L’amore dei fascisti per la merda

L’amore dei fascisti per la merda

 

Nel 1975 Pasolini, scandalizzando l’intero sostrato cattolico bigotto della società italiana, diede alla luce un geniale film sulle perversioni della moralità fascista, Salò o le 120 giornate di Sodoma. L’amore corrotto, perverso e anti-etico dei potenti di turno verso il proprio essere e la propria appartenenza di classe, ben lungi dal riguardare solo la parentesi fascista, caratterizzava l’intimo sussistere della società italiana, quantomeno quella parte di società che, riciclandosi, rimase e rimane sempre ancorata al potere e alle briciole che questo lascia cadere dal tavolo del comando. Clero cattolico, tanto di base quanto assicurato alle gerarchie vaticane; piccoli ras di provincia; sottobosco della politica politicante; imprenditoria piccola, media e grande. Un eterogeneo agglomerato indissolubilmente unito dalla propria appartenenza di classe e dalla feticizzazione della propria esistenza.

Simbolo evidente e allucinante di questo attaccamento a sé stessi e al proprio simile, l’amore che hanno per le proprie feci. Il girone della merda è infatti l’allegoria di un mondo che vive chiuso in sé, endogamico e che feticizza sé stesso arrivando a cibarsi degli scarti del proprio essere. Una perversione sessuale/gastronomica assolutamente azzeccata, in anticipo sui tempi e di sorprendente coraggio, quello proprio di un intellettuale come Pasolini che giganteggia inarrivabile rispetto ai nani odierni (pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti).

Non ci stupisce, dunque, la festa della merda che qualche simpatico sotto portaborse ha organizzato davanti a Montecitorio, in qualche ricco palazzo della Roma baronale, quella che rimane sempre aggrappata al potere, che segue gli istinti animali sempre un attimo dopo che questi si manifestano, quella Roma sempre fascista e sempre clericale, anche quando tal volta si presenta a parole antifascista e laica. Non ci stupisce neanche che, fra i partecipanti, ci fossero esponenti del PDL, come Veronica Cappellaro. Rientra tutto nel quadro che Pasolini tratteggiava quasi quarant’anni fa, e che ben pochi capirono (e capiscono tutt’oggi), rimanendo fermi al turbamento emotivo delle immagini.

Dichiara la giovane consigliera PDL:

“che male c’è ad andare a una festa?».La festa era organizzata in sfregio a voi politici. «Embè? Perché, non è vero che stamo tutti nella merda?”

Forse la consigliere non capisce, più verosimilmente capisce fin troppo bene e banalizza l’accaduto. Quella festa è l’essenza stessa della politica, di come viene vista e vissuta da parte di quella classe sociale che l’ha monopolizzata e resa una cosa da ricchi e da imprenditori. E’ la sublimazione del rapporto fra borghesia e potere, che si ciba solo di se stesso, che si accoppia solo fra caste contigue, che ha rapporti umani, economici e lavorativi solo fra elites sociali alla quale appartiene. La festa della merda è la festa della politica, della borghesia reazionaria che celebra sé stessa parodiando la sua funzione per elevarla e canone imprescindibile. Se vuoi far parte del palazzo, devi mangiare la tua stessa merda perchè, per quanto immorale, rappresenta il segno di appartenenza al potere al quale ti devi inchinare.

Cose che accadono frequentemente nel mondo dell’imprenditoria e della ricca borghesia. La tracimazione di tali comportamenti nel mondo della politica, sovrapponendo classe dominante a rappresentanza politica senza soluzione di continuità, è il vero segno dei tempi che stiamo vivendo. Nel palazzo non c’è possibilità di rappresentanza, neanche formale, se non quella degli stessi appartenenti alla stessa classe che lo pone in essere, e che si ciba di sé stessa.