La Ue impone il Pd dispone, ovvero della tragicomica farsa della legge elettorale

La Ue impone il Pd dispone, ovvero della tragicomica farsa della legge elettorale

 

Soffocata nella culla per colpa dei soliti franchi tiratori: questa la versione ufficiale sul fallimento dell’accordo sulla nuova legge elettorale. Ma il voto segreto che diventa palese svela l’ipocrisia della politica e le ragioni materiali che animano gli schieramenti in campo. Al Pd renziano serviva la legge elettorale proposta, per due ragioni: la prima, impedire un governo Cinque stelle, cosa possibile solamente riscoprendosi proporzionalista; la seconda, andare velocemente alle urne impedendo così a un governo Pd in scadenza (quello Gentiloni) di votare una “legge di stabilità” che avrebbe come minimo dimezzato il suo consenso elettorale. Ma dall’Unione europea, per bocca dei suoi probiviri nazionali Prodi e Napolitano, è arrivato il diktat inaggirabile: quello di Gentiloni è il miglior governo possibile per approvare senza ritardi né polemiche una legge che dovrà tagliare miliardi di spesa pubblica. Fosse per la Ue Gentiloni andrebbe avanti all’infinito: senza i colpi di testa di Renzi, senza l’impresentabilità di Berlusconi, senza gli eccessi di qualche populismo ingestibile, l’attuale governo è la perfetta incarnazione del modello governista europeista. Radicalmente a-politico, è un commissariamento di fatto. Questo il motivo per cui, alla notizia del fallimento dell’accordo, i “mercati” abbiano esultato senza ritegno: niente legge niente corsa al voto.

 

Ecco perché la presunta spaccatura del Pd è più un gioco delle parti che una realtà di fatto. E’ un machiavellismo che alla luce del sole gioca sulla “volontà elettorale”, ma che nel segreto dell’urna dispone il rafforzamento delle figure di Gentiloni e di Padoan. Chiaramente dentro questa visione delle cose gioca la sua partita anche lo scontro tra ceti dirigenti in atto nel partito del potere. Renzi vuole davvero tornare al voto per riprendersi tutto quello che era suo. Ma Renzi non ha capito che in un sistema proporzionale che consente solo governi di coalizione anti-Cinque stelle il Primo ministro non può essere il leader di uno dei partiti che compongono la suddetta coalizione. Il Primo ministro può essere solo una figura di mediazione tra Pd e Forza Italia. Uno come Gentiloni insomma.