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Salario o reddito?

Quello che segue è un primo nostro contributo al dibattito su salario e reddito. Comprendiamo benissimo che potrebbe risultare un po’ ostico, anche per via della lunghezza, ma confidiamo nella pazienza di chi ci legge e facciamo nostre le parole di Gramsci quando ammoniva che a voler esprimere concetti difficili in maniera troppo semplice si corre solo il rischio di scadere nella demagogia.

Lottare per il salario o lottare per il reddito? E’ inutile girarci attorno, queste due parole d’ordine agitate con alterne fortune dalla sinistra anticapitalista alludono a concezioni politiche, pratiche sociali e analisi teoriche che se per molti aspetti coincidono per molti altri sono invece così distanti da risultare difficilmente conciliabili, tanto da destinare al fallimento ogni tentativo ecumenico di tener dentro tutto. Insomma, come spesso accade in politica, arriva un momento in cui un’organizzazione o un movimento si trovano di fronte ad un bivio in cui o si va da una parte o si va dall’altra. Oppure, ma è la peggiore delle opzioni, si resta fermi. A voler essere onesti fino in fondo oggi come oggi la lotta per il salario, sociale e globale (ossia diretto, indiretto e differito), non gode di particolare appeal, almeno non nel campo dell’estrema sinistra o quantomeno non a queste latitudini. Se è vero che l’egemonia che un pensiero o una corrente teorica esercitano su un dato campo politico si misura anche dal vocabolario che bene o male tutti sono portati/costretti ad utilizzare, allora basta guardare agli slogan sugli striscioni e sui manifesti e far caso ai termini adoperati, spesso anche impropriamente, su volantini e documenti per rendersene conto. E’ evidente come la parola d’ordine del reddito per tutti e tutte mostri ben altro fascino rispetto a quella del salario. Sempre nel campo della sinistra (questa volta anche un po’ meno estrema) e sempre a queste latitudini. Eppure, vista anche la nostra propensione a viaggiare in direzione ostinata e contraria, come comunisti continuiamo a ritenere centrale la lotta per il salario ritenendo invece l’idea del reddito politicamente sbagliata oltre che scientificamente evanescente. Prima di andare avanti e passare in rassegna quelli che riteniamo essere i punti deboli di questa proposta occorre però stabilire un punto di partenza sul quale crediamo che almeno nella prima parte possano convergere un po’ tutti, redditisti o meno.

Ci pare infatti di poter dire che sia opinione più o meno consapevolmente diffusa tra quanti sostengono la causa del reddito, al di la delle sue possibili declinazioni (sociale/di base/universale/di cittadinanza/ecc), considerare ormai obsoleta la teoria marxiana del valore. Detta in soldoni nell’attuale fase del Modo di Produzione Capitalista (MPC) la valorizzazione del capitale non si fonderebbe più (o non solo) sullo sfruttamento del lavoro salariato e sull’estrazione di plusvalore ma deriverebbe dalla semplice esistenza degli individui che in quanto tali verrebbero tutti indistintamente messi a valore dal capitale stesso. Prendiamo ad esempio quanto scrive Andrea Fumagalli nel suo “Lavoro male comune” uscito quest’anno per i tipi della Bruno Mondadori: Nell’attuale contesto economico, occorre avere il coraggio di affermare che se la vita (nei suoi vari tempi, che abbiamo denominato tempo di lavoro, di opera, di ozio e di svago) viene messa a valore e produce ricchezza, allora è la vita intera che deve essere remunerata. (…) per cui il reddito di base è remunerazione del consumo quando l’atto del consumo, ad esempio tramite una fidelity card, diventa nella grande distribuzione anche produzione di informazioni, sulla base delle quali ricontrattare i rapporti di fornitura; dell’atto di cura e/o di studio e formazione quando diventa fattore di incremento della produttività delle economie di rete e di apprendimento; del semplice fatto di guardare la TV quando il nostro ascolto modifica gli indici Auditel in relazione ai quali vengono negoziati i contratti della pubblicità; della partecipazione a un evento sociale e pubblico se la nostra partecipazione incide sulla costruzione dell’immagine di chi lo organizza; del nostro esserci semplicemente muovendoci, relazionandoci, in altre parole vivendo, dal momento in cui veniamo giocoforza inseriti in un processo di valorizzazione del quale spesso non abbiamo coscienza. Si tratta dell’esito di un processo epocale di cambiamenti strutturali dei processi di produzione e organizzazione del lavoro, che hanno segnato il passaggio da un capitalismo materiale fordista a un capitalismo cognitivo finanziarizzato.
In altre parole, come abbiamo sentito più volte affermare anche da alcuni autorevoli esponenti del BIN (Basic Income Network), andrebbe definitivamente abbandonata l’idea che sia solo il lavoro salariato a produrre valore e plusvalore, tanto che la ormai vetusta formula del ciclo del capitale monetario D-M..P..M’-D’ sarebbe ormai definitivamente superata e andrebbe “contratta” nella più semplice e diretta D-D’. Ossia nella valorizzazione del capitale emancipata dalla mediazione della produzione. Ma, ci chiediamo, è davvero così? Siamo davvero entrati nell’era di quello che alcuni definiscono il biocapitalismo cognitario? Sostenere una tesi, per quanto suggestiva, di per sé non basta, occorre dimostrarla oltre che su basi concettuali anche sulla scorta di analisi empiriche e statistiche, e qui ci pare che le prime incongruenze vengano al pettine. Soprattutto alla luce di una crisi che se può essere coerentemente spiegata attraverso categorie marxiane che fanno leva sulla teoria del valore, diviene invece incomprensibile con altri strumenti.

A costo di risultare pedanti e invitando chi eventualmente si fida di noi a saltare a piè pari questo paragrafo proviamo a ribadire schematicamente ciò che abbiamo scritto più volte nel corso degli ultimi anni. Ci troviamo immersi in una crisi sistemica di sovrapproduzione che ha inceppato i normali processi di valorizzazione e accumulazione del capitale e che si trascina non dal 2007 ma da circa quaranta anni. L’origine della crisi finanziaria si trova nella sfera produttiva e l’unica prospettiva per comprenderla è quella che poggia sulla legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto. Marx individuava chiaramente nell’aumento della composizione organica del capitale (c/v) una delle leggi interne del modo di produzione capitalistico. Stiamo parlando, tagliando il ragionamento con l’accetta, della crescita proporzionalmente maggiore del capitale investito in mezzi di produzione e materie prime (capitale costante, c) rispetto a quello investito in forza lavoro (capitale variabile, v) sotto la continua spinta della competizione tecnologica. Il risultato di questa legge di movimento, che in quanto tale va letta per la sua natura “tendenziale” e non in maniera schematica, è l’aumento della produttività, la propensione ad una disoccupazione strutturale (il famoso esercito industriale di riserva di cui parlava il barbone di Treviri) e la diminuzione del plusvalore incorporato nelle singole unità di output. Attenzione però, perché come spiega bene lo stesso Marx, ciò che cade è il saggio di profitto e non necessariamente la massa dei profitti, né tantomeno il capitale variabile complessivamente impiegato. Mentre il primo decresce la massa dei profitti può infatti aumentare in funzione del volume di merci prodotte e vendute, così come può crescere la quantità di forza lavoro impiegata in funzione dell’allargamento della base produttiva. Ed è proprio questo ciò che (in totale accordo con la legge) è accaduto nei decenni che vanno dal secondo dopoguerra fino all’inizio degli anni ’70, periodo che ha coinciso con il dispiegamento e lo sviluppo del ciclo di accumulazione ford-taylorista.

Come mostra chiaramente il grafico (Carchedi, 2010) l’analisi empirica dell’andamento del tasso medio di profitto (ARP) da una parte e della composizione organica (C/V) del capitale dall’altra mostra chiaramente la caduta secolare del primo rispetto alla crescita di quest’ultima e ribadisce come sia solo il lavoro (e non i mezzi di produzione) a creare valore e plusvalore. All’interno del lungo ciclo che arriva dal secondo dopoguerra fino ad oggi sono poi distinguibili due cicli più brevi anche se relativamente di lungo periodo: uno che va dal 1948 al 1986 ed un altro che va dal 1987 fino ad arrivare ad oggi. Dall’immediato dopoguerra il saggio di profitto nei settori produttivi è sceso dal 22% fino ad arrivare ad un minimo del 3% nel 1986 per poi risalire fino al 14% del 2006 e cadere al 5% del 2009. Gli elementi di controtendenza che nell’ultimo ventennio hanno nascosto la crisi e permesso questo enorme recupero di profitti da parte del capitale sono stati essenzialmente l’aumento del tasso di sfruttamento della forza lavoro e la migrazione del capitale verso settori non produttivi come quello commerciale, finanziario e speculativo. Dunque la finanziarizzazione e l’intensificazione dell’estorsione di plusvalore assoluto e relativo che hanno caratterizzato il ciclo neoliberista non hanno causato la crisi ma ne hanno semmai rallentato, almeno per qualche anno, l’emersione.

Ci siamo soffermati su questo punto perché sostenere che la teoria del valore sia superata porta con se alcune evidenti ricadute pratico-politiche di cui non possiamo non tener conto, come ad esempio la paradossale estinzione del lavoro salariato nel quadro del sistema capitalistico a cui neanche troppo velatamente alludono alcuni autori. In ragione di questa perdita di centralità della contraddizione capitale/lavoro viene così dismessa ogni critica del MPC sulla base dei rapporti di produzione e con essa perde di forza il concetto stesso di una società divisa in classi con interessi tra loro inconciliabili per far posto all’idea postmoderna di ceto sociale, modulato quasi esclusivamente sulla base dell’accesso ai consumi. Si legga ad esempio quanto scriveva Gorz nel suo “Addio al proletariato, oltre il socialismo”: il regno della libertà non risulterà più dai processi materiali: può essere instaurato solamente con un atto fondante di libertà che, rivendicandosi come soggettività assoluta, si autoproclama fine supremo di ciascun individuo. Solamente la non-classe dei non produttori è capace di questo atto fondante, perché solo essa incarna, allo stesso tempo, il superamento della produttività, il rifiuto dell’etica dell’accumulazione e la dissoluzione di tutte le classi. Una delle conseguenze più significative di questo filone di pensiero, sia sul piano teorico che su quello simbolico, è stata proprio la sostituzione del proletariato in quanto classe storica con una più indefinita moltitudine (o il tanto citato 99% in salsa “occupy”) all’interno della dialettica dominati/dominanti. E non più, si badi bene, sfruttati/sfruttatori! Ma anche in questo caso ci chiediamo: è davvero così? Questa lettura delle innegabili trasformazioni del MPC e del salto di paradigma dall’accumulazione fordista a quella flessibile che ha coinciso con la globalizzazione ha poi retto l’urto della realtà? Siamo davvero diventati tutti precari cognitivi? Il lavoro salariato è diventato un fenomeno residuale destinato a scomparire? A questi interrogativi abbiamo provato a rispondere già in altra sede per cui per non farla troppo lunga rimandiamo a quel contributo chiunque voglia approfondire (qui). Aggiungiamo solo che se per una buona volta riuscissimo a liberarci da quel pregiudizio eurocentrico che ci spinge a considerarci l’ombelico del mondo e provassimo invece ad allargare lo sguardo a quanto avviene sul piano internazionale, forse ci renderemmo conto degli enormi processi di proletarizzazione che stanno investendo le aree coinvolte dalla ridislocazione dei centri manifatturieri. Potremmo così finalmente cominciare indagare la nuova composizione di classe prodotta dalla mondializzazione capitalistica, i nessi internazionali che discendono dalla catena del valore e magari provare a comprendere meglio i lineamenti dell’attuale fase imperialista e i compiti che ne conseguono.

Ma smettiamo di divagare e torniamo a noi. Come scrivevamo sopra i fatti e la loro testa dura sembrerebbero dimostrare incontrovertibilmente la validità della teoria del valore, alla luce di ciò l’idea del reddito di base incondizionato è comunque realizzabile? Ponendo la questione in altri termini: se domani mattina per una beneaugurata ipotesi riuscissimo a prendere il potere, saremmo poi in grado di realizzare quanto oggi andiamo reclamando? E in tal modo riusciremmo ad assicurare quella che Marx chiamava la riproduzione sociale? Ovvero, molto banalmente, a garantire che se fossimo costretti ad andare in un ospedale ci troveremmo dentro medici, paramedici e farmaci, che se entrassimo in un supermercato troveremmo sugli scaffali quello che cerchiamo o che fermandoci ad un distributore di benzina saremmo i grado di fare il pieno. Secondo noi a queste domande non si possono dare risposte univoche. La proposta per mantenere i crismi dell’attuabilità dovrebbe spogliarsi di quella “universalità” a cui gran parte dei suoi propugnatori sembrano tenere. Per contro se invece si volesse far prevalere questo aspetto essa finirebbe con l’assumere dei tratti alquanto utopistici. Proviamo a spiegarci meglio. Se come abbiamo cercato di dimostrare il ciclo del capitale continua a rimanere D-M…P…M-D’ (comprare per vendere) quello della semplice circolazione delle merci è M-D-M (vendere per comprare). Nel caso specifico di un proletario, la cui forza-lavoro rappresenta l’unica merce di cui dispone, egli deve vendere la suddetta merce scambiandola con il denaro (merce particolare in cambio di merce universale) per poi tornare ad acquistare le merci di cui ha bisogno per sopravvivere. Ci occorre ribadire che questo ciclo non genera nuovo valore, le merci ai due estremi sono diverse tra loro ma hanno la stessa grandezza di valore, al contrario del ciclo precedente in cui i due estremi hanno la stessa forma ma grandezze differenti. La proposta del reddito per tutti di fatto mira a bypassare la prima trasformazione M-D emancipando chi lo percepisce dalla necessità di dover vendere la propria forza lavoro. I “cittadini” potrebbero così essere messi nelle condizioni di consumare merci senza essere in alcun modo chiamati o costretti a produrle. A ben vedere questo è uno dei passaggi più avveniristici della proposta, Come affermano gli stessi sostenitori del reddito universale l’individuo verrebbe finalmente svincolato dalla coercizione al lavoro e potrebbe liberamente e volontariamente contribuire al processo di riproduzione sociale assecondando le proprie inclinazioni attraverso forme di cooperazione spontanea. Insomma attraverso il reddito si arriverebbe alla soppressione del rapporto di merce e dritti dritti al comunismo. Solo che tra il sognare l’altro mondo possibile ed il lottare concretamente per la trasformazione del presente c’è uno scarto enorme. Come ha già scritto qualcuno prima di noi il futuro si costruisce con i mattoni che si hanno e con quelli che si possono produrre in un determinato momento storici, senza scorciatoie.

Nella società in cui domina il MPC il produttore di merci produce privatamente e verifica solo a posteriori, attraverso la riuscita o meno della vendita (M-D), l’utilità sociale di ciò che ha prodotto e quindi anche l’utilità sociale del lavoro in esso cristallizzato. Il lavoro umano in esse impiegato vale solo in quanto è speso in forma utile ad altri. Ma solo il suo scambio può provare  se esso è utile ad altri e di conseguenza se il suo prodotto appaga bisogni di altre persone (Marx, Il Capitale, Libro 1) E’ dunque in ossequio a questo vincolo esterno che viene mediata la riproduzione sociale e che la classe proprietaria dei mezzi di produzione decide cosa, come e quanto produrre. In quanto capitalista io produrrò se, e solo se, avrò la ragionevole certezza che il capitale da me anticipato mi tornerà indietro aumentato di un profitto, ma il valore contenuto nelle merci che produco potrà realizzarsi solo se le merci stesse rappresenteranno dei valori d’uso per qualcuno, se saranno cioè in grado di soddisfare dei bisogni. Che poi questi bisogni siano reali o indotti, materiali o virtuali, questo poco importa. Si tratta di una forma di organizzazione della vita sicuramente incoerente e irrazionale ma che a tutt’oggi rappresenta l’unica forma plausibile per gran parte dell’umanità e lo rimarrà fin tanto che le masse non saranno in grado di “pensare” e prospettarsi come concretamente realizzabile una forma d’organizzazione più evoluta. Riconoscere la centralità del lavoro salariato nel sistema capitalistico non significa accettarne l’esistenza, al contrario, proprio dalla consapevolezza del suo essere al tempo stesso alienato e sfruttato nasce l’esigenza della liberazione del lavoro dal suo involucro capitalistico. Lo ripetiamo, liberazione del lavoro e non dal lavoro. Occorre infatti avere ben chiaro che anche in una società di transizione il vincolo di cui sopra non potrà venir meno ma sarà posto a priori mediante forme di pianificazione collettiva. Immaginare una società che sia immediatamente capace di liberarsi da tali vincoli e dominata dalla completa autoregolamentazione significa relegare la propria idea di società, ammesso che se ne abbia una, nel campo del velleitarismo.

Tutt’altra consistenza mostra invece l’idea di un reddito di base erogato esclusivamente a chi per varie ragioni non riesce a vendere la propria forza-lavoro o lo fa in maniera precaria e intermittente. Proprio la “praticabilità” di questa proposta richiede un surplus di analisi e sposta la critica da un piano economico ad uno preminentemente politico. Si tratterebbe in questo caso di un reddito non più “universale” ma “particolare”, poiché destinato ad una sola parte dei “cittadini”. Un istituto che per molti versi appare simile ad un’indennità di disoccupazione, e che nella sostanza non potrebbe che trovarci d’accordo, se non fosse che per chi lo propone dovrebbe comunque essere sganciato dalla propria disponibilità a svolgere un lavoro. In tal caso una parte più o meno estesa della società godrebbe incondizionatamente della possibilità di consumare quello che la restante parte della società sarebbe comunque chiamata a produrre, lasciando quantomeno inalterato il grado di sfruttamento e di alienazione di chi in buona sostanza dovrebbe pagare questo reddito attraverso il proprio lavoro salariato. Invece di ricomporre ciò che quotidianamente il Capitale divide, invece di mettere in discussione le forme della messa al lavoro, si correrebbe il rischio di aumentare la frammentazione del lavoro stesso sancendo un dualismo inesorabile. Questo elemento rappresenta, a nostro avviso, il limite politico maggiore di questa specifica declinazione del basic income. Aggiungiamo poi che dal punto di vista macroeconomico non si tratterebbe, né più né meno, che di una misura keynesiana di sostegno alla domanda. Una richiesta di welfare forte fatta però fuori tempo massimo. Nello specifico ciò che balza agli occhi è la scarsa comprensione o la scarsa considerazione di che cosa abbia realmente rappresentato il welfare state e di come questo fosse legato ad un paradigma produttivo e ad una fase imperialista che ci siamo lasciati ormai alle spalle.

E’ singolare che proprio chi spesso ha rimproverato ai comunisti di essere “novecenteschi” abbia di fatto ancora la testa immersa in un contesto che viene meno ogni giorno che passa. Il patto sociale socialdemocratico, che è bene ricordare ha interessato una minoranza del proletariato internazionale e per un periodo relativamente breve se rapportato alla storia del capitalismo, ha avuto come sostanziale obiettivo quello della pacificazione interna (attraverso l’innalzamento dei consumi) dei territori dei paesi Nato europei e della Repubblica federale tedesca in particolare in virtù della loro posizione geografica strategica rispetto al blocco sovietico. Un “compromesso” che non è stato frutto della generosità padronale ma che è stato strappato con un ciclo di lotte che aveva finito per mettere in discussione i rapporti di potere in alcuni paesi a capitalismo avanzato e che faceva leva tanto sul “potere associativo” quanto su quello “strutturale” della classe (Wright, 2000). Dopo il 1989  e con l’affermarsi della nuova fase imperialista tutto questo viene meno

Occorre tenere bene in conto gli elementi di discontinuità dell’imperialismo contemporaneo rispetto alla fase precedente e provare ad inquadrare i profondi cambiamenti occorsi alla struttura produttiva globale.
Già durante gli anni ‘70 e ’80 fu avviato un profondo processo di ristrutturazione economica nel cuore della metropoli imperialista. Il capitale tentò in tal modo di dare una risposta alla crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, alla crescente conflittualità operaia di alcuni paesi (tra cui l’Italia) e all’esaurimento del ciclo di accumulazione fordista. Sulla scorta dell’esempio dell’industria automobilistica giapponese si andò imponendo il paradigma  di quella che Harvey per primo ha definito “accumulazione flessibile”, con il progressivo abbandono dell’integrazione verticale a vantaggio di sottosistemi interdipendenti e di forme di approvvigionamento just in time. Mentre il toyotismo si diffondeva nei paesi del centro, anche se in forma spuria rispetto al sistema nipponico, nelle periferie veniva invece “esportato” il fordismo. Si è così assistito ad una articolata “combinazione” di varie strategie organizzative che convivono su scala nazionale e mondiale fino alla costituzione di vere e proprie filiere produttive internazionali. Questa evoluzione dell’impresa multinazionale in impresa globale ha poggiato tanto sulla rivoluzione informatica quanto su quella dei trasporti, ovvero su innovazioni di processo che hanno permesso la realizzazione di modelli produttivi a rete senza per questo pregiudicare l’unità gerarchica dell’impresa stessa.
Un salto in avanti a cui è stato dato l’approssimativo nome di globalizzazione e che ha avuto ricadute enormi sulla vita di milioni di proletari che hanno visto universalizzare al ribasso le proprie condizioni di vita. Però gli elementi di discontinuità, a nostro modo di vedere, non si limitano a questo. Nella precedente fase imperialista il ciclo della merce rimaneva tutto interno ai paesi industrializzati. Il know how tecnico e tecnologico rimaneva saldamente e gelosamente nelle loro mani e la produzione delle merci era di loro esclusiva competenza. Questo permetteva di distinguere nettamente il “dentro” dal “fuori” rispetto alla metropoli, e i profitti e le rendite che i blocchi imperialisti erano in grado di rastrellare consentivano loro di redistribuirne una parte a quote importanti di masse subalterne occidentali, legandole di fatto alle loro politiche di dominio. Lo scenario attuale racconta qualcosa di radicalmente diverso. Inseguendo i bassi salari la borghesia imperialista ha trapiantato il grosso della produzione globale proprio nelle aree geografiche dei paesi dominati, ma gli sbocchi per quelle merci sono nel mercato globale, senza protezioni per nessuno. Le ricadute sono rilevanti. In primo luogo salta la contrapposizione tipica della fase imperialista precedente (tra borghesia nazionale e frazione internazionale della borghesia imperialista) poiché il carattere internazionale dell’attuale fase imperialista lega immediatamente a se i comparti delle borghesie nazionali. In secondo luogo diventa sempre più difficile cogliere la rigida suddivisione tra primo e terzo mondo. Nelle metropoli globalizzate, indipendentemente dalla loro collocazione geografica, primo e terzo mondo convivono fianco a fianco dando vita, all’interno di un territorio apparentemente comune, alla messa in forma di situazioni sociali decisamente contrapposte. Come scrivevamo poc’anzi il portato di questa trasformazione è l’estinzione di ogni possibilità, ma anche di ogni necessità da parte della borghesia, di una qualsivoglia ipotesi “socialdemocratica”. Le sorti delle masse sembrano diventare per lo più inessenziali allo sviluppo e al consolidamento della potenza dei blocchi imperialisti, e non rappresentando più un’importanza strategica rendono inutile la costruzione o il mantenimento di un patto sociale.

E qui arriviamo ad un altro elemento di novità di questa fase imperialista di cui i sostenitori del reddito non sembrano tener conto, ossia la progressiva trasformazione dello Stato Nazione da spazio deputato alla mediazione dei conflitti sociali e alla costruzione del consenso, almeno nel mondo occidentale, a macchina burocratica e militare sempre più finalizzata al controllo disciplinare e militare del “nemico interno”. Attenzione, non stiamo parlando dell’estinzione dello Stato ma della sua trasformazione in gendarme sociale. Uno Stato “scisso” che ai proletari, ai poveri e gli esclusi delle banlieue e dei quartieri marginali si presenta nelle sue vesti repressive, mentre per i ricchi e gli abitanti dei quartieri bene appare ancora come  “democratico” e capace di garantire le virtù del contratto sociale. Alcuni indicatori di questa involuzione sono sotto i nostri occhi e, che lo si voglia o meno, saremo sempre di più costretti a farci i conti: progressiva perdita di potere da parte dei parlamenti, accresciuta concentrazione del potere nelle mani degli esecutivi, semplificazione coatta del quadro partitico, tendenza alla spoliticizzazione di massa e all’individualizzazione della società, crescente predominio dei grandi oligopoli nei mezzi di comunicazione di massa e nell’industria culturale e, per ultimo, crescente trasferimento dei diritti decisionali dalla sovranità popolare verso alcune delle agenzie amministrative e politiche dell’imperialismo. Se il quadro che abbiamo appena tratteggiato si approssima alla realtà ci chiediamo quali siano oggi i rapporti di forza attraverso cui strappare il reddito per tutti o come questa parola d’ordine possa essere utilizzata per ricostruirli, ci tornano così in mente le parole con cui nel 1935 Brecht aprì il congresso internazionale degli scrittori antifascisti: Compagni, parliamo dei rapporti di produzione!

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26 comments to Salario o reddito?

  • ottimo, complimenti. Sulla contraddizione, rubrica “quiproquo” ci sono altre voci sul “salario” che possono essere utili per approfondire la questione:
    http://www.contraddizione.it/quiproquo.htm

  • Analisi interessante, ma per alcuni punti a mio avviso imprecisa, soprattutto ove vede nella teoria del reddito la negazione della teoria del valore marxiana, che oggi è stata integrata, ovvero: valore=lavoro e valore d’uso (che regola il ciclo valore domanda/offerta). Il reddito, se sottratto alle classi dominanti tramite seria tassazione, è semplicemente la (parziale e non risolutiva quanto si vuole ma pur sempre ripartiziona) ripartizione sociale del plusvalore anzichè la sua accumulazione in poche mani. Giusta la teoria dell’imperialismo, ma si faccia caso che la teoria del reddito vale solo per società di consumatori e non può valere per società produttrici in cui rimane centrale la lotta del salario. Nessuno nega che quella del reddito sia una misura non rivoluzionaria, ma la rivoluzione, almeno nel suo scoppio iniziale, è difficilmente pensabile in Europa occidentale ma è molto più possibile nelle aree Brics dove ancora centrale è la produzione e dunque la lotta sul salario. Certamente il reddito, favorendo i consumi, è un’arma che in qualche modo torna a vantaggio del Capitale (visto che l’Europa occidentale è storicamente bacino di consumi e non di materie prime o di lavoro a costo quasi zero), tuttavia, proprio perchè non siamo un Paese a possibile centralità rivoluzionaria, si può fare egualmente, perchè migliorare le condizioni materiali di vita di molti non è di ostacolo alla rivoluzione, che, come si dice, avverrà altrove. Viceversa, saremmo i primi noi a continuare a sopravvalutarci e peccare di eurocentrismo, se ancora pensassimo di essere un’area a possibilità concreta rivoluzionaria.

  • Cristian

    Complimenti, articolo molto interessante, che sbugiarda la natura borghese e liberista del reddito di cittadinanza, che distribuisce alle masse dei paesi centrali le briciole dei profitti del capitalismo finanziario che comunque poggiano sul lavoro di qualcuno.
    Per esser più terra terra, con i 19 miliardi annui con cui i 5 stelle (e compagni festanti al seguito) vogliono distribuire un reddito di cittadinanza, si potrebbero creare oltre un milione di posti di lavoro -ad esempio- nei beni comuni e nei settori non esposti alla concorrenza, con effetti moltiplicatori keynesiani anche superiori al RDC. Un aumento dell’occupazione inoltre concorrerebbe alla ri-formazione di quella vicinanza anche fisica dei lavoratori che sarebbe, quella sì, fucina del cambiamento, a differenza dell’atomismo cui porta il RDC.

  • militant

    @ Bruno quello che tu chiami reddito per noi non è altro che salario indiretto e sulle lotte per l’incremento dello stesso (anche attraverso una tassazione fortemente progressiva) così come sulle lotte per una sua riappropriazione diretta (casa, servizi, sanità, trasporti, accesso alla cultura, formazione, ecc) siamo perfettamente d’accordo. Anzi, nella metropoli imperialista lo riteniamo uno dei piani dove il tentativo di ricomposizione della classe può essere più agevolmente praticato. Ma su questo punto sono gli stessi sostenitori del RDC a marcare i distinguo quando precisano, come fa Fumagalli nel succitato libro, che lo stesso debba essere considerato come una variabile distributiva primaria e non una variabile redistributiva della ricchezza operata dallo Stato o da qualche altra istituzione.

  • sandro moiso

    Se fosse anche soltanto lontanamente uno strumento possibile della lotta di classe il reddito di cittadinanza non sarebbe sbandierato anche da Grillo. Semplice e superficiale può apparire questa affermazione, ma guardare al futuro significa anche sbugiardare qualsiasi scorciatoia (fasulla) verso una società altra! L’articolo funziona; forse sarebbe utile sottolineare che proprio non vi è più spazio per la trattativa di stampo socialdemocratico: la crisi da sovrapproduzione e la concorrenza dei giganti asiatici, e non, non lasciano scelta alle borghesie finanziarie occidentali…e allo stesso tempo anche al proletariato occidentale. Per questo motivo, come ho detto già più volte su Carmilla, oggi qualsiasi strategia riformistica è destinata a diventare immediatamente rivoluzionaria oppure a languire nel cestino dei rifiuti ideologici. Leggo qui e là manifesti di presunti gruppuscoli rivoluzionari e/o comunisti inneggianti alla richiesta di un aumento minimo salariale di 300 euro…tanto varrebbe organizzare da subito la lotta per il rovesciamento dell’esistente…sarebbe più realistico e necessario!

  • giancarlo staffolani

    Da un urticolo dl 1998 su un giornalino dell’area antagonista (“Dinamite” n. 6)
    “E’ da un confuso miscuglio di teorie volgarizzate che derivano più o meno consapevolmente dell’anarchismo comunitario di Proudhon, al socialstatalismo filoprussiano di Lassalle ed al dirigismo imperialista Keynesiano, che nasce la mistica degli obbiettivi taumaturgici ritenuti “aggreganti” di per se come il “Reddito di cittadinanza incondizionato”(…..) “il riferimento è di tipo puramente ideologico con al centro la distribuzione e il consumo e non più il “valore lavoro” e la produzione.(….)La tesi di fondo che ispira tale concezione, confonde valore con prezzo di mercato, sostenendo che la ricchezza sociale (capitale) non deriverebbe più dal lavoro socialmente necessario bensì dalle “macchine” e dalla tecnologia, e quindi la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo verrebbe a cadere.(…..)
    lavoro improduttivo è quello che si scambia immediatamente contro reddito e non contro salario. Diceva Marx: Ma che bella organizzazione! Una ragazza deve sgobbare per 12 ore in uno stabilimento perché il principale, con una parte del lavoro non pagatole, possa assumere al suo servizio la sorella come domestica, il fratello come valletto, e il cugino come poliziotto o soldato”, e aggiungeva sempre a proposito di lavori improduttivi “dalla prostituta al papa…e tutta quella massa di sbirri ecc.”. (Marx: “Teorie sul plusvalore” Ed. Riuniti)

  • Grazie della delucidazione, compagni. E’ evidente che il consumo dipende dalla produzione, e dunque il plusvalore nasce sempre primariamente dal salario, mentre il commercio deriva dalla produzione (se non ho merci non vendo, penso che sia palese). Ergo, anche secondo me Fumagalli sbaglia quando scinde consumo e produzione, sia localmente, sia tantopiù globalmente quando non comprende che, da qualche altra parte del mondo, giacchè le merci esistono e circolano, estrazione di plusvalore dal lavoro deve darsi (e qui sono d’accordissimo sull’imperialismo). Diciamo dunque che non è il reddito, comunque vogliamo chiamarlo, ad essere il problema (anzi, se io non sono un morto di fame più difficilmente accetterò lavori ipersfruttati e difficilmente consumerò merci-scarto), ma il problema è a monte: nelle teorie sulla fine della classe operaia e del precariato cognitivo come classe rivoluzionaria, che, a livello di molti teorici di movimento, incrocia il problema del reddito (o salario indiretto, come lo chiamate voi; io lo chiamo reddito in quanto assicura un livello minimo dignitoso di vita che è una condizione presalariale). Ma di suo, reddito e centralità delle lotte sul lavoro, non sono contradditorie, anzi, se opportunamente integrate, possono, come dite bene, essere un buon volano per la ricomposizione di classe. Il problema, a monte e lo ripeto, è in chi crede che non esista più la classe ma che l’elemento sia la’moltitudine’.

  • PCodio

    LAVORO ZERO
    SALARIO INTERO
    TUTTA LA PRODUZIONE ALL’AUTOMAZIONE

  • operaio di san basilio

    @PCodio, mi pare un ragionamento articolato, io aggiungerei l’abolizione della legge di gravità… Nucleo proletari volanti

  • Alessandro

    Ma poi sti automi chi li dovrebbe costruire? Ah già, i lavoratori..

  • Luigi

    E quando si scassano gli automi, oppure quando si devono revisionare, ecc., chi lo fà, ah già i lavoratori…

  • @ Sandro Moiso
    Rivoluzionario o no, Grillo dice reddito di cittadinanza ma parla di altro. E’ un topos della destra estrema, da Rauti in poi, prendere parole d’ordine dei movimenti e cambiarne il senso che Grillo mutua molto bene nel suo agglomerato retto dal partito-azienda.
    Sul ‘riformismo’: un conto è sostenere forze politiche riformiste un altro è strappare un obiettivo intermedio, visto che anche le rivoluzioni non si costruiscono da un giorno all’altro.
    Il problema è se è un obiettivo intermedio o no, e, se lo è, in che concezione sociale possa esserlo o diventarlo.

  • sandro moiso

    X Bruno
    Qui non si tratta di parole d’ordine rivoluzionarie, quando si parla di reddito di cittadinanza, ma di strumenti, o meno, della lotta di classe. Sono quelli che la destra, in tutte le sue forme, non può assolutamente abbracciare. magari le “parole d’ordine rivoluzionarie” sì, ma la lotta di classe mai! Certo occorre individuare obiettivi praticabili da un (eventuale) movimento allargato (mi sembra che il No Tav. l’occupazione delle case siano già due buoni esempi…), ma senza dimenticare che oggi non esistono più le condizioni di sviluppo degli anni sessanta e settanta, sia del capitale che delle lotte operaie. Il vantaggio/svantaggio odierno è quello che ho già ribadito: le lotte o saranno destinate a infrangere una volta per tutte le barriere della società divisa in classi o saranno destinate alla sconfitta. Senza mediazioni. E’ la situazione che si determina durante le grandi crisi storiche, quando lo scontro tra le classi è per il “tutto o niente”…come il capitale finanziario ci sta dimostrando già da qualche anno. E’ un terreno che non si sceglie, ma che è dato.

  • @ Sandro Moiso.
    Io posso essere d’accordo in linea assolutamente astratta e soggettiva, ma, se consideriamo ancora attuale Lenin, sappiamo che non esiste una rivoluzione senza obiettivi intermedi almeno presentati nelle rivendicazioni. Solo quando il Capitale nega mediazioni di una piattaforma la rivoluzione può esplodere, ma non è mai il movimento rivoluzionario a dire ‘o rivoluzione o niente’, a meno che non si cada nel massimalismo, su cui Lenin ha avuto parole feroci. Certo, Lenin non è un dogma, ma mi sembra che sulla teoria rivoluzionaria organizzata sia ancora un passo avanti. Ora, è da capire se il reddito di cittadinanza siauno strumento della lotta di classe. Intendendolo nel senso con cui siamo arrivati ad una sintesi coi compagni di Militant (al di là di come chiamarlo, se reddito o salario indiretto) può essere un’arma di risoggettivizzazione, e dunque uno strumento di classe.
    Per finire: chi dice che il reddito debba essere una concessione dall’alto, quasi a freddo? Non è un caso che il modo in cui le varie forze politiche lo presentano è sempre al ribasso, ma costringendoli a normare giuridicamente una situazione di occupazioni di case, occupazione e riqualificazione di fabbriche (vedi Rimaflow), che per altro sono tutte pratiche di riappropriazione diretta di reddito, si avrebbe un passo avanti delle lotte e non un’autolegittimazione del Capitale.
    Se invece il Capitale non cederà, si potrà avere il tutto o niente, ma una piattaforma iniziale deve sempre esserci.
    Ma abbiamo ancora un’altro problema, che dicevamo ieri: ci sono le precondizioni rivoluzionarie oggettive in Europa occidentale?
    Secondo me assolutamente no, e in questo contesto essere ridotti a chiedere il reddito è il massimo del minimo, ma è pur sempre ciò che le condizioni reali (e i fatti purtroppo hanno la testa dura…) ci consentono.

  • graziano

    Compagni, qui a Milano, come a Torino esistono già dei Comitati per il Salario Minimo Garantito, che stanno cercando di raccogliere i disoccupati (e non solo) per fare delle mobilitazioni. E se passassimo ad un confronto concreto? Vi lascio riferimento del Comitato di Milano: salariogarantito.mi@gmail.com
    Alla lotta!
    Graziano.

  • Manfredi

    Il senso dell’articolo, la critica al reddito di cittadinanza, mi pare assolutamente corretto. Vi aggiungerei anche una considerazione, che va nella stessa direzione: a me pare che il successo di questa proposta politica, che incontra sempre tanto favore e torna periodicamente sul tavolo delle rivendicazioni, derivi dal fatto che essa è perfettamente in linea con il progressivo abbattimento dello stato sociale, un processo lungo 30 anni di cui stiamo osservando una violenta accelerazione. Il reddito di cittadinanza potrebbe costituire l’epilogo di quel processo: lo stato sociale viene monetizzato e dunque si polverizza nel reddito di cittadinanza; ovviamente, in un reddito di cittadinanza inferiore al valore dei beni e servizi che oggi sono garantiti dallo stato sociale! Se oggi abbiamo un ospedale pubblico, che ci garantisce beni e servizi sanitari per 100, domani quell’ospedale sarà chiuso ma al tempo stesso ci verrà concesso (magari sotto forma di una grande conquista!) un reddito di cittadinanza pari a 50, con cui acquistare beni e servizi sanitari. Ecco che il reddito di cittadinanza diventa parte integrante dell’attacco al salario (diretto, indiretto e differito), e dunque si pone, nella lotta di classe, addirittura dall’altra parte della barricata.

    Una nota critica all’articolo: per portare avanti tutta questa argomentazione, era fondamentale avere una teoria economica capace di svelare il conflitto di classe: il saggio profitto può crescere se e solo se il saggio del salario si riduce, e quindi la lotta di classe è implicita nel funzionamento delle economie capitalistiche. Questa teoria ha il grande pregio di storicizzare l’economia, costringendo le leggi economiche ad affondare nell’analisi dei rapporti di forza tra lavoro e capitale, e l’azione politica a puntare continuamente alla modifica di quei rapporti. Marx ci ha fornito la più completa e articolata teoria del conflitto di classe, e su questo siamo d’accordo.
    Perché, allora, spostare l’attenzione, come fatto nell’articolo, sulla cosiddetta legge della caduta tendenziale del saggio del profitto? A che serve? Io non solo non lo capisco, ma penso che sia rischioso poggiare tutto il ragionamento, che ritengo corretto, su quella base. La base deve essere la teoria del conflitto di classe di Marx, non quella parte dell’analisi di Marx, su cui tanto si può discutere (ma non così, non di sfuggita!), che tratta della caduta tendenziale del saggio del profitto. Elisabetta Teghil definiva tempo fa, secondo me a ragione, “letture consolatorie” della realtà tanto il keynesismo fine a se stesso quanto quella parte del marxismo che ha fede nella caduta tendenziale del saggio del profitto, e che per questa ragione è indotta ad osservare (spesso dall’alto) la progressiva autodistruzione del capitalismo. Dallo scoppio della crisi del 2007 sento i fedeli della caduta tendenziale del saggio del profitto predicare l’imminente implosione del capitalismo, poi mi guardo intorno e vedo l’austerità, l’Europa, i governi tecnici ed i profitti delle grandi multinazionali che si gonfiano; vedo che il capitalismo affina sempre più il suo controllo, vincola sempre più i rapporti di produzione, rafforza sempre più le sue basi. Altro che fine imminente del capitalismo…
    L’unica caduta del saggio del profitto che ho visto, in Europa, è tutt’altro che tendenziale, ma – come scrivete anche nell’articolo – rappresenta il risultato della lotta di classe condotta dal dopoguerra agli anni ’70. Il keynesismo stesso deve essere interpretato come un compromesso che il capitale è stato costretto ad accettare. Ma se, come dice bruno, la lotta di classe procede necessariamente per obiettivi intermedi, che bisogno c’è di porre la questione, con sandro moiso, in termini di “tutto o niente”?

  • napoli

    e dopo tutto questo, dico io, per quale astruso motivo non si coordinano le realtà politiche, sindacali e di lotta che da decenni parlano della lotta per il salario?? (sia esso diretto o indiretto)
    Perchè dopo tanti paroloni, la sostanza dei fatti è che si continua a contribuire a giornate di lotta estremamente parziali (vedi 19) sostenendo indirettamente i percorsi quali quello per il reddito.
    Su questo ci troviamo, ma vogliamo capire insieme dove andare?

    alla lotta!!

  • sandro moiso

    Per Bruno ( e per chiunque partecipi a questo dibattito)
    Premetto che dopo questo intervento frenerò la mia presenza per non essere invasivo.
    Nel dire che oggi esistono condizioni oggettive di crisi politica ed economica del capitale che impediscono uno sviluppo delle lotte così come era avvenuto negli anni sessanta e settanta non intendo mettere in discussione Lenin o qualsiasi altro esponente del mov. operaio storico, ma, come Lenin, sottolineare che esistono fasi e fasi, momenti e altri momenti e che non tutti i percorsi devono ripetersi in maniera uguale. Oggi la prospettiva di una lotta che si dia obiettivi di rovesciamento del sistema (rivoluzione?) non è una scelta, ma una conseguenza dei tempi e delle condizioni del capitalismo occidentale. Non vi è traccia di soggettivismo in quello che cerco di affermare, anche perché le rivoluzioni, pur dotandosi di strumenti fatti di uomini, donne e parole d’ordine, sono sempre “oggettive”. E’ possibile oggi la riv. in casa del capitale occidentale? Difficile , ma non impossibile altrimenti i menscevichi avrebbero avuto ragione su Lenin quando suggerivano un percorso più graduale per l’arretrata Russia zarista.
    Certo è che oggi esistono già pratiche che escono dal loro ambito apparentemente limitato per diventare trasversali alla classe e ai territori (No Tav e occupazione di case) e queste mi sembrano sintomatiche della necessità di uscire da un ambito puramente operaio o fabbrichista. In un articolo pubblicato su Carmillaonline il 22 ottobre 2012 (Palinsesto per le lotte che verranno) provavo a delineare “parole d’ordine possibili” per un movimento di classe a venire… tra queste c’era anche la richiesta di un salario sociale, ma senza sbavature assistenzialiste destinate solo a rafforzare la fiducia degli sfruttati nello Stato e nei partiti -racket del parlamento. A quell’articolo rimando tutti coloro che sono interessati.

  • Documento in larga parte condivisibile, ma fino al periodo che si apre con “tutt’altra consistenza mostra invece l’idea di un reddito di base erogato esclusivamente a chi per varie ragioni non riesce a vendere la propria forza-lavoro o lo fa in maniera precaria e intermittente.”
    Non capisco in base a quale ragionamento lo si definisce, da un lato, “un istituto che per molti versi appare simile ad un’indennità di disoccupazione, e che nella sostanza non potrebbe che trovarci d’accordo, ma poi ci si premura di aggiungere “se non fosse che per chi lo propone dovrebbe comunque essere sganciato dalla propria disponibilità a svolgere un lavoro.”…quasi per paura di non discostarsi troppo da quel paradigma “ultralavorista” di derivazione togliattiana, e che a mio avviso rappresenta la risposta più sbagliata alle chimere del redditismo “a la Fumagalli”.
    Il salario di disoccupazione, o meglio salario garantito, e’ di per se stesso AGGANCIATO “alla propria disponibilita’ a svolgere un lavoro”: questo a meno che non vogliamo, seppur indirettamente accettare la favola raccontata dai nostri governanti secondo cui gran parte della disoccupazione sarebbe “volontaria”, o opera di fannulloni di professione.
    Il problema, casomai, e’ quello di chiarire chi dovrebbe pagare i costi di un salario per i disoccupati, ma non mi sembra un problema insormontabile (tranne che per chi non vuole sormontarlo) quello di aggiungere che il costo della disoccupazione va pagato dal profitto e dalla rendita speculativa e non certo dai proletari occupati.
    D’altronde, se si volesse cercare il pelo nell’uovo in ognuna delle singole rivendicazioni poste dalla classe, anche la scuola o la sanita’ pubblica, in quanto diritti universali che hanno un costo coperto dalla fiscalita’ generale e quindi in primo luogo prelevato dalle tasche dei lavoratori attraverso trattenuta alla fonte, comportano un travaso di ricchezza dalle tasche degli operai a quelle dei nullatenenti… ma non per questo la sinistra di classe non rivendica l’universalita’ dell’istruzione o della sanita’!
    Il capitale, da sempre e’ capace di “assorbire” e mutare a suo favore ogni rivendicazione proveniente dalla classe, anche la più radicale: non dimentichiamo che negli anni ’90 in Francia il governo Jospin riuscì a rendere vantaggiosa per i padroni persino la riduzione dell’orario di lavoro settimanale, attraverso un accurato sistema di flessibilita’ oraria in base ai picchi di produzione (le cosiddette “annualizzazioni”)… ma non per questo noi non continuiamo ad individuare il “lavorare meno-lavorare tutti” come una battaglia giusta e necessaria…

    Dunque, non vedo per quale motivo si dice che va bene lottare per il salario indiretto (servizi sociali) e non per la possibilita’ che ai disoccupati venga garantito un salario anche in forma monetaria che non solo gli consenta di vivere, ma soprattutto che permetta a milioni di proletari di sottrarsi per quanto possibile al ricatto della precarieta’ e del lavoro nero.

  • La mia domanda è questa: avendo scoperto che tramite il monopolio sulla creazione del denaro le banche hanno estratto due milioni di euro per ogni cittadino italiano, quale sarebbe il modo non violento (escludendo cioè un contro-golpe) per recuperarli a parte convincerli che se ce li rendono a rate come reddito di cittadinanza (tipo 1.600 euro al mese a tutti subito) che in fondo converrebbe a tutti e rappresenterebbe di certo una svolta storica mai vista? E’ meglio il 20% di qualcosa o il 100% di niente ? – Marco Saba, Centro Studi Monetari

  • militant

    Proviamo a rispondere sinteticamente e per punti ad alcune osservazioni che ci sono state mosse:

    1) pensiamo che per sottoporre a critica una proposta come quella del RDC che comunque proviene dal nostro campo (e che nel nostro campo è egemone) si possano imboccare due strade. La prima è analizzare la proposta “in purezza” per come viene articolata dai suoi estensori, la seconda è ragionare su come questa proposta verrebbe adottata/stravolta/ritorta dal padronato. Crediamo che la seconda strada sia più debole perchè abbandona il piano dei fatti e ci sposta sul piano delle ipotesi e delle opinioni dove, come nell’ottagono, “vale tudo”. Siamo sicuri che nessun redditista si prefiguri lo smantellamento del sistema sanitario nazionale, la privatizzazione del sistema scolastico o la monetizzazione dei servizi sociali come conseguenza dell’adozione del RDC e porre la questione in questi termini ci sembrerebbe un po’ paraculo. Del resto a parti invertite penseremmo la stessa cosa nei confronti di chi, davanti alla sacrosanta proposta della riduzione della durata della giornata lavorativa, tirasse fuori la storia che è inutile perchè tanto poi i padroni intensificherebbero i ritmi, saturerebbero gli orari e si riprenderebbero tutto in termini di produttività.

    2) senza ripetere quello che abbiamo già scritto l’idea del RDC poggia, e non potrebbe essere altrimenti, sul superamento della teoria del valore e su tutto quello che a questo fa da corollario (fine del lavoro, economia della conoscenza, biocapitalismo cognitario, ecc. ecc.). Per cui se la si vuole criticare è da questo che bisogna partire, e la crisi è un banco di prova fenomenale per sottoporre a verifica ogni teoria e testarne l’adesione alla realtà.

    3) la crisi può essere coerentemente spiegata attraverso la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto che è una legge di funzionamento del capitalismo e che come tale va considerata. Riproponiamo un esempio calzante fattoci da un autorevole compagno qualche giorno fa, la legge di caduta dei gravi dice che in assenza d’attrito con l’aria corpi di forma e peso diverso cadono con la stessa velocità. Nella realtà queste condizioni non si verificano mai, cionondimeno la legge è valida ed essenziale per comprendere la realtà.

    4) rispetto al commento immediatamente precedente, probabilmente siamo stati poco chiari in qualche passaggio, ma noi non abbiamo nulla in contrario alla rivendicazione di un salario ai disoccupati, ai lavoratori intermittenti, ecc. ecc. Ci mancherebbe altro. Ma va riconosciuto che la proposta del RDC va in tutt’altra direzione e basta leggersi le critiche che vengono fatte al disegno di legge del M5S che sono state postate sopra. Sempre per rimanere alla proposta pura il RDC dovrebbe essere incondizionato e non cumulabile, sarebbe per l’appunto di cittadinanza, esteso a tutti, interclassista, al contrario del salario per i disoccupati che rientrerebbe nel salario globale di classe.

    5) in ultimo notiamo che c’è spesso la tendenza a confondere e sovrapporre il concetto di lavoro con quello di lavoro salariato, o quello di lavoro utile con quello di lavoro astratto. Noi siamo per l’abolizione del lavoro salariato che è una forma storica legata al modo di produzione capitalistico. Per questo scriviamo liberazione dela lavoro e non dal lavoro. Il lavoro, in quanto formatore di valori d’uso, in quanto lavoro utile, è una condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da ogni altra forma della società; è una perenne necessità della natura che ha lo scopo di mediare lo scambio materiale tra l’uomo e la natura, cioè di mediare la vita umana. (K. Marx)

  • Manfredi

    @ militant

    1) Concordo. La mia considerazione non voleva essere una critica al RDC, ma una riflessione sul favore che ogni volta quella proposta incontra nel dibattito pubblico, sugli spazi di espressione che trova. Avrete notato che la proposta di una riduzione dell’orario di lavoro, per stare al vostro esempio, non gode dello stesso “successo”, e questo perché la sua attuazione genererebbe in seno al capitale più complicazioni che altro. Al contrario del RDC, perfettamente compatibile con gli attuali indirizzi di politica economica.

    3) La legge della caduta dei gravi è valida, ed in effetti gli oggetti…cadono! Magari non cadono esattamente nella maniera descritta dalla legge, ma mi pare evidente che vanno giù. Se passiamo al saggio del profitto, io questa caduta non riesco proprio a vederla, anzi: vedo nei processi di concentrazione del capitale in atto in Europa un segnale del rafforzamento del capitalismo, non i sintomi della sua crisi. Quando la lotta di classe dei lavoratori è andata meglio (per tante ragioni), il saggio del profitto è arretrato; quando è andata peggio (ad esempio in questo periodo) è cresciuto, a scapito del salario. Se poi mi dite che la caduta tendenziale del saggio del profitto non è né una caduta né una tendenza, mi arrendo! La questione è complicata, e ci porta lontani dal post: tuttavia, per seguire il suggerimento di Brecht, vale la pena prima o poi sbatterci la testa. Non per fare sterili dibattiti teorici, ma per capire come muoverci oggi: liberarsi dell’idea che il capitalismo sia in crisi (come noi) aiuta, secondo me, a comprendere il valore degli obiettivi intermedi che la lotta di classe può porsi, oggi, in Italia.

  • Io invece continuo a pensare che un reddito di base non sia necessariamente fondato (non dico in senso storico, ma concettuale) sulla critica alla teoria del valore, ma che sia semplicemente una redistribuzione di un capitale troppo concentrato. Il fatto che sia universale dipende dal fatto che si tende a voler autonomizzare qualsiasi soggetto lo desideri (anche il figlio di un ricco stronzo, che tramite quello può tranquillamente mandare a fare in culo i suoi), mentre i ricchi, con la progressività della tassazione, pagherebbero tali e tante tasse per cui il reddito di base sarebbe vanificato dalle stesse.
    A parte il punto per cui consumando partecipo alla concentrazione del Capitale, per me questo ragionamento non è necessariamente legato alle teorie postoperaiste di cui sopra, anche se da esse genera nella sua accezione odierna e di movimento.

    @Sandro Moiso
    Niente, facciamo fatica a capirci. Tu mi citi i menscevichi e io dico altro. Io non dico che si debba restare a rivendicazioni intermedie, ma qualsiasi eventuale rivoluzione parte da una piattaforma rivendicativa. Il modo con cui il padronato reagisce determina l’accelerazione rivoluzionaria o il procedimento per tappe. Decidere prima se ci vuole il ‘tutto o niente’ in base alla lettura delle ‘leggi della storia’ è soggettivismo perchè non muove dialetticamente rispetto al nemico di classe.

  • Edna Caprapall

    Volevo segnalare questo interessante (e altrettanto lungo!) intervento di Antunes sulla nuova morfologia del lavoro e la nuova composizione sociale del proletariato di oggi. Ci sono spunti interessanti che ho ritrovato anche nel post dei Militant.

    http://www.sinistrainrete.info/analisi-di-classe/3184-ricardo-antunes-la-nuova-morfologia-del-lavoro-e-le-sue-principali-tendenze.html

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