Il silenzio razzista e l’utilizzo ideologico della cronaca nera

Il silenzio razzista e l’utilizzo ideologico della cronaca nera

Qualche giorno fa, come ormai sapete, una rapina a Roma, ai danni di commercianti cinesi, è finita in modo assurdo, con la morte di un uomo e della sua bambina di neanche un anno. Senza entrare nel merito della tragedia, notiamo come questa volta i silenzi siano molti più caotici e assordanti delle prese di posizione. Anzi, in questo caso il silenzio, o le argomentazioni di alcune parti, sono la vera presa di posizione che andrebbe commentata e analizzata.

 

Ad esempio, ci sembra fin troppo palese il silenzio della Lega, sempre pronta a lanciare corse agli armamenti e ronde padane ad ogni rapina ai danni dei suoi amati commercianti, ma stranamente silente in questi caso. In buona compagnia del PDL, d’altronde, sempre in prima fila nel denunciare le malefatte e le angherie che, a suo dire, i commercianti di tutta Italia subirebbero quotidianamente. Fa specie, insomma, che se il commerciante è cinese il tutto viene trasformato in fatto di serie B, relegabile a mera notizia di cronaca nera o a tragedia casuale.

 

A questi strani silenzi “interessati”, poi, si aggiungono degnamente le reazioni dei giornali. Senza sapere minimamente di cosa si sia trattato e di cosa si stia parlando, tutti i media hanno immediatamente dato la colpa al vicino SERT contro le tossicodipendenze. Lasciando esplicitamente intendere che i sicari fossero due “tossici” in cura al centro; o quantomeno, sia che siano stati i “drogati”, sia che non lo siano stati, in ogni modo i SERT sono centri che alimentano la tossicodipendenza e dunque la criminalità, per tanto da chiudere.

 

Non potendo dare immediatamente la colpa allo straniero, inoltre, i giornali sono rimasti subito spiazzati. Fosse mai che questa volta l’assassino sia italiano (come sempre, del resto, tranne quei rari casi subito gonfiati dai media). Meglio confondere le acque. E infatti, prontamente Repubblica titola ancora oggi: “Killer italiani o dell’est Europa”. Che è un po’ come dire: erano di Napoli ma forse giapponesi. Oppure, erano keniani o forse svedesi. Strano che non siano usciti fuori i Rom, anche se c’è tempo e sicuramente qualcuno l’avrà già detto e ce lo siamo perso. L’importante però è, come detto, confondere le acque. Straniero o no, il fatto è che la gente deve pensare che gli immigrati favoriscono questi atti efferati, per cui anche se è stato un italiano è sicuramente il prodotto di società disgregate per colpa dell’immigrazione clandestina.

 

C’è poi un altro fatto che fa davvero pensare, e cioè le argomentazioni di chi invece ha immediatamente cercato di cavalcare l’onda emotiva dovuta all’atroce morte di una neonata. Tutte argomentazioni che possono essere sintetizzate in un unico frame (cavalcato peraltro anche dalla sinistra romana dopo la tragedia): manca la sicurezza, ci vogliono più forze dell’ordine. Questa affermazione, che sentiamo in ogni dove, dal politico di turno al commerciante sotto casa, è la più grossa boiata mai partorita dalla politica in questi anni: tanto per dire, “nel 2005 il numero totale di forze di polizia attive in Italia era di 324.339 unità,[1] il più alto in Europa, 74.000 in più rispetto al secondo, la Germania e più del doppio della Gran Bretagna [dati wikipedia]. Oltretutto stiamo parlando, in questo caso, del Pigneto, uno dei quartieri semicentrali di Roma, il quartiere bohemien degli artisti e degli studenti, che ha una perenne (e fastidiosissima) vita diurna e notturna, c’è la caserma e il commissariato. Insomma, non ci potrebbe essere un quartiere più presidiato, vissuto e sicuro di questo.

 

Ma d’altronde non serve certo l’ausilio di statistiche ufficiali, basterebbe vivere quotidianamente in una grande città, Roma su tutte. Interi quartieri presidiati giorno e notte dalle guardie, numeri assolutamente spropositati ad ogni manifestazione pubblica, da quelle politiche a quelle sportive. Insomma, viviamo nel paese delle guardie, e in particolare Roma è davvero la città delle guardie. Per cui, altro che più sicurezza e maggior controllo del territorio. Roma è una città fin troppo controllata, sicura e presidiata. Il problema qui è ben diverso. Il problema è che le destre (e le “sinistre”) per anni si sono servite di isolati – e assolutamente fisiologici – episodi di criminalità (presenti e ineliminabili in ogni tipo di società), per dipingere a proprio tornaconto una società che non esiste. Una società in cui le persone per bene (gli italiani) avrebbero paura ad uscire per strada, le donne a camminare da sole di notte, i commercianti fare bene il proprio lavoro, per colpa della poca sicurezza creata da anni di lassismo e permissivismo democristiano e comunista. Insicurezza, poi, dovuta ovviamente al nemico straniero, a colui venuto da fuori. Un processo ideologico fin troppo semplice da individuare, ma che fa sempre breccia nel cuore della gente, soprattutto sotto elezioni.

 

Quello che però forse non è chiaro, è che il razzismo congenito della politica italiana si serve di questa retorica non per eliminare o cacciare lo straniero (sia mai, fallirebbe l’Italia poche ore dopo, altro che spread), ma per farlo vivere ai margini della società; lo straniero ci serve, deve lavorare, non possiamo più farne a meno. Ma dev’essere sfruttato e demonizzato, non deve emanciparsi, soprattutto non deve azzardarsi a richiedere più diritti o (peggio ancora) salari più dignitosi. L’immigrato rappresenta oggi quello che Marx 150 anni fa definiva “esercito industriale di riserva”: serve a mantenere livellato il mercato del lavoro, alta la disoccupazione e sotto controllo i salari. Lo strumento è proprio quello di servirsi di questi fatti di cronaca per alimentare la marginalità del clandestino. Non deve andarsene dal nostro paese, deve vivere nel terrore. Così da accettare paghe da fame, lavori in nero, affitti alti, assenza di diritti e così via. E’ il razzismo economico che accomuna destra e sinistra, da questo punto di vista assolutamente speculari.