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Il conflitto sociale, l’unica chance che ha il capitale di sopravvivere

 

Come andiamo dicendo ormai da anni, questa crisi – a nostro modo di vedere – nasce da una lenta ma inesorabile perdita di diritti e potere d’acquisto dei lavoratori occidentali. Una crisi che non inizia nel 2008, o nel 2007, ma parte da molto più lontano, e solo l’assuefazione finanziaria e debitoria ha reso possibile mascherare l’enorme problema che covava il capitalismo, manifestandosi solo recentemente. La droga del consumo a debito ha potuto rimandare di qualche anno un esito che però appariva prevedibile (e infatti c’è chi lo aveva previsto, e non il solito pluricitato Roubini, che ormai ha assunto il ruolo di stregone dell’economia mondiale), e cioè una sovrapproduzione sempre più dilagante a fronte di sempre peggiori condizioni di vita di coloro che producevano. Tutto questo sta diventando, lentamente, coscienza comune. Tutti, infatti, si stanno rendendo conto di come, in fin dei conti, le loro condizioni di vita siano cambiate di poco rispetto a prima della “crisi”, e che nel 2006 non è che stavamo nettamente meglio di oggi. Di come le nostre condizioni di vita, le nostre esistenze, erano già in crisi prima che questa si palesasse come complotto finanziario alla buona e sana economia industriale che invece prosperava prima dell’uragano Lehman Brothers. Insomma, la soluzione non è tornare al 2006, o al 2000, per risolvere, anche in parte, i nostri problemi.

 

Il livello dei nostri redditi – serie storica –

 

Discorsi ripetuti fin troppe volte. Un’altra questione invece ci preme affrontare in questo caso. Ciò che ha portato a questa crisi, e cioè questa fase strutturale del capitalismo che peggiora le condizioni di vita dei lavoratori, è determinata dall’assenza di conflittualità sociale nel mondo del lavoro. Più sinteticamente possibile, il paradosso capitalista è proprio questo: solo la conflittualità nel mondo del lavoro può garantire al capitalismo stesso la sua sopravvivenza. Come è possibile? Cercheremo di tagliare con l’accetta ed essere il più schematici possibile, quindi perdonateci la generalizzazioni.

 

Il grande ciclo di lotte operaie iniziato nei primi anni del novecento e conclusosi, grosso modo, verso la fine degli anni settanta (o, se vogliamo, vari cicli di lotte differenti nei modi ma simili negli obiettivi e nel ruolo storico), ha potuto garantire un miglioramento continuo delle condizioni materiali d’esistenza di noi tutti. Non è stato il capitalismo a creare ricchezza e soprattutto la sua redistribuzione, ma una conflittualità altissima nel mondo del lavoro.

 

Questo pdf è un po’ pesante e lungo, però descrive perfettamente il calo della conflittualità operaia (tramite il rilevatore degli scioperi) che emerge evidentemente dai primi anni ’80 ad oggi.

http://milanointernazionale.files.wordpress.com/2009/03/scioperi.pdf

 

Questo scontro irriducibile fra i due mondi contrapposti del capitale e del lavoro garantiva, al mondo del lavoro, tassi di disoccupazione ridotti, forte potere contrattuale da parte dei lavoratori, e quindi, in definitiva, migliori condizioni economiche e più diritti non solo per chi era già dentro il mondo del lavoro, ma per tutta la società nel suo insieme, che beneficiava di questa conflittualità. Queste migliori condizioni garantivano alle merci prodotte un mercato di sbocco naturale. Chi produceva, tramite il suo lavoro, era lo stesso soggetto che poteva permettersi l’acquisto, cioè il consumo, di ciò che veniva immesso nel mercato. Il sistema si reggeva su questo equilibrio, e cioè la conflittualità operaia garantiva ai lavoratori salari adeguati a consumare ciò che veniva prodotto (conflittualità operaia non vuol dire solo lotte dei lavoratori, ma anche la centralità che tutto il resto della società, o almeno della politica, davano a queste lotte).

Cosa succede dagli anni ottanta ad oggi, invece? La sconfitta storica delle lotte operaie, la fine della conflittualità perenne fra mondo del lavoro e capitale, ha portato ad un arretramento impercettibile ma costante delle condizioni di vita dei lavoratori:

 

(Notate bene: da quando finisce la conflittualità operaia diminuiscono i salari e aumentano i profitti delle aziende)

 

(Notate bene anche questo: i lavoratori continuano a produrre valore aggiunto per l’economia ma ricevono sempre meno compensi per questo. Aumenta la produttività e diminuisce proporzionalmente la busta paga)

 

Stipendi lentamente sempre più esigui, quindi persistente, anche se il più delle volte impercettibile, perdita di potere d’acquisto e di conseguenza dei diritti economici e sociali del mondo del lavoro e, quindi, di tutto il resto della società. La redistribuzione della ricchezza che veniva garantita dalla conflittualità permanente ha preso a correre verso l’alto. La ricchezza prodotta, sempre più alta, veniva però a concentrarsi tutta dalla parte del capitale, e sempre meno ridistribuita nella società. La forbice degli stipendi si andava alzando sempre più vertiginosamente, anche se a piccoli passi, quelli necessari per non provocare crepe pericolose per il sistema economico e alla tenuta sociale e politica dei paesi occidentali.

Ora, fin qui, in fin dei conti, tutto bene, almeno dal punto di vista dei padroni. Non per il sistema economico, però. Il problema era che la perdita di potere d’acquisto nel mondo del lavoro determinava l’impossibilità sempre più evidente di poter consumare ciò che veniva prodotto. Il normale equilibrio fra produzione e consumo si andava alterando. Visto che i mercati di sbocco, al di là dell’occidente, non esistono, il sistema si è sempre più orientato verso le esportazioni piuttosto che sul consumo interno. Le esportazioni avvenivano, ovviamente, verso l’unico paese al mondo che aveva ancora una certa quota di ricchezza marginale spendibile per smaltire tutta la produzione in eccesso del mondo occidentale, cioè gli Stati Uniti (che infatti sono sempre stati un paese che importa tantissimo ed esporta pochissimo, in proporzione alla loro economia).

 

 

Alcuni link utili prima di andare avanti:

http://www.tradingeconomics.com/charts/united-states-balance-of-trade.png

http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en|it&u=http://www.census.gov/foreign-trade/balance/

 

Questi, però, ad un certo punto del loro sviluppo, hanno incontrato sulla loro strada lo stesso problema dei paesi europei. Non potendo però spostare il loro mercato di sbocco all’estero, vista la crisi di consumo che stava nel frattempo espandendosi in Europa, e non potendo certo esportare nei paesi del terzo mondo, che ovviamente non avevano livelli di vita adeguati per poter assorbire tutto ciò che veniva prodotto, hanno mantenuto i loro livelli di spesa e di acquisto sostituendo al potere reale della moneta quello aleatorio – e immateriale – del debito. Non potendo più acquistare direttamente, i cittadini americani hanno iniziato a pagare a rate, hanno iniziato a sostituire il loro potere d’acquisto reale con un potere d’acquisto drogato, fittizio, garantito dai prestiti delle banche e dalle varie istituzioni finanziarie. Questa cosa è un po’ difficile da comprendere, visto che il più delle volte si equiparano troppo facilmente i sistemi economici europei e statunitensi, ma le differenze sono abissali. Mentre in Europa, tendenzialmente, si è soliti indebitarsi con le banche per comprarsi una casa, o al limite una macchina, accendendo mutui solo a fronte di spese oggettivamente troppo elevate per un normale stipendio, negli Stati Uniti tutto il consumo è fatto a debito. Elettrodomestici, iscrizioni alle scuole e alle università, acquisto di vestiti costosi e via dicendo, insomma in generale ogni spesa che non rientra nell’ordinaria amministrazione viene effettuata ricorrendo al prestito bancario. Bene, questo ha creato quell’enorme distorsione del mercato, per cui gli statunitensi hanno potuto continuare a comprare ciò che producevano  - e produceva l’Europa – senza che però avessero la solidità economica necessaria per farlo, creando quel vortice economico-finanziario che poi è impazzito con la crisi dei mutui del 2007.

 

 

Ecco i fatti:

Il bilancio delle famiglie è in condizioni peggiori che in qualsiasi altro punto nella storia dalla Grande Depressione. Dal 2001 al 2007, il debito per le famiglie degli Stati Uniti è aumentato a $ 14 trilioni, dai 7.000 miliardi dollari, e il rapporto tra debito delle famiglie e prodotto interno lordo è stata superiore nel 2007 rispetto a  altro qualsiasi momento dal 1929 (e sappiamo com’è finita).

L’aumento dei valori di casa durante il boom ha mascherato il sovra indebitamento del settore delle famiglie, il calo conseguente dei prezzi delle case ha rivelato quanto male haprodotto l’abbuffata del debito. default ipotecari e pignoramenti che hanno raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi 30 anni, nel lontano i dati vanno.

Da Bloomberg.com (tradotto da google traduttore, quindi fa un po’ schifo)

 

Quindi? Ecco, secondo noi ciò è stato possibile proprio perché è venuta meno la forza che riequilibrava tutto il sistema, e cioè proprio la conflittualità del/nel lavoro. Questa è venuta meno per varie ragioni, da cause strutturali e per precisa volontà del capitale alla scomparsa del blocco socialista, per una perdita di credibilità delle forze della sinistra all’assenza di proposte politiche adeguate, allo spostamento del discorso politico collettivo che ha sempre più marginalizzato il lavoro come tematica centrale dello sviluppo e del benessere sociale. Non è però questo il momento di affrontare questi problemi. Il vero problema è che viviamo un paradosso evidente: senza conflittualità operaia il capitalismo non funziona, non riesce più a rigenerarsi, vive profonde contraddizioni che non ne genereranno il crollo, ma non lo fanno neanche più produrre ricchezza. Al contrario, solo una ripresa del conflitto sociale nel mondo del lavoro può garantire al capitalismo la sua sostenibilità, e cioè la possibilità di creare mercati di sbocco alla sua inarrestabile forza produttrice che aumenta vertiginosamente ogni anno. Ciò che produceva un operaio nel 1970 con otto o dieci ore di lavoro oggi potrebbe essere prodotto con neanche tre ore. Tutto il resto non è solo profitto aggiunto per il capitale, ma anche aumento clamoroso di produzione che però rimane invenduta. Finiremo con i padroni che ci pregheranno di mobilitarci contro di loro.

Come uscire da questa fase recessiva, senza apparenti vie d’uscita che non portino ad una riorganizzazione del capitalismo su basi cinesi? La speranza è che i livelli di vita delle popolazioni in cui è dislocata la produzione occidentale si alzino a tal punto da rendere anti-economico esternalizzare la produzione e spostarla in quei paesi. Questo garantirebbe, se non altro, la fine del ricatto per cui a lotte sindacali i padroni rispondono unicamente tramite la delocalizzazione della produzione. Il ricatto Marchionne, insomma, è effettivamente impossibile da sconfiggere, allo stato di cose presenti. Qualsiasi problema produttivo nei paesi ad alto reddito viene risolto con lo spostamento della produzione. Le conseguenze sociali che produce questo ricatto sono tutte addebitate agli stati nazionali, che infatti non hanno più strumenti per fare fronte a questa sfida del capitale globale. L’unica soluzione possibile è solo la conflittualità operaia nei paesi a basso reddito, tale da far innalzare le condizioni di vita di quei paesi e riequilibrare il sistema. Questo richiederà molti anni, anni in cui le nostre condizioni di vita tenderanno sempre più a peggiorare, inevitabilmente. Migliorare le nostre condizioni, oggi, è impossibile; possiamo solo difenderle, arroccarci per mantenere, giustamente, dei livelli di vita che il sistema politico ed economico non riesce più a garantire. Poi magari accade qualcosa, e si rimette tutto in discussione. Ma ad oggi, i motivi per essere ottimisti sono veramente pochi.

 

 

Leggetevi pure questo ottimo articolo di Joseph Halevi: http://www.nuvole.it/index.php?option=com_content&view=article&id=317:joseph-halevi&catid=70:numero-35&Itemid=61

 

 

 

 

 

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34 comments to Il conflitto sociale, l’unica chance che ha il capitale di sopravvivere

  • Non è vero che non si può far altro che aspettare.
    Una volta problemi simili si risolvevano semplicemente con i DAZI.
    Ora questa parola sembra essere stata eliminata da tutti i cervelli.
    Forse perchè ci hanno ubriacato troppo con le teorie sui mercati liberi?

  • Militant

    Bè, non è che c’è scritto che possiamo solo aspettare, anzi c’è scritto proprio che un aumento della conflittualità sociale porterebbe benefici non solo a noi, in quanto lavoratori, ma addirittura al sistema capitalistico stesso.
    Il discorso dell’attesa aveva un altro senso, e cioè che, ora come ora, le condizioni di “sistema” sono effettivamente le peggiori possibili per una ripresa della lotta nei paesi ad alto reddito.
    Sui dazi, non sappiamo, significherebbe usare i mezzi da stato-nazione in un mondo economico che ragiona su piani diametralmente opposti…però chi lo sa…

  • Brigante

    “Il ricatto Marchionne, insomma, è effettivamente impossibile da sconfiggere, allo stato di cose presenti”
    Quello che voi dite è assolutamente vero appunto “allo stato di cose presenti”. Tuttavia la via esiste e non è neanche nuova, anche se detto oggi sembra una bestemmia: coscienza di classe ed internazionalismo. Il capitale si è globalizzato esattamente nel momento in cui la coscienza svaniva e gli egoismi nazionali riespoldevano. Ciò ha reso possibile la sconfitta delle lotte con lo strumento del ricatto occupazionale. La pianificazione delle lotte su scala internazionale è l’unica strada possibile. Possiamo divergere sule forme, un partito comunista internazionale, movimenti coordinati, sindacalismo d’intesa che superi i confini nazionali, tuttavia la sostanza fondamentale del problema rimane intatta.
    Ovviamente stiamo parlando di teoria su un blog, passare alla pratica è tutt’altro!

  • [...] articolo originale:  Il conflitto sociale, l’unica chance che ha il capitale di sopravvivere Aggregato il   25 settembre, 2011 nella categoria Banche, Economia, Finanziamenti, Online [...]

  • giovanni

    “un aumento della conflittualità sociale porterebbe benefici non solo a noi, in quanto lavoratori, ma addirittura al sistema capitalistico stesso.”
    no. Il capitalismo sta distruggendo i salari perchè ormai, al netto delle bolle finanziarie, solo su quello può fare profitto. LA caduta del saggio di profitto ha costretto il capitale a erodere il potere d’acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti in quanto non c’è altro modo per fare profitto. Certo, un salariato alla fame domani non consuma, ma OGGI produce a minor costo, e su quello il capitalismo continua a estrarre profitto. Il capitalismo è finito, sostenere che basta pagare gli operai di più per farlo ripartire è negare l’evidenza

  • ugo

    bella analisi
    ma non ho capito se arrivate ad una conclusione. cosa è il movimento, se non è di classe? e che strade deve percorrere chi vuole ribaltare il sistema senza se e senza ma? evitare come la peste il rivendicazionismo? ma se i compagni non devono essere all interno del mondo del lavoro, come fare per autogestirsi?
    abbracci

  • Militant

    @ Ugo
    No, non giungiamo ad una conclusione perchè di conclusioni possibili oggi se ne intravedono davvero poche. Il movimento, oggi, è molto difficile definirlo di classe, anzi. Questa non è nè una cosa bella nè una cosa brutta, ha solo cambiato caratteristiche da trent’anni a questa parte.

    @ giovanni
    Al di là delle differenze, immaginare una fine del capitalismo proprio oggi, quando è più forte e incontrastato che mai, ci sembra veramente poco oggettivo. Dopodichè, è vero che i padroni ragionano solo nel brevissimo periodo, quindi magari questi problemi neanche se li pongono. Ma a noi, qui, non itneressava tanto il punto di vista dei padroni quanto del sistema di sviluppo mondiale, che oggi è in crisi ma non è in discussione nè in pericolo. Sta attraversando solamente una fase di profondo cambiamento, che potrà essere di vari modi, ma senza conflittualità sociale sarà sicuramente peggio. Tutto qua.

  • Mastino

    se scioperare o lottare per i salari aiuta il capitalismo allora per me da oggi si dovrebbe far una campagna per aiutare il crollo del capitalismo, pagando di tasca nostra. Perche per me il capitalismo nn dovrebbe esistere per ovvi motivi anche ambientali per ricordare cosa porta una produzione no stop, dando spazio invece ad una economia che produca solo per il fabbisogno interno di una nazione…non guardando al profitto (lascio a chi esperno le idee su economie “pulite”).Strategicamente parlando sarebbe la cosa migliore.

  • stefano

    Il movimento oggi non è conflittuale e non raggiunge nulla perchè ha smesso di essere di classe.
    Questa è una cosa brutta!
    Sulle motivazioni se ne può parlare lungamente,mi limito a dire che,secondo me, oggi i/le compagn* proletar* sono oggetto anche NEL “movimento” stesso di discriminazione.
    Non si parla di composizione,di classe,di lavoro,di comunismo perchè è quasi una vergogna.
    Abbiamo delegato,abbiamo avuto fiducia,abbiamo avuto speranza.
    Questa è una cosa brutta!

  • Alessandro

    Purtroppo, ad ogni passaggio politico, rispuntano fuori i soliti vecchi tromboni della politica, rappresentanti di nessuno se non delle loro siglette politiche pluritrombate e inesistenti, che governano da decenni ad ogni livello (municipale, cittadino, regionale, statale).
    E purtroppo, c’è ancora qualcuno che gli da voce, che continua ad imbarcare tutti in avventure politiche prive di senso, fallite già prima di nascere perchè già messe alla prova. E’ tutto un continuo film già visto, le solite candidature, i soliti tentativi di piazzare eletti che non modificheranno un cazzo, con l’unico obiettivo di intercettare qualche fondo municipale, o comunale, o regionale, per sopravvivere e autogenerarsi.
    In tutto questo, il conflitto sociale e/o lavorativo, la rappresentanza di classe, l’alternativa al capitalismo, l’indipendenza, o autonomia rispetto a ciò che viene espresso politicamente nei parlamenti…tutto questo cessa di esistere per una esasperata ricerca tattica che diviene tatticismo, per un assenza di contenuti che fa davvero spavento.
    Non credo che l’alternativa sarà possibile in questa Italia, ma se verrà sarà lontana da questi schemetti da politicanti di bassissima lega che perseverano in errori da quindici anni a questa parte.

  • Lorenzo

    Bravo Stefano!
    “abbiamo avuto speranza.
    Questa è una cosa brutta!”

    “La speranza è una trappola infame inventata dai padroni.”
    (Mario Monicelli)

  • Gesù

    Massimo rispetto per il maestro Monicelli, ma credo sia un abuso di retorica inserito in questo discorso… cioè, non è blasfemia affrescare la vera realtà movimentista: non c’è, quello che c’è non è prodotto di una diffusa coscienza di classe e la speranza che ciò possa avvenire è più che lecita. Non mi pare sia un’ammissione di abbandono della lotta, semplicemente la matura analisi di chi sa di essere all’angolo. Poi possiamo passare anni luce a dire che il movimento deve essere di classe e che questa è la soluzione (grazie al cazzo), però con lo stato attuale delle cose me sembra un po’ fuori luogo…

    Preferirei, allora, chiedermi se quello che abbiamo intorno è il movimento; se è l’unico che può essere definito tale; e soprattutto se oggi non sia sterile parlare di Movimento in relazione ad un modello di analisi e di pratiche tipizzate, conosciute, a cui si sono prese le misure già da tempo. Movimento…chi? Chi lo rappresenta (nel vero senso della parola) o chi lo sostiene e ne fa (seppur esiguamente) numero?

    Un saluto

  • Lorenzo

    @ Gesù:
    Sono d’accordo con te, il mio era soltanto un collegamento ideale; non so se quella di Stefano fosse un’intuizione o un riferimento preciso.
    Comunque, avendo egli scritto “Abbiamo delegato,abbiamo avuto fiducia,abbiamo avuto speranza”, mi pare evidente che a tutt’altra speranza si riferisse piuttosto che a quella tua, legittima e condivisibile, nella diffusione d’una coscienza di classe all’interno dei Movimenti.

    ciao

  • Manfredi

    Come al solito ottima analisi! Ho solamente un dubbio circa la conclusione ‘paradossale’ che traete: voi dite che un aumento della conflittualità, comunque auspicato, ha anche l’effetto di garantire la sostenibilità del sistema capitalistico. E lo dite partendo dal semplice presupposto, corretto, che un aumento dei salari implica un aumento della domanda di beni e servizi, e dunque costituisce la premessa necessaria ad una nuova espansione economica.

    Forse c’è un’ambiguità di fondo nel ragionamento: il sistema capitalistico è mosso da forze che non mirano all’espansione dell’attività economica, in sé, ma è guidato dalla ricerca del profitto dei singoli capitalisti. E la crisi attuale ci dimostra chiaramente che questi profitti possono crescere anche mentre il prodotto complessivo smette di crescere, o addirittura si riduce. Come? Ovviamente, e lo si evince chiaramente dalla vostra analisi, tramite una contrazione dei salari. Ma anche a danno dei piccoli imprenditori, che non riescono a reggere il peso della contrazione dell’attività economica e vengono schiacciati dalla concorrenza dei grandi capitali.

    Marx, nel prendere in giro quegli economisti che negavano la natura conflittuale del sistema capitalistico, diceva (più o meno..): “Sembra quasi che capitalisti e lavoratori si azzuffano per accaparrarsi una quota maggiore della torta, ed il risultato di questa lotta è semplicemente una torta più grande, e tutti sono felici, cosicché la lotta stessa finisce per rappresentare nient’altro che la profonda armonia che unisce tutte le classi sociali.”
    Secondo Marx, ovviamente, questo non succede, ed il risultato del conflitto non può che essere l’aumento della ‘fetta di torta’ di una parte a danno dell’altra.

    Il punto è che l’espansione economica (la torta più grande), e dunque l’aumento dell’occupazione cui abbiamo assistito dal dopoguerra agli anni ’70, ben lungi dall’aver garantito la sostenibilità del sistema capitalistico, ne ha messo in serio pericolo le basi materiali: la bassa disoccupazione rende più coraggiosi i lavoratori nelle loro rivendicazioni, e produce una spinta decisa al rialzo dei salari, che voi avete documentato perfettamente. A danno dei profitti. Proprio per fermare questa dinamica, qualcuno ha pensato di sostituire all’aumento dei salari l’aumento dei consumi finanziati da un debito, come avete spiegato nell’articolo. In questa maniera si pensava di conservare lo stesso livello di domanda di beni e servizi, ma senza per questo rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori, perché un lavoratore indebitato è un soggetto ricattabile. Il trucco non sembra aver funzionato a lungo.

    Tutto questo per dirvi che secondo me un aumento di conflittualità, una difesa del potere d’acquisto cui siamo abituati, mette in seria di discussione la sostenibilità del sistema capitalistico. Io penso – guardando alla Grecia – che si stanno cercando di mettere le premesse per una ripresa dell’attività economica su basi materiali DIVERSE dalle attuali: si pretende un peggioramento delle abitudini di vita e di consumo dei lavoratori. Minori salari per rendere davvero remunerativa la ripresa della produzione.

    Spero di essermi spiegato! Vi segnalo un articolo, secondo molto interessante, che ha tanti punti di contatto con la vostra analisi:

    http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/48/48A20040312.html

    PS: Sui dazi, mica male come idea..

  • rebeldia

    Ottima analisi della situazione economica a livello mondiale, ma pur di apparire un provinciale, come spesso mi capita nelle discussioni tendo a mettere in risalto l’anomalia italiana, che al netto delle varie evoluzioni socio-politiche mette in evidenza un dato diverso da altre nazioni, ossia nessuno ha una borghesia stracciona come la nostra. Dai dati del ‘nemico’ cioè Affari e Finanze, si scopre che in Italia esiste una ricchezza lorda delle famiglie italiane pari a 9 mila 732 miliardi di euro,quindi molto al di sopra del debito pubblico, che al netto dei debiti sempre delle famiglie fa del nostro paese, messo a confronto con le nazioni piu’ ricche della terra un regno dorato.Il punto è che questa ricchezza spaventosa è di fatto bloccata dalla mentalita’ appunto stracciona in immobili, beni di valore ed attivita’ finanziare, e pochi spiccioli nella crescita dell’economia.Quindi oltre la scarsa conflittualita’, io metterei anche la scarsa capacita’ ad essere davvero capitalista della nostra borghesia.Quindi il grido ‘Noi la crisi non la paghiamo’ sembra sempre piu’ appropriato,dovendo sostenere un economia a pezzi,con salari ridotti negli ultimi 20 anni ai minimi storici, togliere a chi fa un cattivo uso di tanta grazia sembra davvero l’unica soluzione, almeno in Italia, piuttosto che continuare a soffocare classi sociali ormai stremate, per esempio costringendo chi detiene i capitali a reinvestirli nelle aziende, nella ricerca piuttosto che portarli in nero all’estero.Poi chi debba essere a invertire la rotta attuale, a prendere i soldi dove abbondano , questo è un altro discorso, e allora si torna al concetto di lotta di classe e conflittualita’ ormai tradita.Saluti comunisti.

  • Militant

    @ Manfredi
    Quello che dici è assolutamente vero e secondo noi non in contraddizione con quello che diciamo nell’articolo.
    L’unica cosa che secondo noi non appare chiara, agli occhi del pubblico, è che non c’è una perfetta coincidenza fra i voleri dei *singoli* capitalisti e il capitalismo come sistema produttivo. Il singolo capitalista, lasciato libero di agire senza alcun freno politico, porta il capitalismo stesso alla sua rovina. E’ questo è un altro dei paradossi fondamentali del capitalismo. Il sistema di regge sull’equilibrio fra produzione e consumo, e per consumare ci dev’essere gente che ha reddito disponbibile per acquistare.
    Per il capitalista, invece, che esistano lavoratori che percepiscono un reddito non frega nulla, anzi, se potesse li farebbe lavorare tutti gratis, senza stipendio, così da annullare i costi di produzione.
    Ricordiamoci che, per il padrone, il lavoratore è sostanzialmente un costo, e quindi tende ad abbatterlo. Per il sistema, invece, il lavoratore è l’altra parte della bilancia che con il suo reddito assorbe la produzione.
    Il capitalismo è il sistema dei paradossi, e questo è potuto andare avanti finchè c’era la politica che mediava fra i due interessi (privilegiando sempre e comunque quelli del capitale, ma, attenzione, non ignorando completamente quelli dei lavoratori). Oggi la globalizzazione ha annullato il ruolo di mediazione, così che i capitalisti possono dirigere da sè il mercato, e i capitalisti hanno come unico obiettivo quello di ridurre il costo di produzione, e cioè abbassare i salari.

  • santodelgiorno

    Il capitale, per ripartire con una valorizzazione decente (sconfiggere cioè la caduta del tasso di profitto) deve distruggere capitale – in tutte le forme: denaro, macchinari, immobili,…. In realtà si tratta di capitali, al plurale, in concorrenza per valorizzarsi. E in conflitto. Un conflitto per ora a parole e con mezzi “pacifici” (anche i dazi, che già ci sono e vengono usati – vedi dazi americani su merci cinesi, dazi europei su merci cinesi e altrui, …), ma sta assumendo forme sempre più belliche. E’ un caso che Putin nel discorso d’invesitura come candidato presidente parla di rilancio della “crescita” con fondamento principale le spese militari? E un caso che prima il capo del governo sloveno e poi uno degli ex ministri abbiano detto il primo di sperare che lo sconvolgimento dei rapporti di forza mondiali si risolva senza ricorso alla guerra, e il secondo che la guerra non è una opzione che non è in ballo per risolvere la crisi? La stessa Italia si stà riarmando, alla faccia di quanto le impone il trattato di pace (non potrebbe avere portaerei, e invece ne ha già due!). Poi, basta guardasi intorno – l’opzione militare diventa sempre più per tutti una opzione possibile e normale – a meno che non si creda alle missioni di pace! Quindi quello verso cui stiamo andando è una nuova guerra, in maniera sempre più veloce. Naturalmente se qualcuno non ferma il capitalismo e le sue logiche.
    Poi nella vostra analisi siete forse un po troppo eurocentrici (non so peraltro se i dati che portate rispetto a salari e altro riguardano solo Europa e Usa o il mondo intero), ma va tenuto presente che quello che veniva distribuito – anche se conquistato a prezzo di sangue e morti – era il dividendo della rpaina imperialista. Che però stà scemando, sia per la caduta del saggio di profitto, sia per l’entrata in campo di nuovi – enormi – capitali (India, Cina, sceicchi, …) che sono entratiu in concorrenza con quelli precedenti per valorizzarsi (che le due cose sono in realtà una sola). Anch’io ho fatto un po con l’accetta, ma il senso credo di averlo dato.
    Comunque in gamba.

  • Militant

    La guerra è rimasta l’unica grande “opera pubblica” che i governi nazionali mettono costantemente in campo per:
    1) creare lavoro
    2) creare un mercato di sbocco per la produzione
    3) inidirzzare parte dell’economia nazionale verso il grande e sempre redditizio investimento militare
    4) In più, oltre a tutto ciò che è tipico degli interventi statali in economie capitaliste, assoggettare o controllare territori sensibili

    Quindi, rimane il più importante e usato strumento “keynesiano” che ancora adoperano i governi nazionali per entrare ed orientare l’economia degli stati. Questo è uno dei motivi per cui è sempre tempo di conflitti, in fin dei conti connaturati alla stessa logica del capitalismo.

    Detto ciò, si, la nostra visione era centrata unicamente sull’occidente, perchè oggi è qui il grande problema economico. Parlare di crisi eocnomica in Cina o in Brasile non avrebbe molto senso, almeno se affrontiamo la questione da un punto di vista capitalista (come potrebbe esserlo quest’analisi, in fin dei conti). Se invece allargassimo lo sguardo al resto del mondo, non possiamo che concordare con ciò che dici: i paesi a basso reddito stanno vivendo uno sviluppo notevole, e gran parte di questi anche con progettualità politiche molto interessanti, progressiste e in alcuni casi veramente radicali. Non ha più senso definirli paesi del terzo mondo (ma voi definireste paese del terzo mondo il Messico, o il Brasile, o l’Argentina? Paesi in cui il reddito medio e la qualità dei servizi sono paragonabili tranquillamente a quelli di un medio paese europeo…anche se a noi piace raigonare come se fossimo ancora negli anni ottanta, o novanta, mentre nel frattempo si è andata colmando in maniera epocale la frattura economica che divideva quei paesi dall’occidente).
    Questi paesi stanno vedendo alzarsi clamorosamente il proprio livello di reddito, il proprio PIL, la loro produzione, i loro servizi. E’ evidente che loro non stanno attraversado alcuna crisi da sovrapproduzione, semmai risentono lontanamente di qualche contraccolpo finanziario che però non ne tocca minimamente le potenzialità economiche che finalmente stanno nelle loro mani e non in quelle di qualche paese europeo o statunitense. Certo, sempre in mani capitaliste, ma almeno sono paesi che hanno un forte controllo economico dello stato sulla propria produzione. Di questi tempi non è poco..

  • daouda

    Silvio Perroni: esigere i dazi costringerebbe molte famiglie italiane dal reddito bassissimo sul lastrico.
    Inoltre i dazi sono sempre a favore di determinati oligopoli , seppur locali, a discapito di tutti.

    Giovanni: la caduta del saggio di profitto è influenzata oltretutto dalla presenza oppressiva delle proprietà pubblica che contribuisce al quanto nell’improduttività come nell’esproprio delle ricchezze altrui.

    Il sistema comunque potrà anche crollare, cambiare nome, cambiare metodo, ma se noi non sappiamo cosa è giusto , cosa vogliamo , quel che è necessario fare, ebbene si riproporrà ben più in forze e subdolamente ed in futuro si pagherà la nostra indecisione e la nostra incoscienza cosicché saremo maledetti dai nostri discendenti avendo avuto la possibilità di neutralizzare il tutto senza riuscirci.
    Il determinismo non è corretto, è filosoficamente illogico.

    Stefano: Hai ragione. Ma il problema è che finché si parlerà di classe in termini formali e non essenziali si continueranoa prendere lucciole per lanterne ed a chiedere più stato e più welfare , quando anch’essi sono elementi di capitalismo oppressivo.

    Manfredi: guardacaso dagli anni 70 si ha l’esplosione del welfare ed il massicio indebitamento pubblico oltre che l’ufficiale ( anche se da tempo ufficioso ) sgianciamento dell’oro da parte della “moneta” cartacea.

    Come poi si potrebbero aumentare i salari se la produzione diminuisce? Alquanto illogico.

    militant: ottima analisi nell’inizio dell’ultimo messaggio, che ricalca l’intervento illuminante di santodelgiorno.

    Per il resto i paesi citati non stanno facendo altro che incamminarsi o ri-incamminarsi verso strada già nota.
    Falliranno di nuovo e pagheranno, di nuovo, la gente e non i dirigenti politici,gli alti burocrati come gli alti industriali e gli alti lobbysti, che hanno sempre il culo al caldo.

  • quechua

    se posso dire la mia.
    la risposta semplicistica alla domanda e analisi di militant sarebbe di “andare” appunto nei paesi dove ora c’è un rialzo della qualità della vita e boom economico.
    rimanendo qui invece, si diventerà martiri e donquichotte senza ottenre niente.
    ma è ovvio che andare tutti a fare i surfisti o la bella vita perchè si ha un passaporto europeo o l’euro di un licenziamento o liquidazione o pensione, ricorda molto i pedofili thailandesi o i papponi industrialotti.

    il mio esempio è che il capitalismo e la conflittualità agiscono come l’esempio della macchina.

    io do a te i soldi per comprarla, così hai la radio vai veloce, se piove ti copri e se non ci riesci ti aiuto con le rate o finanziarie (santander) o ti vendo l’usato e ti rottamo una macchina vecchia.

    peccato però che poi aumenta il traffico, lo smog, le multinazionali, petrolieri, benzinari traggono profitto, c’è il bollo, l’assicurazione, le gomme, i freni etc etc

    l’alternativa sarebbe il conflitto??

    o sarebbe andare in bici o col tram o con i mezzi o a piedi?

    in poche parole, parlare ancora d conflittualità sindacale o operaia secondo me è superato, quando l’alternativa è finire di lavorare, basa essere schiavie ed essere complici con il SISTEMA stesso, che sia capitalismo, socialismo, comunismo, fascismo…che è sempe uguale, succhia le anime della gente, distrugge la natura, trae profitto, guerra, morti e fame.

    in america stanno nascendo tante comunità di persone sul lastrico che si sono unite per contrastare la fame, la sanità privata, le tante equitalie e mafie locali.

    mi ha fatto sorridere vedere un articolo ieri sul rischio di scontri da parte della banda degli “hell’s angels”.
    e quelli come vivono?
    sulla moto a scorrazzare dalla mattina alla sera.
    pagheranno tasse? chiederanno giorni di ferie? fanno scioperi?

    quanta gente c’è nel mondo che per fortuna è uscita dal circuito capitale, dalla gabbia del lavoro (che rende liberi…), e vive da LIBERO?

    IL CONCETTO è SIMILE AL VAGABONDO (CHE VAGA), ALLO ZINGARO, AL GIOSTRAIO, AL TURISTA O VIAGGIATORE, ALLO SQUATTER, AL CAMPERISTA, AL BARBONE SENZA FISSA DIMORA.

    pensateci! e magari la speranza sarà meno illusoria, l’ottimismo prevarrà sulla depressione e pessimismo, le loro trappole meno nascoste, più vita e meno morte, più luce e meno buio.

  • Lorenzo

    Libertà è una parola troppo abusata, difficile perciò riutilizzarla per esprimere qualcosa di significativamente puro come la volontà di staccarsi dal sistema.
    Per come la vedo io, fuoriuscire dall’ingranaggio può essere una strada interessante e benefica ma a livello personale, individuale, difficilmente estendibile socialmente. Farà bene a chi compierà la scelta – se saprà valutarne, oltre ai vantaggi possibili, gli innegabili rischi – ma non al resto del mondo che continuerà a girare alla stessa maniera, dipendendo dagli stessi sistemi economici e dai medesimi schemi ed esempi culturali. Non basta un Arrigoni, ecco, purtroppo. E la raccolta differenziata forse la fa anche la Santanchè.
    La soluzione è dunque un’altra, a mio parere, e la indica Militant ogni volta che rimette in campo il problema economico e culturale tuttora irrisolto denominato imperialismo. Siamo nel 2011. E’ da quando son nato che sento parlar di guerra. Ancora ricordo la guerra di D’Alema, e le folle in protesta per l’Iraq; mi son riletto le pagine del Vietnam, gli SDS, i Weathermen. Dove siamo arrivati? Alla sconfitta totale, alla resa, all’accettazione della narrazione della Storia da parte dei padroni. La guerra ha vinto, il capitalismo ha vinto. Cosa vorresti, bloccare le fabbriche che sulla guerra basano il proprio lavoro? Sì. Quanta gente vuoi mandare sul lastrico? Tanta quanta abbiamo provveduto ad ammazzarne democraticamente. A questo punto me ne fotto della difesa di lavoro e salario, se essa va contro il senso stesso della vita, se il mio lavoro produce morte, se devasta ed inquina. E’ il problema dei sassi sugli operai che lavorano alla Tav, ad esempio. Finchè non ci sarà una cultura condivisa altra sarà impossibile fermare l’orrore, e continueremo a lamentarci di guerre ingiuste, di farse e messinscene democratiche, a raccontarci che noi lo avevamo previsto e detto già prima, a compiacerci d’aver avuto ragione…nell’aver perso la battaglia.
    Piazze e strade son deserte, lo sciopero è una passeggiata, la guerra una favoletta…ma disoccupati e morti ci stanno per davvero.
    Domandiamoci perchè la semplice ma veritiera ricostruzione di Militant (“La guerra è rimasta l’unica grande “opera pubblica” che i governi nazionali mettono costantemente in campo…”) non abbia peso e spazio se non inter nos, perchè giustificazionisti e interventisti spopolino ormai anche a sinistra, perchè sia rimasto Strada a gridar da solo la sua ira, perchè la Nirenstein sia ancora viva e fastidiosa spargendo odio in patria mentre Arrigoni è tristemente morto nel tentativo di portare pace altrove. E’ tutto lì il capitalismo – scusate se brutalmente sintetizzo, ma la Libia lo ha ulteriormente dimostrato. Mi vien da ridere nel dover leggere lunghe (e spesso mirabili: è il caso del post “La quadratura del cerchio” di qualche tempo fa) analisi quando basterebbe un Brecht, un De Andrè a spiegar molto se non tutto in maniera perfino banale e da chiunque comprensibile.
    La guerra è rimasta una costante, una certezza che offusca come un velo nero di morte la nostra vita intera. E ci parlano di libertà. Il punto è: PRIMA fermiamo la guerra, ovvero interrompiamo un sistema che andrebbe comunque avanti senza di noi; e POI pensiamo alla nostra felicità individuale, dentro o fuori dal sistema. E’ chieder troppo, o è invece il minimo?
    Scusate lo sproloquio, ma è la foga.

  • daouda

    Veramente Lorenzo il sociale è individuale e l’individuale è sociale.
    Non vi è alcuna scissione.
    Continuare ad attribuire il collettismo al socialismo e l’individualismo al liberismo è fallace in sé stesso.
    E’ altamente illogico poi cercare di combattere un sistema se lo si conferma in ogni istante e se si pretendono da questi agevolazioni e protezioni ( welfare ad esempio ).

    Capire finalmente che il capitalismo è connubio tra corporazioni liberistiche e stato lasallian-socialista e poi combattere da sé ed insieme.
    Questo è.

    La felicità in sé stessa è poi un’u-topia.
    Il mondo materiale è ipso facto infelice giacché io non ho quel che tu hai e ciò causa sofferenza ontologica.

    Un saluto a quechua

    p.s.http://mondosenzagalere.blogspot.com/

  • daniele

    @quechua “in poche parole, parlare ancora di conflittualità sindacale o operaia secondo me è superato, quando l’alternativa è finire di lavorare”

    Comincio a sentire queste parole spesso, e per me è piuttosto incomprensibile.

    Fermo restando che :
    1)Non sono un “lavorista”
    2)Non mi piace lavorare QUI ORA E IN QUESTE CIRCOSTANZE STORICHE.
    3)Sono comunista perchè il lavoro salariato mi sfrutta e toglie TEMPO alle mie passioni liberal-giolittiane:suonare leggere oziare.

    Il punto è : non ho nessuna intenzione di andare a coltivare la terra semplicemente perchè non so bono ed è piuttosto faticoso, visto che conosco gente/compagni che lo fanno.
    Oltretutto è una soluzione da “mi faccio i ca.. miei” visto che non può essere un sistema riproducibile ovunque e visto che, a meno che non si diventi anche tutti fabbri, qualcuno che mi costruisce una zappa deve pur esserci…magari una motozappa a idrogeno così io non fatico e l’ambiente rimane pulito….uhmmm qui c’è bisogno pure di qualcuno che si mette a progettare sta roba.

    Mettersi insieme per racimolare 2 spicci e condividere la propria miseria è una cosa non solo poco antagonista, ma vagamente reazionaria.
    Il concetto di comunità mi fa veramente schifo almeno nell’interpretazione che mi pare di aver compreso.

    Eppoi, la moto per andare sulla a1 a mangiare ciò che riesco a rubare sugli autogrill chi me la dà? rubo pure quella, magari ad un altro stronzo che fa su è giù sulla a1 manco fosse la route 66.

    (non sono un perbenista contro il furto, certo una volta si chiamavano in un altro modo ed erano scelte collettive inscritte in un ottica più generale che il semplice sfamarsi…eppoi rubà è più faticoso che lavorare no?)

    E il casale per andare a coltivare? Ok, si può squattare…quanti ce ne sono da occupare?
    Secondo me te lo compri con i soldi del lavoro di qualcun altro.

    Il camper costa svariate migliaia di euro, a meno che non te ne trovi uno usato sui 2 3 mila euro, salvo chiedere ad un meccanico che col suo lavoro borghese te lo rimetta in sesto.

    Il barbone non so quanto sia contento della sua vita, il viaggiatore come viaggia? 2 euro con ryan air che sfrutta i lavoratori (borghesi anche loro) e scarica tonnellate di kerosene sulle abitazioni di Ciampino e Santa Maria delle Mole rischiando ogni giorno la strage?

    Uscire dal sistema del lavoro SALARIATO è roba che riguarda conflitto, proposizione e confronto con chi il sistema lo subisce, lavoratori, studenti, territori aggrediti.

    E vuol dire un utilizzo migliore della propria forza e del proprio tempo, da non regalare ai padroni.

    Vivere deve essere facile, non uno sbattimento (anche perchè lo sbattimento sta indicato nella bibbia come conseguenza del furto della mela).

    Il resto sono soluzioni romantiche plausibili per qualcuno che ha i soldini garantiti.

    A noi poveri mortali toccherà scontrarsi ancora con i salari, le bollette (chi si ricorda le autoriduzioni?), e i servizi che non funzionano…

    Se tutto ciò è essere borghesi o non antagonisti, me sa che semo proprio una cifra…

  • Lorenzo

    @daouda
    Intendevo dire: bisogna prima difendere gli interessi dei lavoratori inseriti nel business della guerra, oppure è meglio fermare quel business (con i problemi di ricollocamento che ne conseguirebbero per quei lavoratori)? Come si può tener divisi l’orrore palese della guerra e le ragioni d’un mercato che sulla guerra, di guerra vive? QUESTA è la scissione che m’allarma, più del mistero filosofico della felicità individuale. La felicità sta innanzitutto nella possibilità di vivere una vita. Se noi lavoriamo per vivere una vita basata sull’annullare, anzi “annichilire” la vita altrui, e su quei morti sputiamo come fa la Nirenstein o di quei morti ci dimentichiamo appena il giorno dopo, dopodichè accettiamo silenti il replicarsi dello stesso meccanismo, di felicità (individuale e sociale) è meglio che non ci spingiamo neppure a parlare.
    Saran felici i refusnik che crepano in galera per aver rifiutato di bombardare i palestinesi? O il rifiuto è diffuso, consapevole e collettivo, oppure “si diventerà martiri e donquichotte senza ottenere niente”, come scrive Quechua. Ma non credo che la scelta sia fra il rimanere qui o l’andarsene, e neppure nel rifiuto totale del punkabbestia o del più romantico vagabondo. Sta piuttosto nel restare qui e tirare fuori dalla galera quella gente!
    Quando Militant descrive per punti il sistema della guerra elenca cose note e stranote, ovvietà direi. Io prendo semplicemente atto che ormai ce la raccontiamo fra di noi, che regna il silenzio più totale, che la battaglia è persa, che la stessa moralità borghese – forse è normale, in quanto ipocrita – viene tirata in ballo per le escort, mica per le bombe.
    Lo stesso ragionamento è valido per l’inquinamento: ogni qual volta ambientalisti o compagni vanno a toccare, nel lottare contro le varie nocività, gli interessi di chi per mezzo di quelle nocività può lavorare, si creano difficoltà.
    Cosa diciamo ai lavoratori, chessò, di Finmeccanica, o di Enel? Che la soluzione, assieme individuale e sociale, è quella d’andare a far gli zingari? Oppure tutti quanti ritornare in campagna a fare i contadini? Dai, su! Come dice Daniele, è una soluzione individuale alternativa, che ha senz’altro delle ricadute sociali, ma non può diventar sociale ovvero diffondersi e creare da sè un sistema alternativo.
    E quando ancora scrive che il casale “te lo compri con i soldi del lavoro di qualcun altro”, mette in evidenza la differenza che sussiste fra la libertà di vivere e l’abuso del parassitare (alle spalle mie, mica di Marchionne).
    Siccome oggi ormai, se non son gli sbirri, sono i lavoratori ad aggredire direttamente gli attivisti (penso a Greenpeace, ma non soltanto)…mi è ben chiaro che “il sociale è individuale e l’individuale è sociale”, ma forse non è chiaro agli altri e piuttosto di compiere romanticherie occorrerebbe fermare – qui ed ora – il processo produttivo e mutare – qui ed ora – gli equilibri culturali.
    Se dico che la guerra va messa al primo posto dei nostri interessi, dico anche che il lavoro – ad essa collegato, in quanto sostiene lo stesso sistema – va messo sullo stesso piano, e trasformato in un lavoro che sia utile per il bene di tutti, e non dannoso per nessuno. Ovviamente il padronato non sarà d’accordo. E il sindacato?

  • daouda

    Veramente Daniele è proprio quando ozi e consumi che lavori di più.
    Per il resto credi che sia tramite i sindacalisti ed i diritti che otteniamo nella “lotta” contro lo stato che stia questo fantomatico antagonismo?

    Nessuno inoltre nega il conflitto, perlomeno non io e non credo neanche quechua.
    Anzi.
    Rifiutare determinate cose pemretterà al conflitto di acuirsi e finalmente rendere chiari e netti le parti in campo.

    Se poi studiassimo il valore ontologico dell’agire, scopriremmo che per non nuocere è necessario evitare il male oltre che prodigarsi per il bene.
    Il fatto che assieme si combatta contro un sistema deve presuppore che non si leda agli altri con la propria stessa azione altrimenti è solo azione fuffesca e complicistica con il sistema.

  • daouda

    La rivoluzione , sempre, non è prima individuale e poi collettiva.
    E’ d’altronde logico dacché la comunità è un’insieme di individuo e la società lo stesso.

    L’obiettivo è giungere a portare la lotta nella stessa azienda cosicché siano lì i lavoratori, consapevoli, a rinunciare per sé, perché non lavorare è meglio che lavorare alienandosi e producendo oppressione in giro, qualunque sia il tipo di industria, se ciò che produce ed il modo in cui lo fà è ingiusto.
    E ciò dovrebbe accadere con una rete di rivoluzionari che li appoggiassero e sostenterebbero, dandogli poi l’opportunità di porsi a servizio in spazi liberati ed ottenere dal proprio sforzo il meglio.

    Perché non accade?
    Perché si crede erroneamente nel plus-valore marxiano che ignora la preferenza temporale e perché non si comprende che la proprietà pubblica è illogica in sé stessa.
    Questo binomio crea una fiducia nel collettivismo del tutto dannosa.
    Dobbiamo invece incoraggiare l’attività autonoma sull’esempio del grande anarchico Lysander Spooner ai cui lo stato espropriò quasi tutto.
    Lui mostrò la strada , priva di qualsivoglia esaltazione di rendite parassitarie.

    Io , per dire, sono molto triste, ma la mia tristezza è più vera delle emozioni che provano tanti assuefatti alle regole del gioco odierno.
    Bisogna poi stare attenti Lorenzo.
    Tu dici felicità in opposizione a tristezza, un po’ come si potrebbe opporre il Bene al Male.
    Tecnicamente però il male non esiste né esiste la tristezza, ma vi è allora sempre una maggiore o minore/infima/scarsissima gradazione di bene o felicità.
    Ecco perché la mia felicità, per quanto esteriormente quantificabile molto al di sotto di molti, è qualitativamente superiore perché più vera ontologicamente seppur io mi definisco triste.
    E ne vado fiero!

    ( Ci sarebbe poi da fare tutto un discoso sul dualismo dacché allora se la tristezza ed il male non hanno senso, perché esistono ?Ma entriamo in meandri difficili ed inutili da indagare ora )

    Non si comincerà mai se non liberiamo la nostra individualità per creare una socialità diversa a cui altri si potranno appoggiare.
    Come può diventare collettivo un rifiuto se non ha chi lo propaga?
    Ma dobbiamo liberarci VERAMENTE perché altrimenti saremo solo un altro elemento di sussunzione, un’altra scena e valvola di sfogo del sistema.
    Quindi io non dico affatto di scappare, ma non possiamo continuare a raccontarci la solita solfa social-democratica.

    Se all’ottenimento della Giustizia corrisponde andare a coltivare la terra, beh, è un prezzo che non ho alcun problema a pagare.
    Ma io non sto mettendo in discussione l’evoluzione tecnologica in sé, sia chiaro.
    E poi me ne sbatto di chi è d’accordo o no. La verità non ha colori perché Universale.

    Io neanche dò per assodate le cose. Sono aperto a tutto quel che è utile e corrisponde a realtà, che da soli non si fà alcun progresso, hai ragione.
    Ma difendere lo stato e le prebende sociali che distribuisce non ci aiuterà di una virgola, e come leggi bisogna prima distruggere determinati condizionamenti in noi prima di organizzarsi per poter combattere e ri-voluzionare l’esistente.

  • quechua

    allora, di risposte simili ne sento tutti i giorni,
    i soldi di papà, parassitaggio, farsi i cazzi suoi, abbandonare la lotta etc etc
    però poi dentro ai centri sociali, immagini e giorni di ricordo di ragazzi morti appunto per il “lavoro” o repressioni.
    il lavoro! esiste per mandare avanti questo fottuto sistema, noi siamo gli schiavi chi consapevole e non che ogni giorno che ci si sveglia e prende il tram o i mezzi o la macchina fà ingrassare il sistema (polizia municipale, semafori, asfalto, macchine, zucchero e sale dei bar con dentro nocività, ogm, computer, sicurezze private, telecamere, cellulari, radio, tv, anas, ansa etc etc) perchè oltre che lavorare ti mangi pure la merda che ti danno, perchè questo è capitalismo, dove i ricatti e le mafie speculano pure sulla merendina o il caffè della macchinetta, o sull’olio della mensa, salvo poi che qualcuno si sente male..denuncia…ed ecco che poi escono i cavilli della TBC, con un’infermiera infetta che in 6 anni non ha ricevuto mai una visita…eppure sta a contatto con i bambini..eppure l’italiano paga le tasse, gli ospedali pubblici…eppur dovrebbe essere LEGGE.
    eppure non leggo di sollevazioni della classe sociale bassa e media…è tutto come prima…silenzioSi e pecore.

    io se voglio rompere il giocattolo delle armi e dei sistemi, mi informo sui prodotti, del loro “made” e boicotto, e se posso faccio saltare in aria una banca o un’azienda o gli entro dentro e mi riprendo i mobili come “semeraro”.
    ma se tutti lo facessero!!capito.
    no i soliti e poi tutti dentro per associzione a delinquere e tutti martiri.

    il lavoro è imposto, mettitelo in testa.
    tu da quanto nasci apprendi che devi studiare, ti devi laureare e devi lavorare, devi imparare le lingue, i vocaboli, la legge, le strutture, i contratti di lavoro, il salario, i soldi.. sennò non ti puoi pagare le bollette, il gas, i libri, la palestra, la macchina, la benzina, i vestiti e tutto il materiale per fare POLITICA etc etc

    e perchè TUTTO QUESTO?

    allora meglio i contadini e figli di contadini.
    ma anche li la repressione è arrivata, come durante il brigantaggio…arrivano gli esattori e ti portano via la terra, arrivano gli aeropporti e la terza corsia del raccordo e ti butta giù il terreno, la casa etc etc

    arrivano gli ogm, arriva la finanza, equitalia, gerit..

    e cosa si dovrebbe fare?
    riappropriazione di suolo pubblico e privato.
    tanto sono tutte merde, mafiosi, sicari, pagati e protetti dal sistema per fare i soldi del sistema.

    la cosa che forse non capite, mi rivolgo a chi mi ha citato, è che da sempre il comune mortale è SOTTOMESSO.
    sembra che oramai è un alibi esserlo, sono figlio di un ladro o un disoccupato o orfano…e allora sei giustificato.
    no, perchè se poi arriva un figlio di uno ricco ma da principi e ideali nobili…non viene accettato, perchè o è un infiltrato o è un boghese.
    il povero o l’operai si chiude a riccio, si barricata dietro il suo status di quello che ha perso, che deve resistere, non vuole essere aiutato, perchè anche li è profitto, si profitto, perchè il comunismo vive di questo, vive di terrore, di paura, di tanti muri di berlino e stasi, come i loro colleghi capitalisti e nazisti.

    ma sempre a resistere, sempre parte lesa?
    quand’è che si attacca?
    i partigiani chi erano? ve lo siete mai chiesto..tutti contadini e operai?
    chi c’è dietro a tanti giri strani?
    chi finanzia le armi anche per i gruppi anti?
    per le varie ira, eta, gruppi terror?
    ve lo siete mai chiesto?
    guerra chiama guerra, e non se ne esce più.

    e perchè i partigiani uscirono solo dopo l’arrivo degli alleati? perchè gli ebrei non intervennero prima dell’ascesa nazista? perchè hiroshima e pearl harbour?

    almeno in italia perchè è la storia italiana che dice che si “aspetta” sempre, tutti parlano ma armatevi e partite.
    poi se qualcuno agisce…fischi e dietrologie.
    ha ragione chi dice dei sassi sugli operai della tav.
    loro stanno li per vivere e sono complici.
    quindi pur di lavorare andreste anche a costruire un fucile per l’esercito?
    perchè appunto non sei un fabbro, non sei un idraulico o elletricista etc etc
    alla fine sai cosa succede?
    che chi si rompe di questo “immobilismo” taglia la corda e se ne va.
    ma senza mettere poster o altro, si è vero è individuale, ma se tutti vanno incontro al burrone..perchè devo cascare pure io?
    tutte pecore…e io faccio la pecora nera, contro corrente.
    sarebbe bello che tutti la facessero la retro marcia, ma ognuno è arbitro di se stesso.
    perchè dedicare tempo e voce a sordi e ciechi?
    l’alternativa c’è, fidati, non solo ryanair o barbonaggine…erano esempi per far capire.
    anche perchè poi nei g8 e g20….stranieri presenti a riottare…e gli italiani???
    assenti perchè a lavorare.
    come gli ultimi movimenti nazionali,
    sempre nei weekend, sabato e domenica (fateci caso), perchè in mezzo alla settimana tutti a lavorare.
    ecco che allora la classe di conflitto non ESISTE.
    ecco che sonolo gli immigrati, zingari e altri possono fare la differenza,ma se poi ci si rompe a dover per forza rappresentare un movimento o un grido di sollevazione contro…se questi tolgono il disturbo..chi rimane?
    il balck blocche che lavora precario dentro gli uffici?

    poi ancora con il vietnam e il dopo, dai pacifisti agli arcobaleni, tutti bravi a commentare la storia passata ma nessuno che osa combattere il proprio presente.

    forse mi sono dilungato e ho perso il filo.

    le cose da dire sarebbero tante, non sono un professore come molti che scrivono qui,che sanno i numeri, sanno le statistiche, che sono molto preparati.

    io sò solo che mentre fuori la gente si sta scontrando nella vita di tutti i giorni, qui vedo sempre più “OPINIONISTI E TUTTOLOGI” e intanto l’italia sprofonda sempre più.

    il mio è un semplice consiglio.
    provare per credere, prendersi 1 anno sabbatico e per chi può di più, capire come si fà a vivere all’estero, conoscere altre realtà, vedere l’italia da fuori con altri occhi, entrare in contatto con altri movimenti internazionali, imparare mestieri utili, rendersi conto che esiste altro, esiste la possibilità di uscire dall’ingranaggio fiscale e padronale, che esistono famiglie che ospitano gratis, esiste il baratto, l’usato, km e metri zero per mangiare, mangiare sano etc etc.
    ma le comunità o chiamatele come volete non sono ben viste qui, ok, continuate allora a fare la VOSTRA GUERRA, perchè sempre di guerra si parla.

  • Lorenzo

    Io volevo solo dire che dalla storia passata al nostro presente c’è un filo, c’è un percorso: e questo percorso è all’incontrario, come i gamberi…dal conflitto diffuso dei ’70 (con tanto di terroristi intelligenti, ri-cito i Weathermen) ai deliri new-age/post-floreali attuali (penso a quello Jacopo Fo che ancora insiste col tafazzismo e dice che a Genova s’aveva da manifestar tutti nudi per evitarlo, il conflitto – o meglio la sceneggiata dichiarata dai Disobbedienti). Wu Ming la chiama “evoluzione” dell’autonomia, io di autonomi manco ne conosco più; l’ultimo che ho sentito parlare è stato Erri De Luca, commosso io al pensiero delle scolaresche condotte a sentirsi raccontare tutta un’altra storia del ’900, quella dei rivoluzionari e dei compagni caduti.
    Individualmente può darsi che manchi il coraggio (delle scelte scomode, dei cambiamenti rischiosi); collettivamente, il cambiamento c’è già stato ed è stata la scelta della sconfitta non soltanto sul campo (penso alla mattanza del G8), ma culturale. La ‘guerra giusta’ ha sopraffatto non dico l’ardore mezzo cieco della militanza, ma perfino la ragionevolezza.
    Apprezzo ognuno dei vostri interventi, la loro genuina spontaneità, financo l’orgoglio della tristezza vissuta quale emozione vitale che contrasta con gli zombie che non-vivono al nostro fianco (Daouda); ma mi pare evidente che il sentimento più diffuso sia la disperazione, la rassegnazione all’autodifesa, l’istinto schifato della fuga. Cercherò dunque un mio cambiamento personale, ma seguiterò a legger Gunther Anders, certo che tanta violenza non si possa combattere solo sfuggendole. Nella narrazione altra di De Luca c’erano violenza di rimando ma anche poesia…almeno alla seconda io m’ostino ad aggrapparmi, ma non credo basterà. C’è proprio tutto un cervello da ricostruire, prima d’abbattere il sistema. Un cervello che sappia riconoscere l’inganno quasi orwelliano – ormai normalizzato, accettato amaramente, quando addirittura non riconosciuto – e come s’è detto preparar l’attacco, che resta la miglior difesa contro questi assassini nemici dell’umanità, ma solo se altri cervelli sapranno supportarlo, come ad oggi vedo accadere solamente in Val di Susa, nella battaglia che ogni altra battaglia sembra comprendere.

  • Lorenzo

    Cioè, ma se è tutto così chiaro – crimini e responsabilità – da esser spiattellato pubblicamente, cosa altro resta da fare?!
    http://www.repubblica.it/ambiente/2011/09/22/foto/land_grab_le_terre_rubate_ai_poveri-22013552/1/
    Certo che finchè si parlerà di “fenomeno”…di “ingiustizia”…e infine non si proporrà altro che le consuete “donazioni”

  • (A)

    Ciao a tutti,
    solitamente non concordo con le vostre posizioni (sono anarchico), ma leggo comunque con interesse le analisi sul sito, e questa mi sembra una disamina straordinaria della realtà dei fatti.

    La domanda da porsi è forse questa: alla luce di ciò, è ancora possibile superare il capitalismo, se non soltanto un mezzo (sciopero, corteo, sabotaggio etc.), ma l’intero “corpus” del conflitto è stato fagocitato dal Capitale? Siamo sicuri che, anche attuando una nazionalizzazione delle banche (comunisti) o dando vita ad una federazione di spazi autogestiti (anarchici), il Capitalismo possa essere sconfitto?

    (En passant: lungi da me ogni tentazione disobbediente, che vogliono un capitalismo e uno Stato dal volto umano -troppo umano-, il che è come volere un pinguino in grado di volare)

    Insomma, ragazzi: è ancora tempo per la rivoluzione nel nostro Occidente? O quanto voi dite sui Paesi dell’Oriente e del Sudamerica andrebbe radicalizzato: e cioè che, se lì è ancora possibile E DOVEROSA una rivoluzione sociale, all’Occidente non resta che scomparire?

    Un saluto sincero.

    (A)

  • Militant

    Bè, è evidente che ogni forma di progresso, riforma o superamento del sistema passa necessariamente *per* il conflitto sociale. Questo è indubbio, e il problemone di questi tempi è che è scomparso l’orizzonte del conflitto come strumento per cambiare l’esistente.

    Detto questo, quello che mettevamo in luce in questa analisi era che il conflitto, paradossalmente, serve anche al capitalismo come sistema, perchè ne garantisce un equilibrio che altrimenti non manterrebbe. Il nostro compito, poi, sarebbe quello di portare il conflitto ad un livello non più gestibile dal capitale, e dunque trasformarlo da possibile soluzione a minaccia. Ma, allo stato attuale, stiamo veramente distanti.
    L’unica cosa che però ci preme ricordare è che ogni forma di progresso sociale passa e passerà sempre di più dal conflitto. Nessuno ci regalerà niente, e soprattutto niente verrà riformato in senso progressista, senza la spinta conflittuale al cambiamento. Questo tanto per chiarire che è impossibile anche solo immaginare una riforma del sistema finanziario, o del sistema economico, tramite l’approdo nelle istituzioni, o peggio ancora andando avanti a richieste.
    L’istituzione è uno strumento (a volte molto valido) che ha senso se diventa cassa di risonanza e arma in più per un movimento che però pratica conflitto fuori dalle istituzioni. Se diventa fine in sè, e cioè se si mira all’istituzione, all’elezione, alla candidatura, senza conflitto fuori, sperando di rappresentare qualcosa oltre a se stessi, non si va da nessuna parte, e trent’anni di candidature e di rappresentanze speriamo che lo abbiano già chiarito. E’ la storia che continua a smentire queste manovre.

  • daouda

    Sì ci sono varie teorizzazioni tra cui quella più nota è:
    -conflitto istituzional-culturale
    -conflitto social-civile
    -conflitto armato

    Il problema rimane che esigere ad esempio il sussidio per le ragazze madri ( giusto per scrivere qualcosa che è invece utile e desiderato da molti cattolici ) equivale a rendere più povera la popolazione ed aumentare il numero delle ragazze madri , ossia ad affossare tutti senza risolvere il problema.

    Ovviamente un tale procedimento, che è da sommarsi a tutti i vari procedimenti analoghi ( come ad esempio l’abnorme numero di dipendenti pubblici – evasori fiscali totali ) non è di immediato comprensione, ma ad ogni modo è immancabilmente vero.

    Così, pretendnendo stronzate e lottando per ribadire pseudo diritti, la lotta istituzionale e culturale và a farsi friggere e di conseguenza anche le altre due.

    Il risultato è sconfitta e damnatio memoriae, come è normale che sia, oppure vittoria per giungere ad instaurare un regime oppressore peggiore di quel che si è combattuto, quando l’obiettivo sarebbe eliminare l’oppressione e distruggere ogni tipo di regime ( partendo da quello demogratico chiraramente ).

    saluti

  • [...] sempre più dilagante a fronte di sempre peggiori condizioni di vita di coloro che producevano. [Qui il pezzo per [...]

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