La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino

La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino

 

Sorrentino è riuscito là dove altri avevano miseramente fallito. Senza per questo scomodare paragoni impegnativi, Sorrentino si conferma il regista italiano più importante del momento, quello più ispirato, e che al momento riesce a tradurre in immagini le sue speculazioni visionarie. Molti si sono scomodati a paragonare La Grande Bellezza a La Dolce Vita, e non c’è dubbio che i richiami felliniani siano evidenti, anche troppo ricercati, a nostro parere. Per di più, il vero paragone con Fellini è con Roma, più che con La Dolce Vita. E’ proprio Roma infatti l’opera che segna l’inizio di quella ossessiva ricerca cinematografica della decadenza romana, di quell’interminabile declino che contraddistingue ancora oggi non tanto la città quanto i suoi abitanti, e in particolar modo le sue elites sempre più volgarmente svuotate di ogni senso.

Nessuno si è però spinto a individuare nella Grande Bellezza un fondamentale paragone con Pasolini e i suoi contenuti filmici. Il film di Sorrentino è in effetti il tentativo più riuscito di combinare la visionarietà felliniana con la critica sociale di Pasolini. Che ci sia riuscito o meno, non è questa al momento la cosa importante. Il fulcro del discorso è che l’artista riesce a tradurre in immagini e parole il tentativo di racchiudere all’interno di una cornice filmica tipicamente felliniana, fatta di visioni, di sogni, di ambientazioni stranianti, di linguaggi e discorsi leggermente onirici senza mai divenire surreali, l’analisi sociale pasoliniana delle classi dominanti.

L’unico modo per raccontare efficacemente il ruolo delle classi dominanti parassitarie è sottolinearne il loro vuoto culturale, il loro edonismo feticistico, la loro inutilità colmata dalla costruzione incessante di emozioni. La Grande Bellezza è un film sul vuoto delle elites sociali romane, che nella loro decadente esistenza descrivono quella di una città e di un paese sempre più periferico, declinante, marginale. Pasolini tutto questo lo espresse con Salò o le 120 giornate di Sodoma. Fellini con Roma. Ambedue, da due distinti punti di vista, raccontarono il feticismo solipsistico di elites parassitarie, composte da piccole e medie borghesie aggrappate al vero potere senza mai raggiungerlo. Le loro meschinità, la loro pochezza intellettuale. Il feticismo fascista piccolo borghese depravato, che arrivava a cibarsi delle sue stesse feci come emblema della propria volontà di potenza. O la sfilata di moda per cardinali e suore di felliniana memoria, emblema di un potere corrotto non perché abitato da personaggi negativi, ma perché esso stesso marcio dalle sue fondamenta.

Sorrentino a volte cade nell’autocompiacimento. Il protagonista, Toni Servillo – di gran lunga il miglior attore italiano del momento – a volte si trasforma da specchio della società a distaccata guida nel circo del potere. Ma in realtà ne fa parte anche lui, sebbene con una consapevolezza maggiore. Questo a volte viene dimenticato, e molte sue frasi sembrano più essere rivolte al compiacimento dello spettatore, dall’esterno, fuori dal film, che una sua autocoscienza come invece appare nell’opera. Jep Gambardella infatti non può essere fuori da quel mondo, non può coscientemente vederne tutta la sua vacuità e irrilevanza, perché ne fa parte contento di farne parte. Non si esce coscientemente dal paradigma piccolo borghese, perché la piccola borghesia non è, consapevolmente, capace di analizzare storicamente se stessa. In questo sta la diversità con Fellini, che avendo un approccio evidentemente più marxista (sebbene mascherato dall’apparenza della storia narrata), è capace di rendere Mastroianni malinconico e scontento, frustrato, ma non completamente distaccato da quel mondo. Il protagonista invece si compiace della sua alterità rispetto alle vicende narrate, ma ne fa parte coscientemente.

Poco convincente risulta anche la parte riservata alla suora-santa, che ne esce come unico personaggio veramente positivo, o quantomeno “altro”, rispetto al resto dei personaggi, non chiarendo se l’unico modo per uscire dalla decadenza descritta sia una presa di coscienza individuale, una vocazione, uno slancio verso la povertà. Che Sorrentino lo pensi o meno, il film lo lascia intendere, e questo è evidentemente un problema.

La grandezza del film allora sta nella capacità di restituire allo spettatore la composizione sociale e i tic delle classi agiate romane. Lo fa componendo una narrazione sul vuoto, il vero protagonista del film. L’assenza di riferimenti, di discorsi seri, di capacità concrete, è il vero dato che descrive la borghesia romana. Potremmo dire di tutte le borghesie, se non che quella romana somma una sua particolare vicinanza al potere politico centrale, dal quale ne riceve le briciole, alla perenne fedeltà al potere clericale. Clero e politica sono i due poteri attorno ai quali si muove da secoli quel ristretto mondo di famiglie benestanti che formano quel mix di parassitismo, volgarità e vacuità che contraddistingue la media borghesia romana.

Riuscito è anche il tentativo di centrare il film sui dialoghi e sui momenti lenti e riflessivi della scena non sacrificando la bellezza delle immagini. Un film altamente “filmico”, senza per questo diventare narrativo. In questo Sorrentino ricorda il Bunuel del Fascino discreto della Borghesia, o Quell’oscuro oggetto del desiderio. La capacità cioè di raccontare attraverso le parole senza tralasciare l’importanza delle immagini e la bravura filmica dell’inquadratura. Con quell’ironia dissacrante che non si fa prendere sul serio. In questo, Sorrentino ogni tanto esagera, e come abbiamo detto a volte cade nell’errore di autocompiacersi con la frase a effetto, o con l’inquadratura hollywoodiana. Infatti, Sorrentino nonostante tutto rimane attento al botteghino. Non è per forza di cose un male, ma è un peccato quando nel farlo peggiora una costruzione chiara ed efficace per lasciare spazio alla facile cattura dello sguardo o all’emotività della battuta ad effetto. In realtà, manca anche una certa dose di cattiveria. A volte sembra esserci possibilità di redenzione, quantomeno per il protagonista, che, avendo preso coscienza del mondo inutile nel quale vive, sarebbe già a metà del guado.

Insomma, Sorrentino non è Fellini, e men che meno Bunuel (ma nessuno è Bunuel). Ma dimostra un coraggio e un’intuizione che al giorno d’oggi mancano al cinema italiano. La Grande Bellezza va premiato soprattutto per questo.