Il sonno della ragione che genera mostri/ 2

Il sonno della ragione che genera mostri/ 2

Cominciamo col dire che non è un caso se, proponendo un articolo che ha lo stesso titolo di uno pubblicato qualche giorno fa, dobbiamo nuovamente rivolgerci agli orrori proposti dalla stampa nostrana. Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, che sta riempiendo le colonne de nostri quotidiani e settimanali, continua ad inerpicarsi sui crinali più scoscesi dell’assurdità. Non vogliamo abbassarci a commentare le recenti dichiarazioni del duo Fornero-Cancellieri sul nuovo tabù italiano (il posto fisso), perché rischieremmo di inserirci in un dibattito giocato sull’uscita ad effetto e sul totale oscuramento dei nodi politici (e culturali) che certi argomenti, presi invece alla leggera, sottintendono. Non a caso, infatti, il ministro Fornero, che si è resa protagonista di quest’uscita durante l’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Torino, è stata prontamente contestata dagli studenti, che tra le rivendicazioni esposte durante la contestazione si sono espressi anche contro l’abolizione dell’art. 18 (leggi).
Il discorso nato invece intorno ad un altro tabù del pubblico dibattito, quello sull’art. 18, la riforma degli ammortizzatori sociali e la cassa integrazione, ha evidenziato l’ennesima forte inversione di tendenza anche in ambienti di quella stampa che, sulla carta appunto, dovrebbe essere considerata di sinistra.

Nell’editoriale di domenica 29 gennaio, Eugenio Scalfari, dalle colonne di Repubblica, dopo aver aperto il suo sproloquio con una citazione di Luciano Lama del 1978, ricordava come non fosse possibile perseguire – in un paese in recessione – l’interesse dei lavoratori e quello dello sviluppo del paese. Immaginavamo già quale fosse la decisione, tra le due, per cui avesse optato Scalfari, ma a scanso di equivoci la riportiamo di seguito:

“Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell’economia italiana. Dipende dall’Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.”


Insomma, il quadro è chiaro. Sviluppo, ecco la ricetta. Alla faccia dei diritti dei lavoratori e della precarietà diffusa, sempre più esistenziale e non solo lavorativa, sempre più condizione di ogni lavoro, indipendentemente dalla forma contrattuale che li caratterizza. La ricetta liberista che sta infatuando una certa sinistra, o quantomeno gli apparati di informazione del governo Monti, sempre più inviso alla gente e per questo strettamente sottoposto ad una stressante forma di legittimazione dai media mainstream. La stessa ricetta che anela al modello tedesco, riportato superficialmente come la soluzione cui l’Italia e l’Europa tutta devono tendere per scongiurare il rischio di un’Europa “a due velocità”. Eppure, sono gli stessi giornali padronali a dirci che, numeri alla mano, il modello tedesco non è poi il paradiso economico che si vuole far credere, tantomeno un paradiso per tutti i lavoratori. Mercoledì 1 febbraio Alessandro Merli, giornalista de Il Sole 24 Ore, mette nero su bianco queste perplessità (leggi): è vero che il modello economico tedesco ha avuto una forte ascesa, ma nell’ultimo decennio le riforme Hartz della flessibilità hanno praticamente destrutturato l’intero sistema produttivo tedesco. A ciò sia aggiunga che dal ’91 ad oggi, quindi dopo la riunificazione economica delle due Germanie, la forza lavoro contrattualizzata a tempo pieno è scesa dal 75% al 58%, chiarendo quindi che la stabilità di cui gode oggi il governo di Berlino è semplicemente frutto di uno continuo sfruttamento delle forze lavoro precarizzate.

Insomma, quello che sembra essere diventato autisticamente il necessario cammino per uscire dalla crisi (ovvero, licenziabilità + dismissione tutele dei lavoratori + flessibilità) sembra invece essere rigettato dalla stessa classe padronale che ne dovrebbe essere il principale fautore. Sempre mercoledì 1 febbraio, il quotidiano del padrone La Stampa ha pubblicato, a firma di Walter Passerini (leggi), un interessante articolo che offre uno sguardo sul mondo del Capitale e sull’abolizione dell’art. 18. Si tratta di un’indagine condotta da Mangeritalia, rappresentativa di oltre 35mila direttori e capi d’impresa. Un’indagine secondo la quale “due manager su tre affermano che non è l’art. 18 ad impedire alle imprese di assumere personale” . a loro dire, e questo vale per oltre l’81%, il vero nodo è una completa riforma del lavoro e non invece la dismissione delle tutele per i lavoratori che producono la loro ricchezza. Vi invitiamo a leggere con cura i dati riportato nel link a questo articolo, anche se ciò non significa che per noi sia questa la strada da percorrere per uscire dalla crisi. Crediamo solo che, attraverso la presa di parola diretta dei padroni che quotidianamente combattiamo, sia più facile avere uno spaccato di quella che è oggi la situazione del mercato lavoro oggi in Italia, come del resto in Europa. Ma soprattutto conviene leggere bene alcune dichiarazioni per stigmatizzare l’atteggiamento di una certa sinistra e di una certa stampa acritica, sempre pronta a prestare il fianco ai diktat europei o a chi guarda all’interesse particolare dei pochi a danno delle collettività.