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Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Point Lenana di Wu Ming 1 e Roberto Santachiara

 

Se per Wu Ming 1 la storia narrata in questo libro si allontana dalla sua “zona di comfort”, quell’insieme di letture, argomenti, narrazioni e percezioni vicine al mondo culturale che si frequenta, per noi questo libro è lontano anni luce da ogni possibile comfort culturale. Come potrebbe essere altrimenti, visto che si narrano, in una forma particolare che poi indagheremo, la vita e le esperienze di un prigioniero italiano di guerra nell’Africa coloniale, non convintamente fascista ma neanche antifascista, e dopo la guerra palesemente anticomunista nelle sue funzioni istituzionali che andò a ricoprire? Il tutto, poi, legato da un argomento centrale che attraversa il libro e che edifica il contesto in cui è calata tutta la narrazione: la montagna. Insomma, apparentemente, niente di più distante dai nostri interessi, tanto politici quanto personali. Questa è anche la ragione per cui questa recensione giunge in ritardo, a otto mesi dalla pubblicazione.

Come collettivo politico, l’obiettivo che ci poniamo nel consigliare determinati libri è sempre quello di renderli strumenti utili alla costruzione di un immaginario di classe, la riscoperta – o riproposizione – di una nostra possibile autonomia culturale. E questo libro si inserisce perfettamente in questo filo rosso, contribuisce a costruirlo, ad allacciare punti, andando a scandagliare uno dei più grandi rimossi della storia nazionale italiana, la sua vicenda coloniale. Per meglio dire, una storia non tanto rimossa nel senso di “nascosta”, quanto intossicata da una serie di narrazioni che, nel corso dei decenni, si sono imposte egemonizzando il discorso sulla nostra avventura coloniale. Ma andiamo con ordine.

Il libro si presenta immediatamente come ibrido tra la narrazione romanzata e il saggio storico-biografico. Un vero e proprio “oggetto narrativo non identificato”, come lo definisce il collettivo Wu Ming. Ma in questo caso la sperimentazione degli autori è andata molto al di là dei loro precedenti tentativi. Il testo risente, a nostro avviso in maniera determinante, dell’evoluzione del rapporto fra il collettivo di scrittori e il loro blog, Giap! Per dirla altrimenti, e in un senso assolutamente non squalificante ma anzi virtuoso, il testo assomiglia ad un lunghissimo post di Giap! Una ricerca storica documentata mista ad una capacità narrativa attraente, sommata ulteriormente a una verve politica decisiva, contribuiscono alla costruzione di un nuovo genere letterario. Crediamo che tutto questo sia determinato dal lungo e proficuo scambio sociale tra autori e lettori, ma ancor di più fra autori e “giapster”. Non a caso, i post su Giap! costituiscono uno dei nostri riferimenti “metodologici” attraverso i quali cerchiamo di impostare il nostro blog. Proprio perché Wu Ming relaziona i diversi piani linguistici e analitici non sommandoli, ma moltiplicandoli. Sinteticamente, una semplice opera di narrativa avrebbe mancato l’obiettivo della concretezza storica in cui si situa tale vicenda. Allo stesso tempo, un lavoro esclusivamente accademico, un saggio storico, avrebbe privato l’opera sia di un suo reale interesse per un pubblico più vasto, sia di una sua possibilità di superare steccati mentali e ideali. Soprattutto, sarebbe stata molto poco affascinante.

Il libro vorrebbe essere una sorta di opera biografica aperta di Felice Benuzzi, un prigioniero di guerra che fugge dal campo inglese in cui era internato insieme a due suoi amici per scalare il Monte Kenya. Dopo la scalata, Felice e compagni tornano al campo di reclusione e si riconsegnano agli inglesi. La vicenda viene letta come tentativo di rivalutazione della propria condotta morale, politica, umana, dopo vent’anni di fascismo, cercando con un gesto forse disperato di recuperare almeno un proprio orgoglio, una propria personale redenzione rispetto ai troppi silenzi, ai troppi accomodamenti, che lui e tutta la sua generazione avevano dato a Mussolini. Un estremo tentativo di recuperare un minimo di dignità, e allo stesso tempo tornare a vivere da uomini liberi nell’atto di scalare la montagna. In tutto questo, l’impossibilità dichiarata di racchiudere un’intera vicenda umana in definizioni schematiche, precise, definitive. Ogni vita presenta molte sfaccettature, così come ogni episodio storico si presta a diversi piani di lettura. Wu Ming 1 sembra lasciarci questa come riflessione finale: possiamo davvero giudicare in senso univoco quella massa di italiani che tacitamente appoggiarono quel regime così come tacitamente se ne discostarono? E se si, come interpretare quei segnali, molte volte impliciti, di reazione “esistenziale” a un potere politico subìto più che avallato esplicitamente? E se è possibile tracciare queste problematiche in senso storico, come renderle strumento utile per interpretare il presente?

 Ma il libro cessa immediatamente di essere una biografia, o “solo” una biografia, sin dal principio. Le vicende umane di Felice si tramutano nelle vicende sociali del suo contesto culturale, e queste evolvono in una sorta di contro storia sociale dell’Italia del ventennio. La biografia di Benuzzi diventa biografia dell’Italia liberale prima e fascista poi. Una biografia non autorizzata, una contro narrazione volta a espellere tutte quelle tossine depositate dalla retorica ufficiale. Compresa la “tossina madre” di tutte le retoriche nazionali sulle vicende italiane del ventennio: la narrazione dell’”italiano brava gente”, del “colonialismo dal volto umano”, del fascismo quale regime “all’acqua di rose” rispetto ai ben più autoritari regimi nazista e comunista. E’ qui che il libro sviluppa tutta la sua forza. Quantomeno, è in questo senso che noi, come collettivo, intravediamo tutto il suo potenziale. Attraverso una costruzione narrativa efficace come abbiamo appena accennato, Wu Ming 1 e Roberto Santachiara ripercorrono il vero volto del colonialismo italiano. Fatto di pulizie etniche, utilizzo massiccio dei gas contro la popolazione civile, campi di concentramento e politiche di sterminio delle popolazioni autoctone, violazioni di ogni diritto o convenzione internazionale, razzismo pervadente tutta l’esperienza coloniale e tutto il regime fascista sin dal suo esordio. In poche parole, l’embrione politico che farà da scuola a tutti i governi reazionari del novecento. Si dirà che cose del genere sono state già ampiamente analizzate da alcuni dei migliori storici che questo paese possa vantare, quali Angelo del Boca o Giorgio Rochat, ma è altrettanto vero che una certa cappa mediatico-culturale ha impedito a tali ricerche di raggiungere qualcosa di diverso della solita nicchia di eruditi o appassionati alla materia. Libri come questo contribuiscono invece alla rimozione di alcuni paletti radicati nel ventre dell’opinione pubblica, quali ad esempio il ruolo italiano nelle missioni militari, visto come costruttore di scuole e portatore di pace. Niente di più falso così come niente di più implicitamente accettato. Una forma ideologica pervasiva e difficilmente scalfibile. Un conto è dire che il fascismo è stato un pessimo regime politico. Un altro è dichiarare, provandola attraverso una mole di documenti, la sostanziale continuità politica e ideologica tra stato liberale, fascismo e Italia post-fascista. Un’operazione infatti sottaciuta anche dal PCI, alfiere di una rottura storica determinata dalla Repubblica nata dalla Resistenza che nei fatti non si produsse, o si produsse solo marginalmente e/o formalmente.

Concludiamo qui le nostre riflessioni. Il testo ci sembra inaugurare un nuovo tipo di ricerca storica. Una ricerca che tenga insieme il momento “evasivo” del narratore a quello “rigoroso” del ricercatore. In questo senso, non possiamo che augurarci nuovi sviluppi in tal senso. Se l’evoluzione del collettivo Wu Ming sarà questa, non possiamo che attendere con interesse il prossimo oggetto narrativo non identificato a firma collettiva.

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7 comments to Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Point Lenana di Wu Ming 1 e Roberto Santachiara

  • Sorrento

    Resta il fatto che Felice Benuzzi fu una camicia nera, partì volontario per la Libia dove ebbe il grado di sottocomandante del 219° battaglione, fu in azioni di guerra e continuò a pubblicare fino al 1939 articoli razzisti sui giornali di regime. Di tutto questo nel libro non c’è traccia, sui due anni in Libia non si dice nulla, e anzi il romanzo deride chi fa ricerca storica. Questa è evidentemente una recensione dissimulata:
    http://staffetta.noblogs.org/post/2013/06/22/il-fascista-umano/
    e comunque sia la critica che è lì si può estendere anche a questo libro che “rigoroso” non è di certo. Poi la letteratura è un’altra cosa e de gustibus…

  • Franco

    Sarebbe utile e corretto fornire sempre le fonti. Gli autori di Point Lenana le loro fonti le hanno citate ed elencate In ogni caso in Point Lenana gli autori dicono chiaramente che Benuzzi era capomanipolo nella Milizia universitaria e poi fu parte della macchina coloniale fascista. Dicono chiaramente che ci sono buchi. Esplicitamente indicano un buco sulla Libia. A loro risulta che Benuzzi partì volontario per la Libia, sì, come funzionario coloniale. Sulle “azioni di guerra”, che in Etiopia Benuzzi fu richiamato e fece parte di tali Bande Armate Altipiano lo scrivono. Viene anche scritto che pure in vecchiaia, tornando sopra ai suoi trascorsi in Libia, non seppe affrontare fino in fondo il suo passato da colonialista. Nel libro Benuzzi non viene assolto da nulla, si cercano nei suoi scritti e nella sua vita contraddizioni e problemi. Cos’è esattamente che non scrivono gli autori, allora? E in che senso “il romanzo deride chi fa ricerca storica”?

  • Antif(on)a

    Sorrento, dove posso reperire un documento su Benuzzi sottocomandante del 219° battaglione in Libia? Le “azioni di guerra” le ha fatte in Libia o in AOI? Di quali anni stiamo parlando? Quelli della “Riconquista” fascista (1929-1931)? Benuzzi era a Palermo e a Roma. Nel libro di Wu Ming e Santachiara la vedova dice che Benuzzi andò in Libia dopo, nel ’36 o ’37, per il periodo di prova come funzionario. Ma a parte questo, mi sembra tu e chi ha scritto su Staffetta (se davvero quella era una “evidentemente una recensione dissimulata”) non abbiate colto il punto, perché nel libro non c’è “umanizzazione del fascista” modello beatificazione di Palatucci, al massimo si dice che quello che di Benuzzi rimase umano e riemerge in “Fuga sul Kenya” era la parte di lui che era incompatibile col fascismo. Che lui sia andato in Libia da militare o da civile, e quando, e quanta guerra abbia effettivamente fatto, non cambia qusto nocciolo di senso. Ma se volevi dire che Point Lenana o i WuMing sono reticenti sul fascismo, mi sa che hai sbagliato mira, o meglio hai sbagliato bersaglio. Una ultima domanda: il romanzo “deride” il laovor degli storici, perché molti storici lo stanno recensendo bene e partecipano alle presentazioni=?

  • Wu Ming 1

    @Sorrento

    nell’ordine:

    1) “Benuzzi fu una camicia nera”
    Nel libro è scritto chiaramente: membro dei GUF e della Milizia Universitaria, nella “Guida AOI” è menzionato col titolo di CM, capomanipolo.

    2) “Partì volontario per la Libia”.
    In Libia ci andò sicuramente, in un periodo imprecisato di metà anni Trenta era di stanza a Bengasi. Lo dice en passant anche in “Fuga sul Kenya”, e anche noi lo abbiamo scritto.

    3) [In Libia] fu “sottocomandante del 219° Battaglione”.
    In Libia? Sicuro? Per certo, fu nel Gruppo Bande Coloniali “Altopiano”, un battaglione di ascari, ma in Etiopia, impiegato sul fronte AOI della seconda guerra mondiale, e anche questo lo abbiamo scritto. Nel libro ci auspichiamo che qualcuno colmi il “buco” del periodo in Libia. “Azioni di guerra” ne fece in Etiopia, come detto. Per la Libia, se il periodo è quello che più o meno abbiamo individuato, di guerra ormai c’era poco o niente, il genocidio era già compiuto. In ogni caso, Benuzzi ha scritto molto sul suo periodo in AOI, mentre sulla Libia solo poche righe.

    4) “Continuò a scrivere articoli razzisti sui giornali del regime fino al 1939″.
    A parte che tutti i giornali erano del regime e lui era un funzionario del regime, quindi è del tutto ovvio che scrivesse sui giornali del regime, di Benuzzi noi abbiamo trovato alcuni articoli sull’artigianato e i costumi etiopi, risalenti al 1938 e 39, che di sicuro sono compenetrati di razzismo, visto che sono articoli colonialisti. Ma mi sembra la scoperta dell’acqua calda.
    [Se poi volessimo portare la tua frase - per meglio dire: le implicazioni della tua frase - alle logiche conseguenze, faccio notare che l'AOI cadde nel '41 e il regime fascista nel '43. Aver aderito al razzismo del regime "fino al '39" lascia fuori uno spazio di almeno un paio d'anni. Ma ovviamente è solo un esercizio retorico, perché sicuramente Benuzzi, come moltissimi italiani, aderì al regime - benché in modo ambivalente e lacerato, stando la "doppia vita" della moglie ebrea - fino a guerra mondiale inoltrata. E anche questo in Point Lenana c'è.]

    5) Il libro “deride la ricerca storica”.
    Curiosa affermazione, per un libro scritto da due laureati in storia che in coda cita più di quaranta pagine di bibliografia storiografica. Ad ogni modo, non condividono questa tua impressione Santo Peli, Patrizia Dogliani, Nicola Labanca, Alessandro Pastore e divers* altr* docenti e ricercatori/trici di storia. Ci sarà pure un motivo.

    6) “Questa è evidentemente una recensione dissimulata”
    E perché fare una “recensione dissimulata”? Perché non criticare il libro (o quel che si è creduto di leggervi) direttamente? Di cosa si ha paura? Ma poi, siamo sicuri che sia una recensione dissimulata? Boh.

    7) “De gustibus”.
    Infatti. Basta che i diversi “gustibus” non diventino pretesto per accuse campate in aria.

    8) “La letteratura è un’altra cosa”.
    Esatto. Anche in letteratura bisogna essere rigorosi, nei modi peculiari che la letteratura richiede. Rigorosi eticamente di fronte al racconto, ai materiali, alle tecniche che si usano. Sul rigore utilizzato nello scrivere Point Lenana rispondo e mi confronto da otto mesi.

    9). Resta da capire cosa intendevi dire con questo tuo commento. Che il nostro libro nasconderebbe il fascismo dei suoi protagonisti? Non mi sembra proprio. O che altro? Che il libro metterebbe in piedi un’obliqua apologia di fascismo? Tantomeno. O credi che i compagni di Militant siano talmente stupidi da non saperne riconoscere una quando la vedono? Di nuovo: boh

  • Militant

    @ Sorrento
    “Il romanzo deride chi fa ricerca storica” non se pò sentì. Anzi, uno dei motivi principali per cui ci è piaciuto è esattamente lo sprone ad interessarsi di più a quegli anni, alle vicende del colonialismo, alle troppe falsità raccontate di quell’esperienza. Casomai, quindi, incentiva una ricerca storica liberata da alcuni lacci politici entro cui venne costretta per lunghi decenni.

    Sul resto, ti hanno già risposto i lettori precedenti e Wu Ming 1 in particolare. Non ci sembra che il lato oscuro di questo personaggio venga taciuto, ma anzi è espresso chiaramente in ogni passaggio. Narrare le sue “gesta” invece di quelle di qualche antifascista è una scelta narrativa sindacabile ma che sta alla libertà dell’autore decidere. L’importante è stato non “romanzare” o esaltare un personaggio solo perchè protagonista della storia narrata nascondendo lo sfondo entro cui avvenivano le sue vicende. Ma questo non ci sembra essere avvenuto, e anzi ci pare vero il contrario: il contesto prende il sopravvento e determina le vicende del protagonista. Non avviene mai il contrario. Per dire, la sua scalata al Monte Kenya non viene slegata dal contesto coloniale entro cui si determina, ma anzi è il contesto coloniale che emerge prepotentemente e inficia inevitabilmente il presunto eroismo di Felice Benuzzi. Dov’è, in tutto questo, il momento apologetico?

  • Esatto, il «contesto». Per tutto il libro, la narrazione impietosa del contesto problematizza, decostruisce, a volte contraddice e sempre «mette in tensione» quel che Benuzzi scrive – e non scrive – e quel che ci hanno raccontato la moglie e le figlie.

    Questo avviene, mi sembra in tre modalità, in ordine di esplicitazione:

    1) Avviene «di default»: descrivere con accuratezza la conquista delle colonie italiane in Nordafrica e in Africa orientale, e la legislazione razzista che ne derivò, serve a ricordare che la presenza di Benuzzi in Libia ed Etiopia fu ineluttabilmente parte della macchina di violenza coloniale, che è violenta sempre, anche nella normalità e in «stato di pace», perché è violento in sé il rapporto coloniale, e ciò prescinde dalla eventuale «buona fede» o «buona volontà» del singolo;

    2) Avviene tramite un conflitto strisciante, continuo, abrasivo, tra testimonianze e voce degli autori. Per fare un esempio tra i tanti, Benuzzi parla bene del generale Nasi e ne scrive un obituary ossequioso e commosso, mentre noi dello stesso personaggio abbiamo già elencato – e continueremo a elencare – responsabilità, nefandezze e ipocrisie, anche nel contesto della prigionia in Kenya, proprio quello in cui Benuzzi lo colloca nel finale del suo articolo. Idem per quanto riguarda il mito del Duca d’Aosta.

    3) Avviene tramite un conflitto diretto ed esplicito tra testimonianze e voce degli autori. L’esempio più eclatante è alle pagine 296-297: Stefania Benuzzi dice che Felice (almeno quando era con lei) era disinteressato alla guerra d’Etiopia e che addirittura non andò alla grande adunata sotto Palazzo Venezia del 2 ottobre 1935, e subito dopo noi mettiamo in questione la testimonianza, ed elenchiamo tutti i motivi per cui è logico supporre che invece Felice credesse nell’impresa etiope e fosse presente all’adunata.

    E’ proprio tutto questo decostruire e mettere nel contesto, però, che permette di leggere in Fuga sul Kenya e in altri scritti (uno su tutti il racconto autobiografico «Quattro, quattordici o mai») allegorie del superamento di una soglia esistenziale e di un’epoca, racconti di una «iniziazione» oltre il fascismo. Un superamento che, come quello dell’Italia intera, rimase contraddittorio: Benuzzi e tanti come lui avevano un’idea evidentemente molto diversa dalla nostra sui confini tra bambino e acqua sporca. E noi questa contraddittorietà la esploriamo.
    Resta che Fuga sul Kenya è un libro che nega, nella sua scrittura e nella storia che racconta, molti degli assunti della mentalità fascista, e a volte lo dice in modo chiaro, come quando Benuzzi critica con un tono nauseato il vitalismo forzoso, il culto dell’«azione concentrata» nel quale, crescendo dentro il regime, era stato indotto a credere.

    E badate che da dove partiva Benuzzi – fascismo di confine, uno zio fiduciario dell’Ovra, il ramo austriaco della famiglia massicciamente filonazista – la distanza per arrivare a questo era molto, molto lunga.

    Chiaramente, se uno il libro lo legge a cazzo di cane, con un preconcetto sulla scelta del tema e del personaggio, e magari nelle orecchie il giudizio a priori di qualcuno che «ne sa» e gli ha detto che il libro «fa l’apologia di un fascista», tutto questo non può che sfuggirgli.

    In Point Lenana, a pagina 38, l’io narrante che mi mette in scena dice:

    «Cerco storie che siano scomode anche per me e per chi grosso condivide le mie idee. Sarebbe troppo facile raccontare cose scomode solo per gli altri, per chi la pensa diversamente da me. Non varrebbe la pena conoscere, se conoscere non ci mettesse in crisi. Un sapere rassicurante per chi lo coltiva non può nemmeno essere detto un sapere, è solo un girare intorno al non-voler-sapere.»

    Mutatis mutandis, mi sembra che questa sia la «molla» di molte narrazioni ibride degli ultimi anni, libri a cavallo tra fiction e non-fiction che, proprio grazie a questa natura ambivalente e cangiante, riescono a esplorare un soggetto, un personaggio, da una molteplicità di angolature che la scelta di un genere più «fisso» non avrebbe forse consentito.
    Si tratta di evoluzioni del romanzo, le tecniche utilizzate su materiali di diversa origine e su diverse tipologie di testo sono in fondo tecniche introdotte in letteratura dal grande romanzo realista dell’Ottocento, poi temprate nel fuoco del Novecento: alternanza tra autore «onnisciente», stile indiretto libero e flusso di coscienza; foreshadowing; attacchi in medias res; descrizioni, a volte ottenute con un cut-up, che mescolano diversi tempi dell’azione; storia-nella-storia etc.
    Tutto quest’arsenale di tecniche viene usato, in genere, per incursioni fuori dalla «zona di comfort» di cui sopra.

    Penso a un libro di cui molto si è parlato nell’ultimo anno, Limonov di Emmanuel Carrère. La narrazione ibridata permette all’autore di condurre un’esplorazione senza precedenti di una figura che presenta forti tratti di sgradevolezza, e con la quale Carrère è in esplicito dissenso sul piano politico: lo scrittore e politico russo Eduard Limonov , il «rossobruno» per eccellenza, fondatore del Partito Nazionalbolscevico, per anni amico e compare del guru di estrema destra Aleksandr Dugin (col quale poi ha rotto). Non solo Limonov è una lettura utilissima per capire la fase eltsiniana e putiniana della restaurazione neocapitalistica in Russia (della «privatizzazione» di tutto il privatizzabile, della depredazione legalizzata delle risorse da parte degli oligarchi etc.), ma è utilissima per capire la mentalità e le condizioni che rendono possibile il cedere alla «tentazione» rossobruna.
    Solo che il libro non sarebbe così utile se si limitasse a fare un ritratto negativo di Limonov, se dicesse solo Limonov è un narcisista che pur di brillare è diventato una merda fascistoide, uno che ha mescolato a cazzo di cane elementi di stalinismo e fascismo in un cocktail ultranazionalista, Evola e Dimitrov uniti nella lotta, insomma: uno sparacazzate. Tutto vero, intendiamoci, ma è una polemica politica che in rete si può trovare ovunque. Invece Carrère usa le armi della letteratura per farci entrare nel personaggio, o meglio: ci fa entrare e uscire, entrare e uscire, e ci porta in quella zona-limite dove siamo costretti ad ammettere che Limonov non è solo una merda e uno sparacazzate, che non tutto quel che dice e scrive può essere ritenuto folle o inaccettabile o sbagliato. Carrère, ad esempio, non nega mai che Limonov sia un grande scrittore, e dice che anche libri scritti nella fase più fascistoide sono inaspettatamente pieni di umanità, e in ogni caso utili a comprendere la situazione in Russia agli inizi del XXI secolo.
    Però, dopo avere riconosciuto questo, Carrère trae una conclusione perturbante, che a detta di alcuni ha sorpreso e inquietato lo stesso Limonov: il fatto che oggi Limonov sia all’opposizione del regime putiniano è un incidente storico. In realtà, se fosse al potere, si comporterebbe esattamente come Putin.
    Questa conclusione è tanto più tagliente per il fatto che Carrère – e nel corso del libro non lo ha mai negato – è affascinato da Limonov. Entrare e uscire dal personaggio. Entrare e uscire.

    Al netto di tutto, e basta leggere i due libri per capirlo, noi ci siamo lasciati affascinare da Benuzzi molto meno di quanto si sia fatto affascinare Carrère da Limonov. Non sto facendo un impossibile parallelismo tra due personaggi che non c’entrano un cazzo l’uno con l’altro: sto facendo un parallelismo tra due «oggetti narrativi non-identificati» scritti fuori dalle zone di comfort dei loro autori.
    Noi siamo stati affascinati non da Benuzzi, ma da Fuga sul Kenya, una narrazione nella quale abbiamo trovato eccedenze, lapsus, non-detti più potenti di molti «detti». Ma anche in questo caso, abbiamo proceduto a entrare e uscire, entrare e uscire, entrare e uscire.

    Termino questa lunga riflessione tornando al commento di Sorrento, che ringrazio per l’opportunità che ci ha dato per discutere di tutto questo partendo dalla recensione del collettivo Militant. Voglio solo fornire alcuni dettagli, non per scagionare Benuzzi da alcunché, ma per la precisione.

    Negli anni della seconda guerra di Libia – la cosiddetta «riconquista» – Benuzzi rimase sempre in Italia. Fu a Trieste fino al 30 gennaio 1930, dopodiché fece il servizio militare a Palermo, dove raggiunse il grado di tenente di fanteria, e dal 1931 si trasferì a Roma, dove fece il servizio di prima nomina presso il I° reggimento granatieri di Sardegna. Nel frattempo, la guerra in Libia era terminata. Quando tornò civile, Benuzzi fece Giurisprudenza e intanto si diede al nuoto agonistico. Si laureò nel 1934 poi studiò per il concorso di funzionario coloniale. Per tutto il 1935 è documentata la sua presenza a Roma. Passò il concorso e lo mandarono a Libia per un periodo di prova di sei mesi che tutti i funzionari dovevano affrontare (cfr. anche Chiara Giorgi, L’Africa come carriera. Funzioni e funzionari del colonialismo italiano, 2012). Quindi il periodo libico è posteriore al 1935 (dunque è molto improbabile che colà sia stato coinvolto in «azioni di guerra») e anteriore al 1938, anno in cui lo troviamo in Etiopia con la qualifica di «Volontario coloniale nel ruolo di Governo del Ministero dell’Africa Italiana»… che però significa funzionario. Da qui il possibile equivoco sul fatto che «partì volontario per la Libia». Resta da capire questa storia del CCXIX Battaglione, che a me non risultava. In ogni caso «azioni di guerra» ne fece dopo, nel 1940, nel battaglione di ascari già menzionato nel mio commento precedente. Secondo me, chi ti ha informato deve aver fatto un po’ di confusione.

  • [...] Iniziamo con una bella e puntuale recensione di Point Lenana apparsa sul blog del collettivo Militant. [...]

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