e’ tornato…

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Non se ne sentiva francamente il bisogno, ma Giampaolo Pansa ha scritto un nuovo libro. Si intitola “Il revisionista” e già si capisce dove vuole andare a parare. In attesa di leggerlo, per i nostri (s)consigli per gli acquisti, commentiamo brevemente una delle tante interviste concesse al Pansa da amici compiacenti. Dino Messina (che quando c’è da attaccare il comunismo è sempre in prima fila) lo intervista per il Corriere della Sera la scorsa settimana. Intanto una prima buona notizia: per la prima volta negli ultimi tre anni Pansa non si lamenta in una intervista della contestazione subita nell’ottobre 2006 da un gruppo di compagni (alcuni dei quali appartenenti a questo Collettivo), in occasione della presentazione di un altro suo libro (“La grande bugia”). Quella contestazione generò un curioso caso di psicosi senile in Pansa, che ne parlò per mesi interi sulle pagine dell’Espresso e in tutte le sue interviste. Il nostro non poteva accettare che la sua grezza e superficiale opera di rilettura della storia italiana in favore dei repubblichini fosse disturbata da alcuni compagni/e che denunciavano l’operazione politica che ne stava dietro. I militanti autori della contestazione si trovarono sotto il fuoco incrociato dei media e non ricevettero pressoché nessuna solidarietà politica dalla sinistra borghese. C’era da aspettarselo. L’area dell’antagonismo, invece, ha fatto propria la nostra battaglia, tanto che ancora pochi giorni fa un cinema romano che trasmetteva la trasposizione cinematografica di un altro libro di Pansa è stato fatto oggetto di un lancio di uova (il post su Indymedia che riportava la notizia era firmato con il nome del nostro Collettivo, per motivi sconosciuti ai più!).Fortunatamente, il clamore suscitato convinse alcuni storici ad affrontare la questione Pansa e ricordare come la cultura e la storia comunista e partigiana non meritino di essere infangate da un pennivendolo tra i tanti. Da quel momento Pansa è diventato l’eroe letterario di tutta quella parte politica che riteneva fastidiosa e ingombrante la storia della Resistenza partigiana. I La Russa, i Brunovespa, i Gasparri, ma anche i nani che galleggiano nel centro-sinistra. Citato senza spesso essere stato letto, difeso quando neanche ne aveva bisogno, apprezzato solo per il fatto di essere fieramente anti-comunista. Pansa si ritaglia un ruolo che gli calza a pennello e che difende a spada tratto in ogni intervista. Si descrive come il coraggioso che naviga contro-corrente e che lotta per la verità. È semplicemente un volpone che ancora una volta ha fiutato il vento giusto e ha cambiato direzione alla banderuola. Negli anni Sessanta dava voce e penna ai partigiani, quando era necessario, per far parte dell’establishment giornalistico, descrivere la Liberazione come la lotta del Bene contro il Male. Adesso che la Destra italiana deve riempire il suo vuoto culturale, così da far cancellare il ricordo del suo passato, il nostro Pansa si è messo a scrivere che i partigiani erano incalliti delinquenti e sanguinari oppressori. Così da suggerire che, in fondo in fondo, la “parte giusta” era quell’altra. Si è talmente calato nella parte che in ogni intervista aggiunge nuovi particolari, come l’ultimo dei mitomani: adesso veniamo a sapere che la sua prima fidanzata era stata una vittima dei partigiani (come migliaia di altre persone!) perché le erano stati rapati a zero i capelli. La sua colpa? Solo quella di essere stata la figlia di un noto fascista, che evidentemente si era fatto molto ben volere dai suoi concittadini durante il fascismo.
Quello che più stupisce di Pansa è che nell’ambito della Destra gli viene attribuita una validità oggettiva (quasi scientifica) che sbatte contro qualsiasi buon senso. Passi il La Russa di turno che sostiene che Pansa “è un grande giornalista, dunque anche uno storico” [perché non anche un astronauta o un idraulico?], ma fa sorridere Ostellino quando, sul Corriere della Sera, parlava dell’antifascismo incompatibile con la democrazia (non nel senso che le diamo noi di democrazia borghese, purtroppo) “come il mio amico Giampaolo Pansa ha documentato nei suoi libri”. L’uso del verbo “documentare” per uno scrittore che non ha mai mostrato una fonte che fosse una per giustificare le sue affermazioni (a parte la fantasiosa trovata delle lettere di auto-denuncia che gli arrivavano da partigiani pentiti, per la quale ci siamo sganasciati dalle risate) è indice dei tempi. Ma forse ha ragione Ostellino: in fondo pure Manganelli scriveva, a proposito della letteratura, che “tutto è arbitrario, tutto è documentato”. Perché in fondo proprio di questo si tratta: di pura letteratura, romanzata e scritta male, per giunta. Alla fine dell’intervista con Dino Messina, il Pansa era un po’ abbattuto. Il suo cruccio era che nessuna scuola di giornalismo lo invitava come docente. La giustificazione che aveva era la solita: “tutta colpa della Sinistra, che gestisce tutte le scuole di giornalismo”.
Caro Pansa, qui non si tratta né di destra, ne di sinistra. Semplicemente sei uno scrittore mediocre (seppure fantasioso) e un giornalista-cane. Però hai un pregio: la coerenza! Sono anni, infatti, che ci fai schifo.