Elisabetta Teghil: Tertium non datur

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un’interassante riflessione di Elisabetta Teghil sul dibattito emerso durante le recenti elezioni su dove e come collocarsi come movimento.

di Elisabetta Teghil

“La coscienza della classe operaia non può diventare vera coscienza politica se gli operai non si abituano a reagire contro ogni abuso, contro ogni manifestazione dell’arbitrio e dell’oppressione, della violenza e della soperchieria, qualunque sia la classe che ne è colpita e a reagire da un punto di vista socialdemocratico e non da un punto di vista qualsiasi. La coscienza delle masse operaie non può essere una vera coscienza di classe se gli operai non imparano a osservare, sulla base dei fatti e degli avvenimenti politici concreti e attuali, ognuna delle altre classi sociali in tutte le manifestazioni della vita intellettuale, morale e politica: se non imparano ad applicare in pratica l’analisi e il criterio materialistico a tutte le forme di attività e di vita di tutte le classi, strati e gruppi della popolazione. Chi induce la classe operaia a rivolgere la sua attenzione, il suo spirito di osservazione e la sua coscienza esclusivamente, o anche principalmente, su se stessa non è un socialdemocratico perché per la classe operaia la conoscenza di se stessa è indissolubilmente legata alla conoscenza esatta dei rapporti reciproci di tutte le classi della società contemporanea, è conoscenza non solo teorica, anzi non tanto teorica, quanto ottenuta attraverso l’esperienza della vita politica.”

Lenin, “Che fare?

 

In tanta parte del movimento c’è la convinzione che l’alleanza con il PD e con i partitini della sinistra così detta radicale sarebbe una riedizione aggiornata dei fronti popolari.

Alla base di questo assunto c’è la lettura che il PD e i partitini di cui sopra sarebbero sì riformisti e, magari, collusi per un certo verso con la borghesia, ma comunque sarebbero di sinistra e una diga contro le avventure neo fasciste.

Questa analisi dimentica che il capitalismo nella sua fase auto espansiva e di auto valorizzazione è approdato alla stagione neoliberista. Il neoliberismo è un’ideologia gramscianamente intesa come lettura onnicomprensiva della società e, pertanto, non ha bisogno nell’immediato delle soluzioni fasciste tradizionali, relegando i fascisti nel lavoro di bassa manovalanza.

Se dimentichiamo questo cadiamo nella lettura che vuole il fascismo altro rispetto al capitalismo, mentre non è che un’opzione che in determinate situazioni ed epoche storiche il capitalismo stesso ha adottato nel suo divenire.

Per la socialdemocrazia la politica è l’economia, l’economia è la finanza e la finanza sono i mercati. Pertanto lo Stato è presente per favorire le privatizzazioni e lo smantellamento del pubblico e, altresì, le concentrazioni e le fusioni delle multinazionali.

Il neoliberismo si è imposto quando ha accantonato i partiti conservatori e i settori della borghesia che a quelli si richiamavano e ha optato per la socialdemocrazia che, trasformatasi in destra moderna, ha occupato lo spazio del conformismo e del conservatorismo mantenendo il lessico socialdemocratico, ma accettando la missione di naturalizzare il neoliberismo.

Gli Stati Uniti provvedono alla gestione e alla diffusione delle teorie e delle pratiche neoliberiste. I socialdemocratici si occupano di declinarli nella lingua nazionale per non rivelare troppo smaccatamente il contesto d’origine. Con questa operazione divulgano luoghi semantici in cui si riconoscono tutti coloro che al di là delle diversità di professione, nazionalità e, persino, di affiliazione politica, sono indotti a credere che la società neoliberale è sinonimo di progresso. Pertanto si traduce nell’applicare un complesso di misure di aggiustamento strutturale imposto dal mondo della finanza internazionale e delle multinazionali. Dagli anni ’80 in poi, la socialdemocrazia ha giocato un ruolo determinante nella legittimazione internazionale della sottomissione al mercato, un avallo “di sinistra” alla gestione della miseria crescente.

Lo dimostra, in maniera eclatante, l’impegno di far accettare, digerire le riforme già precostituite in base alle tesi politico-ideologiche del neoliberismo con l’avallo di ricerche, campagne di stampa, sondaggi di opinione. E, in gran parte, ci riescono con tutta la loro supremazia militare, economica e culturale, gli Stati Uniti, centro mondiale sistemico cercano di imporre questa “statalità” di classe in tutti i paesi occidentali.

In questa fase l’iniziativa non è di chi lotta contro il capitalismo, la cui logica è l’accumulazione del profitto, ma è nelle mani delle multinazionali che frantumano le condizioni concrete dell’esistenza di tanta parte della popolazione e della sua vita sociale a vantaggio dell’iper-borghesia, nuova aristocrazia.

Lo stadio attuale vede l’iper-borghesia, che potremmo definire altrimenti la borghesia imperialista delle multinazionali industriali e finanziarie anglo-americane, non solo, come tradizionalmente, all’offensiva nei confronti della classe operaia e del proletariato, ma anche delle piccole industrie, delle piccole imprese, dei negozi al dettaglio, delle libere professioni, in definitiva un attacco di classe, inteso nel senso compiuto del termine, alle condizioni materiali delle classi intermedie con la riduzione del loro peso economico e politico.

Questo è il senso del così detto “polo progressista” che deve dare consenso e base elettorale alla legittimazione del neoliberismo e al ruolo egemonico dell’iper-borghesia.

Un ruolo ben più definito di quello conservatore che attardato ad essere il terminale degli interessi della borghesia di Stato, del sistema clientelare che si basava sui contributi a pioggia, è stato sostituito dal blocco incardinato dal PD che si è organizzato come partito dello Stato e, in questo momento, come partito delle multinazionali anglo americane e dei circoli atlantici.

In quest’ambito il ruolo di una parte politica che continua volutamente a chiamarsi di sinistra per campare di rendita sull’attrazione di questo termine, è quello di sostituire l’analisi di classe con la sociologia borghese e di coinvolgere i giovani in battaglie a sostegno del nuovo, del progressista, dell’umanitario, dell’ecologico, del pulito, l’Audit e i Beni Comuni, ed eccitarne la fantasia nelle rivoluzioni colorate.

Il suo compito è, in definitiva, quello di definire nuovi sistemi di consenso più evoluti di quelli propri del regime democristiano, non più basati sul consociativismo.

Da qui l’opzione del grande capitale per il polo “progressista”.

Da qui le lacerazioni esplicite, in un paese storicamente a sovranità limitata qual è l’Italia, che hanno portato il PD e la massima carica istituzionale a sposare la causa dell’intervento anglo-americano in Libia con lo spostamento di quel paese dall’area di influenza italiana a quella anglo-americana.

A conferma che la borghesia rispetto agli interessi che coltiva non è un blocco monolitico. Ma che gli equilibri del passato sono saltati di fronte all’offensiva delle multinazionali anglo-americane e dei loro rispettivi Stati.

La lunga marcia del neoliberismo in Italia è cominciata con l’abbattimento delle situazioni organizzate e dei simboli che gli si opponevano: il proporzionale, l’immunità parlamentare, il ruolo del parlamento, dei partiti, dei sindacati. E con la mutazione genetica dei segni e delle parole con relativo stravolgimento: la sicurezza che non è più quella di una vecchiaia serena, ma del cittadino intimorito, le riforme che non sono più legate a continui miglioramenti dello status quo, ma all’abbattimento della presenza dello Stato nella sanità, nell’istruzione,nel welfare.

In Italia l’imposizione da parte della borghesia imperialista del proprio dominio come priorità assoluta determina la rottura del patto sociale e la ridefinizione degli assetti istituzionali sia nell’ambito borghese, sia nelle forme tradizionali di mediazione dentro la classe.

Il neoliberismo ha occupato in maniera traumatica tutti gli spazi politici, economici e sociali e, per la sua natura transnazionale si è tramutato in forza di occupazione.

Pertanto le istituzioni non si limitano a parteggiare per il neoliberismo, ma sono il neoliberismo, così come, del resto, l’informazione.

Il neoliberismo è il ritorno all’ottocento per quanto riguarda le condizioni del lavoro, è una società feudale per la delega alle associazioni di categoria della tutela e della rappresentazione di porzioni della cittadinanza, è una società nazista per l’abbattimento delle mediazioni fra la platea dei cittadini e il potere, per il trascinamento allo Stato etico.

Tutto questo è possibile grazie al ruolo attivo del PD che è diventato truppa di occupazione del paese, con i partitini-satellite che si offrono come polizia metropolitana nelle periferie e nel movimento.

Democrazia politica e democrazia sociale sono indivisibili. La scommessa è quella di sottrarre l’insegnamento, le prestazioni sanitarie, i trasporti pubblici, per quanto possibile in una società capitalistica, alle logiche che subordinano tutto alla valorizzazione del capitale.

E’ proprio qui che si misura la vittoria del neoliberismo e la sconfitta di classe. In questi ultimi anni tutte queste istanze sociali sono state smantellate, una dopo l’altra, per effetto delle direttive politiche emanate dalle nuove sedi del potere transnazionale e questa opera di distruzione è portata avanti dalle borghesie imperialistiche imposte a livello nazionale.

Ma, per trasformare in profondità il contenuto stesso della politica sociale bisognava neutralizzare le sue capacità di resistenza e di produzione di punti di riferimento non neoliberisti. La subordinazione delle regole sociali all’ordine economico è stata portata avanti con misure successive, le une propedeutiche alle altre, grazie ai rappresentanti degli interessi delle multinazionali imposti in un modo, nell’altro o nell’altro ancora a livello nazionale. Le conquiste del mondo del lavoro sono state estrapolate dalla loro storia conflittuale. I momenti sociali, scuola, pensioni, sanità, sono stati ridotti a fattori di produzione accompagnati da un complesso di norme che garantiscono la libera circolazione dei capitali dei servizi e delle merci che si traducono in una colonizzazione degli Stati più forti nei confronti dei più deboli, in un fagocitare a prezzi stracciati delle multinazionali più forti nei confronti di quelle più deboli.

E le une, le più forti e le altre, le più deboli, appartengono sempre ai paesi più forti e a quelli più deboli in un quadro politico reso ancora più nero dallo smantellamento dei principi democratici borghesi nati dalla rivoluzione francese, come la separazione dei poteri.

Questo è il senso della liberalizzazione degli scambi e degli accordi che si stanno discutendo fra Stati Uniti e Unione Europea.

La globalizzazione è soprattutto un sistema di dominazione del capitalismo angloamericano su altre forme di capitalismo, dei paesi occidentali nei confronti dei paesi del terzo mondo, dei ricchi nei confronti dei poveri.

Gli effetti delle dinamiche specifiche del capitalismo in particolare nel campo della finanziarizzazione e della tecnologia sono strumenti e non le cause della globalizzazione. Quest’ultima è l’applicazione concreta dell’ideologia neoliberista che è la tappa di un’evoluzione del sistema capitalistico nel suo processo di auto espansione e auto valorizzazione.

Questo è il senso della riorganizzazione del lavoro su scala mondiale e della dislocazione delle grandi concentrazioni produttive nel terzo mondo. Non effetto sgradito e indesiderato, ma scelta strategica, tesa ad indebolire il movimento operaio nei paesi occidentali, ad aumentare i profitti e a diminuire il costo del lavoro, maniera elegante per dire il salario degli operai.

Le scelte hanno un carattere sistemico, sono mondiali, in questo senso sono globali.

Pertanto, al centro dell’impegno ci deve essere la lotta contro il neoliberismo, lotta che va dai comportamenti individuali alle politiche delle organizzazioni.

Un partito e un sindacato di classe possono farsene carico, sono necessari, ma non esaustivi. C’è spazio e hanno una loro grande importanza il movimento e i movimenti in un’azione sinergica di contrapposizione sistemica al sistema neoliberista.

È necessario passare attraverso la capacità di identificare i luoghi del potere che producono e riproducono la globalizzazione neoliberista e le loro articolazioni partitiche e mediatiche nella stagione che vede spostare i centri decisionali dai parlamenti a organismi sovranazionali, non frutto di elezioni, ma di una selezione che dietro la maschera del merito e della professionalità nasconde la capacità di essere la traduzione delle esigenze degli USA e dell’Inghilterra e delle relative multinazionali.

Tutto questo ha fatto naufragare l’idea stessa della società come era nata dalle rivoluzioni del ’48.

L’idea di un blocco socialdemocratico cozza nella stagione neoliberista dell’occupazione straniera dell’Italia con la lettura rimossa che c’è un aggressore e un aggredito. Mettere le due parti sullo stesso piano significa abbandonare qualunque nozione di sovranità nazionale e di lotta di classe.

Per far fronte a questo, il momento attuale ci obbliga a mettere al primo posto la ricomposizione di classe e la formazione di un fronte di liberazione nazionale.

La riedizione dei fronti popolari è, oggi, una posizione fuori dal tempo e dallo spazio. Noi viviamo, lavoriamo, paghiamo le tasse per i nostri aggressori stranieri e per i loro rappresentanti in Italia.

Quindi non serve il Fronte Popolare, più o meno corretto, ma siamo nella stagione del Fronte di Liberazione Nazionale. Serve una ricomposizione di classe che aggreghi tutte le forze del paese che vogliono liberarsi dall’occupazione straniera e dal neoliberismo.

Non ci serve Léon Blum, ma Mao.

Il PD e i partitini della così detta sinistra radicale hanno scelto da che parte stare, il movimento deve decidere come e dove collocarsi.

Nel corso di un’avventura umana tutto si gioca al momento delle alleanze e le alleanze sono determinate da chi si pone come avversario. Questo principio vale anche per noi donne che siamo definite come insieme sociale dall’oppressione che subiamo.

Di fronte alla globalizzazione neoliberista è infondata la lamentela dell’impotenza della politica ed è in cattiva fede il richiamo ai principi keynesiani di intervento dello Stato.

In realtà la politica non ha mai perso il primato e il progetto neoliberista è un progetto politico ideato e sistematicamente messo in atto, utilizzando come braccio armato lo Stato.

Quindi l’impegno di chi si mobilita e lotta contro questo stato delle cose non può avere come obiettivo che l’uscita da questa società.

Allo stato attuale tertium non datur.