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15 ottobre e repressione. Una riflessione

Ritorniamo, con un ragionamento più strutturato, sulle sei condanne di qualche giorno fa per il 15 ottobre, allargando il discorso in generale alle forme repressive che hanno preso corpo per quella giornata. Queste sei condanne non sono le prime: già nove persone, infatti, sono state condannate – tutte con rito abbreviato – a pene che vanno dai 2 ai 5 anni per il reato di resistenza – aggravata o pluriaggravata – a pubblico ufficiale. Le ultime sei condanne – tutte a sei anni, senza distinguere le condotte dei singoli imputati –, invece, sono state per il reato di «devastazione e saccheggio»: e non faremo finta di sorprenderci che i compagni siano ancora condannati con reati previsti dal codice fascista o che non sia stato tenuto conto della gestione della piazza (una piazza autorizzata) messa in pratica delle forze dell’ordine.

La macchina repressiva dello Stato, dunque, continua a fare alacremente il suo lavoro, sostenuta da una parte dell’opinione pubblica che, all’indomani del 15 ottobre, partecipò alla campagna delatoria messa in piedi da «Repubblica» e da altri quotidiani e contribuì a rafforzare e a legittimare la retorica dei «buoni» contro i «cattivi», dei «black bloc» violenti infiltratisi per rovinare il corteo ai manifestanti pacifici. In prima linea, questi ultimi, nella collaborazione con la polizia per identificare e consegnare quanti gli sembravano vestiti un po’ troppo di nero…

Si tratta, però, di una retorica poco aderente alla realtà. Il 15 ottobre la radicalità della piazza ha scavalcato le strutture che avevano contribuito a costruire quella giornata e le assemblee e i passaggi politici che l’avevano preparata. Abbiamo scritto, fin dalle ore immediatamente successive, che a piazza San Giovanni aveva preso parola – in modo indubbiamene rabbioso e, in alcuni aspetti, pre-politico – una parte del “nuovo proletariato” emerso dalle trasformazioni del mondo del lavoro degli ultimi trent’anni (vedi). Si trattava di una massa di persone in gran parte priva di riferimenti politici – teorici e organizzativi – precisi, che ha scavalcato gruppi, strutture, movimenti, sindacati e partiti: una parte consistente del nuovo proletariato metropolitano che si è resa disponibile alla lotta e al conflitto radicale e senza mediazioni. E il movimento, inadeguato nel canalizzare questa rabbia e questa determinazione, si è mostrato tanto più inadeguato nel gestire la repressione di quelle giornate, che ha colpito già alcune decine di persone.
Davanti a condanne enormi – e lo diciamo senza sorpresa: al di là di ogni provocazione ironica, infatti, sappiamo lo Stato non processa se stesso e, dunque, poco ci stupisce che le condanne per l’uccisione di Federico Aldrovandi siano inferiori a quelle per l’incendio di un blindato – possiamo dire quasi spropositate anche per un regime liberal-democratico, la presa di parola dei compagni e dei movimenti appare insufficiente.

Non lanciamo comodi anatemi: noi per primi facciamo autocritica e avvertiamo la nostra insufficienza e inconsistenza. Eccetto poche eccezioni – a cui rendiamo merito, se ha senso rendere merito per qualcosa che dovrebbe essere patrimonio condiviso per i compagni –, come ad esempio la Rete Evasioni, eccetto alcuni compagni che si sono impegnati con presidi, comunicati, raccolte di fondi per i denunciati del 15 ottobre, ci sembra che questi processi siano molto poco sentiti dalla maggior parte del movimento. Forse molti compagni non hanno ancora una lettura adeguata della repressione, abituati a pensare che le sue forme più dure riguardino solo alcune aree. Del resto, la repressione di quella giornata ha mirato finora a punire con condanne esemplari persone e compagni non strutturati o appartenenti a realtà piccole o periferiche: lo scopo era evidentemente quello di frazionare la solidarietà e, in parte, è stato raggiunto.

Il silenzio dei compagni sembra andare nella direzione che le istituzioni si pongono, quella di considerare la repressione come un «giusto monito» – come ha detto Alemanno a commento delle pene inflitte ai 5 compagni di Teramo – diretto a chi intende ribellarsi. Quanti compagni e quante compagne, infatti, continueranno ad assumersi la responsabilità di compiere azioni che potrebbero comportare gravi condanne se sapranno di non avere dietro un movimento solidale, complice e partecipe?
Il nuovo proletariato metropolitano, composto in gran parte di giovanissimi, che ha preso parola il 15 ottobre, è un soggetto non destinato a sparire e che, anzi, sarà probabilmente sempre più presente sulla scena pubblica di tutto il mondo: le città – soprattutto quelle grandi – sono infatti destinate a diventare sempre più lo scenario privilegiato dei sommovimenti e degli scontri sociali. Si calcola, infatti, che entro il 2020 il 70% della popolazione mondiale vivrà in una città: la repressione, come messo in luce in un bell’articolo di Elisabetta Teghil di questi giorni, si rivolge e si rivolgerà sempre più spesso proprio al contesto urbano. E, in questo ambito, sempre più frequentemente si assisterà al protagonismo rabbioso di questa nuova massa di proletari metropolitani insoddisfatti e frustrati per la precarietà delle loro esistenze, acutizzata nei momenti di endemica crisi economica del sistema capitalista: reprimere queste prese di parola con condanne durissime significa spaventare anche quanti agiscono spinti più dalla rabbia che dall’analisi politica. Essi mettono in gioco loro stessi ma se, poi, tornano a casa non solo senza aver migliorato la loro condizione esistenziale – fatto del resto prevedibile – e con qualche livido in più ma anche con la consapevolezza che i fermati e gli identificati saranno condannati a pene durissime nel silenzio e nella solitudine pressoché totali, probabilmente non torneranno in piazza all’appuntamento successivo. Penseranno che non ne vale la pena.

Ed ecco che così la repressione raggiunge il suo scopo principale: non tanto quello di punire chi ha commesso azioni ritenute illegali, quanto quello di incutere timore, evitare che il fronte si estenda e la lotta si generalizzi, costruendo percorsi che possano davvero mettere in discussione questo sistema economico e sociale. “Normalizzazione” economica e repressione politica e sociale vanno a braccetto: in tempi di governo tecnico, nessuna forma di dissenso può essere tollerata e, quindi, ciascuna di esse viene perseguitata e pesantemente punita.
Il silenzio che circonda queste condanne, del resto, non è che l’ovvio riflesso delle difficoltà di gestione di quella giornata: il fatto che non sia stata assunta dal movimento nella sua interezza, infatti, ha fatto avvertire fin dalle prime ore che la repressione sarebbe stata facile e non avrebbe trovato alcuna risposta da parte dei compagni. I denunciati si sono trovati – eccetto le eccezioni di cui sopra – a dover gestire i processi quasi da soli, come se fossero questioni private e senza far emergere, quindi, che si tratta di processi politici, che riguardano tutti e tutte.  Del resto, quella della riduzione dei processi e delle pene alla sfera privata sembra essere una delle nuove tendenze delle politiche repressive, su cui probabilmente dovremmo riflettere: sia sufficiente pensare che negli ultimi mesi, in tutta Italia, sono state notificate a compagni e compagne numerose multe – anche del valore di diverse migliaia di euro – per blocchi stradali e manifestazioni non autorizzate. Si tratta di procedimenti amministrativi, accertati dalla Polizia stradale, che riguardano personalmente i compagni che le ricevano e che frazionano la solidarietà: far diventare una multa una questione politica diventa molto difficile.

Ovvio riflesso di questa solitudine, è stata anche la scelta di tutti i condannati finora di scegliere il rito abbreviato: una scelta che non critichiamo sotto il profilo personale, ma che avvertiamo come perdente non solo dal punto di vista politico ma anche da quello più strettamente processuale. Le pene sono state, finora, infatti pesantissime. Non ci dilunghiamo si questo: siamo infatti d’accordo con l’articolo uscito ieri su infoaut. Pensiamo, però, che una più adeguata assunzione di responsabilità collettiva e una più capillare campagna contro la repressione aiuterebbe a far diventare patrimonio condiviso tra i compagni che non ci si può fidare della giustizia e dei suoi sconti né si può pensare che la propria innocenza possa aiutare in un processo con un valore politico.

Ed è anche per questo che, invece, pensiamo che sia necessaria un’assunzione di responsabilità collettiva e compatta da parte dei compagni per giornate come il 15 ottobre: un fronte unito contro la repressione che significhi non solo solidarietà attiva verso i compagni denunciati ma anche continuazione delle lotte e dello scontro sociale.

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38 comments to 15 ottobre e repressione. Una riflessione

  • Marco Capoccetti Boccia

    Grazie per l’articolo compagne\i.
    Condivido molte delle cose scritte
    Ahimé ne mancano alcune, per una necessaria riflessione interna, almeno, che se non affronteremo, saremo sempre in ritardo…

    Saluti e libertà

    Marchetto

  • Meltuzed

    Anche solo la mancanza di risonanza qui su internet ( neanche a dire nel mondo reale) è davvero sconfortante, eppure la punizione è stata tanto esemplare quanto casuale e immotivata, poteva essere chiunque violento o non violento, black bloc o meno, non dovrebbe questo far sentire il peso di questa condanna sulla testa di tutti quelli che erano quel giorno alla manifestazione?

  • toscano

    d’altra parte cosa ci saremmo potuti aspettare, se nei giorni successivi al 15 personaggi anche piuttosto rappresentativi pronunciavano frasi del tipo “questi sono nostri nemici” o addirittura “sono nemici dei movimenti” nei confronti dei ragazzi e delle ragazze che in piazza non avevano abbassato la testa? i risultati ce li abbiamo adesso sotto gli occhi, e molte persone purtroppo anche sulla pelle

  • Ldr

    Sicuramente l’articolo esprime delle perplessità giuste e condivisibili……sembra però che chi l’abbia scritto “scenda dalla montagna del sapone”….. cosa un pò strana per un collettivo come il vostro presente ad ampio spettro nel movimento romano. Perchè nessuno (…..o meglio gran parte) del movimento, soprattutto a roma, non si è mai interessato alle questioni giudiziarie seguite al 15 ottobre?
    Nella maggior parte delle aree del movimento questa giornata è stata oggetto di un processo di rimozione totale, uno degli eventi da nascondere sotto il tappeto della nostra storia recente. Anzi ha rappresentato quasi uno spartiacque dell’agire politico, portando a scavare ancora di più il fosso che ormai, nella nostra città, separa le varie anime del movimento. Posso assicurare che ancora oggi viene agitato lo spauracchio “15 ottobre” all’avvicinarsi di ogni data importante di mobilitazione…….tali preoccupazioni dovrebbero fare capolino nelle questure e non nelle assemblee di movimento!
    Ciò non toglie che molti compagni/e, fra cui anche me stesso,abbiano avuto forti perplessità sullo svolgimento del corteo e sulle azioni fatte durante il percorso. Quello visto a san giovanni però avrebbe dovuto smuovere anche le coscienze più critiche ed invece ci si è “indignati” di più per una vetrina rotta che per i caroselli dei blindati a folle velocità sulle persone o per le condanne di questi ultimi giorni.
    Infine,senza polemica, ma con grande realismo mi chiedo come sarà possibile affrontare il tema repressione all’interno del movimento se più o meno (e purtroppo sempre meno) velatamente si strizza l’occhio a magistrati e PM….a prescidere dal loro colore (arancione,rosso,verde…) c’è poco da fà……loro rimarranno sempre dall’altra parte della barricata (almeno della mia).

  • Militant

    @Ldr
    Quello che affermi è condivisibile e ci sembra presente nel post, proprio perchè non scendiamo dalla montagna del sapone. Per questo parliamo di assunzione di responsabilità collettiva non solo per la repressione, ma per i fatti in sè. Poi, ovviamente, riteniamo inutile riaprire la polemica sul 15 ottobre in questo momento: sarebbe deleterio prima di tutto dal punto di vista della repressione.

  • Nicola

    Militant, però scusatemi, con questa storia del “è deleterio riaprire la polemica”, alla fine, non se n’è mai parlato apertamente.

    Sul 15ott si è parlato più sui siti che in faccia a livello assembleare. Quando se ne è parlato in faccia il tema repressione era un tema scottante, quasi un tabù di cui non si poteva parlare perchè avrebbe riportato in auge quella data, citando “ce lo mettono al culo parlando di repressione”.
    Così è imbarazzante.

  • Militant

    @Nicola
    Ci sembra che questo continui ad essere un blog – su cui tra l’altro nei giorni succesivi al 15 ottobre ci furono post con centinaia di commenti – e non un’assemblea.

    Cosa è imbarazzante? Pensi che riaprire le lacerazioni dopo un anno e oltre possa servire a costruire un fonte contro la repressione? A andare nella direzione di una presa di responsabilità collettiva su certe giornate (presenti, passate e future)?

  • Nicola

    Forse non mi sono spiegato bene.
    E’ ovvio che questo sia un blog. Il discorso è che un assemblea di tutto il “movimento” sul 15ott non c’è mai stata. E’ una carenza non da poco a mio avviso. Ogni singolo militante di ogni singola struttura ha parlato dicendo le più disparate cose anche a mezzo stampa, creando un vortice infinito di chiacchiere che non hanno portato a nulla se non a tristissimi cortei come il no monti day dove la maggior preoccupazione anche dei militanti del movimento che seguivano quel percorso non fu dare un senso alla manifestazione bensì quello di evitare qualsivoglia minimo di conflitto.
    Vogliamo forse negarci che quel corteo partiva, nel movimento, con lo slogan “superare il 15 ott portando solo (e sottolineo solo) il conflitto verbale in piazza”? Non sono un fan del riot indiscriminato ma penso debba essere sempre finalizzato a scopi politici, al tempo stesso trovo curioso che la maggior preoccupazione sia quella di evitarlo.

    Militant, per me non c’è nessuna lacerazione da riaprire perchè il taglio non si è minimamente rimarginato. Io condivido pienamente quanto avete scritto nel post iniziale. E condivido che la presa di responsabilità deve essere collettiva. Il punto focale del discorso, a mio avviso, è che innanzitutto la riflessione dovrebbe essere su una questione di metodologia verso i/le bevut* in ogni occasione. E qui si aprirebbe un capitolo a parte sul come dare effettivo sostegno a loro, come non lasciarli soli dal punto di vista legale, finanziario, mediatico e soprattutto politico. Poi è inevitabile che qualcuno dovrà pure spiegare certe frasi, certi atteggiamenti e certi atti post 15ott verso i compagni bevuti e non solo.
    Per chiudere: a me non interessa puntare il dito contro nessuno e sono dispostissimo a fare 10 passi indietro per farne 11 avanti in maniera collettiva, mi dispiace che ci accorgiamo del danno sempre quando è troppo tardi ma non è mai troppo tardi per ripartire. Mi rode semplicemente un pochino di più il culo, tutto qua.

  • rebeldia

    E’ importante tornare alla giornata del 15 ottobre , in quanto certe date diventano un vero spartiacque, tra momenti storici ,che purtroppo in Italia si ripetono periodicamente.
    Quindi , come dopo le giornate di Genova 2001,in cui la feroce repressione dello Stato ha di fatto azzerato gran parte dei movimenti, ognuno con le sue caratteristiche, anche quello di Roma è stato un evento che , in maniera scientifica, ha provocato lacerazioni e ferite,che tardano ad essere riparate.Ma quello che stupisce, è che ancora ci si interroghi sull’isolamento a cui di fatto, chiunque porti la sua rabbia in piazza, venga poi costretto.
    La sensazione di inadeguatezza nasce dalla ormai totale frammentazione della sinistra italiana, ormai evidente in questi giorni, dove pur di salvare partiti e personaggi ormai decotti, si creano alleanze mostruose,con compagni che, magari fino a ieri scendevano in piazza con te, convinti assertori di personaggi come Ingroia, la cui storia personale e professionale, è la più lontana da quella di ogni compagno, che in questi anni ha visto e provato sulla propria pelle il ruolo dello Stato e delle sue istituzioni come forze dell’ordine e magistratura. Tornando alla giornata del 15 ottobre, io c’ero, si è verificata una profonda spaccatura tra i diversi modi di stare in piazza, ma la colpa principale è di quei sindacati di base e partiti come PRC, che invece di difendere la piazza, da ogni invasione delle forze dell’ordine, ha pensato di fare una specie di barriera verso quei giovani, così ben descritti da Militant, altro che le solite cazzate dei media, che dal comodo dei loro studi televisivi, hanno subito etichettato, come black bloc. Quella piazza, quel giorno doveva rappresentare la nostra fortezza inespugnabile, il palco doveva restare e consentire di amplificare rabbia e disperazione. I benpensanti, invece di accogliere quei loro figli, non smarriti ma traditi, hanno deciso che svoltare verso la piramide e finire tranquillamente la passeggiata, fosse l’epilogo più giusto di quella giornata.Io, militante di un sindacato di base, ho di fatto ignorato la mia struttura sindacale, ho voltato loro le spalle, sono rimasto in piazza perchè volevo capire, essere testimone di persona di cosa stava avvenendo e di chi , quel giorno aveva deciso di prendersi, non la ribalta mediatica, ma la propria esistenza.Ho visto cariche pazzesche, blindati che come negli anni 70 ti sfioravano, incuranti se poi i manifestanti fossero in grado di schivarli, idranti che ti scaraventavano a terra, come se fossimo spazzatura da eliminare. Invece dentro quella piazza io ho visto soprattutto la rabbia, di chi ha finalmente capito che per loro in questa società non esiste futuro.Il giorno dopo, la solita disinformazione, tutti a soffermarsi sull’estintore lanciato, quanta similitudine con quella morte di CARLO, sulle dinamiche della guerriglia, ma nessuno, che sia riuscito a descrivere, perchè la sesta potenza economica mondiale, così continuano a ripeterci, con una disoccupazione, cosi mentendo ,nella media europea, abbia al suo interno una generazione così arrabbiata.La spiegazione era banale, i dati taroccati sono in realtà devastanti, siamo in linea con Grecia e Spagna, dove non esistono tutti quegli ammortizzatori sociali, ottenuti con le lotte, e che una classe politica schifosa, vero ICHINO, cercano in tutti modi di azzerare, per poterci riportare ad un medioevo sociale, altro che ottocento.Ora ripeto, perchè stupirsi, la disgregazione dura almeno da 20 anni, i partiti di riferimento della sinistra sono polverizzati, ormai in mano a bande di mestieranti, che pur di salvare il loro posto si alleano con chiunque trovano per la strada, magari pure quel Di Pietro, che trovato proprio in questi giorni con il sorcio in bocca(Report), lo si vede aggirarsi al fianco di quel che fu il segretario di PRC. Allora, serve di sicuro una riflessione, ma soprattutto occorre, che tutti quei soggetti, lontani dalla politica parlamentare, si adoperino per ricostruire un movimento, comunista, organizzato, che sappia aggregare tutte le singole lotte, tutti i comitati, tutti i precari, e che sappia parlare loro con un unica voce fatta di solidarietà, ideali, speranza.Se riusciamo a non parlare per almeno 3 anni di liste, elezioni, alleanze, forse riusciremo in questa impresa, difficile, ma che deve essere fatta, pena l’isolamento di cui parla il post di Militant. Una città come Roma, con migliaia di militanti, non può rassegnarsi, a vedere con sgomento, la deriva sociale, con una classe , gli sfruttati, sempre più isolata e senza riferimenti.Occorre organizzazione, non lo dico io , ma come nei post precedenti un rivoluzionario come Lenin, solo a quel punto potrà scattare quella solidarietà necessaria a difendere chi finisce tra le mani della giustizia borghese. Occorre solo partire, dimenticare divisioni, personalismi, interpretazioni di parte di quella linea politica, il marxismo-leninismo, tirato da tutte le parti, a seconda delle proprie convinzioni, e che ha prodotto una lacerazione fin qui, insanabile. Convochiamo un assemblea, con tutti quei compagni, che si sono stufati di analisi, di osservare chi fa questo e chi si allea con quello,ma vuole tornare ad essere protagonista delle lotte.Saluti comunisti .

  • quechua

    iniziamo allora a non censurare o bloccare anche chi scrive su un blog come questo.

    rebeldia tutto giusto, il punto è che anche dentro il mondo “comunista” c’è uno spartiacque tra chi tifa riot e chi no, tra chi ha una famiglia e si può permettere un avvocato e affrontare un processo e chi no e allora si affida ad avvocati politici o di stato, tra chi fa parte del mondo del lavoro “legale” e chi vive nel mondo “illegale”, tra chi ha fedine penali pulite e chi sporche, tra chi paga un affitto e chi occupa una casa, tra chi è “visibile” e chi “invisibile”

    la differenza è tutta qua ed è stata la differenza di conflitto di quel 15 ottobre e lo sarà per il prossimo futuro

    lenin o non lenin, sarà la fame e la povertà a creare organizzazione, resistenza, risposta, ribellione

    il RESTO continua a perdere tempo dietro illusioni e utopie

    la Rivoluzione è in atto, aprite gli occhi, uscite dai gusci

  • Joseph

    Questo articolo è interessante, anche se scritto da una prospettiva diversa dalla mia. Hanno assolutamente ragione tutti quelli che dicono che non è possibile affrontare la questione delle repressioni scindendole da quelle poste dal 15 Ottobre. Militant, discutiamo, ad esempio, del dato sociologico dato dalla gestione dei processi dei condannati. Vedere tutti i processati che scelgono l’abbreviato fa riflettere perché politicamente vuol dire una cosa semplice: nessuno ha fatto del processo una battaglia politica da condurre su un piano giuridico. Hanno fatto questo, ad esempio, i compagni processati per Genova? No, la scelta fu diversa. E ne scaturirono condanne pure ben maggiori. Allora, forse, dobbiamo dire una cosa: questo nuovo precariato metropolitano è ancora fragile e debole e non capace del tutto di assumere conseguenze dalle proprie azioni, che non trovano una dimensione collettiva. Questa è stata la dinamica politica e non solo giuridica anche del 15 Ottobre. Io dico che chi vuol fare crescere questo soggetto sociale deve riflettere su come il medesimo si deve porre in forme che creano legittimazione e consenso collettivo, senza le quali qualsiasi azione è un suicidio politico per il quale poi si pagano prezzi elevati. Questo problema, eluso per come è stato eluso fino ad adesso, ha creato lo stato desolante di cose al quale assistiamo. Che dei compagni finiscano in galera, è un prezzo che le lotte pagheranno sempre, in questo stato di cose. Ma la vera sconfitta, cui oggi assistiamo, sta nel fatto che tutto questo non produca nessun avanzamento collettivo. Ecco, questo fa male e farà male a lungo.

  • toscano

    nonostante l’articolo mi trovi completamente d’accordo, sono d’accordo anche con nicola quando sottolinea l’atteggiamento (passatemi il termine volutamente esagerato) “paraculo” del dire “vabbè però non riapriamo ferite perché non serve a nessuno”…primo, perché sono ferite non rimarginate, e quindi sono sempre state aperte, e secondo perché l’autocritica per i compagni è fondamentale, sempre: parlo di autocritica e quindi non di puntare il dito contro qualcuno, proprio perché l’autocritica è collettiva e include tutti, nessuno escluso…
    il fatto che gli arrestati del 15ott si ritrovino adesso in questa situazione deriva solo in minima parte da errori nella linea difensiva o dalla cattiveria vendicativa dello stato, o meglio: derivano da queste cose solo in ultima istanza, perché a monte di tutto, e a ragione di ciò, c’è il totale isolamento in cui queste persone sono state lasciate dal movimento…
    in primis, perché hanno avuto la “sfortuna” di non appartenere ad alcuna area o struttura politica organizzata, e questo è veramente triste: non erano i compagni “di nessuno” e sono stati pressoché abbandonati…e poi c’è la dimensione più politica: se partiti, sindacati e intere aree di movimento si affrettano fin dalle ore successive a prendere le distanze, a parlare di “provocatori”, “infiltrati” o “nemici interni”, quale volete che sarà il destino giudiziario di queste persone? troppo facile adesso dire “oddio 6 anni per un blindato mentre agli assassini di aldrovandi manco un giorno di gabbio”…a me fa veramente rabbia…
    perché al di là della valutazione politica sugli scontri di quel giorno, c’è stato l’abbandono da parte dei compagni rispetto a giovani che si sono ribellati…come successe ai “teddy boys” nel ’60 da parte del pci…chi si è ribellato ed ha avuto la sfortuna di finire nelle mani dello stato, ha visto 20-30 persone intristite aspettarle fuori dal tribunale, ha visto arrivare pochissimi soldi, ha dovuto trovarsi avvocati che hanno pure fatto danni…
    e allora è bene che si riapra un dibattito costruttivo, come è avvenuto qui e su infoaut…perché non accada più che nessuno si ritrovi in questa situazione, e al di là di ciò che ha combinato in piazza, veda tante persone chiedere la sua libertà, aiutarlo economicamente e difenderlo con avvocati che conducano una battaglia seria…perché il conflitto tornerà nelle piazze, e dovremo essere pronti ad affrontarne ogni conseguenza!
    saluti..

  • Ile

    A me sembra dai commenti qua sopra che si voglia utilizzare la questione delle condanne per regolare i conti.
    Il post dice chiaramente: “Il silenzio che circonda queste condanne, del resto, non è che l’ovvio riflesso delle difficoltà di gestione di quella giornata: il fatto che non sia stata assunta dal movimento nella sua interezza, infatti, ha fatto avvertire fin dalle prime ore che la repressione sarebbe stata facile e non avrebbe trovato alcuna risposta da parte dei compagni”.
    Io capisco che sia lungo e che magari uno non ha voglia di leggerlo, ma leggere una sequela di commenti che dicono la stessa cosa che sta scritta nel post – con toni un po’ più piccati, ok – facendo finta che non sia stato scritto è davvero triste.

  • valerio

    Scusate, ma per “ferite aperte” si intende la condotta dei Cobas e dei Disobbedienti a Piazza San Giovanni?? Oppure mi sono perso qualcosa.

  • quechua

    no valerio, feriti interne si intende che i neri sono stati definiti fascisti infiltrati o gente da stadio, quindi teppaglia e feccia.
    allora io dico qualcosa di controcorrente, potrebbe invece essere successo che al contrario di quello espresso qui, che invece sono stati questi arrestati a prendere le distanze dai movimenti?
    ecco che allora lo spartiacque e le ferite sono molto più profonde.
    esiste un “conflitto” diffuso che va da solo, che non si rappresenta in una visione politica, che non vuole avvocati politici e che non piange e non vuole solidarietà politica.
    esiste un conflitto che decide quando e dove agire, che non ha interesse a dare e dire motivazione, c’è un conflitto se volete chiamarlo di classe o di società che agisce in base al proprio istinto.
    ora le cose sono 2
    o si cerca di appoggiarlo o il tentativo post 15 ottobre di “interagire e intercettare” questa realtà non ha nè senso e nè motivo di esistere.
    semplicemente ognuno vive la propria vita e agisce di conseguenza.
    ecco perchè continuo a ribadire che nel 2012 continuare a fare retorica su ideologie lontane e arcaiche è deleterio, siamo dentro la giungla, siamo dentro un mondo allo sbando dove le paure freneranno i calcolatori, mentre favoriranno gli “incoscienti”.
    sociologicamente la situazione è da bomba ad orologeria dove bisognerebbe concentrarsi più sul come “atterrare” che sul come spegnerla.

  • Lupa

    Sono totalmente d’accordo con quanto scrive Rebeldia e mi concentrerei particolarmente sulla sua proposta finale. Chiaro che è difficile, ma l’organizzazione in grado di dare risposta a tutto quello che abbiamo scritto e di assumersi le responsabilità concretamente è qualcosa che non sorgerà improvvisamente e dal nulla. Sì che come dice Quechua senza la sollevazione delle masse, senza la presa di parola degli sfruttati non ha senso parlare di organizzazione ma visto che la prima c’è, e ci sarà sempre più, da subito occorre iniziare il percorso organizzativo di cui sempre più urgente si fa la necessità affinché la parola non resti grido isolato ma si traformi in linguaggio in grado di costruire contro potere.

  • valerio

    Beh con chi definisce “fascista” i compagni che il 15 hanno deciso di affrontare gli sbirri non credo ci sia la benché minima possibilità di confronto. Se poi si vuole discutere sull’opportunità politica dello scontro in piazza, fermo restando il rispetto per le posizioni altrui, questa è un’altra questione. Detto questo io chiudo dicendo che ormai sono quasi 15 anni che giro e all’”unità del movimento romano” non c’ho mai creduto. Certe ferite è bene che rimangano aperte.

  • Lupa

    @ Quechua, scusa ma “siamo dentro la giungla, siamo dentro un mondo allo sbando dove le paure freneranno i calcolatori, mentre favoriranno gli “incoscienti”.
    sociologicamente la situazione è da bomba ad orologeria dove bisognerebbe concentrarsi più sul come “atterrare” che sul come spegnerla” mi sembra affermazione eccessivamente apocalittica. Alla fine per queste suggestioni, esiste già un film bellissimo
    come l’Odio oppure la più classica Apocalisse giovannea… Se invece vogliamo parlare del “politico” e affrontarlo anche, allora il noioso ragionamento e la paziente(!) analisi della situazione concreta sono ineludibili!

  • Lupa

    @ Valerio: La proposta fatta da Rebeldia alla fine del suo post è un’altra.Sul fatto che non nvi sia alcuna necessità di fare assemblee di movimento sul 15 ottobre, come sull’impossibilità di confronto con chi chiama fascisti i compagni che affrontano gli sbirri ovvviamente sono d’accordo.

  • stella

    anch’io comincio a pensare che forse non tutti vogliono stare dentro o vicini a sti fantomatici movimenti, perché ne vedono chiaramente i limiti e le storture, piuttostono preferiscono organizzarsi e muoversi con chi vede e vive la realtà come loro, o meglio ancora soli. tutto ciò sarà forse impolitico, ma è il dato reale. Daltronde chi l’ha detto che è più politico l’occupazione d’un teatro piuttosto che un atto di lesionismo davanti un organismo dello stato o del capitale? Con questo non voglio esaltare il gesto isolato individualista ed estremo, ma non posso ignorarlo. ““Ben lungi dall’opporsi ai cosiddetti eccessi, casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare quegli esempi, ma se ne deve prendere in mano la direzione”.
    Karl Marx, 1850. Indirizzo al Comitato Centrale della lega dei Comunisti

  • Manfredi

    Io penso che Joseph abbia scritto il commento più sensato, e che la *solitudine* degli arrestati di cui parla l’articolo (e molti commenti) non sia slegata dal vuoto politico di alcune delle azioni violente(non tutte, dunque) che hanno caratterizzato il 15 ottobre.

    Una limpida prospettiva politica di avanzamento collettivo (uso le parole di Joseph) produce, spontaneamente, quella vicinanza e quella complicità che sono mancate il 15 ottobre.

    Chi parla di “fascisti infiltrati” sbaglia. Però sbaglia pure chi pensa, ribaltando quella prospettiva ma conservandone l’assurda pretesa di generalità, che chiunque abbia spaccato qualcosa, quel giorno, sia un rivoluzionario, un compagno.

  • Red Dog

    E’ giusto ribbellarsi alla Repressione messa in atto per reprimere ogni forma di dissenso… I ragazzi condannati rappresentano per me la faccia del proletariato giovanile senza necessariamente dargli un colore politico perche’ al momento poco importa.
    il movimento di classe deve rifiutare il ricatto della crisi,crisi nata perche parte strutturale del capitalismo stesso.
    I padroni se stanno a magna tutto …è necessario partire in comune per un progetto di centralizzazione che rappresenti un punto di riferimento
    un organizazione proletaria che agisce per difendere dalla repressione i lavoratori, precari, disoccupati,studenti,tutto il proletariato giovanile, gli anziani,gli immigrati,gli sfruttati…
    Comunque aggiungerei che nei cortei ce so troppi fotografi pronti a metter tutto su face book a altri simili quindi in campana

    Tutti Liberi

  • ettore

    Cari compagni condivido analisi e commenti però parlarne sui blog serve a poco, necessiterebbe parlassene in faccia e in maniera publica senza reticenze.
    discutere apertamente delle responzabilità della preparazione e della gestione della giornata,sticmatizare le prese di posizione di alcune strutture promotici della mavifestazione.

  • quechua

    @lupa
    la mia affermazione è nata dalle immagini viste di ragazzi che hanno rischiato la vita sotto le ruote delle camionette ed altro ancora, quelle immagini mi hanno dato un senso di “incoscienza” sia civile che sociale. mentre a genova il morto è stato cercato e purtroppo trovato dallo stato contro un movimento pacifista e rivoluzionario, il 15 a sangiovanni c’era una spirito di chi non ha niente da perdere, di disperati, ed è questa la differenza dei tempi moderni.
    invece di reprimere, le istituzioni dovrebbero interrogarsi sul perchè, sulle cause che travolgeranno tutti a breve.
    non è apocalittico il mio discorso ma è pura realtà.
    forse siamo troppo annebbiati dalle metropoli, dalla bella vita impacchettata dentro le televisioni, ma appena usciti fuori dalle grandi città c’è veramente da avere paura e li la politica non esiste, se non i circoletti di partito.
    il film odio, per l’appunto, aveva dato un allarme sociale che non ascoltato ha dato vita a veri e proprio ghetti, bronx, banlieu in tutta la francia.

  • quechua

    e allora bisogna interrogarsi se l obiettivo è il bronx o una società civile migliore.credo che la risposta sia scontata.

    il bronx è la base di una malavita diffusa, di una zona fuorilegge violenta e cattiva dalle radici.
    e se le istituzioni vogliono questo, reprimendo allora solo la politica militante, allora assisteremo sempre di più a giornate di guerriglia senza bandiere ma solo di affamati.

    se lo stato è Mafia, allora i bronx poi diventano il pane e il riciclaggio dello stato.
    la banda della magliana fu un esempio del braccio deviato e usato.

  • rebeldia

    Alla fine, leggendo tutti i commenti, l’analisi che risulta essere la più condivisa è che ad oggi, la situazione risulta essere quella descritta da Militant, ossia pochi riot nelle piazze, un grande dibattito in rete o nei collettivi, assemblee universitarie, ma la mancanza totale di condivisione di un percorso politico comune, che poi comporta l’isolamento ”di chiunque abbia spaccato qualcosa, quindi non necessariamente un compagno”( uso parole di altri lettori).Allora, cosa resta da fare per sovvertire questo stato di cose, continuare a piangere le giovani vite rovinate dalla giustizia borghese, lasciate sole a scontare pene assurde,giustamente a mio parere patteggiate, restare a guardare quello che avviene in casa di altri soggetti politici, che paraculescamente si alleano e si adattano a personaggi talmente improponibili, ma che forse garantiranno loro un piccolo posto al sole, un finanziamento ad un centro sociale, forse la benevolenza di un sindaco, come fece Veltroni, che prima strizzo’ l’occhio al movimento per la casa, per prenderne subito dopo le distanze, appena comprese il danno politico che poteva avere alla sua immagine.In molti dei commenti, leggo la stessa mia esigenza, o meglio frustazione, in quanto tutti ci rendiamo conto, che attualmente riusciamo ad incidere poco o niente nelle lotte sociali.Per questo, mi chiedo cosa impedisce a tutti noi, di convocare un incontro, magari utilizzando un centro sociale o uno spazio all’interno dell’università, per cercare di capire cosa è possibile costruire e se esistono prospettive per riunificare tutte le lotte,isolate tra loro.Alcuni dicono di attendere, la rabbia spontanea porterà a prendere coscienza, altri delusi e scottati rilevano che con certi componenti, vedi sindacalismo di base filo-Repubblica, sia impossibile parlare, altri rilevano che le lotte nascono se esiste un collante trasversale, come per il NO TAV. Io a tutti rispondo, che le osservazioni sono giuste, ma cosa rimane altro da fare,se come previsto i prossimi anni saranno ancora più duri e senza speranze? Se già riuscissimo ad interessare quella fascia di popolazione, ormai in silenzio, sarebbe un enorme lavoro, se riuscissimo a spiegare a tanti ragazzi, che solo la lotta e la mobilitazione , invece del picchetto alla sala corse, potranno consentire di moltiplicare le occasioni ed i terreni di scontro,non per garantire un futuro, ma per non perdere gli ultimi diritti sociali.In questi 2 mesi,i professionisti del disagio, hanno convocato delle assemblee, loro utilizzano i teatri, e la partecipazione è stata notevole, in molti sono andati,per capire se stava nascendo qualcosa di nuovo,oltre alle motivazioni elettorali.E’ finito nel solito disastro, proprio perchè non nasceva nulla dalla base, ma erano stati i soliti noti, a cercare di attrarre potenziali elettori, per poi come al solito far confluire le liste in contenitori opportunistici.Noi dobbiamo decidere, se sia necessario avere prima una situazione di rivolta e poi organizzare eventuali mobilitazioni, oppure prima che passino anni provare a far crescere interesse e militanza, per non ritrovarci a parlare tra i soliti compagni.Quello che molti non comprendono è che lo Stato, oltre che reprimere è anche in grado di controllare lo sviluppo ed il modificarsi della disperazione, tale per cui utilizzerà con intelligenza la macelleria sociale, in modo da lasciare quel minimo di ossigeno, che impedisca di finire come in Grecia.Credo, che riunirci , per discutere di persona su cosa stiamo vivendo e pagando e cosa possiamo aspettarci per il futuro, possa essere costruttivo.Del resto incontri per dibattere su libri, film, questioni di politica internazionale ne ho visti tanti, perchè non provare a vedere in quanti crediamo nella possibilità di costruire un programma, con almeno un insieme di 10 punti, su cui siamo d’accordo e poterli diffondere in rete o nelle varie realta del territorio.Penso a lavoro, uscita dall’europa,diritti civili per le coppie di fatto , ambiente, istruzione, missioni umanitarie, rifiuto delle istituzioni borghesi come elezioni e referendum,diritto alla casa, tutti temi, che dovrebbero unire piuttosto che dividere, sempre che non vi siano propositi elettorali.Nessuna illusione su cosa potremo incidere, ma continuare a contare le perdite, a vedere abbandoni e distacco, fanno più male delle manganellate sulla testa.Scusate l’insistenza, ma da quello che leggo , l’esigenza che riscontro, mi sembra questa,più che continuare a dividerci e poi a soffrire, quando qualcuno rimane intrappolato dalla repressione.Un saluto.

  • Lorenzo

    “quindi non necessariamente un compagno” è espressione fantastica: fra non molto ci vorrà la tessera.

    Propongo, in alternativa ai dubbi ed alle immobilitazioni, una citazione dotta (con n.0 commenti all’articolo in questione… Come se solo certe aree fossero interessate a certi temi e la repressione solo quelle particolari aree interessasse).

    “Spuntano forze non censite, non rappresentate che sfuggono all’obbedienza.
    (…) il nostro servizio d’ordine serviva contro le aggressioni della polizia e dei fascisti non per arrestare le persone dentro al corteo”

    (Erri De Luca, ottobre 2011)
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/20/erri-de-luca-la-violenza-di-sabato-a-roma-e-lepilogo-di-quella-che-subiamo-tutti-i-giorni/165092/

  • quechua

    http://www.youtube.com/watch?v=4JyX7PjcMnY

    +

    Uno dei condannati per i fatti del 15 ottobre 2011 a Roma spiega in una lettera il perchè della sua protesta. Contro l’utilizzo indiscriminato da parte della magistratura del reato di ‘devastazione e saccheggio’.

    Sono passate ormai più di 48 ore da quando ho iniziato la mia forma di protesta non violenta dello sciopero della fame e sete.

    E’ una prova molto difficile che mi stà provando notevolmente. Dopo le prime 24 ore, che potrei definire sopportabili, nelle ultime ho iniziato ad accusare pesantemente gli effetti dello stesso. Noto un cambiamento del mio aspetto fisico, la faccia si è fatta più asciutta così come si è assottigliato il tono muscolare. Gli armoniosi brontolii della pancia, ormai mi accompagnano per tutta la giornata così come il mal di schiena, la sensazione di freddo e soprattutto di stanchezza.
    Penso di poter riuscire a sopportare ancora una giornata, massimo due, dopodiché chiederò un controllo da parte delle unità mediche per accertare il mio stato.
    Anche se sono consapevole che la cosa migliore in questo momento sia quella di restare in forma per affrontare la già difficile detenzione, comunico di essere intenzionato a portare a termine la mia protesta.
    Nella speranza che a breve arrivi, da parte di coloro che saranno chiamati a governare, l’impegno concreto ad abolire, in particolar modo, la legge fascista di devastazione e saccheggio, voglio con forza ribadire ai più, che io non stò chiedendo solidarietà, sostegno o altro, ma solo che vengano spazzate via quelle odiose norme che un dittatore fece emanare e contro le quali i nostri valorosi partigiani combatterono, al sacrificio della vita, per non farle subire a nessun altro in futuro.

    Credo che la mia sia una battaglia condivisibile, peraltro già messa in campo dalla sinistra italiana anni e anni fa e pertanto resto fiducioso dell’appoggio di almeno quei partiti che si dichiarano Antifascisti.

    Concludo rivolgendo un pensiero particolare agli operai Alcoa che in queste ore protestano in Sardegna chiusi nelle miniere e, nell’attesa di una risposta, voglio ringraziare coloro che in questi giorni stanno nutrendo il mio spirito, sopratutto Rifondazione Comunista per tutto l’impegno profuso, i miei impagabili fratelli Antifascisti, il Collettivo Stella Rossa, l’Udu, i COBAS, Sinistra Critica, i CARC, il PMLI, i vari movimenti Italiani e anche tutti quei giustizialisti che, non perdendo un minuto per vomitare sentenze, mi ricordano di vivere nel paese fino a ieri governato dai vari Berlusconi, Dell’Utri, “er Batman”e chi più ne ha più ne metta.

    Un abbraccio a tutti.

    +

    TEHERAN (RADIO ITALIA IRIB) – Massimiliano Zossolo, di recente condannato in primo grado a sei anni di carcere per i disordini avvenuti a Piazza San Giovanni il 15 ottobre 2011, ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica. Il giovane italiano ci ha spiegato che i media del suo paese sono cosi’ “corrotti” da non essere disposti a pubblicare la sua lettera. In effetti qualunque sia la situazione di Massimiliano, ha sempre il diritto di parlare. Ed allora ecco il testo della sua lettera:

    “Egregio presidente della repubblica on. Giorgio Napolitano.
    mi chiamo Zossolo Massimiliano e sono uno dei sei ragazzi condannati a sei anni per gli scontri di piazza Sangiovanni.
    Innanzitutto mi scuso per la forma e per gli errori che trovera’ in questa lettera non essendo abituato a scrivere e non avendo un grado di istruzione elevata.
    Le scrivo poco dopo aver appreso della mia condanna che ritengo sia maturata in maniera del tutto pregiudizievole e mostruosamente ideologica, sinceramente non essendo pratico ne di tribunali ne di giochi di potere, mi chiedo semplicemente come sia possibile che sei ragazzi pur avendo adottato difese differenti vengano condannati ad una pena esattamente identica. Mi chiedo come e’ possibile dare la stessa identica condanna tra chi viene accusato di aver partecipato ad azioni differenti tra loro. Mi chiedo come mai i nostri avvocati hanno parlato per ore ma il giudice ha dato la sentenza dopo 10 minuti di camera di consiglio. Mi chiedo come mai il sindaco della mia citta’ l’on.Gianni Alemanno pregiudicato per reati simili definisca una condanna del generere ”risarcente verso la citta’ di Roma!”.
    Se per risarcente intendiamo arrestare 6 persone e fargli pagare in toto tutti i delitti occorsi quel 15 ottobre signor Presidente io non ci sto, infatti io con la presente non intendo chiedere la grazia o sconto di pena alcuna, chiedo solo che mi venga revocata la cittadinanza italiana, perche’mi rifiuto di essere cittadino di un paese dove la condanna per aver rotto un bancomat e’ piu’ aspra di una condanna per aver massacrato gente che dorme in una scuola dopo una manifestazione, oppure dove un blindato bruciato vale piu’ della vita di Aldovrandi, e potrei andare avanti per pagine intere con esempi simili, talora mi accordasse questa clemenza sono pronto a non affrontare nemmeno il processo d’appello cosi almeno eviterei di gravare ulteriormente su una magistratura gia’oberata di lavoro, sono anche pronto a vedermi revocati gli arresti domiciliari ed affrontare da subito la tortura (lo dice l’Europa) delle nostri carceri, sarei in parte gia’ onorato di non far piu’ parte di un paese che non offre piu’ nessuna prospettiva democratica, mi sentirei almeno libero di non dover piu’ scegliere tra la fame ed il manganello. Nella versione cartacea di tale lettera le allego la mia carta di identita e la mia tessera elettorale.
    La saluto signor presidente rinnovandole i mie piu’sinceri auguri per questi ultimi mesi del suo mandato
    in fede.

    Massimiliano Zossolo

  • Ver

    Detto che trovo l’articolo molto interessante e anche che concordo in larga parte con quello che dice @quechua.
    Mi viene da dire che la manifestazione del 14 fin dall’inzio abbia dimostrato come i particepanti
    non solo fossero arrivati con obbiettivi differenti, ma come anche all’interno degli stessi movimenti
    che han organizzato la giornata ci fosse una molteplicità di idee e posizioni contrastanti.
    Si è partiti con lo slogan “yes we camp”, il cui obbiettivo pacifico era di accamparsi in piazza con tende, ad oltranza,
    però fin dall’inizio del corteo, guardandosi intorno, si vedevano elementi tutt’altro che tranquilli, dalle auto, alle vetrine spaccate
    e non solo di banche(che, per inciso, solitamente godono di una copertura assicurativa tale da potersi lavare bellamente le mani di una vetrina
    o di un bancomat rotto).
    Qui io vedo il primo problema, l’ira della gente non incanalata verso qualcosa di definito ma palesata con atti di semi-guerriglia urbana
    in una situazione in cui erano più nocivi che altro. Ritengo che il privato cittadino che magari ha messo da parte per anni soldi per comprarsi
    una bella auto, non la prendono solo mafiosi, politici o camorristi, anche innumerevoli sventurati cresciuti a suon di mediaset & co. e convinti
    fin da bambini che per essere “fighi” debbano avere il macchinone e altre cazzate. Ecco, rompendo la sua auto non solo ci allontaniamo definitivamente
    la sua potenziale, anche se poco probabile,
    simpatia ma allontaniamo anche quella della sua famiglia, dei suoi conoscenti e probabilmente anche una serie di persone a caso che, non avendo ben capito la situazione,
    temono gli si bruci un pandino del 98.
    La manifestazione dovrebbe far capire le ragioni di un movimento anche a persone esterne allo stesso che magari in un secondo momento potrebbero farne parte.
    Se i tempi sono maturi e la situazione lo richiede, ok per la guerriglia urbana, ma episodi a sputo son piuttosto inutili.
    Altro punto, quando è stato detto che tra la gente che ha distrutto o bruciato a Roma non tutti erano compagni, io concordo. E con questo non intendo dire che
    erano fascisti infiltrati o stronzate, dico che alcuni erano personaggi che non sapevano neanche perchè eravamo lì e che son venuti con l’obbiettivo
    di sfogare il loro stress su qualcosa e andati via dicevano di “essersi divertiti”, questione di adrenalina.. Non generalizzo assolutamente, per quel che so
    la percentuale poteva essere 1:1000 però c’erano anche questi.

    Credo che queste, sommate fra loro, possano essere state alcune delle cause dell’ “abbandono” dei compagni.
    Ridendo e scherzando nessuna frangia del movimento si è sentita di esporsi per loro, non ci son state 10 mila persone davanti al tribunale a manifestare
    in loro difesa. Il movimento è debole e a quanto pare nessuno si è sentito di schierarsi con quelli che i giornali e l’opinione pubblica han visto come vandali.
    In piazza san giovanni è stata una storia differente dagli atti dai singoli lungo il tragitto, ma l’italiano medio li ha appresi dai giornali e dai media:
    per lui la polizia ha bloccato i vandali, non pestato, investito e manganellato a caso poveri cristi incazzati che eran lì per manifestare le loro idee.
    Piccolo appunto, che io sappia, quelli che han organizzato non si sono preoccupati di istituire un legal team per la manifestazione.
    Non è una colpa, anzi, rispetto tantissimo tutta la gente che si è fatta in quattro per organizzare qualcosa che, non per colpa loro, è andata a farsi fottere,
    semplicemente è una dimostrazione che siamo indietro come organizzazione e come “valutazione dei rischi”. A Francoforte, ok, altro contesto, però le prime cose
    che ti consegnavano al ritrovo erano: cartina su cui erano segnati i punti strategici e quelli per mangiare gratis, numero del “legal team” gratuito e una specie
    di maschera plasticata..

    Concludo dicendo che affermazione di @quechua “siamo dentro la giungla, siamo dentro un mondo allo sbando dove le paure freneranno i calcolatori, mentre favoriranno gli “incoscienti”.
    sociologicamente la situazione è da bomba ad orologeria dove bisognerebbe concentrarsi più sul come “atterrare” che sul come spegnerla” secondo me
    è più che attuale e più che giusta.
    Se non si riuscirà a canalizzare il malcontento della gente verso un obbiettivo comune, il tutto mantenendo alla base dei principi di aiuto/difesa/rispetto reciproco
    e altro ancora, potremmo trovarci a breve in una situazione di merda e molto più grande di noi..

  • quechua

    La giornalista Giulia Innocenzi di Servizio Pubblico, torna sull’argomento dando un giudizio in merito a questa orribile vicenda.

    “Dopo 8 anni i giudici hanno finalmente deciso che i poliziotti che hanno ammazzato Federico Aldrovandi andranno in carcere. Al segretario del sindacato di polizia COISP, che ha denunciato una “campagna d’odio contro le forze dell’ordine”, rispondo che sono loro a istigare l’odio, con la loro omertà e offesa alla giustizia. E ci tengo a segnalare che il candidato di Fratelli d’Italia Mazzanti ha definito la sentenza una “vergogna”. Così, tanto per ricordarselo al momento delle elezioni. Un abbraccio fortissimo alla mamma Patrizia e alla sua famiglia.”

    poteva risparmiarsi la segnalazione finale ma il contentuto è abbastanza chiaro.

  • Lorenzo

    @Ver:
    Su comportamenti e metodi, tattiche e strategie già da tempo immemorabile dibattute.

    “rompendo la sua auto non solo ci allontaniamo definitivamente la sua potenziale, anche se poco probabile, simpatia ma allontaniamo anche quella della sua famiglia, dei suoi conoscenti e probabilmente anche una serie di persone a caso”

    Son pensieri che sfiorano anche me, ci mancherebbe. Domandarsi il senso di quel che si fa, la sua giustizia ed inoltre la sua utilità, le conseguenze che potrà provocare, è umano e sacrosanto. Dopodichè, a tutto c’è un limite; anche all’autocritica, arte nella quale tipicamente eccelliamo.
    Ad esempio, un corteo NoTav a Torino un anno fa generò un dibattito interno al movimento su un fatto particolarmente increscioso: le scritte sui muri (cfr. articolo su notav.info: Sulle scritte, una polemica regalata alla controparte)… In mancanza di incidenti o di tensioni, infatti, i media borghesi non seppero far altro che denunciare, dei manifestanti in quell’occasione non violenti, la manifesta inciviltà. “Nessun incidente al corteo, ma muri imbrattati nelle principali vie del centro della città”: un vero scandalo, madama la marchesa! Sotto accusa furono messi come sempre gli anarchici – colpevoli tutt’al più d’ingenuità, ma anche di peccar di “sovradeterminazione” – alla cui fantasia bisognerebbe altrimenti inchinarsi, ad esempio per slogan raffinati come il celebre “più valle, meno monti” che in due parole sa far riflettere il più tardo dei passanti.
    Piagnistei a parte, quel che vorrei sottolineare è che il nostro problema non fu tanto la valutazione dei rischi e l’autoprotezione (per reati di questo tipo si beccan denunce, obblighi di dimora: recentissimo esempio segnalato a Reggio Emilia), quanto la risposta borghese. Certo, è normale che si valutino l’obiettivo della scritta e la possibile risposta del lettore, colui al quale il messaggio è stato dopo tutto, seppur vagamente, indirizzato. Interessante fu a quel punto valutare chi partecipa a un corteo per comunicare e chi piuttosto per mostrarsi sfilare, ma anche chi nel comunicare si rende più o meno servo delle volontà e della moralità borghesi e chi, più sinceramente, di tutto questo se ne frega. Ci sono in queste analisi tante verità più o meno approssimate e tante problematiche da approfondire, ma infine la scappatoia quale sarebbe: forse non farle queste dannate scritte, evitando così polemiche da bar e regali ai media borghesi?
    Scusate se oso dirlo, ma il problema in tutto questo restano semmai…proprio i borghesi!
    C’è solo da decidere se sia più necessario ed utile (furbo non lo vorrei dire) comunicare per convincerli, comunicare per offenderli o comunicare per rider loro in faccia e seppellirli. Se insomma ci torni davvero utile la loro simpatia, o se simpatici al massimo all’occhio loro possano esser gli indignados, che piacciono anche a Scalfari di Repubblica, che poi però sui compagni brutti e cattivi scatena la caccia all’uomo.
    Concludo ricollegandomi al titolo di quell’articolo: alla controparte preferiamo regalar polemiche…o compagni? Io sarei per l’autodifesa; per i convincimenti, che si sforzino di elevarsi i borghesi e le “persone a caso” che si permettono di giudicare, perloppiù indottrinati ed arroganti senza nulla sapere.

  • Ver

    @Lorenzo
    Ok i media devono sempre trovare un motivo per criticare una manifestazione e far diventare i partecipanti brutta gente, in questo senso l’esempio dei graffiti che tu porti è più che calzante. Io tuttavia mi riferivo ad atti che paiono più violenti. Il problema che io mi pongo è che non solo i borghesi
    finiscono per prendere le distanze dai manifestanti, ma anche tutta quella gente che non ha avuto un percorso politico o di lotte durante la sua vita e che, attualmente,
    non è in grado di capire.
    La cosa che troppo poco spesso viene considerata è che molte persone a cui la crisi pesa tanto quanto a noi sono anche gente che non ha il tempo di aggiornarsi,
    di trovare informazioni su internet, gente che torna a casa dopo ore di lavoro stanca e stufa ed è già tanto se accende la televisione.. e sappiamo quali informazioni
    arriveranno loro e come..
    Quello che voglio dire è che serve che le persone si sentano vicine ai movimenti, non che li giudichino come “branchi di vandali drogati”.
    Forse è anche da dire che io vivo in una piccola realtà, ma mi ha sempre disarmato farmi 800 Km in furgone nei giorni successivi ad una manifestazione per tornare a casa
    e, arrivata, sentire i commenti della vecchietta di turno, ma anche di generici genitori di amici che mi parlavano dei “vandali” visti in TV. Mentre, dall’altro lato,
    cercare con volantinaggi e alto di organizzare incontri con studenti medi e universitari, nel disperato tentativo di far passare almeno a loro il messaggio.
    Credo siano stati i momenti in cui ho visto più barchette e aeroplanini di carta, prima, e palle di sterpi, tipo far-west, poi..
    Secondo me serve cercare l’appoggio, almeno morale, delle categorie sopracitate e bisognerebbe provare, quantomeno in contesti ad alta visibilità, come può essere
    una manifestazione, di far passare un messaggio che non trasmetta violenza ma tutta la forza del malcontento. Per esempio, a mio parere, l’idea del novembre scorso
    di occupare gli edifici storici è stata una trovata geniale, con grande rilevanza mediatica e senza scontri.
    Io sono dell’idea che in vista di tempi futuri piuttosto bui, è meglio che ora più gente possibile riesca a farsi un’idea di quello che sta succedendo veramente in Italia,
    che prenda coscienza di quello che gli sta intorno. Siamo in un sistema di merda, però se riusciamo a usarlo per creare persone più consapevoli, in un secondo momento
    forse saremo abbastanza da evitare, e lì sì ben vengano le sprange e la gurriglia, di trovarci in una regime simil-fasista o in una “repubblica fondata sul lavoro(nostro),
    sull’obbedienza(nostra) e sui cazzi(loro)” da costituzione.
    Tutto questo discorso è incentrato su cosa sarebbe secondo me meglio fare o meno sotto i “riflettori”, non vale per quello che decide di fare nottetempo il collettivo “taldeitali”..

  • Lorenzo

    @Ver:
    La discussione si fa interessante.
    E’ realistico considerare che “molte persone a cui la crisi pesa tanto quanto a noi sono anche gente che non ha il tempo di aggiornarsi, di trovare informazioni su internet, gente che torna a casa dopo ore di lavoro stanca e stufa ed è già tanto se accende la televisione”. Ma è irrealistico voler giustificare tutto questo. Spero di non suonare presuntuoso se rammento che un vecchio slogan a sinistra era “I care”, m’interesso, m’informo, me ne curo, e di conseguenza solidarizzo o prendo posizione: un bel po’ diverso dal me ne frego, mi dispiace non ho tempo preferisco la birretta e poi c’ho moglie e figli ed il pallone. Ci son tanti compagni che hanno i peggio problemi e difficoltà eppure militano, ho visto in ceti frangenti famiglie partecipare a blocchi stradali con il passeggino (giuro)… Quindi agli occhi miei una certa indifferenza al tempo di internet non è più giustificabile, a meno di non volersi accontentar delle verità dei Minzolini e delle cronache della Gazzetta dello Sport, che per quello al bar hai sempre tempo di discutere anche piuttosto animatamente. Ma allora non ti puoi più lamentare, poichè lo hai scelto tu, è il tuo modo di prendere la vita, ed il capro espiatorio no global fa parte di questo comodo schemetto. Così tu vedi in TV gli studenti che lanciano le uova marce contro le banche e ti preoccupi…delle banche!, accusando gli studenti d’irresponsabilità, immaturità e violenza. Io credo invece nella capacità di evoluzione e di autoformazione dell’individuo, nella sua capacità critica che va però allenata. Ruba qualche minuto al giorno, al tuo lavoro ed allo stress per imparar qualcosa ed evitar d’essere preso per il culo: ti farà bene. Altrimenti rassegnamoci a vivere da automi in mezzo a moltitudini di zombie e a vedere compagni arrestati per il reato grave d’eccesso di libertà.

    “Quello che voglio dire è che serve che le persone si sentano vicine ai movimenti, non che li giudichino come “branchi di vandali drogati”.”
    Lo capisco, ma questo dipende sempre molto, troppo dalla dipendenza comune dai media mainstream e da una lontananza culturale fisiologica dell’uomo medio-massa-maggioranza, per cui si finisce – per ragioni perloppiù numeriche – per dover sperare nella “sua potenziale, anche se poco probabile, simpatia” quando a queste persone tu stai visceralmente antipatico anche se non muovi un dito, solo per il fatto d’esistere e di rompere le scatole con la tua presenza fastidiosa; e che quella simpatia sia poco probabile non l’ho scritto io.
    Ma – tornando al tuo discorso iniziale – se le persone, invece di nascondersi dietro alle scuse più fantasiose, si impegnassero a controinformarsi respingendo la narrazione del Potere, forse capirebbero il motivo per cui ogni tanto qualche macchina prende fuoco! Non voglio con questo negare che esista anche la possibilità di atti irresponsabili, ma le rivolte urbane sono un’abitudine quotidiana! Cerca sul web, caro omuncolo della strada: in un secondo vedrai che l’Egitto è ancora in fiamme, che il Pakistan è più vicino di quanto sembri (ce lo hai addosso), e che i Cie dietro casa nostra sono in fiamme. Ma fuori dai Cie ci stanno sempre i soliti 4 compagni. Forse allora il problema di queste persone dalle quali ci aspetteremmo simpatia è che non vogliono prenderne atto, preferendo non sapere e non capire, (non) soluzione assai più semplice.
    Allora io mi domando se siamo noialtri a dover inventarci qualcosa oltre al farci da sempre pestare ed arrestare, o se siano loro a doversi avvicinare a noi spontaneamente dopo aver imparato a valutare e a interpretare la realtà. Ma non possiamo, io credo, “creare persone più consapevoli”: sono le persone a doversi impegnare per diventarlo. Noi possiamo al massimo lanciar segnali rischiando sulla nostra pelle. Ma la triste verità è che a 12 anni dal G8 di Genova non è cambiato niente e che questo paese di leghisti, di giustizialisti, di fascisti più o meno democratici meriterebbe una guerra civile; abbiamo tollerato certi orrori pure troppo, e indovina chi li ha permessi? Quella gentaglia che torna a casa dopo ore di lavoro stanca e stufa.
    Ti saluto, e torno al lavoro!

  • quechua

    l essere mediocre deriva da una struttura scolastica e di status quo, dove l individuo da piccolo apprende parametri e studi che lo portano ad accettare passivamente il tutto, a crederci.
    questo status quo è imposto sia da una regola sociale sia dalla non possibilità di seguire l individuio da parte dei genitori, indaffarati e presi totalmente dal “lavoro”.
    l’ esempio calzante di una struttura diversa e autoformatasi che crea individui diversi, è la famosa gita in val di susa, ostacolata ed addirittura processata.
    ecco, davanti a questo esempio, le strade sono 2, o continui ad accettare una imposizione da subito e da piccolo (insegnanti e genitori compiacenti) o decidi di non far frequentare e iscriversi a quella scuola e di sottostare a questa imposizione.
    i risultati e le conseguenze derivanti sono state viste e commentate, traete voi le vostre conseguenze.
    a volte non servono macchine bruciate o scritte sui muri, ma semplicemente “vivere” all’ opposto di quello che ti viene offerto, perchè fin quando c’è “l’offerta” allora c’è LIBERTA’.

    sono le offerte e le possibilità che stano diminuendo, scarseggiando e reprimendo, sta a noi costruirle, proporle, immetterle.

  • Ver

    @Lorenzo
    Penso che @Quechua abbia colto cosa intendevo:”l essere mediocre deriva da una struttura scolastica e di status quo, dove l individuo da piccolo apprende parametri e studi che lo portano ad accettare passivamente
    il tutto, a crederci”.
    Se facciamo un’analisi, non dico attenta e fedele perchè non mi ritengo in grado, e ci chiediamo chi ad oggi è effettivamente attivo nei movimoenti di sinistra
    troviamo persone che o hanno vissuto le lotte seguite al 68, soprattutto quelle del 77, e però non sono incorse nella disillusione che ha preso molti dei
    partecipanti a quei movimenti. O sono persone che han studiato storia, filosofia o altre materie diciamo umanistiche e che hanno più o meno autonomamente preso una
    posizione critica rispetto al sistema. Ma la maggior parte degli attuali attivisti sono persone che sono cresciute con genitori che appunto han vissuto gli anni ’70 e
    hanno trasmesso ai figli alcuni valori e alcune idee.
    Perche questo siamo, siamo frutto un determinato momento storico, dell’ambiente in cui siamo cresciuti e quindi anche delle idee e delle persone con cui siamo venuti
    in contatto.
    Io ti chiedo, quante persone che camminano convinte al tuo fianco durante una manifestazione o che con te gelano durante un presidio invernale, non hanno avuto dei
    genitori che han trasmesso loro determinati ideali, o un amico più grande che ha iniziato a portarli da bambini al corteo del primo maggio, o un professore di storia
    comunista che gli ha trasmesso determinati input??
    Io credo veramente pochi, una persona, seppur intelligente deve essere in un momento della sua vita indirizzata verso determinate idee.. Sennò sarà molto difficile,
    una volta perso il treno riprenderlo.
    Quindi io non ritengo di poter giudicare quelli della teoria “mi dispiace non ho tempo preferisco la birretta e poi c’ho moglie e figli ed il pallone”
    son cresciuti così, il padre li portava a vedere la partita piuttosto che il corteo e l’impegno politico è diventato nel loro immaginario paragonabile alla moglie che
    gli parla di borsette: un’insensata rottura di balle.. “Ma allora non ti puoi più lamentare, poichè lo hai scelto tu” diventa riduttivo, in quest’ottica.
    Se una persona ha avuto modo di “vedere A e B” e poi ha scelto, diciamo A, la semplice via del disinteresse, allora concordo con la tua tesi, se
    però B non l’hai mai vista, se non filtrata e imbruttita dai media, non posso dar certo loro tutta la colpa, anzi.
    Per quello che riguarda le nuove generazioni, la generazione di internet e dei telefonini, tante possibilità, sì. Ma il discorso è lo stesso.. Per cosa mediamente
    i giovani usano internet?
    Facebook?acquisti on -line?Giocare? Vedere il set completo delle cagate dette da questo o quel personaggio di dubbio gusto nato probabilmente grazie alla sua “fine personalità”
    e alla sua “innata intelligenza”.
    C’è sovrabbondanza di informazioni e l’uomo per sua natura, purtroppo, è portato ad uniformarsi. Se tutti seguono il calcio lui lo farà, se tutti ascoltano un determinato
    gruppo o guardano un determinato programma, probabilmente anche lui sarà molto interessato a questi.
    Nella società attuale ci sono, sì, tante possibilità di informarsi ma ben più possibilità per entare nel grande vortice dei “mezzi di distrazione di massa”.
    Ultima considarazione.. prendiamo uno studente universitario medio, con intelligenza media, con una famiglia che tira la cinghia per mantenerlo agli studi e
    magari un lavoro part-time per il week end, poniamo che lui nalle superiori abbia partecipato a qualche corteo o manifestazione e ci abbia non dico creduto,
    ma che non gli sia dispiaciuto fare parte di “qualcosa”. Quindi diciamo che questo personaggio ha messo le prime basi del suo percorso politico, senza però cominciare
    a svilupparle. Ora può scegliere di cercare di creare un movimento più o meno dal nulla nella sua università, rischiando nel contempo di perdere migliaia di euro di
    tasse universitarie, o di disinteressarsene e finire, forse, l’università nei tempi giusti e appena lì preoccuparsi che il mercato del lavoro è saturo e la sua laurea
    altro non sarà che un complemento d’arredo.
    Io, vista tutta la situazione, sono molto pessimista e secondo me l’unico sistema per non avere sempre più burattini convinti e gestiti da un sistema che
    cerca di distrarli prima e di uniformarli poi è appunto trovare un sistema per “creare persone più consapevoli”, perche sarebbero le persone che dovrebbero impegnarsi
    per diventarlo, ma ciò nella stragrande maggioranza dei casi non accade.

  • [...] che ha trovato espressione pubblica negli scontri del 14 dicembre e del 15 ottobre (vedi l’analisi di Militant), caratterizzata da squilibri analoghi, ma socializzata dentro cerchie parzialmente [...]

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