La crociata contro il contante

La crociata contro il contante

 

A intervalli più o meno regolari, e soprattutto in concomitanza delle elezioni, torna la crociata contro il denaro contante. Una campagna che in genere associa ogni utilizzatore di contante in evasore, quindi in peccatore e artefice primo del declino del paese, del malaffare, della corruzione strisciante. Insomma, chi usa il contante è un mafioso o in procinto di diventarlo. Da trent’anni a questa parte gli schieramenti sono definiti in maniera stabile: da una parte Berlusconi (e quindi Totò Riina, la Ndrangheta, Dell’Utri, le Brigate Rosse e Antonio Razzi), espressione diretta della putrefazione sociale, della cancrena culturale del paese; dall’altra il centrosinistra democratico (emanazione metastorica di Voltaire, Kant, Umberto Eco e Tony Blair), in lotta per abolire l’uso del contante e in favore della completa tracciabilità (bancaria) di ogni pagamento. Da sempre, e in particolare in questi giorni in cui, dopo tanto lamentarsi, le hanno finalmente rimediato un lavoro, la portavoce dell’illuminismo bancario è Milena Gabanelli. Che infatti è tornata sull’argomento secernendo i peggiori cliché sull’uso del contante e sulla necessità di abolirlo.

L’abolizione del contante è un risultato inevitabile, a cui si giungerà di qui a qualche anno (presentato come male dei nostri tempi, oggi il totale delle transazioni mondiali in contante e assegni è del 15%; il resto avviene tramite banca). Inutile inscenare battaglie di civiltà, la partita è persa. Tra qualche anno chiunque non affidi i suoi risparmi, il suo stipendio, il suo reddito, con annesso ogni possibile dato della propria vita privata, a una banca, sarà per ciò stesso perseguibile, incriminato, dichiarato evasore a prescindere. Perché la differenza tra denaro contante e denaro tracciato da bancomat e carte di credito-debito sta proprio nella sua tracciabilità: il denaro perderà la sua caratteristica prioritaria, quella di essere strumento di scambio anonimo e universale. I punti critici sono molti. Ogni transazione tracciata lascia dietro di sé una scia di informazioni solo tangenzialmente riferibili al controllo fiscale. Il grosso verrà (viene) immagazzinato in banche dati dagli usi più disinvolti. Già oggi ogni transazione online attiva miriadi di algoritmi che guidano la propria propensione futura agli acquisti. Ma questo è il meno. Il più riguarda l’inevitabile vincolo bancario che legherebbe ogni persona all’utilizzo effettivo dei propri soldi. Oggi possiamo (ancora) scegliere di non vincolarci, decidere (più o meno) di spendere il nostro denaro come più ci piace. Godiamo – molto parzialmente, è chiaro – di un certo grado di autonomia personale. Possiamo (sempre meno) decidere di non affidarci alla mediazione di una banca – sia essa privata o in corso di privatizzazione, come le Poste – che, per il “servizio” resoci (in realtà, prestando il nostro denaro, siamo noi che rendiamo un servizio alla banca), esige commissioni di diverso tipo (dal costo del conto corrente a quello della carta, dal costo delle singole transazioni a quello per il prelievo, eccetera). In soldoni (è proprio il caso di dirlo): ogni nostra spesa elettronica arricchisce l’impresa finanziaria che detiene il nostro denaro. Un piccolo obolo costante, che sommato per le miliardi di transazioni quotidiane si trasforma in una sorta di signoraggio. La progressiva scomparsa del contante sancisce il potere delle banche di disporre dei nostri soldi, che non dovremo più solo guadagnarci col lavoro, ma anche farli gestire a un ente terzo e, soprattutto, privato. E chi non può aprirsi un conto in banca? Chi è protestato, ad esempio? Chi è costretto al lavoro nero e non può giustificare i propri guadagni? Ecco l’escamotage ideologico che presenta la scomparsa del contante come “fatto democratico”: la lotta all’evasione fiscale.

La relazione tra uso del contante ed evasione fiscale viene fatta poggiare su due fattori presentati come evidenze, ma che tali non sono. La prima, che l’evasione è causata dalle transazioni in contanti. La seconda, che questa derivi dalla somma dei comportamenti (illegali e, perciò, amorali) dei singoli cittadini. Tali presupposti sono falsi. L’evasione fiscale dei “singoli cittadini”, se guardiamo al grottesco video della Gabanelli, viene riferita soprattutto al lavoro nero, come se questo fosse una scelta del  lavoratore e non dell’azienda che lo sfrutta evadendo il fisco. Il problema è dell’azienda (privata, perché nel pubblico sono molto più difficili fenomeni simili di evasione), ma viene presentato come scelta individuale, risolvibile quindi obbligando il lavoratore a pagare con bancomat o carta di credito-debito. Ma la Gabanelli (e con lei il resto della ciurma illuminata da Voltaire e Obama) non dice invece l’essenziale di tutta la questione evasione: che questa è praticata da aziende che spostano incalcolabili masse di capitale proprio attraverso transazioni finanziarie. Non c’entra nulla il contante qui, ma l’incapacità dello Stato di attuare politiche di controllo fiscale sui capitali privati. Non è l’intento del partito comunista naxalita, ma la relazione presentata al recente meeting di Davos sui paradisi fiscali. Solo nel 2015 (anno a cui si riferiscono i dati) “poche grandi multinazionali” (curiosa perifrasi per non chiamare col loro nome le solite Google, Amazon e Apple) hanno evaso 627 miliardi di euro tra Francia, Germania e Italia. La Apple, in Europa, ha pagato nel 2014 lo 0,005% di tasse, stabilendo la propria sede in Irlanda, principale paradiso fiscale europeo (l’altro è l’Olanda, dove ha posizionato la propria sede legale la regina delle aziende italiane, la Fiat), tutto perfettamente legale. Google ha realizzato, nel 2015, 22,6 miliardi di ricavi solo in Europa, pagando nel continente 48 milioni di euro di tasse in Irlanda e niente nel resto dei paesi dove pure possiede sedi, strutture, lavoratori e, soprattutto, ottiene ricavi. Lo 0,2% di aliquota fiscale.

Però, a sentire la Gabanelli e il coro illuminato degli antiberlusconiani, il problema dell’evasione fiscale riguarda i singoli cittadini, e in primo luogo i singoli lavoratori che accettano di essere pagati in nero. Un altro tassello volto all’individualizzazione dei problemi del capitalismo (qui e qui due altri esempi), che vengono presentati come somma dei comportamenti illegali e amorali dei cittadini e non come risultato strutturale del modello produttivo. Ma è quando tutto questo viene presentato come “sinistra” che s’intravede il ghigno di un capitalismo più solido che mai.