La svendita della città nelle linee guida del Commissario Tronca

La svendita della città nelle linee guida del Commissario Tronca

 

Da qualche giorno è possibile consultare l’interessante documento redatto dal Commissario Tronca (il Dup – Documento Unico di Programmazione, qui e qui). Un faldone monstre, quasi ottocento pagine di dati e indicazioni puntigliose, che delineano il percorso politico che dovrà affrontare il Comune di Roma a prescindere da chi vincerà le elezioni di giugno. Il documento programma infatti l’attività del Comune per il triennio 2016-2018. La vicenda riassume egregiamente il significato del commissariamento della politica in atto da diversi anni a questa parte, i rapporti di forza in campo, i ruoli dirigenti, nonché definisce una “visione del mondo”, quella imposta dall’Unione europea e a cascata da tutte le istituzioni preposte alla sua esecuzione. Un capolavoro: in anni di riflessioni e analisi contro le politiche neoliberiste della Ue non avevamo mai raggiunto tale capacità di smascheramento.

Il documento si presenta come concretizzazione particolare e cittadina del Fiscal compact europeo, cioè dell’accordo che stabilisce le “regole d’oro” deliberate in sede Ue e vincolanti ogni governo nazionale. A prescindere da chi sarà chiamato a governare (in questo caso la città di Roma), vige un programma politico-economico già definito. Non a caso, il Dup in questione si presenta come “allegato n.4 del D.LGS. del 23/06/2011”, cioè rimanda ad una legge nazionale che a sua volta costituisce il rimando ad una normativa europea, e tutta la catena risulta vincolante e non emendabile dalle forze politiche vincitrici le elezioni.

Il documento sviscera le modalità con cui fare fronte all’obiettivo principale per cui è stato redatto: riportare il bilancio comunale in parità adeguandosi alle normative sul pareggio di bilancio recepite in Costituzione con l’articolo 81 (a cui si fa riferimento a pagina 73). In particolare, afferma che nel triennio 2016-2018 il Comune dovrà recuperare strutturalmente 440 milioni di euro (pag.18). Come avverrà questo rientro? Le ottocento pagine del documento impongono modalità precise e non derogabili. Oltre a procedere alla dismissione del patrimonio immobiliare (pag. 15), il programma prevede un vasto piano di privatizzazione dell’economia ancora controllata dal Comune di Roma. Riguardo al trasporto locale, si impone la cancellazione delle linee Atac scarsamente frequentate, che poi consistono in quelle linee di trasporto pubblico presenti in periferia ancora gestite da Atac e ancora non privatizzate come è avvenuto con la dismissione a favore della Tpl per intere zone di Roma (pag. 56 e anche 151 e seguenti). Per quanto riguarda la raccolta rifiuti e la pulizia di strade e aree verdi, si consiglia la progressiva privatizzazione e liberalizzazione dei servizi Ama, in particolare procedendo all’esternalizzazione del 20% dei dipendenti ancora legati all’azienda pubblica Ama. Si passa poi alla gestione degli asili nido, questione questa che ha acceso la mobilitazione del sindacalismo confederale e addirittura di pezzi del Pd, in quanto impone la privatizzazione degli asili comunali (pag. 59 e seguenti) per fare fronte alla perenne richiesta inevasa di posti in asilo (privatizzazione che avverrebbe dopo che nel precedente biennio i costi delle rette sono aumentati di circa il 50% a seguito del nuovo modello Isee). In riferimento alla gestione e conservazione del patrimonio artistico cittadino, si ipotizza la concessione ai privati di diversi monumenti storici (peraltro scrupolosamente indicati nel testo). Rispetto all’emergenza abitativa, si prevede la chiusura dei Centri per l’assistenza alloggiativa sostituiti dal cd “buono casa”, cioè dall’erogazione una tantum di un contributo all’affitto per le famiglie sfrattate, che saranno costrette a riaffidarsi al mercato privato degli affitti nonostante una volta prese in consegna dal Comune, che ne ha certificato lo stato di debolezza sociale, avevano garantito per delibera comunale il passaggio ad alloggio Erp, cioè alla casa popolare.

Nel documento paradossalmente si certifica anche la perenne carenza d’organico comunale a tutti i livelli, che rappresenta il vero motivo della mala gestione dei servizi pubblici comunali: i dipendenti pubblici del Comune di Roma, specularmente ai dipendenti della Pubblica Amministrazione del suo complesso, sono inferiori alle esigenze, e gli enti pubblici sono strutturalmente sotto organico. Dai posti dirigenziali agli impiegati, il Commissario Tronca traccia un bilancio degli organici comunali da cui mancherebbero strutturalmente almeno 8.000 dipendenti (pag. 184-185). Nonostante ciò, ricordando il vincolo alla stabilità sopra descritto, ricordando anche l’articolo 81 della Costituzione nonché la mission dell’opera di Tronca di cui tale documento rappresenta la sublimazione, poco più avanti si impongono tagli di spesa al personale per 57 milioni l’anno (pag. 188). Un vero e proprio passaggio non sense, in cui nel giro di tre pagine viene descritto il Comune come permanentemente sotto organico procedendo perciò ad ulteriori tagli al personale. Un capolavoro, vi avevamo avvertiti.

Un documento di tale fatta dovrebbe incutere paura. Perché prevede un piano privatizzante che farebbe impallidire gli anni ruggenti del tatcherismo; perché delinea un programma triennale nonostante a giugno, formalmente, il Commissario Tronca decadrà dalla sua carica; perché tale piano è predisposto da un Commissario non votato da nessuno, senza alcun appoggio politico che non sia la nomina per decreto da parte del governo, senza averlo mediato o articolato con alcuna parte politica o sociale; infine, perché non si redige in due mesi di attività un piano dettagliato di ottocento pagine: il piano era già in preparazione da tempo e si è attesi la rimozione di Marino per pubblicarlo. Eppure, nonostante l’eccezionalità della vicenda, è l’assuefazione a farla da padrona, come se, in fondo, ormai questo prevede la scena della politica, quella di un commissariamento permanente da cui sembra impossibile liberarsi. Di certo certifica il livello raggiunto nei rapporti di forza politici, completamente smantellati, e in cui le forze economiche del capitale gestiscono direttamente il governo dei territori e delle popolazioni.