IL CARRO DEL VINCITORE

IL CARRO DEL VINCITORE

La ressa ai piedi del carro è accesa e tutti cercano l’assalto. Non solo il PD, che dopo le vittorie alle amministrative scopriva i referendum, ma addirittura il centrodestra. Esulta Futuro e Libertà per l’abolizione della legge Ronchi, lo stesso Ronchi che oggi fa parte del gruppo parlamentare di FLI; sempre la stessa FLI si loda di aver dato la spallata decisiva al berlusconismo, dimenticando di aver votato tutte e tre le leggi che ieri sono state abrogate. Esulta anche lo stesso ministro per lo sviluppo economico Romani, che dichiara senza sprezzo del ridicolo: “Non c’è stato nessuno schiaffo, sul nucleare [i referendum] ci danno ragione”.  Esultano i leghisti, che come sempre fiutano il vento che cambia e si apprestano a posizionarsi vicino al prossimo avvicendamento di poltrone: “Voterò quattro si, le centrali sono una scelta anacronistica” dichiarava imperterrito il governatore del Veneto Zaia, non prima di aver votato, lui e tutto il suo partito, le leggi ora abrogate.  E via dicendo. Nonostante il barnum di queste ore,  sono due i grandi dati che emergono prepotentemente e irrompono nel dibattito politico a seguito del risultato referendario.

Il primo è lo straordinario sforzo organizzativo delle associazioni referendarie, che contro i partiti, tutti i partiti (a parziale esclusione dell’Italia dei Valori), e contro l’oscuramento illegale dei media da un anno a questa parte, hanno messo in campo una capacità di mobilitazione a dir poco eccezionale. E’ stata la dimostrazione, assolutamente stupefacente, che l’attivismo politico ha ancora un peso sociale e pubblico rilevante nel nostro paese. Senza poter contare su finanziamenti pubblici o visibilità mediatica, i comitati referendari, e le associazioni che in questi mesi hanno appoggiato attivamente i referendum, sono riusciti a mobilitare ventisette milioni di italiani. Contro tutta la politica del palazzo, e soprattutto contro tutti quei partiti che oggi si accreditano la vittoria. E invece questo è stato un voto soprattutto contro questi partiti e contro questa politica che da trent’anni ci governa. E’ stata una mobilitazione che ha riportato al voto tutta una fascia di astensionismo politico che da anni non riusciva (giustamente) più ad essere intercettata dalla politica. Un astensionismo che aveva detto basta con questa politica, con partiti tutti uguali, con un’unica scelta politica: quella del capitale. E invece questo referendum ha riportato al voto anche coloro che avevano ormai perso –o buttato- la scheda elettorale, convinti che tramite le elezioni fosse assolutamente impossibile cambiare qualcosa. Dunque nessuno, e men che meno i partiti di oggi, anche quelli fuori dal parlamento, si avvicini a questa vittoria che è invece frutto dello sforzo militante di migliaia di compagni in tutta Italia, dei movimenti, dei centri sociali e dei lavoratori che hanno infuocato questo autunno con le lotte operaie. Solo loro è il merito della vittoria, coloro che hanno lottato contro il liberismo e il capitalismo anche quando questo non andava di moda e non serviva elettoralmente a cacciare il feticcio Berlusconi.

Il secondo dato eccezionale è questo: si trattava di un referendum di sinistra, profondamente di sinistra, e la maggioranza degli elettori lo ha capito e gli ha dato credito. Non era di sinistra perché veniva portato avanti da partiti o associazioni di (centro)sinistra, ma perché nei contenuti esprimeva il disagio sociale verso questo modello di sviluppo. Per la prima volta da decenni viene messo in dubbio il ruolo taumaturgico e miracoloso del privato, del liberismo economico e del libero mercato come soluzione ai problemi del nostro paese. E, al contrario, si riafferma, dopo decenni, la volontà di tornare al pubblico, a un’idea di bene comune e collettivo che non ha niente a che fare col privato e con la privatizzazione dei beni e dei servizi. Dopo decenni di martellamento ideologico su quanto fosse bello privatizzare tutto il privatizzabile, accusando il pubblico di ogni male di questo secolo. Con l’abrogazione dell’articolo 23 gli elettori hanno espresso un concetto chiaro: i servizi pubblici di rilevanza economica e sociale devono restare pubblici. Andando contro anche le intenzioni di quei partiti che stanno cercando di cavalcare ora questo risultato. Non solo. Hanno voluto dire che le centrali nucleari non sono possibili nel nostro paese, ma che la soluzione energetica, la sbandierata politica energetica del paese, va ricercata nelle fonti rinnovabili, ma soprattutto in una diminuzione del nostro fabbisogno di energia. Il problema non è trovare altre magiche fonti energetiche, ma farci bastare quelle che abbiamo e possibilmente attivare politiche volte ridurre il nostro consumo di energia.

E’ stato un referendum intimamente antiliberista, e che questo dato provenga dalla maggioranza degli elettori italiani è un fatto di cui non possiamo non tenerne conto. Tutti quei soloni che ci predicavano di quanto l’italiano medio fosse in realtà di destra, di come fosse cambiata la composizione sociale, e quindi anche politica, della società italiana; di quanto non ci fosse spazio, nelle richieste degli elettori, di qualcosa di diverso del liberismo oggi rappresentato politicamente dal PD-L e dalle varie ali più o meno fintamente radicali.

Ieri abbiamo avuto la prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che una politica che faccia gli interessi dei beni pubblici di tutti contro la privatizzazioni a vantaggio dei pochi ha la maggioranza del paese. Il resto è solo falsa rappresentazione della realtà, creata dal circuito mediatico in mano a chi governa, oggi come ieri.