consigli (o sconsigli) per gli acquisti

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bande-nere

La carta dei libri si fa con la cellulosa che, a sua volta, si ricava dal legno degli alberi. I quali, come è noto a tutti fin dalle elementari, attraverso la fotosintesi clorofilliana trasformano la CO2 in ossigeno svolgendo una funzione essenziale alla vita sul pianeta terra. Tutto questo per dire: perché abbattere degli alberi per stampare queste stronzate? Negli ultimi tempi gli scaffali delle librerie italiane si stanno riempiendo di volumi dedicati all’estrema destra, alcuni sono interessanti ma la maggior parte di essi non aggiunge nulla di nuovo e la sensazione che si ha sfogliandoli è che si tratti di una paraculata con finalità squisitamente commerciali. In questa schiera di libri inutili può tranquillamente essere inserita l’ultima fatica editoriale di Paolo Berizzi, Bande nere. Anticipato da un consistente battage pubblicitario su “Repubblica” (il giornale per cui Berizzi scrive) il libro è un concentrato di banalità, errori e idiozie che oscilla continuamente tra l’agiografia e l’allarmismo ingiustificato. Ma andiamo con ordine perché le cose da sottolineare sono molte. Cominciamo con le inesattezze perché, lo confessiamo, non ci era mai capitato di leggere un libro/inchiesta tanto sciatto e approssimativo come questo. Ecco alcune perle:
–    a pagina 12 Berizzi scrive “Tradizione distinzione recita lo striscione di un gruppo ultrà fortemente connotato a destra”. Qui l’autore sbagli il tempo del verbo, avrebbe dovuto scrivere “recitava” visto che il gruppo non esiste più dal 2007.
–    a pagina 85 il giornalista afferma “le band di riferimento delle testa rasate milanesi sono Malnatt, Sud Xt, Civico 88, Lapeggiogioventù” senza sapere che l’ultimo gruppo menzionato è romano ed il cantante altri non è che Giuliano Castellino, entrato ultimamente in AN.
–    a pagina 144 sempre Berizzi dice “Uno studente di Azione Studentesca cita il coraggio di un suo collega politico eletto al Machiavelli di Via dei Volsci a San Lorenzo, da sempre cuore rosso della città (Roma, ndr)”. Ora basterebbe un giro sul sito della provincia (leggi) per riuscire a sapere che su via dei Volsci non c’è nessun liceo, tantomeno il Machiavelli.
–    a pagina 148  Berizzi riesce a sbagliare luogo ed ora dell’aggressione forzanovista  ai danni degli studenti della sapienza “E’ il 27 maggio del 2008. Le due del pomeriggio. Nella Piazza intitolata ad Aldo Moro (…) Nella grande spianata d’asfalto di fronte all’ingresso principale dell’ateneo, qualcuno sta attaccando dei volantini…” Come si fa ad essere così imprecisi? Bastava semplicemente connettersi ed appurare che l’aggressione è avvenuta di mattina e su via De Lollis, e pensare che per dare un tocco di realismo alla narrazione Berizzi descrive pure piazzale Aldo Moro…
–    a pagina 156 un’altra svista ingiustificabile, parlando degli scontri di Piazza Navona Berizzi riesce a scrivere “ma alle due del pomeriggio la notizia comincia a circolare. Il decreto Gelmini è passato. I ragazzi si spostano a Piazza Navona e lì accade il putiferio.”  Ma come, trasmissioni su trasmissioni a parlare di quello che accadde il 29 ottobre e Berizzi sbaglia posticipando tutto di 4 ore?
–    a pagina 161, fingendo di intendersi di sottoculture giovanili il nostro goffissimo giornalista scrive un’altra castroneria “nonostante alcune band come gli SHARP si allontanino dalla destra”. Gli SHARP una band? Ma se sono un movimento internazionale che riunisce gli skin antirazzisti.
–    a pagina 163 più che in un errore Berizzi incappa in un vero e proprio falso storico “l’attentato (Acca Larentia, ndr) fu rivendicato dai nuclei armati di contropotere territoriale e diede di fatto il via al terrorismo nero”. Ora immaginatevi un adolescente che si trovi tra le mani questo libro, probabilmente digiuno della storia d’Italia degli ultimi decenni rischierà di convincersi che il terrorismo nero fu in realtà una risposta al terrorismo rosso. Ma con chi l’ha scritto ‘sto libro, con la Mambro  e Fioravanti? E Paolo Rossi? E la strage di Piazza Fontana? E la strage di Brescia? E le bombe sui treni? E le decine di compagni assassinati?
–    a pagina 193, tornando a parlare della curva della Roma, Berizzi scrive “i Boys, tradizione e distinzione, Bisl e opposta fazione della curva sud romanista…”. Ancora? Ma se il primo gruppo è di fatto sciolto e gli altri non esistono più da anni.
–    a pagina 197 “abitano nelle borgate di Casalbertone o di Torre Angela, Ostia e Tiburtino, dove Forza Nuova ha fatto opera di proselitismo”. Ora, se sei un comune cittadino puoi tranquillamente ignorare la geografia dell’estrema destra. Ma visto che stai scrivendo un libro specifico sull’argomento, come fai a non sapere che a Casalbertone c’è una sede legata a Casapound (e non a FN), lo stesso dicasi per Ostia, e che al tiburtino non ci sono sedi fasciste. Ma che inchiesta è?
–    e chiudiamo con l’esempio più clamoroso della sciatteria giornalistica dell’autore, a pagina 201 parlando dello omicidio di Giovanna Reggiani a Tor Di Quinto (Roma) il 30 ottobre del 2007 Berizzi scrive “l’assassino è un clandestino arrivato da Bucarest”. Clandestino? Ma lo sa Berizzi che dal 1 gennaio 2007 i rumeni sono cittadini comunitari?
Ci fermiamo qui per carità di patria, ma vi assicuriamo che l’elenco delle cazzate prosegue senza soluzione di continuità fino all’ultima pagina. A dire il vero gli errori si concentrano soprattutto quando si parla di fatti e personaggi romani, mentre laddove l’autore elenca accadimenti avvenuti in Lombardia e nel Veneto il racconto è molto più preciso. Questo perché gran parte di questo materiale non è altro che una rimasticatura delle inchieste (queste si, serie) portate avanti dall’osservatorio democratico di Saverio Ferrari. Ma veniamo ora alla sostanza del libro. Come abbiamo detto prima l’autore oscilla dall’agiografia all’allarmismo esasperato. A leggere le pagine dell’inchiesta sembrerebbe quasi che l’Italia si trovi alle soglie di una nuova marcia su Roma, con orde nere pronte a colpire a morte gli istituti democratici repubblicani.  Berizzi abusa di termini enfatici che vengono ripetuti quasi ossessivamente: “onda nera”, “penetrazione”, “contagio”, “galassia in espansione”, sappiamo bene che l’emergenza vende, ma a tutto c’è un limite. E poi, come si fa ad affermare (come a pagina 10) che “in Italia ci sono 150.000 giovani sotto i 30 che vivono nel culto del fascismo e, non tutti ma molti, nel mito di Hitler” facendo derivare questo dato dai voti presi dai partiti(ni) della estrema destra nelle passate tornate elettorali. Sarebbe come voler sostenere che visto che nel 2006 PRC e PdCI avevano preso tre milioni e centomila voti, in Italia si stava per realizzare la dittatura del proletariato. Ma facciamo i seri. Sembrerà forse paradossale detto da chi ha fatto dell’antifascismo uno dei cardini del proprio agire politico, ma la situazione è molto più contenuta di quanto non la descriva Berizzi che guarda al mondo con gli occhi del borghese illuminato appena sceso dalla luna. Un borghese che quando mette il microfono davanti a uno di questi personaggi viene improvvisamente colpito dalla sindrome di Stoccolma e si dimentica di porre alcune semplici domande bevendosi così tutto quello che questi personaggi dicono. Parlando di Casapound e del Blocco l’autore sostiene in più parti del libro che “vengono da certe borgate dove capita che i fasci siano più a sinistra della sinistra”. Questa è una vera e propria cazzata, almeno che non si voglia sostenere che Vigna Clara e Piazza dei Giuochi Delfici, quartieri da dove viene il gruppo dirigente del Blocco e dove le case stanno a 13.000 euro al metro quadro, siano dei quartieri proletari; e la stessa cosa vale per l’Appio-Latino, quartiere residenziale dov’è cresciuto il loro capo “supremo” figlio di una quadro Rai e non certo di un operaio edile. Il blocco studentesco, poi, viene descritto quasi come una macchina da guerra che in pochi mesi ha conquistato le scuole di Roma. Ora se queste cose le dice Di Stefano, siamo nel campo delle cazzate sparate da un cazzaro, ma se le afferma un giornalista, per di più “di sinistra”, entriamo nel campo di un incapace che fa danni alimentando il mito di un’organizzazione che, in realtà, nell’ultimo anno ha segnato il passo. Contrariamente a quanto riporta Berizzi i “blocchinari” non hanno mai organizzato una propria manifestazione contro la riforma, ma hanno semplicemente parassitizzato le mobilitazioni spontanee della protesta antigelmini fin quando non sono stati cacciati a sediate da Piazza Navona. Da allora sono spariti salvo poi riapparire episodicamente con qualche volantinaggio negli ultimi tempi, ma si sa, quando la marea si ritrae ricompaiono anche le cozze nere. Un capitolo a parte merita quell’altra vera e propria leggenda metropolitana che è la “lotta per la casa” della destra radicale. Leggendo il libro sembra quasi che a Roma chi si occupa dell’emergenza abitativa siano i fascisti con le OSA. Sarebbe bastato leggersi i giornali di questi ultimi anni e farsi due conti per capire come quel progetto non solo sia miseramente fallito, ma sia ridotto a far “svoltare” la casa al centro e in un palazzo di pregio a un gruppo di fascisti. E questo mentre i movimenti di lotta, quelli veri, organizzano migliaia di persone su vertenze reali. Di esempi se ne potrebbero fare decine ma ci fermiamo qui non prma di avervi consigliato che se proprio dovete spendere 16 euro, fatelo in qualsiasi altro modo ma non sprecateli per questa stronzata.