Il cagnetto a sei zampe (e tre colori) al guinzaglio delle sette sorelle (a stelle e strisce)

Il cagnetto a sei zampe (e tre colori) al guinzaglio delle sette sorelle (a stelle e strisce)

 

50 anni fa (e una decina di giorni, per la precisione), il 27 ottobre 1962, veniva fatto precipitare l’aereo di Enrico Mattei, demiurgo – più che presidente – dell’ENI, la creatura esapode cui dedicò la propria vita: alla vicenda, come è noto, si ispira “Petrolio”, l’ultimo lavoro di Pasolini, anch’egli ucciso poco prima che riuscisse a terminare l’opera e a pubblicarla: dopo il suo assassinio vennero fatte sparire le carte compromettenti della sua inchiesta, successivamente in parte ricomparse.

La vicenda di Mattei è stata raccontata anche da F.Rosi e da un meraviglioso Gian Maria Volontè nella pellicola del 1972 miglior film al 25° festival di Cannes .

Nonostante Mattei fosse stato incaricato dall’allora Ministro dell’Industra Gronchi di rottamare l’Agip – vanto del regime fascista – per avviare un ghiotto programma di privatizzazioni con il benestare americano, Mattei, in una lotta senza esclusione di colpi, ne fece il fiore all’occhiello dell’Ente Nazionale Idrocarburi.

Per quanto discutibile e deprecabile possa essere stato per alcuni, il suo sfacciato opportunismo gli permise di raggiungere, non senza commettere errori, i propri obiettivi. Era solito dire di avere l’abitudine di usare i partiti politici come dei taxi, pagando il conto e scendendo una volta arrivato a destinazione: e fra i taxi di cui si servì ci furono il PNF, il PPI, il Corpo dei Volontari della Libertà, e la DC. Ma anche l’MSI, cui non negava di destinare soldi, e il PCI, grazie alla cui mediazione si costruirono importantissimi accordi tra l’Italia e l’URSS.

Sulla vita di Mattei è stato detto tutto e il contrario di tutto, e sinceramente ci interessano davvero poco il qualunquismo, le frasi fatte e i giudizi facili: quello che ci interessa è piuttosto ricordare quale fu la sorte di un uomo che si ostinò nella ricerca di una strada – individuata, ma mai percorsa fino in fondo – che conducesse l’Italia alla sovranità energetica.

Ma è fondamentale togliere ogni minimo dubbio su di una questione:

questa riflessione non vuole essere un monumento a Mattei ne un’agiografia revisionista di una figura di spicco del padronato nazionale del tempo, antioperaio e anticomunista, cui si deve la costituzione del corpo delle Guardie Bianche, un milizia al soldo dei grandi industriali con il compito di reprimere picchetti, scioperi e manifestazioni operaie.

Di certo, a Mattei non si deve infatti nessun miglioramento delle condizioni della classe operaia del tempo, che questa raggiunse piuttosto pagando a caro prezzo la proprie rivendicazioni: ma di certo, se la borghesia nazionale italiana fosse riuscita ad affermare la propria sovranità  avrebbero forse potuto aprirsi nuovi scenari internazionali favorevoli al proletariato.

Nel ricordare questo è importante fare un onesto distinguo tra interessi nazionali ed interessi di classe, pur tenendo a mente che, in certi casi, i primi possono coincidere, o comunque costituire un importante passo verso il raggiungimento dei secondi, come accade nelle lotte di liberazione nazionale.

Le nazionalizzazioni dell’industria e dei settori strategici sono “conditio sine qua non” è impossibile la riaffermazione della sovranità, senza la quale la lotta politica delle classi subalterne non ha e non può avere alcuna efficacia: in questo, guardare all’America Latina sarebbe forse un buon rimedio per i movimenti nostrani malati di eurocentrismo liberista.

Ma la prospettiva di classe ci rende consapevoli che il controllo nazionale per quanto fondamentale, non basta. E la consapevolezza che i settori strategici debbano essere controllati dallo stato – socialista, o tendente al socialismo – non ci fa condannare con meno forza le barbarie di cui l’ENI è complice o direttamente responsabile nei quattro angoli del mondo (Amazonia, Kazakhistan , Delta del Niger ecc ecc). Lungi dall’essere uno strumento per il raggiungimento della sovranità , il cane a sei zampe – con le caratteristiche che abbiamo spiegato nel titolo di questa riflessione – ha oggi  piuttosto le caratteristiche di una macchina imperialista targata sangue, profitto e oppressione.

Riguardo la questione energetica bisogna poi vederci chiaro sul fatto che quella del petrolio è un’economia agli sgoccioli, un “modus operandi” che il capitalismo stesso ha già cominciato ad accantonare inneggiando alla “green – capitalist – economy”: insomma, il capitalismo si rifà il trucco, mentre qualcuno, è ingenuamente convinto che con l’andare oltre la civiltà del petrolio termineranno le barbarie nel nostro pianeta.

Questo processo di trasformazione dell’economia non passerà inosservato e non sarà indolore, soprattutto dove non si riuscirà – o non si vorrà – esercitare un controllo popolare sui mezzi di produzione e sui settori strategici.