Il circo del dolore e il conflitto necessario

Il circo del dolore e il conflitto necessario

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In questi giorni l’Italia intera è stata attraversata da un movimento di solidarietà spontanea e dal basso nei confronti delle popolazioni abruzzesi afflitte dal terremoto. Una generosità che ha coinvolto ogni settore sociale interessando anche, com’era più che ovvio, le realtà a noi più prossime: associazioni, sindacati, spazi sociali, collettivi, circoli e sezioni di partito fino ai singoli compagni che hanno donato tempo e risorse pur di fornire un aiuto concreto ed immediato. Il movimento romano, tanto per citare qualche dato concreto, ha “adottato” il paese di Fossa, alla cui volta sono partiti (ed altri ne partiranno) già diversi furgoni di derrate e attrezzature raccolte nei diversi centri sociali adibiti in questi giorni a centri di raccolta (leggi elenco); mentre la federazione romana del PRC, da quel che sappiamo, ha allestito e rifornito una cucina da campo nel comune di Tempera.  Quanto sta accadendo ci ha stimolato, però, anche alcune riflessioni che pur se disordinatamente proviamo qui ad esporre in maniera sintetica:
1- crediamo che questo sforzo solidale, importante ed essenziale nei primissimi giorni d’emergenza, non debba però, nel lungo periodo, surrogare l’impegno dello Stato che invece va inchiodato alle proprie responsabilità. E’ indecente che uno Stato degno di tale nome debba ricorrere alle donazioni dei singoli cittadini per far fronte alle richieste di cibo, vestiario e di tutti gli altri beni necessari agli sfollati. Così come consideriamo altrettanto indecente che in un paese che si vanta d’essere la quinta o sesta potenza industriale del pianeta si debba ricorrere alla colletta popolare per realizzare campi d’accoglienza o per finanziare la ricostruzione. Il nostro compito dovrebbe dunque essere quello di vigilare e lottare affinché tutto venga fatto nei tempi e nelle forme più consone alle esigenze di chi ha visto la propria esistenza distrutta da una tragedia evitabilissima.

2- Quanto avvenuto, infatti, è tutto tranne che una tragedia “naturale” e quindi, com’è stata spacciata dai media, “inevitabile”. Non vogliamo entrare nel merito della querelle che ha contrapposto il capo della protezione civile Bertolaso al ricercatore che già da settimane aveva lanciato l’allarme per un imminente sisma. Ma un conto è la previsione e un altro la prevenzione di un terremoto.  A L’Aquila sono crollati edifici di recente costruzione che, almeno in teoria, avrebbero dovuto essere stati realizzati in ottemperanza alla regolamentazione antisismica (leggi qui ), è evidente dunque che ci sono delle responsabilità precise. Nomi e cognomi di ditte edili, di costruttori e di amministratori che hanno lucrato sulla sicurezza degli abitanti pensando solo ai loro profitti. Ma c’è ancora di più, a L’Aquila è crollata anche l’idea di un paese fondato sullo sfruttamento selvaggio del territorio, il paese dei mille abusi e dei mille condoni, insomma di quella filosofia “lucidamente”condensata nel Piano Casa presentato del governo come ricetta per far ripartire l’economia (leggi qui). E allora, altro che pacificazione nazionale, altro che buonismo bipartisan, questo forse più che mai è il momento del conflitto sociale che sappia dar voce all’indignazione e ad un’altra idea di società. Ed è per questo motivo non comprendiamo perché i sindacati di base abbiano rinunciato allo sciopero generale che era stato indetto per il 23 aprile.

3-Un’ultima considerazione andrebbe fatta sui media mainstream di questo paese che ancora una volta hanno confermato come il loro ruolo non sia quello di informare i cittadini, aiutandoli a costruire una coscienza critica, ma quello di contribuire al mantenimento dello status quo. Non una parola di approfondimento, non una voce fuori dal coro. Tutti allineati e coperti a speculare sul dolore o ad incensare i politicanti di turno andati a farsi belli sulla pelle dei terremotati. Non vogliamo fare i moralisti d’accatto, ma vedere le facce di pietra dei conduttori che fino a ieri intervistavano vallette e tronisti e che oggi si fingono tristi e addolorati è semplicemente vomitevole. Un vero e proprio circo del dolore, con telecamere invadenti e  anchorman pronti a sottolinea ad ogni piè sospinto come quelle trasmesse siano immagini “in esclusiva”.  Ieri, senza provare vergogna alcuna, la conduttrice del TG1 sciorinava continuamente i successi d’audience dei diversi programmi d’approfondimento. E ce li immaginiamo, questi sciacalli, gongolare di fronte all’impennata dei prezzi dei loro spazi pubblicitari.
Lo ripetiamo, a costo di risultare pedanti, questo è il tempo del conflitto. Anche perché, se non ora… quando?