Continua la crociata repressiva contro i poveri

Continua la crociata repressiva contro i poveri

 

Ieri mattina sono state notificate cinque misure cautelari ad altrettanti compagni, più un sesto denunciato per gli stessi fatti. Ancora una volta, insieme ai compagni della lotta per la casa, viene colpito il nostro collettivo, in questi giorni pericolosamente attenzionato da parte del solerte protagonismo della magistratura “democratica”. In particolare, le misure cautelari riferiscono ad un picchetto antisfratto, sgomberato con la forza e con l’uso dei lacrimogeni nel quartiere Centocelle nel mese di settembre. Una modalità mai vista prima in città, una città sui generis che sta venendo velocemente normalizzata e pacificata nonostante il problema casa sia la criticità maggiore e senza paragoni col resto del paese. Anche l’applicazione di misure cautelari per un picchetto antisfratto costituisce una novità allarmante, l’ennesimo indizio di un cambio di paradigma giudiziario/repressivo che tenta di trattare le lotte sociali romane, elemento tipico di una metropoli densa di contraddizioni insanabili, alla stregua di “semplice questione antagonista”. Chi conosce la città sa bene – e lo sanno in primo luogo magistrati e politica cittadina – che determinati problemi sociali “endogeni”, in primo luogo quello della casa, non sono relegabili a vicenda tra forze dell’ordine e movimenti antagonisti, ma coinvolgono strati sociali vastissimi. Insomma, chi sta imprimendo tale stretta repressiva sa benissimo di colpire il bersaglio sbagliato. La questione casa non è “fomentata” da qualche militante antagonista, colpito il quale si risolve il problema politico. La questione abitativa reitera se stessa da un cinquantennio, Roma è la città con più occupazioni d’Europa non a caso, e non sarà questo o quel provvedimento giudiziario e bloccare la necessità di un pezzo di proletariato (e sottoproletariato) metropolitano di riappropriarsi di un bene primario e vitale, per giunta garantita formalmente anche dalla Costituzione ancora in vigore (anche se per poco).  E’ la politica che risolverà il problema casa a Roma, e se quello a cui si punta è una “normalizzazione” della vicenda abitativa, questa avverrà solo con la requisizione delle case lasciate sfitte per motivi speculativi e la contestuale costruzione, ove necessario, di case popolari capaci di riassorbire le decine di migliaia di famiglie oggi in assoluta emergenza abitativa.

Non solo del picchetto antisfratto dobbiamo parlare oggi, purtroppo. Anche la manifestazione del 27 febbraio a Piazzale Flaminio comincia a mietere la proprie vittime, almeno dal punto di vista inquirente. Ad un nostro compagno è stata recapitata la richiesta di “sanzione amministrativa” da 2.500 a 10.000 euro per blocco della viabilità. La repressione economica è un altro dei capitoli da indagare nel più generale cambiamento degli strumenti di controllo e inibizione dei militanti politici. Un cambiamento, come sappiamo, già in vigore nelle vicende della lotta in val di Susa, vero e proprio laboratorio di sperimentazione delle più efficaci tecniche repressive contro la partecipazione politica. Di fronte all’orizzonte di lunghi anni di processi, il più delle volte incagliati nelle benemerite stanze del tribunale romano, due sono gli strumenti che i pubblici ministeri hanno ampliato in questi anni per colpire comunque i militanti politici al di là dell’iter legale dei procedimenti: le misure cautelari e le sanzioni economiche. Da un lato, la frustrazione inquirente di vedersi puntualmente smentire nel processo le varie richieste penali è stata bypassata attivando misure cautelari volte e “far pagare” comunque, attraverso arresti domiciliari o obblighi di firma, l’imputato formalmente ancora innocente. Dall’altro, le sanzioni (ammende, risarcimenti, multe) che mirano a colpire nel portafoglio il militante; misure sovente applicabili direttamente al primo grado di giudizio senza attendere la fine legale del procedimento. Anche qui, la lotta nella val Susa e il conseguente protagonismo repressivo dei Pm piemontesi stanno facendo scuola. Una volta era la Cassazione a stabilire un precedente giuridico, oggi lo sono le tare mentali di precisi magistrati torinesi. Purtroppo, lo sdoganamento di determinate tecniche inquirenti sta venendo assunto anche dalla magistratura romana, soprattutto in alcuni suoi infidi protagonisti, vittime di un ruolo affibbiatogli da una certa “sinistra” che ha elevato il Pm ha coscienza civica di una nazione allo sbando.

Riportiamo di seguito il comunicato congiunto riguardo alle notifiche di ieri.

“Questa mattina intorno alle ore 7.30 la Digos di Roma ha prelevato 6 compagni della rete antisfratto Roma est e dei movimenti per il diritto all’abitare dalle loro abitazioni e li ha condotti nella sede della questura di via Genova. A 5 di loro è stato notificato l’obbligo di firma trisettimanale, mentre un altro compagno è stato denunciato a piede libero. Per tutti l’accusa è di concorso in resistenza aggravata e lesioni.

Il provvedimento fa riferimento alla resistenza messa in campo nella giornata del 18 Settembre 2014 per impedire lo sfratto di Farook e della sua famiglia a Centocelle, eseguito con la forza pubblica e con l’utilizzo di gas lacrimogeni sparati all’interno della palazzina per disperdere il picchetto.
Grazie a quella resistenza Farook e la sua famiglia uscirono dalla loro casa sostenuti dalla solidarietà di numerosi amici e compagni e attraversarono il quartiere fino al municipio in corteo, pretendendo una soluzione abitativa. Dopo una prima soluzione in un residence fuori Roma, grazie alla rete di mutuo appoggio decisa a sostenere Farook e la sua famiglia, fu possibile pretendere lo spostamento della famiglia ed impedire così la sua deportazione, lo sradicamento dal proprio tessuto sociale e la distruzione dei legami affettivi che la tengono unita.

La resistenza di quella giornata diventa oggi oggetto di intimidazione, e l’operazione messa in atto contro i solidali si configura decisamente come azione preventiva rispetto alle iniziative dei prossimi giorni. Abbiamo già potuto constatare il notevole cambio di passo nella gestione dell’ordine pubblico durante gli accessi dispiegati nei primi giorni di marzo. Chiaramente gli spazi di mediazione sono chiusi, l’amministrazione comunale e le istituzioni non hanno nulla da offrire, e solo la questura di Roma e la magistratura hanno voce in capitolo sugli sfratti e sul governo dei territori. Misure cautelari, denunce, sfratti eseguiti con la forza pubblica, attaccano direttamente un livello di resistenza che si mette in campo da Roma a Palermo, dove oggi è stata eseguita la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria nei confronti di 17 compagni, relativamente alle azioni di lotta portate avanti negli ultimi 5 anni nella città.

Mentre la situazione relativa agli sfratti a Roma è sempre più drammatica e allarmante, la solidarietà e i picchetti, a fianco di chi decide di resistere e lottare, saranno sempre più numerosi, partecipati e decisi.
Domani, mercoledì 11 marzo, in via del Grano 15, zona Alessandrino, è previsto uno sfratto nei confronti di una famiglia. Le reti solidali e di mutuo appoggio del territorio, e non solo, metteranno in campo una decisa partecipazione.
Perchè isolati è impossibile resistere agli sfratti e insieme è possibile reagire e organizzarsi.”

Rete Antisfratto Roma Est – Movimenti per il diritto all’abitare