La depoliticizzazione dei problemi sociali come strategia di governo/Parte seconda

La depoliticizzazione dei problemi sociali come strategia di governo/Parte seconda

 

Dallo sgombero del palazzo di piazza Indipendenza assistiamo increduli al détournement quotidiano della questione abitativa. La novità non sta tanto nel rigurgito proprietario espresso ogni qual volta dalla politica neoliberale, ma dall’assenza di “voci contro” che non provengano dalle stesse vittime del linciaggio. L’ideologia legalitaria, perfettamente introiettata nel mondo della cultura e della società un tempo “progressista”, ha silenziato qualsiasi solidarietà con le vittime materiali del liberismo. Fedele all’uso situazionista, il détournement neoliberale consiste nel ribaltare il significato della questione abitativa: gli occupanti, e più in generale tutti coloro che non riescono a pagare l’affitto, sono posti all’origine del problema abitativo romano. Il paradosso nel quale viviamo non è tanto la consueta – perché sempre esistita – colpevolizzazione del proletario, del senza casa, del povero, non più vittima ma artefice dei problemi sociali che contribuisce a generare. Il paradosso è che tale lettura sia nel frattempo divenuta pensiero comune non solo a destra. Il rancore proprietario ha tracimato in quel “ceto medio riflessivo” che un tempo, neanche troppo tempo fa, menava vanto di “volare alto” rispetto agli istinti reazionari piccolo borghesi. Un tempo, neanche troppo tempo fa, al più si rideva dell’approccio sfacciatamente padronale di un Libero o di un Giornale. Oggi quel punto di vista è il medesimo di ogni media liberale, da Repubblica al Fatto quotidiano, ma anche della cultura più in generale (vedi Gabanelli). Chi avrebbe cavalcato, un tempo, la fake news del “racket delle occupazioni” alla scoperta di un fondo cassa per la manutenzione del palazzo in cui si vive?

Persino un Ezio Mauro qualsiasi avrebbe “volato più alto”, sorridendo di fronte a un “non fatto” agitato maldestramente dalla destra proprietaria. Oggi invece tutto il sistema di governo del paese: media neoliberali, politica da destra a sinistra, polizia e magistratura, indagano, verificano, s’allarmano e s’indignano, chiedono pene esemplari, per un non fatto. Forse nei luminosi appartamenti di questo ceto liberale non si pagano normali quote di gestione per la manutenzione degli spazi comuni? Ma scendere su questo terreno, sul terreno cioè della razionalità o della logicità, sarebbe tempo perso, perché questi stessi esponenti illuminati del sordido rancore proprietario queste cose le sanno bene. Inutile insegnare a ragionare a chi lo sa fare meglio di noi. Certi “non fatti” servono a creare artificialmente un clima favorevole alle decisioni politiche: è questa la razionalità insita nell’agitazione di fake news palesemente gonfiate e veicolate a social unificati.

Non è necessario essere dei rivoluzionari per cogliere i motivi sociali che soggiacciono al problema delle occupazioni a Roma. Anche qui ce ne siamo occupati diverse volte:

«50.000 famiglie (circa 150.000 persone) sono da decenni in condizione di estrema precarietà abitativa, aggravata dal fatto che in città è disponibile un patrimonio di circa 200.000 case sfitte, di cui 120.000 – secondo i dati Cgil-Sunia – pubbliche. Un dato aggravato dall’abolizione dell’equo canone, che ha lasciato il mercato degli affitti in mano alla speculazione privata facendo decollare il prezzo medio degli appartamenti. Oggi a Roma è impossibile trovare abitazioni a meno di 800 euro al mese, ovviamente in periferia. Le zone centrali sono ormai appaltate ai grandi flussi del turismo internazionale che ha imposto l’allontanamento coatto dei pochi romani ancora residenti. Una vasta zona orbitante attorno alla Sapienza è stata di fatto monopolizzata dal mercato delle stanze al prezzo medio di 500 euro per studente. Rimane la sterminata periferia, dove appunto, tenuto conto anche delle utenze, non si abita con meno di 1.000 euro. Visto che 1.000 euro è il livello medio di uno stipendio normale, risulta evidente come la vera, e per certi versi unica, politica sociale di redistribuzione del reddito del Comune è quella di affrontare il problema casa. Da una parte calmierando il mercato introducendo strumenti di controllo del mercato degli affitti, impedendo la gestione totalmente in mano ai costruttori come è oggi. Dall’altra ampliando notevolmente il patrimonio di edilizia residenziale pubblica – le case popolari – disponibile. In sostanza, la discontinuità politica a Roma si basa sull’incrocio di quei due numeri – 50.000 famiglie in emergenza abitativa contro le 200.000 case sfitte – e sulla capacità politica di restringere questo gap».

Questa la fotografia reale di un problema più che decennale. Talmente antico e profondo che “agisce da sé”, a prescindere cioè da organizzazioni politiche e sociali. A Roma i palazzi si occupano dai tempi in cui i treni arrivavano in orario. I movimenti di lotta per la casa, semmai, hanno negli anni tentato di dare una direzione politica ad un moto di riappropriazione popolare già presente (certo in forme pre-politiche o addirittura egoistiche), sperimentando modelli e proposte progressive di risoluzione del problema. Tutti i tentativi di individuare nell’”agente esterno”, nel “sobillatore”, nell’”antagonista”, la motivazione alla base delle occupazioni cadono puntualmente nel vuoto (e nel ridicolo). A Roma la “lotta per la casa” c’è a prescindere dai movimenti, e c’è perché persiste un problema sociale di dimensioni epocali che non ha paragone non solo col resto dei paesi occidentali, ma persino rispetto al resto delle città italiane.

[Paolo Maddalena, l’unica voce di una certa rilevanza fuori dal coro liberista proprietario]

Ecco, questo problema sociale è scomparso dai radar del linciaggio trasversale verso gli occupanti. Perché occupano, si chiedono i diligenti cronisti neoliberali? Ma perché è innata la propensione a delinquere del povero, è la risposta sempre meno camuffata che articolano questi portavoce padronali. Solo risolvendo il vulnus di legalità posto dagli occupanti potremo finalmente sanare la questione abitativa cittadina. L’unica “voce contro” tale lettura proprietaria trasversale ai media e alle forze politiche è quella “umanitaria” portata avanti dalla Chiesa e dalle Ong. Una lettura che, specularmente alla reazione padronale, vive dell’assistenzialismo moltiplicato dalla repressione proprietaria. Si dissolvono così i motivi che generano (e genereranno all’infinito, con buona pace di Libero e di Repubblica) la questione abitativa: il mercato degli affitti completamente privatizzato; il ruolo dei palazzinari; la speculazione come modello urbanistico; l’abuso edilizio come reazione proprietaria; le decine di migliaia di case sfitte (gran parte delle quali del Vaticano, dello stesso soggetto cioè che si pone “al fianco dei poveri”); la penuria di case popolari; l’abolizione dell’equo canone e di altri strumenti volti a calmierare il mercato degli affitti; e molti altri eccetera. Difendere gli occupanti non significa difendere l’occupazione degli immobili come *soluzione* del problema. L’occupazione “illegale” è l’ultimo strumento rimasto al senza casa pur di vivere con un tetto sopra la testa. Difendere gli occupanti significa comprendere la natura sociale del problema, lavorando alle soluzioni politiche in grado di risolvere strutturalmente una piaga sociale indegna di un paese civile. Ma queste, che sono ovvietà, appaiono pericolosi esercizi di sovversione. E così continuiamo nel loop liberista per cui ogni problema sociale è generato dalle vittime ed è (non)risolto in chiave securitaria. Il problema rimane intatto, ma nel frattempo si è guadagnato ulteriore tempo utile alla propria sopravvivenza elettorale.