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Uscire dall’unione monetaria può essere una soluzione?

 

Molti anni fa, sull’onda dell’ultima generazioni di storici che ha cambiato il nostro modo di rapportarci al passato, uno dei maggiori esponenti della scuola delle Annales si esprimeva così: ­Il Potere ha la caratteristica di non trovarsi mai esattamente là dove si rivela…occorre sempre andare oltre ciò che una società dichiara di essere per comprenderla.

Quello che oggi è un dato acquisito, detto al tempo di Andrè Burguière era rivoluzione. Messa all’interno di un discorso storico, esprimeva la funzione principale dell’intellettuale: partire dal proprio campo d’indagine per raccontare e interpretare la realtà a 360 gradi.

La frase di Burguière, nascosta fra le pieghe di un ragionamento come fosse la cosa più ovvia del mondo, non descrive solo la grandezza del personaggio, che in due righe esprime concetti che a noi tutti richiederebbero pagine su pagine, ma anche che un pensiero del genere era impossibile da vedere trenta anni fa. Quei meccanismi che il capitale avrebbe affinato nel corso di questi trent’anni, e che con difficoltà tanti compagni cercano di smascherare, qualcuno molto tempo fa già era in grado di denunciarli.

Tutto questo per dire cosa? Ad esempio, che la partita storica che si sta giocando in Grecia è ben lungi dall’essere quella narrata fin’ora. Secondo il pensiero dominante (fuori da ogni retorica, dominante davvero, a destra come a sinistra) la Grecia starebbe facendo di tutto per rimanere agganciata all’euro, cercando di convincere gli altri stati della bontà del suo risanamento fiscale. Manco per il cazzo: la Grecia, i suoi cittadini, più del 50% degli elettori e molti suoi partiti e sindacati vorrebbero uscire dall’euro, ma il ricatto messo in piedi dagli altri stati dell’Unione Europea e dai mercati finanziari – con l’utile appoggio dei lacchè locali Pasok e Nuova Democrazia – sta obbligando la Grecia a rimanere nell’euro. La Grecia è il pollo da spennare, lo stato da minimizzare, il bancomat da cui estrarre denaro, il territorio su cui sperimentare, il mercato da conquistare: figuriamoci se l’Europa dei mercati transnazionali si fa sfuggire l’occasione! Le armi in mano al capitale europeo sono la moneta, i tassi d’interesse e le politiche fiscali comunitarie (che non è vero che non esistono: esistono proprio nella loro disparità!), tutte decise a Francoforte – cioè non da un parlamento o da un governo, ma da un insieme di banche che ormai governano di fatto i territori. La Grecia vorrebbe – dovrebbe – uscire da questa situazione insanabile, ma non sa come fare, tenuta dentro con la forza da chi dichiara sui giornali l’esatto opposto. Sembra che l’Europa stia prestando soldi a fondo perduto alla Grecia. Non è vero. E’ la Grecia che sta smantellando il suo apparato statale per esaudire le richieste economico-finanziarie dell’unione monetaria. Sta avvenendo ovunque, Atene è solo il caso lampante.

L’unica soluzione che consentirebbe alla cittadinanza greca di riappropriarsi in parte della sua sovranità è riacquisire il potere di determinare il suo sviluppo economico. Questo è impossibile, e non vale solo per la Grecia ma potenzialmente per tutti gli altri paesi.  La storiella che un’uscita dall’euro provocherebbe chissà quali cataclismi economici ormai non fa neanche più ridere. Elencare i paesi europei fuori dalla moneta unica e che hanno attraversato indenni la fase di crisi economica di questi ultimi anni sarebbe fare un lungo elenco: la Gran Bretagna e la Svizzera ad esempio, che oltretutto hanno aumentato il valore della propria moneta proprio perché fuori dall’euro. Sono paesi ricchi e finanziariamente forti, si obietterà. D’accordo, ma insieme a loro sono fuori dalla moneta unica anche la Norvegia e la Svezia, non proprio primissime piazze finanziarie. Si obietterà che hanno comunque un’economia solida e organizzata. D’accordo anche stavolta; ma sono fuori dalla moneta unica anche la Polonia, la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Slovenia, la Croazia, la Serbia, l’Albania, l’Ucraina, ecc…insomma, economie non proprio di primissimo ordine. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Deboli, forti, ricchi, poveri, poverissimi: chi in questi anni è rimasto fuori dall’euro ha avuto solo di che guadagnarci. Le ragioni sono molte, e anche complesse, ma volendo si può operare una sintesi, chiarendo subito che si tratta di semplificare un quadro che altrimenti richiederebbe ben altre conoscenze: in questi paesi esiste ancora un certo controllo politico sulle attività economiche e finanziarie, nonchè un potere di indirizzo (informale ma non per questo meno incisivo) sulla propria banca centrale: l’uscita della Grecia dall’Euro è un problema per l’Euro, non per la Grecia, ed è solamente per questo motivo che si sta tentando di tenerla dentro la moneta unica.

In soldoni, la zona della moneta unica, essendo priva di rappresentanza politica, lascia il campo libero all’autogestione dei poteri economici. I governi dei singoli stati sono come tante giunte regionali, capaci di regolare le attività territoriali di specifica competenza, ma senza governo centrale. I fattori economici e finanziari si autogestiscono, senza alcuna mediazione. Nei paesi dove questo non avviene, e cioè dove la politica conserva ancora in parte il potere di attenuare o di contrastare la violenza delle pressioni finanziarie, il ricatto non produce gli stessi effetti. La soluzione di lungo periodo sarebbe quella di creare uno spazio di rappresentanza politica e di governo all’interno dell’Unione Europea. Ma in assenza di un movimento reale che vada in questo senso, questo lungo interregno può portarci alla catastrofe. Rimanere nell’Unione Europea uscendo dalla zona monetaria non è detto che sia il peggiore dei mali. Anche per l’Italia.

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42 comments to Uscire dall’unione monetaria può essere una soluzione?

  • giovanni

    dire che fuori dall’euro si sta bene è una gasparrata. Il Regno Unito è in recessione e ha un debito cumulato pubblico-privato del 400%, in Ungheria c’è un regime fascista, dai paesi dell’est Europa ancora oggi si emigra in massa.
    Il nemico del proletariato è la borghesia, non l’euro, confondere le due cose è come prendersela con le pistole anzichè con gli assassini.

  • Brigante

    Indubbamente l’analisi è corretta se si prende come punto di vista principale quella del capitale internazionale. Sarebbe però a mio parere interessante una riflessione su quanto avviene in un’ottica di lotta tutta interna al capitale perchè, è inutile negarcelo, nei prossimi 30 anni vedo piuttosto improbabile che il capitalismo possa incontrare degli ostacoli “di popolo” in Europa, tranne casi piuttosto sporadici.
    Capire cosa accade sull’asse russo-tedesco è, per esempio, fondamentale per sapere che cosa ci attende in termini di cambiamenti sociali ed economica. Così come è importantissimo interpretare il ruolo che i paesi del sud-europa sapranno darsi in rapporto all’aggressivismo franco-tedesco. Attenzione, l’esistenza di un capitale internazionale ben radicato che di fatto influenza le politiche economiche mondiali non significa che siano di colpo sparite le logiche nazionali.

  • Lupa

    D’accordo col commento di giovanni. Ma soprattutto mi sembra pura fantascienza quella di separare potere economico e potere politico e postulare la possibilità di un governo politico dell’Unione Europea che freni l’avidità dei banchieri! Ma di che parliamo? Le frazioni avanzate della borgheria imperialista, quelle che ovviamente detengono i mezzi di produzione, lavorano a pieno ritmo per la costruzione POLITICA di un blocco imperialista continentale. Non è che il governo Monti in quanto non eletto e chiamato “governi di tecnici” non sia un governo politico. Eccome se lo è, sta conducendo la più feroce lotta di classe dall’alto che sia mai stata condotta in questo Paese. Le retoriche sui banchieri malvagi lasciamole al populismo fascistoide!

  • Militant

    L’euro come moneta unica, senza una guida politica dello sviluppo economico, significa che, *di fatto*, tutte le monete nazionali dell’Unione Europea sono agganciate al Marco (cioè la valuta con la banca centrale più forte). Questo aggancio artificiale viene chiamato Euro, cioè moneta unica.
    E’ la stessa dinamica che ha portato le economie latinoamericane a fallire, visto che negli anni ottanta numerose economie hanno agganciato la propria valuta al dollaro, con la scusa di non aumentare l’inflazione. E infatti, economicamente, sono poi fallite: esattamente perchè diversi sviluppi economici non possono adeguarsi ad unico tasso di cambio basato sull’economia più forte.

    Non capiamo dove sia la retorica sui banchieri malvagi, le nostre sono consideraizoni esclusivamente politiche e sistematiche, non complottiste. Non c’è alcun compotto. Piuttosto, questa difesa spassionata dell’Euro da parte di qualcuno è più vicina a Monti e Gasparri di quanto si voglia far credere. Ma è davvero così fondamentale? Ma davvero senza l’Euro diventeremmo automaticamente simili al Ghana? E’ una visione quantomeno semplicistica e liberista della situazione…siccome la questione non è chiara ed è espressa in forma di domanda, quindi non di indicazione, cerchiamo di rispondere autonomamente e non scimmiottando i titoli di Repubblica

  • Riccardo

    Giovanni, posso chiederti tre cose, magari se ti va mi rispondi :)

    1) Dove hai letto che l’Inghilterra ha un debito pubblico del 400% ? (400% di cosa poi?). Perchè in economia non esiste un debito “cumulato”, il debito pubblico è già composto da “pubblico” e “privato” e, a quanto pare i dati reali sono molto lontani da quanto affermi. Basta andare su google e digitare “debito pubblico regno unito” e vedrai che si aggira intorno al 79% del PIL.

    2) Sei proprio sicuro di sapere cos’è, tecnicamente, il debito pubblico e per quale motivo sarebbe un grave problema?

    3) Sai come funzionano l’Unione europea, le sue Istituzioni e l’emissione/uso di denaro all’interno dell’Eurozona?

    Mi piacerebbe leggere una tua risposta in merito, ciao e grazie :)

  • Brigante

    Sull’analogia tra l’operazione Euro e quella di aggancio al dollaro nei paesi latinoamericani effettivamente ce ne sarebbe molto da dire. Palesemente si tratta di un’operazione economica che favorisce le economie più forti del “gruppo” perché ne protegge le esportazioni e soprattutto le mette in una posizione di egemonia politica da cui è difficile districarsi.

  • Riccardo

    L’analogia di cui parlate non è un’idea bislacca, ma non è esatta. La situazione è peggiore e di molto.
    Mentre i paesi che agganciavano la propria valuta al dollaro potevano permettersi (seppur limitandosi alle riserve in dollari accumulate) di stampare moneta ed utilizzarla per qualsiasi scopo, gli stati dell’eurozona non possono fare altrettanto. Sono invece costretti a prendere in “prestito” la moneta nei mercati finanziari e tramite il sistema creditizio pagando gli interessi formulati da chi gliela presta. Si comportano, a tutti gli effetti, come una famiglia che chiede un prestito a Unicredit (o qualsiasi altra banca) ed è costretta, se vuole il prestito, a ripagarne gli interessi imposti. Il debito pubblico accumulato durante gli anni di permanenza in questo sistema criminale è a tutti gli effetti un debito “estero”, considerate che circa il 45% del dp italiano è in mano a banche francesi e tedesche, stessa cosa vale per quello greco, ma in proporzioni ancora più drammatiche.
    Considerare ancora la borghesia come il nemico numero uno è non avere più occhi per vedere. Il capitalismo, così come l’abbiamo conosciuto fino a pochi anni fa, sta scomparendo, l’economia reale sta morendo in favore di quella finanziaria. Potete verificarlo voi stessi, circa l’80% di tutto il denaro circolante nel mondo è in formato elettronico e la maggior parte viaggia nei mercati finanziari. I detentori del potere politico ed economico sono gli avvoltoi della finanza, i falchi del neoliberismo. Buona serata.

  • Militant

    Concordiamo con Brigante e con Riccardo, a parte la seconda parte del suo ultimo post.
    L’economia finanziaria, nonostante abbia consentito un abnorme surplus dei profitti, rimane sempre agganciata all’economia reale. Che ricordiamolo, a livello globale aumenta e non diminuisce. Aumentano i lavoratori, aumenta lo sfruttamento. E’ nella produzione economica che viene creato quel profitto che poi i capitalisti reinvestono non nella produzione ma nelle transazioni finanziarie.
    Sul parallelo euro/dollaro, lo spunto va preso come esempio, non come esatta corrispondenza. In questo senso, ha ragione Riccardo, messa così è anche peggio del dollaro agganciato alle monete latinoamericane. Ma il senso è quello: lo stato economicamente e finanziariamente forte si serve dell’emissione controllata di moneta delle economie minori per frenarne la svalutazione e quindi non consentirgli di adattare la propria economia alle loro esigenze. In tal modo, le economie succubi sono adattate alle eseigenze dell’economia statunitense. Un pò quello che sta accadendo oggi in Europa.

  • Brigante

    La cosa paradossale è che l’idea di Unione Europea nasce, nell’ottica di quasi 70 anni fa, per trovare un compromesso tra la necessità di porre un freno all’implicita natura espansionistica dell’unità geopolitica chiamata Germania e quella di garantirne lo sviluppo economico. Il paradosso sta proprio nel fatto che la “locomotiva” tedesca si è infilata nelle gallerie dei popoli sud-europei (per usare una metafora). Ovviamente oggi più che mai la sfida si gioca su scala internazionale, resta però il fatto che il modello imposto attualmente all’intera UE è quello tedesco.

  • Riccardo

    Militant, vorrei, senza polemica, invitarti a cercare nei numeri i cambiamenti che sono in atto a livello economico nel mondo. La massa di denaro mosso dalla finanza è estremamente più grande di quello mosso dal capitalismo tradizionale. Ti/vi invito a leggere questo articolo solo per farvi una vaga idea:

    http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=379

  • Militant

    Certo che la massa di denaro mossa dalle transazioni finanziarie è maggiore di quella derivante dai profitti della produzione, ma quella non sarebbe possibile senza questa. La finanza è un semplice moltiplicatore di profitti.
    Assumere il dato che il profitto è raggiungibile senza lo sfruttamento del lavoro significherebbe affermare che il capitale ha trovato il modo per riprodursi senza sfruttare l’unica cosa che in questi secoli ha potuto farlo riprourre: la forza lavoro. Questa è una tesi falsa e antistorica. Falsa perchè il capitale per riprodurre se stesso ha ancora bisogno del lavoro. Antistorica perchè nel suo sviluppo storico questo fenomeno si sta andando ad ingrandire. Aumentano le persone che lavorano, aumentano le fabbriche, aumenta lo sfruttamento, aumenta la produzione.

    Se il capitale potesse riprodursi senza la forza lavoro, il capitale non avrebbe più interesse a produrre: perchè aprire una fabbrica quando posso riprodurmi tramite una transazione finanziaria? Semplice, perchè la fabbrica è il solo modo che ha il capitale per rigenerare se stesso.
    Altrimenti, non staremmo vivndo una crisi economica da sovrapproduzione. Se il capitale non avess più interesse a produrre, vivremo una fase si scarsezza di merce; invece, ne stiamo vivendo una di sovrabbondanza che non trova mercati di sbocco.

    Ecco perchè, in sintesi, la finanziarizzaizone è uno specchietto per le allodole che non consente di vedere il vero nocciolo del problema: il profitto estratto dal lavoro sempr emeno garantito

  • Riccardo

    Non siamo d’accordo su questo punto, la forza lavoro aumenta solo ed esclusivamente nei paesi dove può essere ipersfruttata, Cina, India e pochissimi altri. In tutti gli altri sta diminuendo drasticamente da ormai 20 anni. Basti pensare che la forza produttiva industriale dell’italia è calata di 2/3 dal 1992 ad oggi, la disoccupazione non smette di crescere e le aziende continuano a chiudere in massa. Più del 70% dei nuovi occupati dal 1992 ad oggi è stato assorbito dalle grandi catene commerciali. Fottuti negozi. La borghesia di cui voi parlate è ridotta all’osso. Imprenditori si suicidano davanti a una cartella esattoriale di equitalia. Il capitalismo non è soltanto coca cola o nike che delocalizzano. La moneta che circola è stampata anche dai governi che ne fanno un uso disastroso. Negli USA tra il 2009 e il 2011 la FED, col consenso di Obama, ha fatto stampare 29 trilioni di dollari tutti distruibuiti alle banche per salvarle dal fallimento ed immettere liquidità nel sistema creditizio. Sono soldi usciti dal nulla, altro che fatica e lavoro sfruttato. Comunque capisco anche che questo non è il luogo adatto per fare polemica tra noi. Giustamente tu/voi hai/avete una visione ben radicata e i nostri sono paradigmi incommensurabili come direbbe Kuhn. Partiamo dagli stessi valori, ma arriviamo a conclusioni differenti. No, non sono fascista, solo Keynesiano.

  • Brigante

    “Più del 70% dei nuovi occupati dal 1992 ad oggi è stato assorbito dalle grandi catene commerciali”
    So che può sembrare un po’ semplicistico ma una facile domanda su questa tua affermazione fa vacillare la tua tesi: in queste grandi catene commerciali si vendono prodotti finanziari? Sarà, ma non ho mai visto uno scaffale di derivati!
    In ogni caso il profitto finanziario deve necessariamente avere delle radici nell’economia reale in quanto, come giustamente faceva osservare militant, lo sfruttamento della massa lavoro è la fonte primaria di tale profitto. Che la mole di denaro mossa dalla finanza sia molto superiore è pressoché scontato, considerando che il suo ruolo è proprio quello di gestire e moltiplicare i profitti dell’economia reale. Ma si tratta di una massa di denaro assolutamente fittizia in quanto deriva dall’ampliamento definitivo e completo della forbice tra valore di scambio e valore d’uso. Sulla finanza mi sono costruito un’immagine che trovo abbastanza suggestiva: una partita di cui i giocatori decidono in tempo reale le regole.

  • Riccardo

    Brigante, quell’affermazione era per smentire Militant quando dice che aumentano i lavoratori nelle fabbriche. Non è affatto vero, anzi diminuiscono drasticamente.

    La massa di denaro “fittizia” di cui parli è in grado di distruggere completamente un paese e la sua economia. Inutile chiedersi chi ne fa le spese, giusto?

    Gente come Soros e altri Hedge Funds muovono l’economia e la politica mondiale, hanno soldi per fare 10 guerre e per comprarsi coca cola e nike senza manco alzarsi dalla sedia. Questi sono i nemici numero 1, non la piccola e media borghesia. Non scherziamo per favore.

  • Ile

    Riccardo, di grazia, ci potresti mandare un dato statistico – istat, inps, o quello che ti pare – su questa DRASTICA diminuzione dei lavoratori delle fabbriche (poi dove? in italia? in europa? in madagascar?)?

  • Militant

    @ Riccardo.
    Nessuno dice che sei fascista o altro, stiamo solo discutendo, crediamo anche civilmente sebbene ognuno dalle proprie posizioni. Detto questo:

    “Non siamo d’accordo su questo punto, la forza lavoro aumenta solo ed esclusivamente nei paesi dove può essere ipersfruttata, Cina, India e pochissimi altri. ”

    L’ipersfruttamento è un dato acquisito a livello globale e non riguarda solo il terzo mondo. La progressiva precarizzazione dei rapporti di lavoro è ipersfruttamento. Oltretutto, la forza lavoro aumenta ovunque, anche in Europa. Poi dice giustamente Brigante, se uno prima lavorava in fabbrica e ora lavora da Carrefour, dov’è la differenza? Non lavora più? O lavora, pagato di meno, con peggiori condizioni contrattuali, con meno diritti? E cos’è questo se non ipersfruttamento? Come vedi, non c’è solo in Cina l’ipersfruttamento.

    “In tutti gli altri sta diminuendo drasticamente da ormai 20 anni. Basti pensare che la forza produttiva industriale dell’italia è calata di 2/3 dal 1992 ad oggi, la disoccupazione non smette di crescere e le aziende continuano a chiudere in massa.”

    Questo è falso: la forza lavoro in Italia è stabile da almeno un quarantennio. I lavoratori delle fabbriche sono gli stessi del 1960-1970 e 1980. Sono solo peggiorate le loro condizioni di lavoro e di vita, precarizzati i loro contratti e dislocati territorialmente quando prima erano accentrati produttivamente. Nessuna chiusura di aziende, che invece sono in costante crescita da trent’anni a questa parte.
    http://archivio.rassegna.it/2004/lavoro/articoli/istat/02.htm
    http://www.militant-blog.org/?p=1053

  • Destroy

    Se usciamo dall’euro ora come ora è un gran casino se ahi 100 euro in banca ti ritrovi con 10 mila lire un gran casino non è propaganda terroristica ma un dato di fatto .Tuttavia per capire realmente il danno bisognerebbe sperare che la Grecia esca dall’euro per rendersi conto . Non dovevamo entrarci in Europa prima con una moneta unica quando di fatto in Europa ogni nazione fa e fa tuttora i suoi interessi spesso comandando e imponendo austerita’ alle nazioni più deboli vedi la Germania . I paesi usciti dall’euro è vero che sono nelle stesse condizioni degli altri vedi Ungheria peresempio . Sui cattivi banchieri quello è populismo fascistoide che in questo articolo non vedo .Secondo me si puo restare nell’unione Europea cambiando euro in che ne so in euro 2-3 ma non si puo cambiare moneta almeno che questa non fallisca per tutti allora si . Io comunque la vedo brutta per il futuro vedo una dittatura che a spallate si fa largo . Comunque per capire realmente cosa succederebbe uscendo dall’ euro bisogna ripeto sperare succeda in Grecia e vedere i risultati da li poi farsi una idea se sia una cosa positiva oppure no . Sul governo attuale rimane comunque illegittimo e lontano anni luce dai problemi reali della gente questo puo realmente portare ad una escaletion di populismo fascistoide anche se più che fascismo io vedo una dittatura dei mercati finanziari perchè il problema non sono i banchieri quelli sono come dire i tesorieri di altri i veri divora nazioni sono questi l’International Center for the Settlement of Investment Disputes (ICSID).

  • rebeldia

    Dibattito interessante, ognuno porta teorie valide, solo che la mia preoccupazione è che qualcuno ha deciso che qualsiasi sia la nostra idea, il futuro sia già segnato. http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/8791-se-il-governo-non-%C3%A8-eletto-il-golpe-ce-lha-nel-sangue

  • Destroy

    Rebeldia intervento dell’esercito ad oggi è un azione di una dittatura altra parte questo governo nessuno lo ha eletto se autoletto da solo . Quello che mi spavento e hai perfettamente ragione che qualcuno abbia gia deciso che questo intervento portera’ nuove leggi repressive come in America oppure in Argentina con tanto di desaparecidos .Prima si convince la gente che serve un intervento duro per reprimere il terrorismo la gente accetta ,secondo si applicano leggi speciali (ricordo che in Italia il reato di tortura non esiste quindi non si puo processare nessuno tortura vecchi e recenti fatti lo dimostrano ) , terzo si reprime qualunque forma di dissenso per qualunque intendo anche la disobbedienza civile pacifista , 4 si instaura il regime quello vero non quello che ad oggi abbiamo di facciata con la favola dei tecnocrati. Temo hai ragione sul fatto che tanto loro sanno cosa succedera’ noi possiamo immaginare ma alla fine noi contiamo nulla per chi decide .

  • Riccardo

    @Militant

    “L’ipersfruttamento è un dato acquisito a livello globale e non riguarda solo il terzo mondo. La progressiva precarizzazione dei rapporti di lavoro è ipersfruttamento. Oltretutto, la forza lavoro aumenta ovunque, anche in Europa.”

    Ma non sto contestando lo sfruttamento dei lavoratori. Forse mi sono spiegato male. Sono partito da un concetto diverso, che è quello del confronto tra il capitalismo di oggi e quello di ieri. Sono diversi e quello attuale, sopratutto finanziario, lavora a livello sovranazionale e decide le economie dei popoli. A questo proposito ti consiglio di leggere “Shock Economy” di Naomi Klein nel caso non l’avessi già fatto.
    Lungi da me negare lo sfruttamento del lavoro. Sono discorsi differenti.

    “Questo è falso: la forza lavoro in Italia è stabile da almeno un quarantennio. I lavoratori delle fabbriche sono gli stessi del 1960-1970 e 1980. Sono solo peggiorate le loro condizioni di lavoro e di vita, precarizzati i loro contratti e dislocati territorialmente quando prima erano accentrati produttivamente. Nessuna chiusura di aziende, che invece sono in costante crescita da trent’anni a questa parte.”

    Non è corretto linkare dati che si riferiscono al 2001.
    Inoltre non ho parlato di forza lavoro, ma di capacità industriale dell’italia. Sono due concetti molto diversi.
    Mi spieghi come può aumentare la forza lavoro se aumenta contemporaneamente la disoccupazione? Guarda i dati degli ultimi anni, sta aumentando di 1 punto percentuale all’anno. La situazione in Europa è identica in quasi tutti i paesi.
    Sul fatto che siano peggiorate le condizioni di vita..beh non c’è alcun dubbio! Ma quello che vorrei far capire è che questa situazione è un progetto studiato a tavolino a partire dalla seconda metà degli anni 70 e che ha portato alla creazione dell’UE e dell’Euro. Le politiche di austerity attuali sono studiate a tavolino e mirano proprio ad infierire sulle condizioni del lavoro salariato.
    Tutto questo è opera del Neoliberismo. Stop it, now.

  • quechua

    si rebeldia è un bel dibattito e valido, ma se rimane qui dentro, su un computer a che e chi serve?
    io analizzerei il corteo ultimo di roma, ho visto foto di giovani, un bel gruppo con le bandiere che assomigliava al kke greco..ovviamento scherzo.
    forse l’ultimo corteo compatto e un pò convincente è stato quello della fiom
    ma se poi il popolo vota grillo, di pietro e tosi..di che vogliamo parlare?
    sperare che dai campi e dalle officine si prendano i pugnali, martelli, accette, falci, trebbiatrici, gru, camion, bastoni e si punti montecitorio?

  • Riccardo

    @Destroy

    La situazione dopo un’eventuale uscita dall’euro non è così semplice, ne scontata come la descrivi. Uscire dall’euro può essere fatto in tanti modi compreso quello di rinegoziare i debiti o i conti correnti. Ci sono, poi, degli studi attualissimi (per esempio quello dell’istituto finanziario NUMURA) che ha analizzato l’eventuale svalutazione nell’eventualità di un ritorno alla moneta sovrana. (http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/2012/03/27/uscendo-dalleuro-la-svalutazione-uccidera-la-nostra-economia-non-e-cosi/) Le cose non sembrano così catastrofiche..tutt’altro.

    Il nostro problema è che abbiamo perso il radicalismo dei diritti. Lo abbiamo completamente dimenticato.

    Il mio unico sindacato si chiama Mariarca Terracciano.

    http://www.youtube.com/watch?v=kPoTnoZRNHY

  • rebeldia

    Con tutto il rispetto per Mariarca, non puo’ essere quello il mio sindacato. Accostare tutte le sigle sindacali,confederali o padronali come UGL ai sindacati di base,antagonisti coi fatti e non firmatari di contratti capestro, significa fare un grosso favore al sistema capitalista,abituato a non avere più la necessaria opposizione.Una lotta radicale, non deve prevedere la morte dei lavoratori, ma al contrario necessita di tutta la forza ed energia possibile.Quanto a Barnard e alle sue tirate antieuropeiste, quello che ne ricavo, leggendolo è solo una diversa forma di capitalismo, magari meno selvaggio e con più regole. Il punto è che questo sistema capitalista è esploso, incapace di modificarsi se non sfruttando ancora di più le classi deboli, ormai stremate. Quando parlavo di dibattito interessante, non era ironia, è utile parlare di quale modello sociale seguire, ma credo che ormai siamo arrivati ad un punto di non ritorno,con il 40 % di non votanti,ed un paese disgregato in mille forme partito, buon ultimo quel furbacchione di Grillo, con un passato non limpido e sostenitori non proprio disinteressati.Credo che sia giunto il momento di assumersi le nostre responsabilità, con la ricostruzione di un fronte comunista,che sappia in qualche modo intervenire nel dibattito politico, e non restare ai margini della società. La manifestazione di sabato a Roma,è stato un primo passo di riunificazione, anche se poi ascoltare Diliberto fare il contabile, sommando i voti del fascista Di Pietro, fa venire preoccupazione.L’esempio della Grecia, con la riscossa dei partiti della sinistra, vera, non camuffata alla Vendola, deve servire da stimolo anche in Italia, magari evitando le divisioni tra KKE e Syriza, che chiamati a dare un segnale d’unità , hanno preferito separarsi , invece che dare un idea per un nuovo governo, capace di contrastare la BCE.Ora il nostro compito, è quello di gettare le basi per un programma politico, che metta al centro della sua azione l’esigenza di di garantire una vita dignitosa per tutti, e serve tutta la cultura e il sapere dei tanti militanti, che ogni giorno discutono sulla rete, nei collettivi,nelle manifestazioni.Ora è il momento di capire cosa è possibile fare, quale modello di società proporre a quella massa disperata di proletari, non ancora rassegnati o conquistati dai vari imbonitori alla Grillo o Bossi.Serve uno scatto in avanti, oltre al conflitto sociale,dobbiamo dare un segnale di maturità ed elaborare un insieme di teorie , che sappiano interessare anche chi ha perso interesse per la politica.Grazie a Militant, a tutti voi che ogni giorno scrivete, io non possiedo una cultura elevata, sono solo un operaio che non vuole morire in una società di merda e classista come questa. Forza compagni, un saluto a pugno chiuso.

  • Militant

    Shok economy (ovviamente) l’abbiamo letto, ma nell’ambito di questo discorso c’entra indirettamente;

    “Mi spieghi come può aumentare la forza lavoro se aumenta contemporaneamente la disoccupazione? ”

    Il concetto di disoccupazione concepito dalle statistiche pubbliche è un dato simbolico che non va assolutamente preso come descrizione oggettiva della realtà. Le statistiche della disoccupazione sono basate su dati artificiosi e politicamente orientati
    http://www.militant-blog.org/?p=6256
    Dunque, non è che c’è un punto percentuale di disoccupati in più ogni anno, semplicemente perchè quel punto è un’astrazione statistica che con la realtà dei fatti c’entra poco o niente.
    Nel 2003, dopo l’entrata in vigore della legge Biagi, la disoccupazione magicamente, da un mese all’altro, diminuì del 3%…ma questo ovviamente non perchè c’erano il 3% di disoccupati in meno, ma perchè con l’allargamento della contrattazione precaria vennero conteggiati lavoratori che altrimenti erano fuori dalle statistiche.
    Oltretutto, a parte il concetto di disoccupazione va tneuto conto di altri fattori, come il numero di occupati, di chi cerca lavoro, dei lavoratori in nero, ecc….

    Detto questo, crediamo di aver capito il tuo punto di vista e probabilmente più che punti di vista diversi si tratta di incomprensioni su alcuni aspetti

  • lupa

    “In soldoni, la zona della moneta unica, essendo priva di rappresentanza politica, lascia il campo libero all’autogestione dei poteri economici. I governi dei singoli stati sono come tante giunte regionali, capaci di regolare le attività territoriali di specifica competenza, ma senza governo centrale. I fattori economici e finanziari si autogestiscono, senza alcuna mediazione. Nei paesi dove questo non avviene, e cioè dove la politica conserva ancora in parte il potere di attenuare o di contrastare la violenza delle pressioni finanziarie, il ricatto non produce gli stessi effetti. La soluzione di lungo periodo sarebbe quella di creare uno spazio di rappresentanza politica e di governo all’interno dell’Unione Europea. Ma in assenza di un movimento reale che vada in questo senso, questo lungo interregno può portarci alla catastrofe. Rimanere nell’Unione Europea uscendo dalla zona monetaria non è detto che sia il peggiore dei mali. Anche per l’Italia.”

    Sinceramente quello che non mi è chiaro è:
    1) Cos’è l’autogestione dei poteri economici? In sostanza i poteri economici cosa sono? Da chi sono gestiti? Una classe o cosa? E per gestire “un potere economico” non ci vuole decisione politica?
    2)”Lo spazio di rappresentanza politica”, che potrebbe mediare l’autogestione dei poteri economici, a cosa dovrebbe corrispondere? Ad una democrazia parlamentare di stampo borghese a livello europeo? Alla democrazia operaia cioè al “fugile in spalla agli operai” (per dirla con Lenin)?
    A parte tutto, la chiusa dell’articolo, politicamente, non mi sembra chiarissima…

  • Militant

    @ Lupa
    Significa che un conto è un potere economico che si rappresenta tramite una classe politica eletta; un altro è il potere economico che direttamente governa. E’ abbastanza chiaro e non è una differenza di poco conto. Poi, ovviamente, è una differenza tutta insita nel capitalismo, non un’alternativa. Ma il capitalismo non è tutto uguale, altrimento fascismo, socialdemocrazia, neliberismo, dirigismo, capitalismo di stato, ecc…sarebbero tutte le stessa cosa e darebbe tutte lo stesso margine ai chi promuove l’alternativa di classe. E così non è.

  • treee

    quest’analisi, stranamente, mi sembra molto superficiale. Forse per far comprendere ad un pubblico piu’ vasto l’argomento di discussione, ma tant’è. Come prima cosa mi sembra una forzatura accostare Uk, Svezia ma anche Rep. Ceca, Polonia e Ungheria alla Grecia (come giovanni ha fatto notare). Ma la cosa che “vi rimprovero” è il non voler pensare agli scenari apocalittici che si verificherebbero qualora la Grecia uscisse ora dall’euro, tanto per dire: svalutazione della dracma mostruosa che porterebbe sì ad un grande export (che poi di cosa, oltre all’orate ??!) ma stipendi statali da fame, impossibilità di finanziarsi sul mercato estero (= taglio spesa pubblica e tasse alte comunque) nonchè import costosissimo ma non solo, tutte le banche ed i risparmiatori che hanno titoli ellenici si troverebbero con carta igienica di scarso valore fra le mani. Ma poi siamo certi che il problema della Grecia sia principalmente l’euro ? Senza la moneta unica non avrebbero questi problemi li ? E lo stesso discorso vale anche da noi.. E se, semplicemente, l’euro fosse svalutabile invece di essere ingessata al 2%? Detto questo penso che qualcuno in Germania e Francia stia facendo un’operazione semplice semplice: bmw vendute in Grecia – bond ellenici posseduti.. in base a questo decideranno se conviene salvarli o meno.

  • Brigante

    Vedi tree lo scenario che descrivi tu per la Grecia non mi convince e sai perchè? Perchè si dà per scontato che la Grecia esca dall’euro mantenendo il sistema produttivo ed economico attualmente vigente. Mi spiego meglio. Tu dici che l’impossibilità di finanziarsi sul mercato estero porterebbe automaticamente al crollo dei servizi pubblici e ad una impennata delle tasse. Ma questo non è automatico. Ricordiamoci che il famoso debito pubblico è stato creato proprio finanziandosi sui mercati esteri,ovvero facendosi prestare soldi a tassi sempre maggiori dai grandi finanziatori internazionali. Ma se il governo ellenico decidesse di tagliare la spesa militare incredibilmente alta che ha sollazzato le casse delle industrie mittle-europee non avrebbe forse bisogno di meno “finanziamento estero”? Se non fosse più necessario sottostare ai ricatti dell’UE in termini di privatizzazione selvaggia dei servizi lo Stato greco non riuscirebbe forse a garantire un tenore di vita migliore ai propri cittadini? Chiaramente è da folli pensare che l’uscita dall’euro possa essere una manovra completamente indolore o che sia la panacea per tutti i mali, però al tempo stesso penso che non ci si debba lasciare ipnotizzare dai mantra di Repubblica & friends che la considerano alla stregua dell’apocalisse.

  • Militant

    Caro Treee, l’analisi sarà anche superficiale, ma nonostante la sua semplicità riesci a non comprenderla.
    Punto primo: l’accostamento di paesi con contesti e situazioni comletamente differenti era voluto (e si capiva…). Il senso è abbastanza semplice: qualsiasi contesto prendiamo ad esame, o a modello, essere fuori dall’euro in questi anni è stato meglio che essere dentro l’unione monetaria. L’elenco eterogeneo serve a rafforzare la tesi, non a confutarla. Ora te lo abbiamo spiegato in termini ancora più semplici, crediamo che tu possa aver compreso.

    Punto secondo: nessuno ha affermato che un’uscita di un paese (la Grecia in questo caso) dall’euro sia indolore. Ma gli scenari “apocalittici” che riferisci forse non ti stai rendendo conto che la Grecia li sta già vivendo, da due anni a questa parte. Una sua uscita ne aggraverebbe (forse) nel brevissimo periodo la situazione, ma di certo ne consentirebbe di immaginarne una soluzione, sarebbe l’avvio di un possibile percorso di uscita dalla crisi, che così com’è è impossibile.
    Come dice giustamente Brigante, nessuno si sta rendendo conto che l’unico orizzonte possibile che riusciamo ad immaginare sia quello determinato dalla situazione economico-finanziaria auttuale. Ma ci sono delle alternative. Ci sono moltissimi modelli di sviluppo possibili, e un paese fuori dal ricatto europeo potrebbe sondarli tutti, senza esserne ricattato. Parlare di export, import, svalutazione, ecc…sono tutti riferimenti culturali determinati (e imposti culturalmente) dalla chiave di lettura neoliberista odierna.
    Ma bisogna uscire da questa ottica. Su questo non ribadiamo ciò che dice benissimo Brigante, ancora una volta. L’unico modello di sviluppo (capitalista) possibile non è solo quello pensato dalla BCE e dall’FMI.

    Poi, alla fine di tutti questi discorsi, rimane sempre valida l’obiezione che stiamo ragionando esclusivamente all’interno di un paradigma capitalitistico della soluzione alla propria recessione economica. Questo è indubitabile. Un paese fuori dall’euro continua ad essere capitalista, forse rimarrebbe neoliberista, non cambierebbero di certo le dinamiche produttive e i rapporti di classe.
    Però…c’è un però grande come una casa: i rapporti di forza, sebbene ancora favorevoli al capitale, verrebbero notevolmente ridimensionati. Un conto è una Grecia in cui il suo sviluppo è determinato dalla BCE. Un conto è una Grecia libera da condizionamenti esterni a guida, ad esempio, di Syriza, con un KKE ancora più combattivo, ecc…ed è solo un semplice esempio per affermare un discorso più generale: nell’euro (non nell’Unione Europea, ma nell’area della moneta unica), la politica è privata del suo potere di mediazione. Fuori dall’euro, una parte del suo potere di mediazione viene riacquisita. Sarà poco, ma serve a creare delle condizioni da poter sfruttare come compagni. E non è poco.

  • Manfredi

    Io non credo che parlare di export, import, svalutazione ecc significhi sottostare alla “chiave di lettura neoliberista odierna”..i paesi organizzati secondo modi di produzione diversi (a partire da Cuba), o che comunque stanno facendo significativi progressi dal punto di vista dell’organizzazione dell’economia (penso all’America Latina), hanno fatto i conti con tutte quelle questioni, e lo fanno continuamente! Si tratta semplicemente di saper affrontare quelle questioni da un punto di vista diverso da quello dominante nella nostra società.

    Tree, mi sembra però che tu accetti tutte le interpretazioni “apocalittiche” degli effetti di un’uscita dall’euro che ci vengono raccontate ogni giorno, e che sono fondamentalmente sbagliate. Mi spiego.

    Gli effetti positivi di una svalutazione della dracma sull’export li sottostimi perché sostieni che il tessuto produttivo greco è praticamente inesistente…tuttavia, come dice giustamente brigante, il semplice poter ricorrere alla svalutazione permetterebbe, col tempo, la ricostruzione di un tessuto industriale, che in realtà era ben presente, ma si è progressivamente desertificato con l’integrazione della Grecia nel mercato comune europeo, specialmente a partire dagli anni Novanta.

    Sugli effetti negativi della svalutazione, ti dimentichi che tornare alla propria valuta nazionale significa anche ridenominare tutti i contratti denominati in ‘euro greci’: ciò significa che gli unici a subire danni sarebbero i possessori stranieri di quei titoli, che un attimo dopo il pagamento si ritroverebbero un ammontare più basso di loro valuta (marchi?) tra le mani. Ti dimentichi che l’impossibilità di finanziarsi sul mercato estero (che solitamente dura poco..) non intaccherebbe in alcun modo la capacità di spesa del governo, perché questo potrebbe finalmente finanziare la spesa pubblica in deficit tramite creazione di moneta: dunque nessun taglio alla spesa pubblica (anzi!) e nessuno stipendio statale da fame (quelli ci sono oggi, in Grecia!). Il problema dell’import che diventa più costoso c’è, ma può essere affrontato in tanti modi.

    Detto questo, mi pare che ci siano tutte le condizioni per ragionare su pro e contro della permanenza nell’euro, come propone l’articolo dei Militant. Su questa questione, però, condivido un dubbio di lupa sull’ultima frase dell’articolo: poiché, come giustamente suggerisce tree, c’è una chiara convenienza per gli esportatori tedeschi a mantenere tutti nell’euro e nel mercato unico, che senso ha minacciare un’uscita dall’euro senza al contempo minacciare, come suggerisce Brancaccio, la fine dell’integrazione dei mercati, ossia la fine dell’UE?

  • Militant

    @ Manfredi
    Un attimo: si può parlare di tutto, anche delle sovrastrutture finanziarie. Il problema è vedere queste come l’unico orizzonte possibile, oppure analizzarlo nell’ambito di altre opzioni.
    Si può parlare di export, import, svalutazione della dracma, certo! Si può parlare anche di spread, ovvio. Ma l’importante è relagarlo al suo giusto posto, e cioè essere un dato come un altro, non il paragone dietro cui orientare l’economia di uno stato.
    Senza più euro probabilmente la Grecia vedrebbe saltati tutti i parametri economico-finanziari odierni. Bene, e quindi? Cioè, in fin dei conti, chissenefrega. I parametri di valutazione di un economia sono ben altri, non quelli imposti culturalmente dal neoliberismo galoppante.
    I bond greci sono incomparabili con quelli tedeschi? Esticazzi!

  • lupa

    @ Militant
    Grazie della risposta

  • treee

    Militant forse non mi sono spiegato bene: avete detto che i paesi fuori dall’euro stanno meglio e così non è o, se lo sono veramente, non è perchè hanno rifiutato l’euro.

    Detto questo il discorso di brigante mi affascina molto perchè quello che lui “sogna” è il sogno un po’ di tutti qui dentro..il problema è realizzarlo ! Ipotizzare nazionalizzazioni, cambio sistema produttivo ed economico, ridimensionamento dell’esercito, tutto bello sicuramente però poi ti ricordi che la Grecia è stata sotto i colonnelli fino a pochi anni fa, pensi che nazionalizzare dalla sera alla mattina non è facile e che nel frattempo chi paga gli stipendi ?

    @manfredi: la Grecia e le industrie ?! Forse sono male informato io ma per quel che so i prodotti piu’ esportati sono i prodotti della terra e del mare e il turismo.
    “Sugli effetti negativi della svalutazione, ti dimentichi che tornare alla propria valuta nazionale significa anche ridenominare tutti i contratti denominati in ‘euro greci’: ciò significa che gli unici a subire danni sarebbero i possessori stranieri di quei titoli, che un attimo dopo il pagamento si ritroverebbero un ammontare più basso di loro valuta (marchi?) tra le mani.”
    In realtà quando parlavo di carta igienica mi riferivo proprio a questo.

    “Ti dimentichi che l’impossibilità di finanziarsi sul mercato estero (che solitamente dura poco..)[a sì??] non intaccherebbe in alcun modo la capacità di spesa del governo, perché questo potrebbe finalmente finanziare la spesa pubblica in deficit tramite creazione di moneta: dunque nessun taglio alla spesa pubblica (anzi!) e nessuno stipendio statale da fame (quelli ci sono oggi, in Grecia!).”
    Qui ti dimentichi una piccola cosa: stampare moneta a nastro ti fa pagare sicuramente gli stipendi ma per quanto può andare avanti ? Ti dimentichi forse l’inflazione che ne scaturirebbe ?
    Una cosa che si potrebbe fare è, come ho detto, svalutare l’euro (cosa che gli Usa fanno con il loro $ da secoli, fregandoci tutti).

    “Si può parlare di export, import, svalutazione della dracma, certo! Si può parlare anche di spread, ovvio. Ma l’importante è relagarlo al suo giusto posto, e cioè essere un dato come un altro, non il paragone dietro cui orientare l’economia di uno stato.”

    Sono perplesso..

  • Manfredi

    tree…il tasso di interesse sui titoli include il premio per il rischio di una svalutazione. Se un cittadino italiano ha acquistato un titolo greco lo scorso anno, sta percependo oggi qualcosa come il 30% di interessi (ma anche di più: altro che carta igienica!), perché ha potuto comprare quei titoli ad un prezzo stracciato. Se la Grecia torna alla dracma e svaluta, il valore di quel titolo in termini di euro si riduce, e questo giustificherebbe (ma fino ad un certo punto) quell’alto “premio per il rischio”. Altrimenti che rischio è?

    Sull’inflazione: va bene che l’economia dominante è, in quanto tale, entrata nella saggezza comune, ma almeno studiamocela questa teoria economica secondo cui la creazione di moneta si traduce necessariamente in un aumento dei prezzi. E non basta dire “chissenefrega” o “esticazzi” se si desidera “relegare i fenomeni al loro giusto posto”, come giustamente suggeriscono i Militant. Secondo quella teoria, tree, succede effettivamente quello che dici tu, ma sai perché? Perché si ipotizza il pieno impiego delle risorse: quelle teorie ruotano attorno all’idea che il libero operare dei mercati è in grado di assicurare, tra le altre cose, la piena occupazione. A te risulta che in Grecia vi sia la piena occupazione? A me risulta che c’è un tasso di disoccupazione ufficiale del 20,7%. Dunque non c’è alcun ostacolo oggettivo al finanziamento della spesa pubblica tramite creazione di moneta.

  • Manfredi

    Tutto questo per dire che la scelta di comprimere la spesa pubblica, la cosiddetta austerità, è una scelta Politica, che ha come scopo ultimo il trasferimento di risorse dai salari ai profitti. Si tratta di una politica di classe, e qualsiasi interpretazione che pretende di attribuire a quella scelta una giustificazione oggettiva (il rischio inflazione) è pura ideologia.

  • treee

    “il tasso di interesse sui titoli include il premio per il rischio di una svalutazione.”
    Fin qui ci siamo, definizione da manuale. Ma “se un cittadino italiano ha acquistato un titolo greco lo scorso anno, sta percependo oggi qualcosa come il 30% di interessi (ma anche di più: altro che carta igienica!), perché ha potuto comprare quei titoli ad un prezzo stracciato.”
    Quello che dici tu è speculare e chi lo fa mette in conto la possibilità di rimetterci, ma chi ha concluso contratti prima di un anno fa ? Si parla di contratti di lavoro, di bond dati a pensionati e cassintegrati etc etc..

    Concordo con te sul fatto che l’austerity sia sicuramente una scelta politica che sta portando al disastro milioni di europei salariati ma non credo che la soluzione per la Grecia sia quella di lasciare l’euro.

  • Brigante

    Tree, sono ben consapevole del fatto che nazionalizzare dalla sera alla mattina non è facile, ma vogliamo dirlo che esiste una (in realtà molte) prospettiva diversa o siccome è difficile facciamo finta di dover rincorrere per forza lo spread a botte di tagli ai salari e svendite del patrimonio pubblico? Lo vogliamo dire o no che un popolo, in questo caso greco ma varrebbe per qualunque altro, ha il diritto di rivendicare la sovranità delle proprie scelte invece di essere colonizzato dai famosi mercati? Insomma, vogliamo provarla a vedere questa via d’uscita “da sinistra” o stiamo a guardare che cosa si decide a Francoforte?
    Personalmente ritengo che la crisi economica stia semplicemente proponendo il dilemma: guerra di popolo o guerra al popolo. I governanti, in quanto espressione della classe dominante hanno già scelto la seconda opzione. I popoli devono aprire gli occhi e decidere cosa fare del proprio destino.

  • Compagno

    Credo che il problema non sia euro si od euro no, ma far capire alla gente, al popolo, che l’uscita dall’area euro e’ una scelta sovrana e possibile (credo che il senso dell’articolo sia questo), senza che si provochi chissa’ quale disastro economico, poi il punto e’ come uscirne, questo e’ ovvio, perche’ se se ne esce con una deriva populista e capitalista si rischia veramente di accentuare i problemi che oggi ci sono, ma se se ne esce con una politica di sinistra (socialista e’ sognare troppo) del tipo ”Islanda” non e’ detto che ci vada male.
    Parlare di questo non e’ fantaeconomia, e’ uno scenario possibile ed attuabile.

  • Brigante

    Lo so che può sembrare OT rispetto al post, ma mi sembra doveroso rivolgere uno sguardo a quanto successo oggi a Brindisi. La bomba infame, a quanto pare di matrice mafiosa, è un’ulteriore segno dell’importanza della posta in gioco. In Italia il potere criminale che attenzione, non è l’antistato come ripetono le campane della propaganda, ma una parte organica dello Stato borghese, ha da sempre utilizzato la strategia della tensione (lasciatemi passare l’espressione non proprio puntuale)quando si è trattato di ridefinire i rapporti di forza interni. Portella delle Ginestre nel dopoguerra e le bombe degli anni ’90 ne sono la triste testimonianza. Da comunista e da meridionale mi sento di affermare che la mafia è l’espressione più selvaggia del potere capitalista contro cui è doveroso opporre la più strenua resistenza. Solidarietà ai compagni che lottano anche contro queste barbarie. Saluti a pugno chiuso.

  • GSX

    @Riccardo (e in generale sul tema finanza-produzione): lo spostamento dei profitti dal campo produttivo a quello finanziario è una tendenza degli ultimi 40 anni. Dai dati degli ultimi anni si constata piuttosto il fatto che questa sia arrivata a termine (quei capitali accumulati vengono bruciati a ritmo incessante ogni giorno nelle borse).
    Concentrarsi su banche e finanza, considerando inoffensive le altre componenti, vuol dire arruolarsi per queste…che è diverso dallo sfruttarle in termini di rapporti di forza…

    In tutto ciò, la cosa che a molti sfugge (o che non è sufficientemente evidenziata), è che la fase di espansione finanziaria non è una novità all’interno del capitalismo. Lo spiegava bene Arrighi nella sua analisi dei cicli egemonici, anche se per comprenderla occorre constatare che quella fase sta volgendo al termine e soprattutto abbandonare la favoletta dell’impero. Qui c’è l’illuminante postfazione a “Il lungo XX secolo”:
    http://is.gd/arrighi_postfaz

    Qui invece un articolo che, tralasciando la lettura ciclica di Arrighi, inquadra comunque bene le alternative (…) in ballo, facilmente attualizzabile rispetto alle recenti elezioni francesi:
    http://is.gd/nicolacasale

  • rafeli

    Vi linko le opinioni di uno degli economisti più seri che si stiano occupando dell’argomento: spiega da posizioni “ortodosse” keynesiane e scientificamente inoppugnabili i motivi per cui l’Euro (e lo SME) prima sia il prodotto di due movimenti storici: la lotta di classe al contrario del grande capitalismo europeo e la secolare lotta della germania per assicurarsi mercati di sbocco. Sono sicuro che sarà di grande aiuto, anche perchè non ha senso accapigliarsi in base al sentito dire (mi ha detto mio cuggino che la grecia esporta solo orate). Bisogna considerare i dati, e lui li fornisce in modo alluvionale.
    In estrema sintesi, il motivo dell’insostenibilità dell’euro è lo SQUILIBRIO DELLA BILANCIA COMMERCIALE tra paesi europei, che non può più essere controbilanciato dal mercato valutario. Questo confuta immediatamente (non fidatevi di me: guardate i dati) ogni idea tipo “mantenere l’euro ma svalutarlo”.

    http://www.ilmanifesto.it/dossier/la-rotta-deuropa/il-forum/mricN/5642/
    http://goofynomics.blogspot.it/2011/11/luscita-delleuro-redux-la-realpolitik.html

  • Militant

    Grazie mille per i contributi linkati!

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