L’esempio greco

L’esempio greco

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Ciò che è successo in Grecia pone numerosi dubbi per i movimenti sociali italiani. Sarebbe un errore restringere l’analisi alla settimana di fuoco svoltasi dal 6 al 12 dicembre, successiva alla morte dello studente Alexandros Grigoropoulos. Bisogna analizzare questi eventi in un ottica più ampia, sia territorialmente che cronologicamente.

Il concetto di fondo è che ogni volta, almeno dalla Liberazione in poi, la Grecia è stata un esempio, un paradigma, con cui poter leggere gli eventi che avvengono nella vita politica italiana. Come noi, terra di confine, linea di demarcazione dei due blocchi, sovietico e capitalista. E come noi, divisa a tavolino, strappata coi denti dagli angloamericani, confine ultimo dell’occidente capitalista. Stessi i progetti reazionari, stessi i tentativi di golpe…ma…c’è un ma. E’ come se in Grecia tutto avvenisse con più forza, se gli stessi processi politici avvenuti anche in Italia li si siano svolti più liberamente e quindi più catastroficamente. E quindi l’occupazione nazifascista e la liberazione, ma liberazione che perde immediatamente i caratteri di resistenza al nemico per diventare subito lotta di classe, tentativo rivoluzionario di rovesciare il nuovo potere “democratico”. In Grecia un patto di Salerno sarebbe stato impossibile, inconcepibile l’alleanza tra forza democratiche di togliattiana memoria. Perché unirci a chi ha permesso tutto questo, a chi per anni è stato colluso col fascismo e adesso torna ad occupare i centri del potere, senza che giustizia sia fatta? E allora si combatte anche contro ogni forma di reazione e di finta democrazia borghese, si combatte contro le democrazie cristiane greche che sperano di ritornare come se nulla fosse successo. I movimenti lo capiscono, ne sono coscienti, il partito comunista non ci sta e prosegue la lotta. Lotta che è subito vittoriosa; nel giro di due anni i comunisti controllano più di metà del paese, la gente è con la rivoluzione. Poi però arriva la lunga mano del capitalismo, implacabile. Dove non si è arrivati con le proprie forze arrivano gli aiuti. E così, da una parte con i bombardamenti, con i corpi speciali spediti ad annientare la rivoluzione, dall’altra con la chiusura delle frontiere da parte di Tito, torna la reazione. Torna quello che i greci avevano rifiutato, la democrazia borghese, altra faccia del capitalismo che per venti anni si era espresso tramite il fascismo. E quindi inizia la repressione anticomunista, il ritorno della monarchia, quasi venti anni di governi di destra che distruggono i movimenti sociali e ogni forma di opposizione politica, nonché l’economia del paese e la vita dei cittadini. Tutto per garantire un simulacro di unità nazionale imposta dagli americani nel 1949. (Vi ricorda qualcosa?)

 Ma non basta. Di fronte alla crisi economica, di fronte alle pressioni sociali, l’argomento è sempre lo stesso: difendere lo stato dal comunismo, dagli infiltrati sovietici, da una possibile rivoluzione che spezzerebbe l’unità delle forze produttive e sociali del paese per instaurare una dittatura (vi ricorda qualcosa?). E allora ecco il colpo di stato.

Ciò che riecheggia in Italia per tutti gli anni sessanta, in Grecia si compie, e il 21 Aprile del 1967 i militari, collusi ovviamente con tutte le forze politiche “democratiche”, prendono il potere. Inizia il regime dei colonnelli. Regime che ricompatta l’opposizione sociale del paese, che inizia la sua lotta proprio dentro il Politecnico, tornato alla ribalta in questi giorni, ma da sempre in Grecia luogo di organizzazione delle lotte di classe del paese. E con le lotte inizia anche la repressione, dura, cruenta, fatta di decine di morti e migliaia di carcerazioni, espulsioni, pestaggi, confini politici. Sono gli anni settanta in Grecia, e mentre in Italia avveniva tutto questo ammantato dallo spirito democratico del compromesso fra DC e PCI, in Grecia il potere si respirava più diretto, meno accomodato o accomodante. Meno intrallazzi, meno mediazioni, la repressione arriva diretta e concreta, senza le telecamere e l’opinione pubblica che riescono a documentare ciò che avviene.

Poi arriva la guerra contro la Turchia, e il regime militare decide autonomamente di cambiare faccia, il capitalismo decide che non è più tempo di manganelli e repressione, ma di democrazia e parlamento per gestire la nuova crisi; e allora ecco di nuovo le elezioni, l’abolizione della monarchia, il ritorno alla democrazia parlamentare. Ma i movimenti comunisti non si lasciano ingannare, capiscono che la storia si sta ripetendo, che nella sostanza niente sta cambiando o potrà cambiare, e quindi proseguono la loro lotta. E con la lotta prosegue anche la repressione da parte dello stato. Numerose sono le rivolte, e tutte, almeno ad Atene, hanno come epicentro il Politecnico, fra i pochi spazi di aggregazione giovanile liberi ed autogestiti. Nello stesso tempo, la lotta da parte dei movimenti crea vaste zone di contropotere, interi quartieri strappati al potere statale e autogestiti direttamente dai movimenti sociali, comunisti, anarchici, insomma rivoluzionari. La repressione frena le lotte, ma esse riescono sempre a riorganizzarsi, a diventare più forti, più radicali, a non cadere nella trappola del riformismo o del consociativismo, della moderazione e del dialogo. Il problema è uno, ed è quello del potere.

E così, nel corso delle lotte di classe sviluppatesi in Grecia dal 45 ad oggi, si è come sedimentato nella coscienza sociale e politica del paese una forma mentis particolare, di rifiuto diretto del sistema. Gli abusi di potere, la repressione, i privilegi dei potenti, vengono combattuti, vengono rifiutati direttamente, e con forza. Ed è qui la grande differenza, il tratto caratteristico dei movimenti greci rispetto a quelli italiani. In Italia il potere, nelle sue varie forme, uccide. Solo dal duemila in poi, quanti se ne possono contare? Carlo Giuliani, Davide Cesare, Renato Biagetti, Federico Aldrovandi; e poi ancora i 1500 morti sul lavoro all’anno, come i morti ammazzati dalle mafie. E però la risposta appare diversa. E’ qui che la Grecia diventa esempio, diventa un fatto da analizzare politicamente, per apprendere un esercizio diretto della democrazia, quella vera, reale, che risponde con determinazione agli abusi di chi detiene il potere. E allora, ecco Alexandros Grigoropoulos, ucciso a 15 anni; che produce giorni e giorni di scontri, di tensione sociale che si libera nelle strade e nelle piazze dalla gente. Perché tutto ciò è considerato ovvio, scontato, giusto. E così i media borghesi, così come i partiti democratici o gli intellettuali progressisti, accorrono a condannare le violenze, ma subito cercano di capire cosa muove questa ribellione che non è giovanile, ma di classe. E così il premier greco subito individua il colpevole e lo mette agli arresti (quanti poliziotti vengono arrestati in Italia per abuso di potere?). Perché tutto questo?

Perché l’esercizio diretto della democrazia e dei propri diritti da parte delle classi sociali più deboli e politicizzate mette paura. Fa tremare il potere, e lo costringe a mediazioni al ribasso. Aumenterà sicuramente la repressione, e quindi esprimiamo sin da subito la solidarietà a tutti i compagni greci coinvolti, ma da una posizione di forza. Il movimento ha espresso la sua forza reale, basata sulla lotta, e questo ha messo in difficoltà il potere che adesso scenderà a compromessi. Poi verrà la repressione, ma la lotta contro questo sistema è anche questo. Per quanto ci riguarda, noi siamo e saremo in ogni momento al fianco dei compagni greci. Perché loro rappresentano veramente l’altro modo (mondo?) possibile di portare avanti le battaglie sociali comuni in ogni paese. Perché la rabbia che coviamo dentro ha bisogno anche di essere espressa nella sua forma più pura, che è quella della ribellione, del non chinare più la testa di fronte al capo, al datore di lavoro, alle forze dell’ordine manovrate politicamente, al superiore. Per tutto questo, i movimenti sociali greci, ma anche i movimenti latinoamericani, rappresentano un esempio da seguire per i movimenti italiani.