Marco Santopadre: Scrivono per noi…

Marco Santopadre: Scrivono per noi…

 

 

Dopo la Libia tocca alla Siria? Le guerre fotocopia e la memoria corta
dei ‘progressisti’.

Marco Santopadre (Direttore di Radio Città Aperta).

Non si è ancora concluso il conflitto in Libia che già lo stesso
schema viene ora riprodotto contro la Siria. Si tratta, del resto, di un
modello più volte sperimentato e applicato – anche se con continui
aggiornamenti – in questi ultimi due decenni in Iraq, Jugoslavia,
Sudan, Afghanistan, oltre che recentissimamente contro la Libia. Eppure
le ‘sinistre’ occidentali, più o meno radicali, sono in preda ad
una irrimediabile amnesia.

Quanto avvenuto nel recente passato in tanti quadranti del globo non
insegna quindi nulla? A guardare quanto accaduto con i racconti
pubblicati sul blog suppostamente curato da una lesbica siriana e
riportati acriticamente per settimane su decine di quotidiani
‘progressisti’ di tutto il mondo sembra proprio di no. Il fatto che
la ragazza omosessuale in questione non solo non fosse a Damasco ma
fosse in realtà un uomo residente addirittura dall’altra parte
dell’Atlantico e residente temporaneamente in Scozia non ha scalfito
affatto le convinzioni di larghi settori di opinione pubblica
‘democratica’. Che si debba cioè intervenire in Siria così come si
è fatto in Libia e prima ancora in almeno un’altra decina di paesi.
Che la protagonista del blog fosse Amina, una ‘giovane lesbica di
Damasco perseguitata dal regime di Damasco’, la dice lunga sul
meccanismo che porta spesso le parti più sensibili e progressiste delle
opinioni pubbliche occidentali a parteggiare e sostenere attivamente i
piani delle lobby e delle forze politiche più reazionarie e
guerrafondaie esistenti sulla faccia della terra. Se l’autore del blog
– zeppo di ‘si dice’ e ‘sembra’ arrivati fino in Scozia ma
spacciati per testimonianze dirette da Damasco – avesse utilizzato la
propria reale identità, le sue fantasiose elucubrazioni avrebbero avuto
scarsa presa su chi è abituato a non contestare contenuti visibilmente
inverosimili e artefatti rappresentati però dalle icone di un
progressismo di plastica, frutto di esperimenti condotti nei laboratori
della manipolazione mediatica. E’ davvero paradossale che si sia
utilizzata l’icona di una ragazza lesbica per perorare la causa di
gruppi che in buona parte si rifanno ad una concezione intollerante e
fondamentalista e fanatica dell’Islam, e che davvero non nutrono
nessuna simpatia per l’omosessualità. Molti di coloro che si
oppongono al governo di Damasco non lo fanno certo in nome della
libertà, della democrazia, della giustizia e dell’eguaglianza, ma
tentano di rovesciare il governo di Bashar in quanto composto dagli
odiatissimi e laici – quindi eretici – alawiti.

Per coinvolgere altri pezzi di opinione pubblica poco inclini alla
difesa dei diritti umani ora si sta utilizzando il sempre verde
argomento che servì per l’Iraq: Assad ha a sua disposizione armi
chimiche e potrebbe usarle contro l’Occidente!

Non serve che le accuse, i racconti, le argomentazioni propedeutiche
alle invasioni e alle occupazioni militari siano particolarmente
credibili e verosimili. L’effetto emozionale suscitato sulle opinioni
pubbliche dal bombardamento continuo di accuse grottesche, di racconti
iperbolici e di testimonianze fantasiose, basta e avanza a creare
terreno fertile per aggressioni militari a quel punto considerate dai
più come il male minore, l’estrema ma necessaria soluzione ecc.

Sul fatto che quello di Bashar al Assad sia un regime autoritario non ci
piove, e neanche sul fatto che le forze di sicurezza del paese e alcune
milizie del partito al potere stiano compiendo abusi e veri e propri
crimini. Il problema è che dall’altra parte non ci sono solo
manifestanti inermi e democratici. Le forze in campo vedono gruppi
armati, pezzi degli apparati di potere nel frattempo convinti a passare
dalla parte degli insorti, gruppi politici reazionari e fondamentalisti,
potenze globali e regionali interessate a rovesciare un governo ritenuto
ostile o comunque non troppo accondiscendente ai propri piani e
progetti. Con buona pace di attivisti siriani di sinistra che hanno
passato anni nelle galere di Assad e che ora denunciano i nuovi
oppositori come impostori, fanatici e irresponsabili strumenti delle
grandi potenze.

Paradossalmente, come era avvenuto in Libia o in Yugoslavia, il regime
siriano ha negli anni scorsi tentato una riconciliazione con il campo
occidentale e con gli USA in particolare, operando concessioni dal punto
di vista politico, diplomatico ma soprattutto economico, nella speranza
di allentare la morsa nei propri confronti. Negli ultimi anni il governo
siriano ha infatti introdotto una serie di riforme nell’ordinamento
economico tendenti ad aprire il paese ai mercati internazionali, a
privatizzare alcuni settori dell’economia, a liberalizzarne altri.
Queste misure, paradossalmente, non hanno avuto l’effetto sperato. Nel
frattempo gli appetiti di alcuni paesi occidentali e di alcune potenze
regionali sono addirittura aumentati, e parte della popolazione
impoverita e gettata sul lastrico della liberalizzazione economica e dal
conseguente aumento dei prezzi ha cominciato a distaccarsi dal governo e
a solidalizzare con le opposizioni. Opposizioni che, in Siria, esistono
e sono ben strutturate, ma che negli ultimi tempi – come ci ha
raccontato Antonella Appiano nei suoi reportage – si sono divise in
mille rivoli, spesso soppiantate da nuovi gruppi manovrati da Parigi, da
Londra, da Washington e soprattutto da Ankara. Se una parte importante
delle opposizioni storiche interne non persegue affatto il rovesciamento
violento del regime – ben sapendo che costituirebbe l’anticamera
dell’intervento straniero e della guerra civile in un paese mosaico
composto da decine di gruppi religiosi ed etnici – quelle di matrice
fondamentalista islamica e quelle più ‘pragmatiche’ ospitate in Turchia
sembrano non avere molti scrupoli.

In Siria sta agendo un modello di destabilizzazione che agisce o ha
funzionato in quasi tutti i paesi arabi: rivolte locali, spesso di
segno progressista o comunque scatenate dalle durissime condizioni
materiali di vita della maggioranza della popolazione, su cui si
innestano provocazioni e attività sovversive orientate o condotte
direttamente da apparati o gruppi controllati da Washington in alcuni
casi, da Francia in altri, dalle petromonarchie in altri ancora, dalla
Turchia. La molteplicità degli attori in ballo rappresenta una relativa
novità rispetto al passato, con gli USA che non sono più soli o
egemoni come era accaduto nelle cosiddette rivoluzioni colorate di
qualche anno fa scatenate nel ‘cortile di casa’ della Russia
postsovietica. Sicuramente è da sottolineare il ruolo crescente della
Turchia, paese diventato negli ultimi mesi punto di riferimento per le
elite e per i ceti medi di molti paesi del Nord Africa – si pensi
all’Egitto – ma soprattutto del Vicino Oriente. La Turchia è un
paese islamico ma moderno e pienamente capitalistico, che persegue una
politica estera economicamente e diplomaticamente attiva nell’ingerenza
negli affari interni di molti paesi dell’area. Un paese che sta
diventando punto di riferimento per quei settori islamici dal punto di
vista religioso e culturale ma liberali e filoccidentali dal punto di
vista economico e geopolitico. Un paese che ogni tanto alza i toni
contro Israele – si pensi alla recentissima rottura diplomatica a
proposito della Mavi Marmara e del blocco a Gaza – ma che non rompe
mai del tutto con Tel Aviv e che continua ad essere un buon amico
dell’UE e degli USA. I ripetuti appelli di Erdogan ad Assad a non
reprimere il proprio popolo sono veramente incredibili, pronunciati come
sono dal leader di un governo che nelle ultime settimane ha scatenato
una feroce repressione delle popolazioni curde.

Da considerare, in questo schema, anche il ruolo fondamentale giocato
dai nuovi media ‘arabi’. La Cnn di un tempo, da sola, non basta più.
Mediamente l’orientamento antistatunitense delle masse arabe è alto –
sia per l’influsso dell’islam politico sia per l’avversione alle
dittature e ai regimi autoritari locali sostenuti proprio da Washington.
Anche le borghesie e una parte delle elite dei paesi arabi e soprattutto
delle petromonarchie del Golfo Persico ormai si pensano come
indipendenti e concorrenti rispetto a Washington e ai suoi interessi.

Per questo network come Al Arabiya e Al Jazeera sono fondamentali nel
diffondere un punto di vista ‘arabo’ che mette in evidenza gli elementi,
all’interno delle rivolte, legati alle richiesta di libertà,
democrazia, trasparenza ecc. La costante attività di disinformazione di
questi network esercita una forte influenza sulle stesse opinioni
pubbliche dei paesi dove scoppiano le rivolte che vengono così
amplificate, sostenute, in certi casi addirittura guidate passo passo.
Ma la manipolazione esercita la sua influenza anche nei paesi limitrofi
e nel mondo arabo in generale, che per la prima volta ha a disposizione
dei media panarabi che aumentano la sensazione di essere tutti cittadini
di uno stesso spazio culturale – linguistico – politico e di essere
quindi tutti parte di una stessa ‘primavera araba’, di uno stesso
movimento generale. Il ruolo di Al Arabiya e soprattutto di Al Jazeera a
livello globale fa si che questi network esercitino la propria egemonia
anche nel resto del mondo, potendo contare spesso su una copertura
mediatica esclusiva di certi eventi che viene ripresa e riprodotta da
altri network internazionali che, per convenienza o a volte
semplicemente per pigrizia, non possono disporre di una propria
copertura. Le opinioni pubbliche occidentali ‘progressiste’ vengono
così bombardate di immagini, informazioni esagerate, manipolate e
artefatte. I leader dei paesi presi di mira vengono satanizzati: non è
sufficiente che siano autoritari o dispotici, devono essere dei piccoli
Hitler, assetati di sangue e pericolosi per l’intera umanità. Poi da
qualche giornalista giunge la fatidica e ‘spontanea’ accusa nei
confronti dei politici e dei governi occidentali, rei di non
interessarsi alle sorti di quei popoli: perché non facciamo niente per
aiutarli, perché non interveniamo? Ed ecco che i governi che decidono
la guerra diventano improvvisamente dei paladini dei diritti umani e
della democrazia…

A rispondere ‘interveniamo’ sono naturalmente quei settori della
politica e della società che si rappresentano e si pensano come
progressiste, imbrigliate come sono nella falsa e artificiosa dicotomia
“dittatore vs popoli insorgenti” (mi riferisco qui a quelle in buona
fede…). All’interno di questa dicotomia se un popolo si contrappone
ad un dittatore tutto ciò che quel popolo esprime non può che essere
positivo. Le informazioni palesemente inventate e affatto verosimili
diventano allora credibili, alimentando una visione distorta che
naturalmente rimuove tutti quegli elementi che potrebbero minare o
comunque rendere meno credibile la cartolina. Sparisce naturalmente il
contesto regionale e internazionale all’interno del quale la ‘rivolta’
di turno si inserisce: spariscono gli interessi e le mire delle potenze
globali o regionali, le differenze etniche – religiose e culturali
interne alla popolazione in questione, le differenze tra un regime e
l’altro. Soprattutto non vi è traccia nelle appassionate analisi
interventiste di leader sindacali, di attivisti pacifisti, di
intellettuali campioni dei diritti umani di quanto è accaduto la dove
in passato il modello destabilizzante è stato applicato. Eppure
basterebbe riflettere sul fatto che, la maggior parte dei paesi
‘salvati’ dagli eserciti dell’ONU o della NATO – Yugoslavia,
Iraq, Afghanistan ecc – siano ora stati disgregati, distrutti, rigettati
in un infernale medioevo. Che l’alternativa imposta dalla NATO a suon
di bombe sia enormemente peggiore per quei popoli rispetto ai regimi
rovesciati non sembra importare molto. Eppure quegli stessi quotidiani
che hanno sostenuto l’intervento contro Tripoli oggi ci raccontano che
alcune delle sue città sono controllate da personaggi ancora più
inquietanti di Gheddafi. I pogrom nei confronti degli immigrati africani
e dei libici di pelle scura la dicono lunga sulla democraticità dei
‘giovani rivoluzionari’ di Bengasi. Lo scenario libico è
drammatico: dopo mesi di guerra civile, di bombardamenti, di stragi, di
distruzioni, si prospetta un altro conflitto ancora più lungo e
sanguinoso. Una nuova guerra fratricida tra le varie fazioni politiche
ed etnico territoriali per il controllo di un paese che di fatto ha già
cessato di essere tale.

Dicono analisti ed esperti – a ragione – che una guerra in Siria sul
modello di quella scatenata contro la Libia è assai improbabile per le
pesanti e catastrofiche ripercussioni che potrebbe avere in tutta
l’area mediorientale. L’Iran – che pure ha avuto un ruolo attivo
nella destabilizzazione della Libia – e la Turchia – che ha mire
dirette ed egemoniche nella confinante Siria – non possono accettare
che le potenze della Nato intervengano direttamente con un’aggressione
militare contro Damasco. Per ora la strategia sembra quella
dell’intervento indiretto, attraverso l’utilizzo di gruppi armati
locali o infiltrati dai paesi arabi confinanti. Secondo il sito
israeliano ‘Debka’, vicino al Mossad, “iNVECE DI RIPETERE IL
MODELLO LIBICO DEGLI ATTACCHI AEREI, GLI STRATEGHI DELLA NATO STANNO
INVIANDO GRANDI QUANTITÀ DI MISSILI ANTI-CARRO E ANTI-ARIA, MORTAI E
MITRAGLIATRICI PESANTI NEI CENTRI DELLA PROTESTA…” ATTRAVERSO IL
CONFINE TURCO-SIRIANO.

Che il nuovo ambasciatore statunitense a Damasco sia, dal gennaio
scorso, Robert Stephen Ford, dimostra invece quanto Washington sia
attiva nel paese. Ford non è un ambasciatore qualunque: per anni ha
lavorato a fianco di John Negroponte, ed è stato il numero due
dell’ambasciata Usa a Baghdad a partire dal 2004, responsabile insieme
a Negroponte delle operazioni di sostegno agli squadroni della morte e
ai gruppi paramilitari in Iraq, al fine di fomentare la violenza
settaria tra le diverse componenti etnico-religiose nel paese e di
indebolire così il movimento di resistenza.

Che la guerra si abbatta su Damasco come è successo per Tripoli,
dicevamo, non è certo. Ma come dimostra il disastroso – per Tbilisi
– conflitto scatenata dalla mal consigliata Georgia contro Mosca pochi
anni fa, non sempre gli apprendisti stregoni calcolano accuratamente le
conseguenze delle loro azioni, e la situazione potrebbe sfuggire di
mano, scatenando l’ennesima carneficina. Intanto, ignari, i
‘pacifisti’ marciano da Perugia ad Assisi, anime belle e smemorate.
Mentre i bombardieri scaldano ancora una volta i motori.