Piazza Fontana, la strage è di Stato 1/4

Piazza Fontana, la strage è di Stato 1/4

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Tra qualche giorno ricorrerà l’anniversario della strage di Piazza Fontana, l’ennesimo anniversario senza giustizia. E questo perché apparati dello Stato, non deviati, ma perfettamente organici ai disegni delle classi dominanti di questo paese hanno mentito, insabbiato e depistato fino a rendere quasi impossibile l’accertamento di una verità giudiziaria. C’è però una verità storica e politica che ormai è incontrovertibile: la Strage è di Stato è a perpetrarla sono stati i fascisti. Purtroppo, però, soprattutto le nuove generazioni vengono sistematicamente mutilate della memoria storica attraverso l’oblio e la mistificazione. Questa serie di articoli non pretende di essere una ricostruzione organica dell’accaduto, ma al più uno spunto, una traccia, una pista da seguire in un percorso di approfondimento.

 

1/Il neofascismo nel primo dopoguerra, da Salò a Genova (1945-1960)

Il 3 aprile del 1945 si riunisce per l’ultima volta il direttorio del Partito Fascista Repubblicano. All’ordine del giorno c’è la discussione di due progetti predisposti da Alessandro Pavolini, ministro dell’interno della repubblica sociale. Il primo, immediato quanto velleitario, si propone di far convergere in Valtellina quel che resta delle camice nere per affrontare l’imminente arrivo degli alleati. Il secondo, di più ampio respiro, riguarda la costituzione di un partito clandestino in grado di far sopravvivere il fascismo nell’Italia liberata. E’ il famigerato piano “PDM” che avrebbe dovuto permettere al fascismo di sopravvivere anche dopo la sconfitta militare adottando la strategia delle “uova del drago”. Ovvero dar vita a tanti piccoli nuclei fascisti nella nuova Italia democratica, che poi, come piccole uova si sarebbero schiuse per far nascere e crescere una nuova generazione di fascisti.

Dopo il crollo del regime molti ex gerarchi e reduci repubblichini riescono a raggiungere Roma. La capitale d’Italia è ancora sotto il controllo degli Alleati ed i fascisti possono godere tanto della copertura delle alte gerarchie ecclesiastiche quanto delle attenzioni dell’OSS (Office of Strategic Service, la futura CIA) che intende reclutarli nella guerra fredda che si profila all’orizzonte. Lo confermerà, ad esempio, anche l’ex-repubblichino Cesco Giulio Baghino in un intervista rilasciata a Nicola Rao: “Ero stato condannato a morte. Arrivai a Roma e mi rifugiai, come tanti reduci, in un istituto religioso. Precisamente nell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata, in via dei Monti di Creta” e ancora “L’arresto di Romualdi è sempre stato un mistero. Lui circolava liberamente per Roma, incontrava il questore e il capo dell’ufficio politico, senza alcun problema. Evidentemente qualcosa accadde, qualche equilibrio si ruppe” (1). E’ in questo contesto magmatico e caotico che il piano “PDM” comincia a prendere forma. Il compito di riunificare l’area viene assunto in prima persona da Giorgio Almirante, da “Pino” Nettuno Romualdi e da Roberto Mieville. Così, dietro la copertura di un ufficio di rappresentanza in Via Veneto, si ricostituisce il gruppo dirigente del neofascismo italiano che passerà alla storia come “il Senato”.

Viene avviata una doppia tattica attraverso la quale l’azione terroristica si combina con la partecipazione alla vita politica pubblica. Nell’autunno del 1946 vengono fondati i FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria), un’organizzazione clandestina che riunisce i diversi gruppi terroristici che avevano iniziato ad operare quasi subito nell’Italia del dopoguerra. Secondo quanto scrive Mario Tedeschi nel suo libro rievocativo Fascisti dopo Mussolini uno dei compiti dei FAR sembrerebbe sia stato proprio quello di mantenere in vita i gruppi terroristici che “andavano lentamente dissolvendosi”. Nei fatti i Fasci di Azione Rivoluzionaria hanno vita breve e, nel luglio del 1947, la decisione di Romualdi di passare alla lotta politica alla luce del sole ne decreta la fine. Dalle ceneri dei FAR nascerà poi la Legione Nera, gruppo terroristico legato all’area che dentro il MSI fa riferimento al filosofo nazista Julius Evola e che sarà particolarmente attivo all’inizio degli anni ’50 nel contesto della campagna per Trieste Italiana.

Il 26 dicembre del 1946 viene fondato il Movimento Sociale Italiano. Questo processo di legalizzazione del neofascismo viene direttamente favorito dagli apparati di sicurezza controllati dagli alleati che, in vista della rottura con le sinistre (PCI e PSI saranno esclusi dal governo nel febbraio del 1947) guardano con interesse ad una forza d’urto anticomunista decisa e controllabile. Si leggano a tal proposito gli accurati lavori di ricostruzione storica contenuti nel volume Fascisti senza Mussolini. Libro in cui il professore Giuseppe Parlato, allievo di De Felice e non sospettabile di simpatie marxiste, sulla base di documenti tratti dagli archivi statunitensi ricostruisce accuratamente “l’estesa trama di contatti tra neofascisti e amministrazione americana, che risale a prima della fine della guerra, grazie al lavoro di tessitura di alcuni fascisti clandestini al Sud, oltre che di Borghese e di Romualdi, con ambienti dei servizi segreti statunitensi”(2). Altrimenti si legga quanto rivela Giulio Caradonna al Corriere della Sera: “Ho scritto tempo fa un articolo per elogiare James Angleton, capo dei servizi americani in Italia, che nell’immediato dopoguerra svolse un ruolo decisivo per bloccare l’avanzata del PCI. Fu lui a salvare dalla fucilazione Romualdi e Junio Valerio Borghese dopo la caduta della RSI. E poi sicuramente contribuì alla nascita del MSI. Arturo Michelini, leader della Fiamma per lunghi anni, mi confidò che i primi finanziamenti ci erano arrivati dal santuario di Pompei tramite gli americani e e un alto prelato, Roberto Ronca”(3). Stessa valutazione storica viene fornita dal neofascista Vincenzo Vinciguerra, organizzatore della strage di Peteano che nel suo “Ergastolo per la libertà” scrive: “Il MSI è creato ad arte con la collaborazione dello Stato Maggiore badogliano e dei servizi di sicurezza; nella sua creazione fu attivamente partecipe il SIM (Servizio  Informazioni Militari) con la supervisione dell’OSS, il servizio statunitense antesignano della CIA”(4).

Molti reduci repubblichini vengono così risucchiati nella dinamica della guerra fredda che fonde nelle reti di resistenza antisovietica, promosse dall’intelligence angloamericana: militari, partigiani bianchi, e fascisti. Tutti uniti dall’anticomunismo. E’ ormai un fatto accertato la presenza di ex repubblichini nella campagna di attentati contro il movimento contadino in Sicilia che culminò con la strage di Portella della Ginestra il 1° maggio del 1947. Così come è noto che la notte del 18 aprile del 1948, data delle elezioni che consegneranno l’Italia a 45 anni di regime democristiano, la sede della DC a Piazza del Gesù viene presidiata da un nido di mitragliatrici. E a dirigere la postazione c’è Peppino Pugliese, ex marò ed intimo amico del leader neofascista Clemente Graziani. A conferma dello stretto rapporto intercorso in quegli anni tra fascisti, forze armate e forze dell’ordine anticomuniste, Baghino confessa: “Quando ci fu l’attentato a Togliatti (14/7/1948 ndr) e scoppiarono numerose sollevazioni comuniste in diverse città, la questura di Genova, una delle città più turbolente, ebbe da noi dei FAR le informazioni su quanto stava accadendo. Quanto al golpe del 18 aprile, effettivamente tra di noi è sempre circolata la voce che saremmo intervenuti in appoggio alle forze armate. Ma su questo non ho mai avuto riscontri diretti”. E Pino Rauti aggiunge: “Si sapeva che in quegli anni i carabinieri, in una caserma dietro Piazza Cola di Rienzo, tenevano pronta una speciale struttura proprio in chiave anticomunista (…) è evidente che se avessero vinto i comunisti (le elezioni ndr), noi saremmo scesi in piazza al fianco dell’esercito”(5).

In questa fase all’interno del MSI convivono e si scontrano tre aree politiche. Da una parte ci sono i fautori di un “socialismo nazionale” direttamente collegato all’esperienza della repubblica sociale, e che fanno capo a Giorgio Almirante. Dall’altra ci sono i “nazionalconservatori”, fautori di una politica più pragmatica fatta di alleanze tanto con i monarchici quanto con i liberali e i democristiani, e che fanno capo a Augusto De Marsanich e Arturo Michelini. Infine vi è una componente minoritaria definita “spiritualista” guidata da Pino Rauti ed Enzo Erra che ha nel filosofo nazista Julius Evola il proprio Maitre a penser.

Il 15 giugno del 1950 Almirante viene sostituito alla guida del partito neofascista dal “moderato” De Marsanich c