PER CHI SCENDE DALLE MONTAGNE DEL SAPONE

PER CHI SCENDE DALLE MONTAGNE DEL SAPONE

“Golpe bianco”, “golpe suave”, “golpettino”, “semi-presidenzialismo”, “presidenzialismo”, “monarchia”, “dittatura”: si sprecano i commenti indignati per le vicende politiche dello scorso finesettimana che hanno consegnato al Paese una riconferma di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica, con una tempistica troppo perfetta per non far pensare effettivamente al biscotto pronto da tempo. Mandate allo sbaraglio, le altre candidature “forti” si sono di volta in volta liquefatte di fronte alla Camere riunite, per poi lasciare spazio alla sostanziale prosecuzione del percorso politico iniziato dal governo Monti. Certo, si dirà: “un passaggio politico sconfessato dalle scorse elezioni”, quando Monti e i suoi hanno preso una manciata di voti e hanno meritato l’odio indistinto di tutto il Paese. Sì, ma francamente non ci indigniamo per il fatto che l’esito elettorale sia stato sostanzialmente bypassato. Anzi, crediamo che quanto successo sia una ovvia (non certo clamorosa) conferma degli indizi che ci avevano portato a boicottare l’ultimo evento elettorale. Ci stupiamo, invece, dello stupore e dell’indignazione altrui. I militanti PD, che nel tempo hanno accettato l’unione del loro partito ex-comunista con quello ex-democristiano, le segreterie di un Veltroni e di un Franceschini, le alleanze più improbabili e la “ventata di nuovo” affidata a un iper-liberista (cretino) come Renzi adesso risvegliano i loro neuroni e occupano le sedi, protestando contro la dirigenza del partito, in parte per non essere riuscita a votare Prodi (opzione conservatrice), in parte per non aver accettato di votare Rodotà (ipotesi progressista). La convergenza di diversi settori di movimento e della cosiddetta “società civile” su quest’ultimo  lascia francamente perplessi: Rodotà, europeista convinto (questa Europa, l’Europa iper-liberista), era stato indicato dai grillini per i suoi studi su Internet (!) e fatto proprio dai beni-comunisti per la sua difesa dei beni comuni (!!). Tant’è. Questo era lo scenario.

Uno scenario, a ben vedere, nel quale tutti escono vincenti e nessuno perdente (al netto del PD, cioè dell’unico soggetto che aveva qualcosa da perdere): Napolitano potrà riproporre un governo tecnico e la conseguente macelleria sociale richiesta da Bruxelles, Berlusconi potrà continuare serenamente la sua lenta agonia, il PD troverà comunque al suo interno una nuova formula per ricomporre i malumori delle sue formiche (che a volte s’incazzano), persino Grillo potrà tirare un sospiro di sollievo. Quest’ultimo, infatti, in evidente difficoltà per le disprezzabili performance dei suoi parlamentari nei primi mesi di legislatura, si ritrova in mano di nuovo il copione della protesta parlamentare e di piazza contro il Pdl e (soprattutto) il Pd-meno L. Non a caso, Grillo – grato – ringrazia e rinfodera la sciabola: niente assalti al Palazzo di Primavera, una semplice passeggiata ai Fori romani e il bando ai violenti.

Certo, l’equilibrio è instabile, tanto che a breve le geometrie partitiche troveranno nuovi assestamenti: facile immaginare una uscita dal PD, ovviamente non da destra (Renzi, che si guarda bene dall’andare da solo) ma da sinistra, con una parte che andrà a costituire una “cosetta rossa” con Sel e pezzi della Federazione della Sinistra (en passant: quest’ultima, non riuscendo neanche a esprimere una candidatura per le Regionali in Friuli ha toccato il punto più basso per una coalizione comunista). L’occhiello della prima pagina del Fatto Quotidiano della scorsa domenica è indicativa, del resto: al fianco dell’editoriale di un eccitatissimo Travaglio, venivano indicati i nomi dei leader in cui ricomporre una cosiddetta “fronda di sinistra”: Barca [ministro del governo uscente], Landini [che doveva normalizzare la Fiom], Emiliano [il Sindaco di Bari, quello delle “ostriche pelose”], Cofferati [Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?] più “molti giovani appena eletti”… Olé.

Ripetiamo, andando a chiusura, quanto detto in altre occasioni (e approfondito in alcune recenti analisi della Rete dei Comunisti): assodato che l’intera classe politica italiana (Bersani, Vendola, ma anche Monti e Berlusconi) agisce semplicemente come pedina del blocco sociale della borghesia, l’attuale crisi di quest’ultima, in evidente disgregazione, rende il panorama ingovernabile. Il passaggio elettorale non ha dato quella stabilità richiesta (intorno a un asse Bersani-Vendola-Monti) ed è stato per questo presto archiviato, in quanto inutile. Il “governo di ultima istanza” è quello dell’Unione Europea, quelli nazionali hanno oggi il potere di un sindaco di provincia, tanto che la Grecia affronta politiche da lacrime e sangue con un governo di unità nazionale (esattamente come accadrà in Italia, del resto) e il Belgio per anni non ha neanche avvertito l’esigenza di avere un governo nazionale (producendo nel frattempo un Pil migliore dell’Italia).

Il punto è la crisi economica della borghesia europea (e occidentale), sia perché viene fatta pagare – nei limiti del possibile – al proletariato (come sempre, anche qui niente di nuovo), sia perché è una crisi sistemica del capitalismo. Con questa espressione non intendiamo una delle crisi cicliche dell’economia capitalistica, ma un preciso corto-circuito del processo di accumulazione, misurabile quantitativamente.

Il crollo del saggio di profitto è stato affrontato ieri con la finanziarizzazione dell’economia (con il denaro che non passa più attraverso la merce) e oggi con il taglio selvaggio del costo del lavoro, ma gli investimenti privati continuano a essere sempre più onerosi (rispetto ai profitti che generano) e quelli pubblici sono di fatto assenti a causa delle insensate politiche di austerity. Di conseguenza, una borghesia poco lungimirante ha incanalato i profitti, ottenuti sfruttando il lavoro, soprattutto nella finanza, nelle utility e nella speculazione immobiliare, con la consapevole collusione dello Stato (fisco compiacente, evasione tollerata, pagamento delle multe europee, legislazione sul lavoro accondiscendente). Quando quest’ultimo ha subito i parametri del patto di stabilità europeo e non ha potuto più giocare sulla speculazione della lira l’imprenditoria italiana è entrata in crisi e il blocco sociale che portava voti tanto al centro-destra, quanto al centro-sinistra (a seconda della zona geografica, della cultura politica e della sensibilità personale) si è sfaldato. Tutto ciò, unito alla cronica incapacità della Sinistra di classe di aggregare il proletariato, ha reso la società italiana totalmente sfaldata e ha permesso il momentaneo boom elettorale di Beppe Grillo, impossibile da verificarsi fino a qualche anno fa, quando le preferenze elettorali erano sostanzialmente cristallizzate e le elezioni si vincevano o perdevano per un mezzo punto in più o in meno. Ovviamente, se l’unica opposizione è Beppe Grillo e i suoi follower, la classe politica ha buon gioco a ignorare il recente esito elettorale senza neanche la necessità di dover scomodare l’esercito e i carri-armati.

Penultima annotazione: il governo italiano è tra le anime belle che non ha riconosciuto la vittoria di Nicolás Maduro in Venezuela. La ragione, si badi bene, non è l’assenza di un qualsivoglia governo italiano (ciò che renderebbe improbabile il semplice atto di riconoscere ufficialmente qualcuno), ma i “sospetti” sulla regolarità di un voto che è peraltro il più controllato degli attuali sistemi di governo. L’1,7% di differenza (che in un Paese come il Venezuela corrispondono comunque a 235mila voti) non è stato giudicato sufficiente, forse perché a vincere è stata la parte sgradita. Da che pulpito, considerando le modalità con cui verrà scelto il prossimo governo italiano…

Ultima annotazione: a criticare sono (siamo) bravi tutti, almeno potenzialmente. Serve uno scatto in avanti. Dall’alto, anzi dal basso delle nostre piccole forze (ma anche della nostra ostinata cocciutaggine) noi continuiamo a proporre un dialogo alla sinistra antagonista e anticapitalista. Se la condizione migliore per lo sviluppo della progettualità socialista è l’ingovernabilità della società borghese, allora il nostro tempo è qui e ora.