La politica dell’ottimismo

 

È da qualche mese che Renzi ha deciso arbitrariamente che grazie al Jobs Act l’occupazione in Italia è finalmente in ripresa e quindi ogni due telegiornali dobbiamo sentirci dire sta cazzata. Per carità, a noi farebbe piacere se ci fossero nuovi occupati, ma abbiamo forti dubbi che sia così e che soprattutto sia merito di Renzi. Innanzitutto, pensando in termini economici, potremmo obiettare che l’occupazione è sempre l’ultimo indicatore a crescere, perché prima dovrebbero crescere gli ordinativi delle imprese, la produzione, gli investimenti, la domanda, ecc. E che generalmente, oltre che comprensibilmente, solo dopo questi (al momento non pervenuti) avviene una crescita occupazionale. Ma anche mettendo in conto che gli economisti sbagliano, o che i miracoli esistano e che a un certo punto le imprese in crisi decidano che la cosa giusta da fare per riprendersi sia assumere, non ci è comunque ben chiaro di quanto, in cosa e soprattutto perché si dovrebbe essere ripresa esattamente l’occupazione.
1)    Di quanto. Forse emozionarsi per una STIMA della crescita dell’occupazione di uno zerovirgola rispetto al mese o all’anno precedenti è una mossa un po’ azzardata. Soprattutto perché siamo bravi tutti a celebrare una crescita dell’occupazione nei periodi estivi, quando il numero degli occupati aumenta per via dei lavoratori stagionali (come conferma il fatto che a crescere sono stati soprattutto i contratti a tempo determinato, che poi sono quelli che col Jobs Act c’entrano meno). Basta andare sul sito dell’Istat per vedere che OGNI anno il tasso di disoccupazione scende nel secondo e terzo trimestre – da aprile a settembre – per poi risalire puntualmente nel successivo. In un regime di prudenza si aspetterebbe un attimo per stappare le bottiglie, soprattutto col casino seguente alla riforma del lavoro, ma nel regime della sensazionalità di Renzi è subito il via ai tweet della vittoria, basta solo dimenticarsi di far uscire i risultati negativi. Tipo che la disoccupazione giovanile è continuata a salire, arrivando al 40,7%, con un aumento del numero di disoccupati del 2,1% tra luglio e agosto.
2)    In cosa. Ci è stato detto che è cresciuto il numero dei contratti a tempo indeterminato. Cosa che forse potrebbe anche essere vera, se avessimo il coraggio di chiamare “a tempo indeterminato” il contratto a tutele crescenti. E in tal caso dovremmo dire anche grazie al cazzo, visto che sono state eliminate le altre tipologie contrattuali e che se un’impresa ha la possibilità di assumere lo farà nel modo più conveniente in termini di detrazioni fiscali a parità di “licenziabilità”. Ma questo non vuol dire che si stia incentivando l’occupazione o combattendo la precarietà. Primo, le imprese che hanno assunto l’avrebbero fatto comunque (di questi tempi nessuno assume un lavoratore se non gli serve), solo che adesso l’hanno fatto a un costo minore a spesa dello stato e dei lavoratori, che hanno perso diritti e sicurezze. Secondo, per quei pochi assunti con il contratto a tutele crescenti – che presumibilmente riguardano aziende più grandi e strutturate che non possono nascondere situazioni al limite della legalità – esiste una grande parte di ‘precari tipo’ – quelli da contratto a chiamata, co.co.pro, co.co.co e similari e che lavora in piccole imprese – che è finito o finirà dritto dritto nel circolo delle finte partite IVA, che per l’impresa sono a costo zero e a massima flessibilità. Ma questo il governo Renzi lo sa bene, visto che ha previsto da gennaio un regime per le partite IVA per i giovani (il cosiddetto de minimis) che sembra piuttosto un piano di rientro del costo della riforma viste le condizioni nettamente peggiorative che saranno applicate, salvo cambiamenti dell’ultimo minuto. In pratica, gli oneri risparmiati da alcune aziende attraverso il contratto a tutele crescenti saranno ripagati dai precari obbligati dalle altre aziende ad aprire le partite IVA pur di non fargli il contratto a tutele crescenti.
3)    Perché. E questo è il punto su cui proprio non ci capacitiamo. Quello che ci chiediamo è: in un momento di recessione, se né il governo né l’Unione Europea hanno fatto politiche per la crescita economica e per l’occupazione, perché mai questa dovrebbe crescere? Tagliando molto con l’accetta, in questo sistema se un governo vuole vedere degli effetti sull’economia e sull’occupazione non ha molte scelte: o politiche della domanda, tipo contributi economici o riduzione delle tasse per far crescere i consumi della popolazione che acquistando beni e servizi rimette in moto la produzione e quindi l’occupazione; o politiche dell’offerta, attraverso incentivi fiscali, credito alle imprese ecc. che spingono gli investimenti privati, la produzione e quindi l’occupazione. Di tutto ciò, in Italia si è visto ben poco. Dal lato della domanda, i famosi 80€ di detrazioni fiscali per le buste paga inferiori a 1500€ – unico intervento vagamente simile a una politica di sostegno della domanda – sono finiti in buona parte nelle casse delle imprese che non li hanno effettivamente corrisposti ai lavoratori (in primis i precari di cui sopra), e per l’altra parte sono andati a coprire i debiti delle famiglie o nella migliore delle ipotesi a contribuire a ristabilire i consumi di sussistenza che queste avevano tagliato (cibo, vestiario, ecc.), ma di certo non hanno stimolato il consumo di prodotti ulteriori. Attestando così la natura totalmente strumentale e propagandistica della misura. Dal lato dell’offerta, non c’è traccia di politiche rilevanti per favorire l’accesso al credito da parte delle imprese e nemmeno di incentivi utili a stimolare gli investimenti, e le stesse detrazioni per il lavoro se non supportate da politiche di crescita del sistema produttivo non hanno alcun senso.
Ma anche in ambito europeo, nonostante le declamate preoccupazioni, non si è fatto di meglio. Le politiche della domanda, per carità, roba da keynesiani. Dal lato dell’offerta, il piano Junker, che avrebbe dovuto finanziare miliardi di euro in investimenti delle imprese, finora non ha fatto quasi nulla e anche il famoso Quantitative Easing – che avrebbe dovuto rilanciare l’economia dell’Eurozona facendo scendere il costo del debito e i tassi di interesse, con un rilancio del credito e una frenata alla deflazione – finora non ha avuto effetti sull’economia reale, se non quello di rendere più ricchi i ricchi facendo lievitare i loro asset. Cosa osservata perfino sul Financial Times da uno dei più importanti hedge fund manager europei, che ha sostenuto provocatoriamente che forse sarebbe stato più efficace e più giusto fare un bonifico di qualche migliaia di euro a ciascun cittadino europeo. E se lo dice lui…
In sostanza, né dal lato della domanda né dal lato dell’offerta ci pare che si siano attivati interventi capaci di stimolare crescita e occupazione. Quello che ci sembra, invece, è che la politica attuata da governi e UE sia quella dell’ottimismo: prima o poi qualcosa deve andar bene, suvvia. E questa idea è stata supportata da eventi del tutto esogeni ma che stanno influenzando il contesto economico tanto da foraggiare le speranze di facili entusiasti tipo Renzi. Infatti nell’ultimo anno si è avuta una riduzione del prezzo del petrolio e un cambio euro-dollaro favorevole, fattori che hanno alleviato le imprese facendo crescere, soprattutto nelle regioni del centro-nord, le aspettative di un futuro migliore. Dando un’occhiata alle indagini di Banca d’Italia o di Unioncamere sulle imprese si legge infatti che il clima di fiducia sta migliorando, soprattutto per merito dei minori costi dati dalla riduzione delle spese di trasporto e della tendenza positiva delle esportazioni motivata dal cambio favorevole. E che questa fiducia si traduce nell’aspettativa di ordinativi leggermente maggiori e di lieve crescita della produzione. Al contrario, sempre secondo le indagini Banca d’Italia e Unioncamere le imprese ancora non prospettano di spendere risorse per fare investimenti o per assumere lavoratori. Ma Renzi ha deciso che l’occupazione sta migliorando e quindi dobbiamo credergli. E la cosa bella è che lo sostiene senza aver fatto nulla e senza rendersi conto che se per ipotesi (per nulla irrealistica) qualcosa dovesse cambiare nei delicati equilibri geopolitici – aumento del prezzo del petrolio, chiusura di altri mercati di sbocco come per la Russia, adeguamenti del cambio euro/dollaro –  addio anche alla debole fiducia acquisita dalle imprese. E poi vogliamo vedere dove lo va a trovare altro ottimismo…