Il Lingotto come scenografia di una rovina politica

Il Lingotto come scenografia di una rovina politica

 

Le immagini della convention democratica del Lingotto rimandano plasticamente alla rovina del nostro tempo. A cominciare dal luogo scelto, che vorrebbe rimandare ai “valori del lavoro”, ma che più mestamente certifica un mondo “democratico” – fatto di convention e ristoranti, turismo e terziario avanzato – completamente sconnesso con la realtà. Il problema della riconversione immateriale del Lingotto è esattamente uno dei problemi del nostro tempo. Si dirà che la fabbrica è chiusa da più di un trentennio, che l’unico modo per riqualificare l’area era riconvertirla a struttura funzionale all’intrattenimento culturale, che il modello stesso della grande fabbrica è andato in pensione con la caduta del muro, anzi diversi anni prima. Verità mediatiche spacciate per ovvietà, ma che non reggono a una minima prova dei fatti. Anzitutto, perché la grande fabbrica non solo resiste nel nostro paese, ma si moltiplica nella manifattura globalizzata in Europa e nel resto del mondo. Non chiude la grande fabbrica perché non più funzionale, ma sposta la propria sede per ragioni di risparmio. Un po’ diverso dal dire che la fabbrica non serve più o che “l’economia 4.0”, come va di moda dire oggi, ha preso il sopravvento sulla produzione materiale. Più semplicemente, occhio non vede, cuore non duole. Più onesto sarebbe ricordare che al capitale quel modello manifatturiero serve eccome, ma che spostato in Polonia o in Bangladesh garantisce più profitti economici e meno seccature politiche. Trasformare le strutture produttive in ricettive del turismo d’élite è una scelta politica, non una necessità economica. Così come decidere di spostare la produzione della Panda da Pomigliano in Polonia. L’immagine del Lingotto post-moderno è allora quella di una società apparentemente post-industriale, ma concretamente neo-coloniale. E’ infatti nelle colonie produttive che l’economia nazionale difende una competizione internazionale, fondata sempre e solo sulla propria capacità industriale, ma dislocata laddove una bassa conflittualità e un’elevata redditività ne garantiscono i margini di profitto. La location azzeccata insomma: un simbolo della cultura post-moderna per un partito fondato sull’essenza di quella narrazione.

Marco Imarisio sul Corriere di sabato 11 marzo riesce a dare una fotografia esatta di quale società si sia ritrovata nella tre giorni “democratica”: «questo strano Lingotto che dovrebbe raccogliere la parte più nuova del Pd somiglia invece a una fotografia in bianco e nero, con l’establishment torinese di sempre alle loro spalle, l’uomo forte di Comunione e Liberazione, i banchieri, gli eterni funzionari che nel 2011 accompagnavano Pierluigi Bersani a Mirafiori e ora fanno la scorta a Renzi […] Sembra di stare al congresso di Scelta civica». Volontaria o meno, questa foto rimanda a una realtà più concreta di quanto probabilmente il giornalista del Corriere immagina. Un’accolita di banchieri e imprenditori, funzionari democristiani e cacicchi locali, transitati da Bersani a Renzi non per conversione ideologica (ma quale, poi?), ma per funzionalità politica. Questo mondo dovrebbe costituire, molto banalmente, il campo della nostra nemicità. Eppure questa avversione banale, addirittura implicita al concetto stesso di sinistra, così non sembra essere. Sempre sul Corriere dello scorso sabato, è Maria Teresa Meli a smascherare il trucco politico che si prepara alle prossime elezioni: «l’ex segretario del Partito democratico guarda con interesse a ciò che Giuliano Pisapia sta costruendo a sinistra. L’obiettivo vero è quello di riuscire a riconquistare l’oltre 40% di voti ottenuti alle elezioni europee del 2014». Anche qui, forse involontariamente, viene svelato il cuore della fetazione di soggetti a “sinistra” del Pd. Ormai assodato il carattere neocentrista del progetto renziano, serve una copertura a sinistra, vista la fase proporzionale che si sta aprendo e dunque l’impossibile autosufficienza dei soggetti politici. Ci penseranno dunque Pisapia e Bersani a colmare il vuoto elettorale che la stretta centrista aprirà nel conto elettorale del Pd. Con l’assenso dello stesso Renzi, che benedice l’operazione “progressista” di Pisapia perché naturale alleata al Pd, e puntando a quel 40% e oltre che tutti insieme diverrebbe possibile raggiungere. Molti, facile prevederlo, cadranno nel tranello, magari agitando lo spauracchio leghista o pentastellato, pur di riproporre l’eterna logica del fronte popolare tanto agognato a sinistra contro il nemico assoluto di turno.

Ma a sinistra del circo elettoralistico appena tratteggiato, cosa si muove? Non tutto, ma molto passerà dal 25 marzo. Volenti o nolenti, quella giornata segnerà uno spartiacque. Nel giorno in cui l’Europa verrà a celebrare il proprio liberismo, le due piazze della “sinistra” costringono a una presa di posizione. Da una parte si va componendo il fronte euro-liberista dell’Arci e della Cgil, dei Cobas e degli tsipriani di tutta Europa; dall’altra la sinistra anti-liberista. Per una volta, non potrà essere solamente una battaglia numerica. E’ una rottura che si impone nelle scelte politiche di ciascuno. Pur nelle diversità, o si è contro il liberismo europeista, o si è a favore: tertium non datur. Girarsi dall’altra parte sulla questione capitale dei nostri giorni, cioè sul liberismo criminale incarnato nelle istituzioni Ue, significa abbandonare ogni prospettiva conflittuale, ogni credibilità politica, ogni velleità alternativa allo stato di cose presenti. Se la piazza anti-liberista è eterogenea e ancora impreparata a una sintesi minima, la piazza euro-liberista è la piazza dei Pisapia e dei Cofferati, dei Fratoianni e dei Fassina, dei D’Alema e delle Camusso. E’ insomma parte di quel problema contro cui lottiamo ogni giorno. E contro questo problema l’ambiguità non paga più.