibile (al momento) da aggregare attorno a rivendicazioni di classe. Non è un attacco all’Europa, non c’è alcuna politica di respingimento da contrastare perché l’ultima cosa che vorrebbe il modello produttivo è respingere forza lavoro che è la vera materia prima di qualità a disposizione infinita del capitale. Ma questo, stretti fra retaggi cristiani e incubi razzisti, non riesce ad emergere come dovrebbe, lasciandoci un discorso politico che fa della Chiesa di Papa Francesco un’avanguardia sociale.