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Anatra all’arancia meccanica

Noi non riusciamo ad essere obiettivi quando leggiamo un libro di Wu Ming. Figuratevi recensirlo. Per questo, commentare quest’ultimo lavoro del collettivo di scrittori senza nome è stato estremamente difficile. Maledettamente difficile, perché non possiamo, anzi ci rifiutiamo, di recensire un’opera di Wu Ming esclusivamente dal punto di vista letterario. I Wu Ming sono una specie in via d’estinzione, un animale collettivo da proteggere, non da giudicare. Nella più complessiva atomizzazione della vita sociale e culturale italiana, pochi hanno fatto notare come il bivio apertosi fra la cultura e la politica si sia allargato sempre di più. C’è tutto un mondo che fa cultura, e la fa bene; un mondo fatto di ricercatori, di economisti, di storici, di sociologi e via dicendo che ogni anno sforna una quantità di saggi inverosimile. Contestualmente esiste un altro mondo, che cerca di fare politica, che si batte nelle strade, nei quartieri, nei luoghi della produzione. Ecco, queste due strade non si incontrano più. Non si incontrano più anche perché sono scomparsi gli intellettuali. Che sostanzialmente, avevano una sola missione: quella di unire il colto al popolare, di portare le analisi che venivano fatte nei luoghi della produzione del pensiero alla gente, quantomeno a quella gente che poi faceva politica. Questo trade d’union, fondamentale in una società democratica, consentiva di rendere popolare ciò che veniva espresso dai ceti intellettuali, e soprattutto creare una coscienza civile e popolare. E invece oggi (da qualche anno) quel meccanismo virtuoso si è spezzato: chi fa cultura non frequenta più le dinamiche reali, perdendosi negli alambicchi intellettuali di chi non riesce più a comprendere la realtà perché non la vive più; chi invece fa politica, o semplicemente si tiene informato tramite i media di massa, non riesce più ad avere quegli strumenti culturali che consentivano un’interpretazione migliore di ciò che succede nel mondo.

Perché questa premessa? Perché invece i Wu Ming rappresentano quegli intellettuali militanti, che tramite le loro narrazioni costruiscono vedute d’insieme, miti, elementi di identificazione collettiva fra soggetti più disparati. Dunque, un libro di Wu Ming dovrebbe essere letto anche tenendo conto di questo. O almeno, noi lo leggiamo anche attraverso questa lente, per cui ritroviamo nelle storie narrate tutto quello che ci parla di noi, della politica, dell’oggi, della nostra situazione.

Quindi eccoci a parlare di questa nuova opera dei senza nome. Questa volta l’oggetto narrativo è una raccolta di racconti, quasi tutti già editi nel corso di questo decennio. Racconti, romanzi brevissimi, visioni collettive,  già pubblicati su internet, o su qualche quotidiano o rivista. Qualcuno invece completamente inedito. A questo punto è necessario fare un’altra premessa: per quanto siano già in gran parte racconti editi, noi non li avevamo ancora letti. E per fortuna, a questo punto. Ci siamo ritrovati tra le mani qualcosa di completamente nuovo. Niente di già subodorato, di già letto, di poco attrattivo. No, per qualche favorevole congiuntura astrale, abbiamo potuto leggere questi racconti ancora vergini, non preparati e anche colti di sorpresa, possiamo anticipare. E questo ha un po’ bilanciato il pregiudizio col quale partiamo rispetto a tutti i loro lavori.

Dopo aver letto di seguito questa serie di visioni collettive, risulta impossibile una reductio ad unum, che ci consenta di poter giudicare complessivamente l’opera. I racconti andrebbero recensiti uno per uno, presi singolarmente e analizzati. Non solo le storie, ovviamente, sono le più disparate. Ma anche gli stili, i propositi, gli ambiti letterari e immaginari affrontati sono dissimili, rendendo impossibile parlare di quest’opera in maniera omogenea, perché non è un’opera omogenea: procede a salti, a scossoni, salite e discese, cambi di ritmo e di stili. Prima comici, poi apocalittici, onirici, tragici. E poi ancora iperrealisti, e poi subito dopo visionari. Insomma, sembrerebbe un lavoro improbo cercare di trovare una sintesi in questo lavoro. Però un tratto comune, nonostante tutto, alla fine affiora dalle pagine del libro: è l’evoluzione di ciò che ci circonda avvenuta in questo decennio. Evoluzione che intravediamo negli atteggiamenti, nel modo di scrivere, negli argomenti che poco a poco leggiamo, addentrandoci nel testo. Prima esilaranti, comici, sarcastici, come sospinti da una leggerezza che si respirava al di fuori del contesto narrativo. Poi sempre più riflessivi, ora onirici ora ancorati alla realtà; un pessimismo che piano piano cresce, fino alla tragicità di certi racconti o alla ricerca di qualcosa d’altro, una sorta d’evasione dal mondo reale che sfugge di mano. E non possiamo non notare il percorso che in questo decennio abbiamo affrontato come movimenti: da un sobbalzo di energia collettiva positiva degli anni a cavallo del secolo, alla presa di coscienza del fallimento di un’esperienza, fino ad una realtà che supera man  mano ogni più fosca previsione del futuro. Una realtà che abbiamo sempre più difficoltà a capire, e non ci resta, a volte, che rimanere sconcertati di fronte alla sequenza di eventi che ogni giorno di vengono vomitati dai media onnipresenti. Convinti di aver immaginato già tutto l’inimmaginabile, per essere smentiti quotidianamente e implacabilmente.

Questi racconti vale la pena leggerli. Alcuni di essi sono, sinceramente, qualcosa di eccezionale. Di eccezionale comicità, come “Benvenuti a sti frocioni 3” o “Tomahawk”, dove si fa fatica a finire il racconto senza provare dolore addominali per le risate; oppure di grandiosa visionarietà, come la parodia nera del mondo di Topo Lino e Anatrino, un mondo che non avevamo mai neanche immaginato in questi termini. Racconti che rompono col senso comune imposto, per ritrovarne un altro creato da chi è stufo del modello  di unanimismo precotto. Un mondo che diventa violento dove vige la dittatura della bontà. E che invece riscopre valori e sensazioni umane dove regna incontrastato il mondo della cattiveria e dell’ignoranza umana, come nel racconto “Mamodou”. E poi tanti altri, ma ci piacerebbe chiudere sul racconto “Bologna social enclave”. Beh, non vi sveleremo niente, ma dovrebbe esserne obbligatoria la lettura, in determinati contesti politici di movimento. Anche in poche pagine e in un contesto ironico, si possono capire certi errori e certe coazioni a ripetere (e a riperdere) che ci contraddistinguono, e che caratterizzano determinati luoghi di movimento, autisticamente chiusi in un mondo che è sempre più lontano dalla realtà.

Insomma, per concludere, ne vale davvero la pena. Vale la pena comprarlo, leggerlo, riderci o rifletterci sopra. Non tutto è perfetto, qualche racconto è chiaramente migliore di altri, ma nel complesso un insieme di visioni prodotte dal decennio appena trascorso, utile per capire cosa è cambiato in noi dal ’99 ad oggi. Il tutto, in una serie di racconti senza morale e senza la speranza del finale rassicurante, violenti e reali come è giusto che siano. Non è questo il momento per ripeterci che andrà tutto bene; è il momento di rimboccarci le maniche e ricominciare a capire.

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27 comments to Anatra all’arancia meccanica

  • *

    Io. invece, non riesco a provare entusiasmo alcuno quando mi trovo al cospetto di questi novi et novissimi intellettuali.

    Non ne metto in discussione le capacità. Pur essendo un autore, lascio il piacere della critica letteraria ad altri.
    Ora mi chiedo, anzitutto, come possano, gli intellettuali, sedicenti antagonisti, essere tanto disposti e disponibili a pubblicare le loro opere di genio per editori dell’establishment.
    Ora vado chiedendomi, inoltre, come possan, sempre li istessi iovini intellettuali (sedicienti antagonisti) avere accesso alle stanze dei bottoni dell’editoria. Hanno, in realtà, certe “entrature” spaventose.
    Mi ricordano tanto, costoro, quei personaggi che vanno in giro coi jeans sudici e strappati, spacciandosi per alternativi e smadonnando tutti i giorni che domine iddio ha creato contro la società mercantile e divisa in classi, e poi c’hanno i soldi (tanti) in banca. “Il soldo, sì! Ma quello vero”, come diceva il povero Angelo Quattrocchi.

    Che il capitale abbia vinto, è un fatto acclarato, ed è sotto gli occhi di tutti.
    Come vado ripetendo spesso, fino alla sazietà, spesso e restando io inascoltato (se non addirittura violentemente contrastato), il capitale ha vinto perché è penetrato con i suoi valori nel profondo del tessuto della società. Anche negli ambienti dove non avremmo mai immaginato. Gli ambienti “contro”.
    Oggi va di moda, come tipologia umana, il tipo del furbacchione, volgarotto e magari anche un po’ puzzolente.
    E nessuno può negarlo.
    Quando, invece, gli antagonisti del passato erano i migliori, soprattutto da un punto di vista etico.

    “Cos’è più la virtù” intitolava uno dei suoi romanzi l’indimenticabile Fernanda Pivano. Cos’è più la coerenza? Cos’è più l’onestà? Cos’è più la dedizione? Cosa son più le virtù, al giorno d’oggi?
    Se riteniamo che il fine giustifichi i mezzi non andremo, fatalmente, molto lontano.

    Mi auguro che questo commento non mi costi altri ostracismi, altre scomuniche…
    Ho partecipato, tempo fa, sul sito “Nazione Indiana” – confortato da uno, ed uno soltanto, che aveva la mia stessa opinione – ad un dibattito introdotto da tale Helena Janeczek, scrittrice talentuosissima, ed editor presso la Mondadori, se ben ricordo.
    La Janeczek chiedeva in pubblico se fosse lecito che uno di sinistra pubblicasse per la Mondadori. Io, molto candidamente ho risposto di no, con tutta una serie di motivazioni. Non l’avessi mai fatto. Mi hanno letteralmente “spammato”, come si dice in gergo informatico.

    La libertà individuale è santa. L’ho detto e lo ripeto in questa sede. Ognuno è libero di far di sé quel che vuole. Ma è pur vero – perdonate la citazione “ecclesiastica” – che, sempre a mio modesto avviso, come diceva un certo Gesù di Nazareth, non è mai lecito servire due padroni.
    E qualcuno ne insegue anche tre e quattro e cinque. A seconda della convenienza individuale.
    Intanto banchettiamo, poi al “sol dell’avvenire” ci penserem dopo.

    Abbiamo smarrito il senso delle cose. Assieme al senso della collettività. Nessuno fa più quel che è giusto fare. Ognuno fa esclusivamente quello che gli convien fare.

    I Francofortesi ce l’hanno detto, in tutti i modi, ed in anni non sospetti, che saremmo finiti nell’epoca del falso totale.
    Eccola!

    sergio falcone

    *

  • *

    Ho scritto così, come mi veniva.
    “La gatta frettolosa…”.

    Errata corrige.

    “Intanto banchettiamo, ché al “sol dell’avvenire” penserem dopo”.

    I’m sorry…

    sergio

    *

  • Alessandro

    Cmq, la loro posizione in merito l’hanno espressa in un ampio dibattito su “Giap!”.
    Per come la vedo io, non capisco cosa ci sia di male. Se portiamo all’esasperazione questo discorso, perchè limitarci solo alla mondadori e alla einaudi? Anche Felrinelli, l’espressione culturale del PD, non mi sembra il massimo. E chissà quante altre case editrici…per non parlare della TV…è tutta in mano al padrone, quindi uno non dovrebbe mai frequentarla e\o vederla. E pure i quotidiani, non dovrebbero essere più letti nè consultati, e soprattutto qualsiasi persona di sinistra non dovrebbe più scriverci, nè sul corriere nè su repubblica, nè sulla stampa nè sul messaggero, ma neanche sul sole 24ore ecc…
    Quindi, siccome i padroni possiedono i mezzi di produzione culturale del nostro paese, come di tutti i paesi, dovremmo abdicare dal partecipare al dibattito culturale, a meno di non ridurci al dibattito di nicchia, chiuso e elitario, che mai giugnerà al grande pubblico.
    Einaudi pubblica anche marx engels e gramsci, e dovremmo esserne orripilati, a questo punto, preferendo non venissero pubblicati piuttosto che vederli esposti nelle librerie di tutta italia.

    Ma invece questa polemica mi sembra tutta estremamente funzionale all’antiberlusconismo di matrice pd-dipietrista. Per anni sono andati bene massoni, piduisti, democristiani, padroni filofascisti, ma adesso che c’è berlusconi e non sappiamo come batterlo diamo la colpa agli intellettuali che pubblicano con case editrici di proprietà del male assoluto. Però poi, basta guardarsi il catalogo dell’einaudi per scoprire come si molto più radicale di molti altri editori “alternativi”…
    Spero che tu, caro “sergio falcone”, nella tua vita non compri alcun quotidiano, non legga nessun libro che superi le 200 copie, non abbia la tv a casa, e neanche internet, perchè sai, anche internet e i suoi provider non è che sono proprio nella mani del proletariato…

  • TUC

    Che noia. E che tipologia triste, gli scrittori frustrati che passano la vita lamentando immaginarie censure e persecuzioni, e intanto rovesciano bile su quelli che sono riusciti, sbattendosi per anni, a portare avanti un loro progetto…..

  • lavoratore atac

    nella società dei mezzi di comunicazione di GRANDE massa, è superfluo sottolineare che è necessario entrare in qualsiasi canale comunicativo, meglio ancora se nelle televisioni, a portare il messaggio.

    Quindi la polemica su “einaudi sì, einaudi no” è fine a sè stessa, è fine solo all’etica ma non al MODO in cui debba essere veicolato un messaggio.

    Visto lo strapotere mediatico di chi sappiamo, e sopratutto l’affermarsi di una mentalità tipica feudale, tramite le tv delle chiappe al vento, e del “tutto facile se hai il calcio in culo”, è da AUGURARSI che i messaggi dei wu ming o di qualsiasi altro autore penetrino nei canali dell’opinione pubblica.

    Adesso, già è tanto se raitre o la 7 dedicano uno spazio alla Cultura,quella vera, anche se non antagonista.

  • *

    Mi permetto, ovviamente, di rimanere della mia opinione.

    Una delle accuse che comunemente muovono a chi, come me, preferisce un altro modo d’essere e di vivere, quando ci cimentiamo con questo tipo di polemica, è l’invidia.
    Chi ci accusa, evidentemente non ha altri argomenti da contrapporre ai nostri. E banalizza, cadendo nel luogo comune.
    A pensarci meglio, forse invidioso lo sono. Delle generazioni passate. Che erano sicuramente più rigorose e coerenti della mia e di quelle successive.
    Ed è anche vero che coltivo una qualche frustrazione. Quella di dover sopportare, per forza di cose,… potere dell’anagrafe,… l’epoca presente. Fosca & losca.

    Era un bel tandem, quello di Marco Melotti & Franco Lattanzi, divenuto poi, nelle sue mutagenesi fregoliane, Sbancor. Il tandem che diede vita alla rivista “Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe”.
    Io, tra Marco Melotti e Franco Sbancor Lattanzi, preferisco il buon Marco. Col quale condividevo dei buoni sentimenti. Ed onesti.
    Il buon Marco, non foss’altro che per la sua grande intelligenza e preparazione culturale, avrebbe potuto avere il cosiddetto posto nella società. L’ha coerentemente rifiutato. E mi pregava di non prendermela troppo: anche i compagni son cambiati, assieme ai tempi. Potere del capitale…
    Evidentemente, Marco Melotti era un altro “frustrato” come me.
    La politica discende dall’etica ed il fine non giustifica i mezzi. Questo m’hanno insegnato i vecchi anarchici.
    In un mondo in cui trionfa, universalmente, il machiavello. Ed il furbetto.

    Continuerò a coltivare le mie convinzioni. Serenamente.
    Nella classica attesa di tempi migliori.

    A bene presto,

    sergio

    P.S. – Perché nascondersi dietro l’anonimato? Io, il mio nome e cognome, non ho problemi ad esibirlo.

    Il discorso è, ovviamente, più ampio.
    Va ben al di là del mero fatto editoriale.
    Coinvolge sfere più elevate come l’etica e la politica.

    Mi conforta l’opinione d’un mio coetaneo. Un altro che definirei una “perla rara”.
    Gianni De Martino, uno dei primi beats e fondatore di “Mondo Beat”.
    Vi lascio il piacere della lettura…
    Che sia anche lui un frustrato come me?
    Ai posteri l’ardua sentenza.

    “E nel periodo del cosiddetto ‘riflusso’ – come si disse con metafora mestruale azzeccata per una generazione già definita come ‘proletariato biologico’ – ho potuto osservare che i più furbi, gettato il colletto alla Mao alle ortiche, occuparono poi i migliori posti nelle Università, nelle televisioni e nelle amministrazioni pubbliche e private, e si comprarono la Bmw e la cocaina tipica dei ‘tossici integrati’ degli anni Ottanta, in attesa di collegarsi via Internet e gettarsi a capofitto nella superstrada dell’informazione, nel sogno di una supposta o suggerita comunicazione globale o liberazione tramite costose protesi elettroniche. Questo mentre i più stupidi fra quelli che volevano dare l’assalto al cielo finivano in cura dai guru per una buona terapia a prezzi popolari; e i più poveri finivano in cessi insanguinati, con l’ago nella pancia, in qualche angolo della metropoli rischiarato d’irrealtà. Non so se quella sessantottina sia la peggiore generazione di egoisti, di pentiti e di opportunisti e psicopompi che l’Italia abbia mai conosciuto. So però che volevano mandare al potere l’immaginazione, la loro immaginazione. E che molti han dovuto vedere le proprie buone intenzioni rovesciarsi in cattivi effetti. Che li consoli un po’ di buona letteratura. Kafka, per esempio: ‘Non ci fa tanto male ricordare le nostre malefatte passate, quanto rivedere i cattivi effetti delle azioni che credevamo buone’. […] E’ qui, a Milano trent’anni dopo, che inciampo ancora nel corpo del mio essere sociale, lo rivolto con la punta del piede e lo trovo splendidamente decomposto. Al punto giusto per ritornare verso le portinerie delle case dalle finestre munite di solide inferriate e lampeggianti segnali pronti a dare ancora l’allarme; e i videocitofoni e gli orologi e le telecamere agli angoli di certe strade del centro con le banche vigilate notte e giorno; e poi le scale e gli uffici delle amministrazioni e delle Ussl disinfettate all’alba, tutti i santi giorni, con impiegate in preda a sogni agitati ‘un attimino’ e burocrati, leghisti di mezza età o ex-compagni di un tempo sopravvissuti a tutti i cambiamenti, anche a Tangentopoli, seduti su poltroncine in pelle, anche umana, girevoli, che ti offrono un sigaro con un sorriso brillante come un getto di napalm…”, GIANNI DE MARTINO, I CAPELLONI, CASTELVECCHI, ROMA 1997.

    *

  • *

    Oggi è il 7 aprile. Mi auguro che qualcuno non abbia dimenticato quel che il 7 aprile del 1979 è successo.
    Trionfo dello stalinismo del Piccì.

    sergio

    *

  • simone

    @Sergio

    A me non pare che i Wu-ming siedano su poltrone di pelle, guidino BMW e siano un pululo di pentiti, opportunisti ed egoisti. Hanno il loro metodo che consiste nell’essere pubblicati da Einaudi e da altre case editrici minori.

    E sinceramente non mi sembrano nemmeno così famosi ed esposti ai canali mainstream. Tante persone che conosco – gente che è persino laureata in Lettere – a stento li ha sentiti nominare.

    Che poi, sinceramente non capisco una cosa: esistono case editrici socialiste? Cioè, cosa cambierebbe nella coerenza e nella consistenza dei wu-ming o di altri scrittori militanti, se, anzichè essere pubblicati dal capitalista X, vengono pubblicati dal capitalista (magari più piccolo di X) Y.

    Mi sembra tanto un discorso superato, che poi va a finire nella solita triste e sconclusionata tiritera del boicotaggio. Allora smettiamo anche di fare benzina, di comprare le sigarette, di farci accreditare lo stipendio su un conto bancario (magari facciamoci pagare a nero, per rimanere coerenti con il nostro essere proletari e comunisti?!?).

    Insomma, rispetto la tua idea, ma non riesco a capire dove tu voglia arrivare. E’ forse un comportamento anti-comunista campare della propria passione? Cioè, riducendo all’osso: uno come deve mangiare? Come lo compra il pane?

  • simone

    azz, ho pure sbagliato qualche congiunDivo :D

  • simone

    OFF TOPIC: comunque oggi è anche un altro anniversario: il 7 aprile 1963 nasceva infatti la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e Tito era nominato Presidente a vita.

  • Alessandro

    Si, quello del boicottaggio dei grandi marchi è lo sport preferito di una certa sinistra parolaia, che pensa di risolvere moralmente e individualmente i problemi per la sua assenza di iniziativa politica.
    Da quando qualcuno ha messo in piedi i boicottaggi di cocacola mcdonald e varie, non hanno mai venduto tanto, non sono state mai tanto pubblicizzate, non sono serviti assolutamente a niente, se non a fargli pubblicità. Però con la cosicenza pulita…

  • Se uno degli ultimi beat stagionati potesse vuotare il sacco, forse direbbe : A me non pare di essere diventato un frustrato, come sembra paventare il buon Sergio ( ciao Sergio !) solo perché da giovane – credendo di appartenere fra molta arroganza e sacchi a pelo alla prima generazione civilizzata del pianeta – volevamo mettere fine alla guerra, all’ingiustizia e alla miseria, e per essere stato diciamo abbandonato da quella stronzetta di Marianeve , morire per amore, finendo poi col fare il giornalista ( giornalista part-time). Altro che « Pianeta fresco » ! Come constatava negli ultimi tempi anche Fernanda Pivano, dichiarandosi sconfitta, il pianeta è coperto di sangue. Meglio ritrovarsi battuti e sbattuti, se non proprio beati, anziché vincitori ? Così pare, altrimenti perché essere passati per Topolino, Grand’Hotel , Mondo Beat e l’Erba voglio ? Per non dire del vecchio piccì, del piccolo Hans e di Alfabeta ? Ma perché dovrei appartenere a una generazione sospettata di godere di più e meglio, e accusata di aver fatto troppo, sempre troppo ? Mah ! Blowin in the wind… Cantare, oggi, non è facile, vero Bob Dylan? Oltre al tempo, al tempo che con l’andar del tempo ti « curva », una volta ridotto all’osso della tua passione, in un punto di domanda, tra il dire e il fare c’era di mezzo il mare del linguaggio, delle storie e del pensare… Certo, prima o poi occorreva fare, se non farsi, cercando di volare in alto, hig mind, semplicemente per vivere. Sarebbe stato “ridicolo” passare nel fiume o « mare del secolo » e pretendere allo stesso tempo di restare all’asciutto (sulla riva del pensiero dell’asciutto) a guardarlo scorrere. E poi, al risveglio, lento, nel solco del sogno di pace perpetua, amore eterno & fiori sempre freschi, scesi da « lassù » ( dove non c’èra dove e « si volava in alto, hig mind, per vivere », come sospirava, a Essaouira, anche Julian Beck), ebbene scesi da lassù, ecco che ci si ritrova in una città, perché dopo il viaggio ( o trip, come si disse in gergo canagliesco, l’unico ammesso se si vuole sopravvivere in casa editrice), ebbene, si ritorna sempre in una città, con MM, Supermercato PAM ed edicolante all’angolo, dove si è costretti all’esserci trafelato: questo dover ripulire un mare di sangue, rimembrare un mondo, se non l’Universo, e seppellire in fretta, questo piegarsi a mille obbligazioni servili e alla mostra del “logo”, alla rappresentanza. Non si scampa al cosiddetto inconscio, creduto rizomatico e desiderante, ma poi rivelatosi piuttosto meschino e polipesco, cioè italiano, medio-italiano, se non medio-europeo. Non si scampa alla riduzione socialdemocratica del desiderio ( oltre che delle vecchie mitologie del desiderio) a gestione ottimale dei bisogni – i famosi bisogni della gggente. Ah, la gente ! Quanta cacca ancora dovrà « lavorare » per meritare finalmente un Pianeta davvero fresco ? Non si scampa neanche alproclama virtuale dell’ “amore” indistinto e indiscriminato ( cristianista, socialista o ex-terzomondista che sia), alla volgarità dell’azione, alla “scoreggia drammatica della rappresentazione di stato” ( scrive San Gilles Deleuze), né allo scondinzolio attorno a qualcuno o a qualcosa, magari dalle parti di qualche coperativa del PD o ente del Governo… Si è in balia del mondano – oltre che della memoria, densa, agglutinante, come forse è la memoria di tutti gli esseri incompiuti & stagionati, e… c’è bisogno di soldi. Non si può che trovarsi in malafede, va da sè! ecc.

  • Tuc

    Il vizio di voi sessantenni-e-passa italiani (ex-fricchettoni, ex-sessantottini) mi sembra questo: che vedete il mondo come se fosse abitato soltanto da tre categorie: i sessantenni-e-passa che hanno “tradito”, i sessantenni-e-passa rimasti “puri”… e tutti gli altri, delle cui pulsioni, emozioni, conoscenze, non vi interessa né volete sapere niente. La vostra vita è tutta all’insegna del regolamento di conti dentro la vostra generazione, tutti gli altri sono intrusi. Parlate il vostro gergo, vi fate le vostre allusioni e strizzatine d’occhio, riepilogate i vostri precedenti, e se gli altri non capiscono ve ne fottete.

  • Si vede Tuc che gli ex-fricchettoni e gli ex-sessantottini ( una pessima generazione!) fanno, per così dire, circolo. Più lo accarezzi e più il circolo diventa vizioso. Toc ! toc ! Oltre a fare rimbrotti e tirare i baffi al nonno che se ne fotte se non capisci, hai qualche idea, prima che chiudano la bara, su come fare per uscire dal circolo di questi sessantenni cosi viziosi ? Probabilmente dirai che parlo in gergo, che alludo e strizzo l’occhio, ma ben vengano altre pulsioni, emozioni, conoscenze, perché no ?

  • Tuc

    De Martino, ma per accorgerti che al mondo esistono gli altri e che après vous nati con un cucchiaio d’argento in bocca non c’è stato solo diluvio devi aspettare che io ti faccia… “proposte”? E prima che arrivassi io, tu che facevi, a parte lagnarti? Sveglia, cazzo! In tutta Europa e nel Mediterraneo ci sono movimenti che si danno da fare per cambiare le cose, purtroppo oscurati dai media, e anche oscurati da voi che continuate a dire che “non c’è più un cazzo” perché il vostro si è perso da qualche parte nelle mutande.

  • Tuc, prima che arrivassi tu, o qualunque altro, oltre a mangiare con un cucchiaio d’argento in bocca, facevo tante cose, e non mi lagnavo ( come invece facevano tanti altri, è vero, al canto di “Che colpa abbiamo noi”, ecc.).
    Quanto ai movimenti in tutta Europa e nel Mediterraneo, non ho mai “oscurato” niente dicendo che “non c’è più un cazzo”, anzi concordo con te ( che te ne lagni) che sarebbe ingiusto negarli.
    Riguardo a quello che si sarebbe perso da qualche parte nel pannolone del nonno, beh, lasciamo perdere. Ciao

  • P.S. “Sveglia, cazzo!”. La lingua di Tuc batte dove il dente duole. E’ da tempo che quell’osso duro del nonno non leva più in alto la rossa bandiera di Trotsky al vento. E non lo si vede più neanche in piazza o in panchina, continuare a sbavare sullo spinello. Spogliato di ogni orpello, il rimbrotto di Tuc ha un’unica causa: l’impotenza.

    Naturalmente Tuc si riferisce al fallimento dei movimenti giovanili del passato e alla nostra presunta impotenza di “sessantenni-e-passa italiani – ex-fricchettoni,
    ex-sessantottini”. Insomma, di una generazione non solo di viziati ( “nati con un cucchiaio d’argento in bocca”), ma anche di soggetti imbelli ed incapaci, mancanti nella necessaria energia o autorità.

    E’ questo il bello della giovinezza, l’insegnarci cose che neanche l’età potrebbe insegnarci, amministrandoci docce fredde con insolenza e severità. “Potrebbe essere la nostra igiene”, forse direbbe con garbata ironia quel vizioso di Cocteau. In ogni caso, sarebbe assurdo, se non ridicolo, aspettarsi la riconoscenza della gioventù e gloriarsi del suo venire a frugare da qualche parte nelle nostre mutande. Mah! Forse sono state le nostre fatiche a metterci alla mercé del giovane in movimento.

    Tuc, mon cher ami, se adesso per scherzo o per ripicca ti parlassi in falsetto, come mago Otelma ( “che le stelle siano con te”!) direi che l’aspirazione e il sogno massimo di un giovane in movimento – per quanto oscuro, inconfessato o negato – non può che comprendere il risveglio e il raggiungimento della potenza. Ma se il giovane militante facesse un autoscatto, invece di fotografare quel cazzo di potenza che negli altri vilmente si sarebbe perso, avrebbe mai lo sguardo così lucido da chiamarli con il loro nome di illusione in movimento ?

    Che il giovane militante venga, insomma, informato non solo dai nostri, ma anche dai suoi difetti, né le nostre debolezze gli servano da scuse. Al massimo, gli servano da pantofola – se non da ossicino – per farsi i dentini
    ( magari tra un’anitra all’arancia meccanica e l’altra).

  • Detto questo, è vero che, come osserva Tuc, i media oggi “oscurano” tante cose. Per esempio, le notizie che arrivano dalla sponda sud dell’ex Mare Nostrum sembrano ormai essere state derubricate a notizie di seconda e terza fila. Chi legge per esempio sul sito internet del Sole24Ore, che “la tensione resta altissima in Libia”, è costretto a fare, per così dire, una lettura di secondo grado per rendersi conto che si tratta di una guerra. Di una stupida guerra dagli esiti imprevedibili, voluta peraltro da quei giovanottoni di Barack Obama, Nicolas Sarkozy e David Cameron.
    La ragione di questa retrocessione dei bollettini di guerra, forse si spiega con la noia che suscitano i poveri sfortunati che ci rimettono la pelle e la lagna dei “partigiani” bengasini, che continuano a chiedersi come mai i “liberatori” franco-britannici-americani non osino mettere il loro faccino bianco & umanitario fuori dalla carlinga degli aerei e gli italiani esprimano una certa “riluttanza” ( come dice Frattini) a bombardare.

  • [...] Oggi, secondo giorno di fiorile dell’anno CCXIX, offriamo ai nostri lettori una panoramica di recensioni e commenti su Anatra all’arancia meccanica. Nelle prime settimane di avvistamenti in cielo e nei fiumi, i più disparati soggetti hanno risposto ai perentori “quack!” dell’incazzoso volatile. Alcune recensioni le avevamo già proposte/linkate nell’immediato, a inchiostro ancora tiepido sulle pagine del libro. Quivi proponiamo quelle del collettivo Militant, dello scrittore Nino G. D’Attis, del critico Renato Barilli (uscita sull’inserto TTL de La Stampa), di Mauro Trotta (uscita sul Manifesto), oltre a segnalare lo spin-off in stile Star Trek dello scrittore Angelo Ricci e l’articolata proposta cinematografica del blogger jumpinshark. Naturalmente, molte recensioni di lettori sono su Anobii, e se siete su Twitter, potete seguire l’hashtag #AaAM. [...]

  • Gianni De Pincopallino

    Sono il vero Gianni De Pincopallino, colui che ne ideo’ il marchio per fare affari in rete. Il mio nome all’anagrafe e’ Giovanni De Magistris. Purtroppo il marchio mi e’ stato scippato ed e’ stato usato contro il giornalista e scrittore Gianni De Martino, tanto che oggi Gianni De Pincopallino e Gianni De Martino vengono associati nelle ricerche in rete e cio’ con grave danno del mio business (ne’ io posso promuovere azione legale contro chicchessia, perche’ il marchio non l’avevo registrato). Ma, bando all’amarezza che cio’ mi procura, non posso non esternare l’alta stima che ho per Gianni De Martino, fondatore di Mondo Beat. Egli fu anche rappresentante del Dalai Lama in Italia, quale direttore della mitica casa editrice “Mandala. Quaderni d’Oriente e d’Occidente. Inoltre ammiro Gianni De Martino per la compassione che mostra nell’intrattenersi, da pari a pari, con personaggi oscuri, falliti della letteratura, come questo Sergio Falcone.

  • alfio (giuda di mondo beat)

    Avevo scritto un post che non mi e’ stato pubblicato. Forse saro’ stato offensivo. Voglio provarci con un altro, perche’ penso che sia giusto fare delle puntualizzazioni.
    Mi chiamo Alfio D’Agosta, conosciuto ai tempi di Mondo Beat come “Giuda”. Qualunque storia si legga di Mondo Beat, vi vengo citato, perche’, tra le altre, io compii allora un’azione che da Melchiorre “Paolo” Gerbino, il direttore di Mondo Beat, e’ stata definita la piu’ esemplare della storia del Movimento, e cio’ quando mi appesi al collo la copia della diffida che la Questura di Milano mi aveva ingiunto e mi feci arrestare a Piazza del Duomo. Le foto di questo evento furono pubblicate pure dalla stampa estera, oltre che italiana, e alla voce “Mondo Beat” in Google vi appaiono nelle “immagini”.
    E dunque dichiaro:
    1- Gianni De Martino non e’ stato tra i fondatori di Mondo Beat, ma poiche’ vi si spacciava per tale, la sua voce in Wikipedia e’ stata oscurata (come si puo’ verificare cercando Gianni De Martino Wikipedia);
    2- Gianni De Martino e’ stato soprannominato Gianni De Pincopallino da Gerbino e nessuno ha scippato nulla a De Magistris, che ha usato il marchio De Pincopallino dopo.
    In verita’.
    Alfio “Giuda” D’Agosta

  • Gianni De Pincopallino

    Sono andato al sito di Gerbino ma ne sono uscito quasi subito per non farmi stordire e travolgere dalle sue farneticazioni

  • alfio (giuda di mondo beat)

    Lasciaci alle nostre farneticazioni, ma rassegnati, perche’ non sei tu ma e’ risaputo che e’ Gianni De Martino che e’ Gianni De Pincopallino.

    Alfio “Giuda” D’Agosta-

  • Federico

    In risposta all’insopportabile e petulante Sergio Falcone.

    “Raccontare storie è un lavoro peculiare, che può comportare vantaggi a chi lo svolge, ma è pur sempre un lavoro, tanto integrato nella vita della comunità quanto lo spegnere incendi, arare i campi, assistere i disabili etc. [...] Il narratore ha il dovere di non credersi superiore ai suoi simili. È illegittima qualsiasi concessione all’immagine idealistica e romantica del narratore come creatura presuntamente più ‘sensibile’, in contatto con dimensioni dell’essere più elevate, anche quando scrive di assolute banalità quotidiane”. Wu Ming 4

  • LETTERA APERTA A MELCHIORRE GERBINO,
    UN MEZZO FESSO CHE SI COMPORTA DA VIGLIACCO
    cercando di offendere restando lontano, a Sumatra dove ti sei imboscato e sopravvivi acquattato, ti comporti da vigliacco quasi-sicuro dell’impunità… Così, dandoti alla macchia com’è tua abitudine inveterata ti illudi di poterti permettere di continuare pervicacemente a malignare, diffamare, calunniare e mettere in imbarazzo parenti, conoscenti e amici, accusandoli poi ingiustamente di essere “mascalzoni”, “scellerati” e di volerti fare la festa.
    Anche la signora Leonarda Cianciulli sentiva come te le Voci ed era convinta di avere una colossale Missione da compiere, finché non venne arrestata dai carabinieri e condotta al manicomio di Aversa, prima che cominciasse a distribuire saponette di grasso umano & paranoie varie ai vicini di casa. Scrisse anche – con una prosa notarile che somiglia molto alla tua zeppa di troppi nomi e date – un libro molto commovente intitolato “Confessioni di un’Anima Amareggiata”.
    Se proprio credi che il karma e la tua Missione siano quelli di dover fare i conti con l’Elefante o l’Assassino in salotto, accomodati pure… Sappi però che in realtà quella casa nel mellah della Marrakech anni sessanta dalla quale da bravo “fissato” e mezzo-fesso ancora non ti sei ripreso nn era affatto infiltrata dai servizi ( dei quali mai ho fatto parte ) , ma era la dimora di Otis Cook, un amerikano barbuto soprannominato Lee, nella cui casa centinaia di hippies & strippatori ambulanti si imbottivano di punch all’acido. Se fai mente locale ricorderai povero sciocco che non ti ci ho portato io, ma ci sei andato con i tuoi piedi dopo aver conosciuto Otis Cook e i suoi amici alla terrazza del cafè Argania di piazza Jemaa el Fna, terrazza dell’Argania dove reincontrasti anche me che ero già a Marrakech, mentre tu venivi con Gunilla da Essaouira dove vi avevo lasciati.
    Già in quel periodo non stavi bene, dicevi di aver contratto una blenoraggia con quel ragazzino incontrato a Essaouira nella boutique-sartoria del “gatto Melè” dove si fumava il kif. Venni con lui, con il ragazzino, sulla terrazza di madame Sadia dove alloggiavi, poi durante la mia assenza perché in viaggio a Marrakech, ne approfittasti. Avevi addosso un costume orientale, un gilettino e le babucce comprate nel souk, cmq roba scadente per turisti, e preferivo non frequentarti perché eri pagliaccesco vestito a quel modo e ti comportavi in maniera bizzarra, offensiva e sgradevole anche con Gunilla e poi con Mohamed, il ragazzo marocchino di colore amico degli hippies di Marrakech con il quale ti mettesti o vi metteste con la povera succube Gunilla ( che purtroppo ti amava tanto e, a sue spese, ti voleva bene).
    Quanto al funzionario del Consolato Italiano di Casablanca che ti feci conoscere quando venne a Essaouira insieme alla signora Carla Pesciatini della Dante Alighieri, era un amico di mio padre che mi aveva scritto di andarlo a trovare per ottenere una Dispensa in quanto residente all’estero e mettere così in regola la mia posizione rispetto all’obbligo del servizio militare, allora obbligatorio.
    Su quel periodo hippies a Marrakech, Esther Freud la figlia della ragazza con la quale mi ero messo, Bernadine Coverlay, morta qualche mese fa a Londra, ha scritto un libro intitolato “Ideous kinki”; ma ti suggerirei la lettura di “Rapporto da Marrakech”, un capitolo del libro intitolato “Play Power” di quel mattacchione di Richard Neville, ristampato recentemente in Italia dai tuoi editori della Shake edizioni ( che credo abbiano ristampato anche il libro su Mel scritto da Philopat ).
    Quanto al mio libro sui capelloni non ti ho rubato proprio niente perché – una volta che mi ero adoperato di farti conoscere Moroni per fare il libro con te e poi essere stato estromesso da te che ti beccasti da solo egoisticamente i soldi dalla Shake e utilizzasti il mio materiale fotografico oltre al tuo, ti dissi che allora ciascuno di noi avrebbe fatto il suo libro, tu il tuo e io il mio. Per il mio libro ho utilizzato il materiale fotografico del mio archivio, le foto datemi da Walter Pagliero ( che sta per pubblicare un nuovo libro su “Nuova Barbonia”) e da Ignazio. I testi della rivista “Mondo Beat”, inoltre, non sono di proprietà del Direttore responsabile, ma di proprietà degli Autori perché ceduti una sola volta per la rivista, per cui se vuoi ristamparli dovresti, per legge, pagarci i diritti. In ogni caso, non ti autorizzo a riprodurre i miei scritti nel tuo Sito , accompagnandoli con malevoli e stupide chiose…da demente, o perlomeno da uno non molto presente a se stesso.
    Quanto al mio libro “L’uomo che Gesù amava”, dal quale ti dichiari ipocritamente scandalizzato come una monaca neo-musulmana ciucciacazzi, evidentemente non lo hai letto. Il libro prende lo spunto dal libro “The man Jesus Loved” di Theodore Jenning, pastore della Chiesa metodista americana, non per ribadire la presunta omosessualità di Gesù, ma per proclamare “l’indifferenza” del fatto qualora si fosse verificato. Mia precisa proposta è uscire da una considerazione della sessualità tabuizzata e additarne una equilibrata, lontana dall’enfatizzazione e dallo svilimento. Il senso del libro è infatti così sintetizzato: «… della sessualità di Gesù non sappiamo nulla, eccetto che era un maschio ebreo del suo tempo e che il suo coraggio consisteva nell’essere tenero. Non abbiamo bisogno né di un Gesù gay né di un Gesù eterosessuale o asessuato.Abbiamo bisogno del Cristo risorto. Occorre salvaguardare il valore “universale” del Cristo». Che, aggiungerei, non è solo Gesù, ma anche qualsiasi altro Archetipo numinoso e Figura della zona dell’Immaginale ( mundus imaginalis archetipus) mediatrice di salvezza: Shiva, Buddha, Muhammad, ecc.
    Quanto all’accusa di volermi direttore della rivista Mondo Beat, di cui sono stato redattore-capo dell’ultimo numero, quello edito da Feltrinelli, l’equivoco nasce dall’aver scritto in biografia, per sintetizzare, che prima di recarsi in Marocco Gianni De Martino “ha vissuto a Milano, tra i fondatori di Mondo Beat” : sono stato, ho vissuto e abitato infatti con te, fondatore, a casa di Petrus & di Giuliana, ho frequentato ogni giorno Umberto Tiboni, altro fondatore di “Mondo Beat” – alla cui redazione peraltro arrivai con Adriano da Firenze nel marzo, non nell’aprile, del lontano 1967… e non inviato da nessuno, solo perché spinti da un desiderio di accomunamento allora presente in numerosi giovani della nostra generazione sfortunata e anche molto fortunata…
    Tu infatti sei di un’altra generazione, quando ci conoscemmo avevi credo 25-26 anni e per noi giovanissimi eri già vecchio, un vecchio stronzo… complessato, che per andare a cazzi & giovani culi usava la povera moglie Gunilla come schermo durante le penose partouze anche a casa di Masi, il reichiano. Giuliana Petrus aveva ragione nel raccomandarmi di non frequentarti. Invece mi lasciai convincere dalla tua proposta di andare in Marocco insieme.
    Partimmo da Trapani per Tunisi nell’ottobre del 1967. Se ricordi bene, mentre con Gunilla e il piccolo Nino proseguivi in treno per Casablanca, io mi fermai qualche settimana ad Algeri con Majid, il giovane funzionario dell’Ambasciata algerina a Roma di ritorno in patria, un mujaiddin eroe della Resistenza contro i Francesi, che si dimostrò, ad Algeri, un ospite delizioso, molto più uomo e maschio di te, che già allora sculettavi un po’. Majid voleva che lo seguissi a Bamako, nel Mali dov’era stato assegnato dal Governo, ma era un paese troppo caldo e gli risposi di no perché, dissi, il clima torrido mi avrebbe rovinato la pelle… Insomma, rifiutai la proposta di quello splendido guerriero, allora ero giovane e me lo potevo permettere. Così, anche per mantener fede alla parola che ti avevo data, a novembre arrivai finalmente a Essaouira per scrivere insieme un libro su Mondo Beat ( che mai si fece, anche perché t’imbastivi di kif, litigavi continuamente con Gunilla, eri insofferente per la presenza del piccolo Nino e scrivevi poemetti su fontane luminose e altre scemenze del genere, che niente avevano a che fare con il lavoro da fare).
    Quanto all’asserita appartenenza alla massoneria, questa risale solo alla seconda metà degli anni Ottanta. In quel periodo fosti più volte ospite accolto, nutrito e rinfrescato a casa mia in via Alunno a Milano, nonostante il fetore che emanava la tua persona e nonostante il tuo comportamento da spione e da ingrato parassita. Forse avrai visto alla parete dello studio il cosiddetto “Passaporto massonico”, un documento incorniciato attestante l’iscrizione all’ “Umanità e Progresso” di Milano, Loggia del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, e non, come da te erroneamente scritto, “di piazza del Gesù”. Forse non avevi ancora gli occhiali per leggere e spiare meglio…
    Non so perché ti scrivo in risposta alle tue balle, sviste e bévues colossali e deliranti, forse perché educato dai salesiani ( dai quali non sono mai stato abusato, come perversamente vai malignando in rete) a provare pietà anche per le teste di minchia e i poveri & aggressivi infelici come te.
    Inutile sperare che tu riesca a liberarti dai tuoi tanti patèmi (infiltrazioni=omosessualità, complotti=megalomania, Servizi=Turiddu o Spinelli, ecc.); e, se non a fare “il salto del mitomane”, perlomeno a rientrare in te, mettere giudizio e restare a galla… Ma questo probabilmente già te l’hanno detto quelli che ti volevano bene e che tu hai deluso e tormentato da vicino e da lontano. Magari credendoli, a torto e da mezzo fesso quale ancora una volta dimostri di essere, agenti di una “botta di rimpiccolimento”, che in realtà sei tu stesso a darti.
    Come dire: MELCHIORRE GERBINO PRENDE PIU’ DI UNA BEVUE DA UN VECCHIO PITALE, VANDALIZZA SE STESSO E SI COMPORTA DA VIGLIACCO ( la foto della bevuta dal pitale nn è un fotomontaggio; hai ragione solo per l’altra foto con i ragazzi: effettivamente non fu scattata nella Cava, ma datami da Walter, forse fu scattata in una casa beat…).
    Come forse saprai la paranoia è loquace e contagiosa, ma non sperare che la verità emerga dal mettere insieme i tasselli del Grande Complotto… L’ultimo tassello, quello che si crede rivelatore dell’ultima chiarezza, illuminazione o abbaglio finale, infatti mancherà sempre. Se ti parlassi ti direi di fare affidamento più su quella parte sana di te che ancora forse ti resta… Ma non mi daresti ascolto perché davvero credi di avere a che fare con un “assassino, ladro, impostore, scellerato, disonorato e mascalzone”, come scrivi con una prosa buffa e desueta da vecchia e romantica signorina molto perbene e amareggiata. Ogni volta che , calpestando la tua dignità di uomo e di omo malamente velato, forse non potendo cullare i tuoi fantasmi tra le tue spettrali braccine di antico innamorato, ti identifichi con i soliti luoghi comuni della paranoia classica gremita di complotti, di dèmoni & di fantasmi, hai perso.
    Nota. ” Hanno bisogno l’uno dell’altro, eppure si uccidono a vicenda. Gli uomini impazziscono perché non sanno che il conflitto è dentro di loro, e ciascuno addossa il torto all’altro. (…) Quando sei irritato contro tuo fratello, pensa allora che sei irritato contro il fratello che è in te, vale a dire contro ciò che in te è simile a tuo fratello.. (C.G. Jung, Libro Rosso). In altri termini, come mi disse una volta un’ anziana paziente psichiatrica , anche brava pittrice, ricoverata nel gerontocomio gestito da un amico: “ Ognuno di noi porta una bestia dentro di sé speriamo che non venga mai sbranato da essa, ma che possa con il tempo conviverci bene e fare amicizia”.
    Naturalmente ciò non toglie che nella vita di un paranoico effettivo e non solo formale nn esistano nemici reali… alle spalle… Solo che in verità io, per quanto mi riguarda, non ti sono mai stato e non ti sono nemico e nemmeno ti considero nemico, – ti vivo però come uno scocciatore stagionato, una vecchia “cacchina” stravagante, disgraziata e senza onore che cerca ingiustamente di farmi paura e di danneggiarmi nella vita famigliare e nel lavoro.
    Pertanto sei imperdonabile ( se non ti penti, chiedi scusa e metti riparo al male inutile che stai compiendo). Oltre che aggravare la tua storia penale, non puoi risultare altro che antipatico a parenti, conoscenti e amici. Sarà pure il “nostro karma”, come dicono i ragazzi, però con un po’ di buona volontà e l’aiuto di Dio o di Allah, forse il karma maligno che ti tocca in sorte tra culla & bara si può modificare in bene e forse in meglio, o no ? (Sono due giorni che non bevo caffè e sono comunque incazzato come una bestia…. Brutto deficiente, sei contento adesso..? ).
    Viviamo nell’impermanenza, nell’incertezza e la precarietà della vita condizionata, arriverà il giorno atteso a schiudere gli impediti passaggi, prepariamoci a nuove esistenze…
    Tanto per tua norma e regola ti dovevo,
    ovviamente non tuo, Gianni :-)
    P.S. In allegato: “Mors ultima linea” ( e salutame a’ mammete ;-)

  • Gerbino ama ostentare le sue scemenze, e allora non ho difficoltà ad aiutarlo. Con la piccola citazione di un Suo turgido poemetto da ubriacone:

    “… libo,/ e pervaso da Priapo/tendo la nerchia tremula/ricurva/ al tuo ovario,/perché compiaciuta di me/e di quanti/così intensamente ti adoriamo,/tu conceda l’Eroe/ che ci conduca/per aspera ad astra” (Melchiorre Gerbino).

    P.S. Gerbino, non avrai il premio Nobel per la letteratura ( anche se oggi non si rifiuta a nessuno) e non finirai al Museo delle Cere, ma ai giardinetti come un vecchio stronzo amareggiato, con i pantaloni arrotolati e un mouse stravagante. Firmato, G. Pincopallino, la tua ossessione preferita. :-)

  • V. http://www.melchiorre-mel-gerbino.com/Pagine/Gianni_De_Martino.htm :-O

    Che cavolo racconta Mel ? A me Melchiorre sembra proprio molto e decisamente paranoico; non solo molto molesto ma anche potenzialmente pericoloso. Penso che sicuramente lo si potrebbe denunciare per diffamazione e (credo) stalking, ma non so se le teste matte siano materia giuridica. Il tutto mi ricorda molto la storia della prima paziente di Lacan (storia molto strana) di cui una parte è raccontata nella seconda parte della sua tesi di specialità del 1932, ‘La psicosi paranoica nei suoi rapporti con la personalità’. Potrebbe essere interessante e magari pure utile leggerla (la seconda parte è estremamente narrativa, si legge bene. Un amico psichiatra ci sta facendo un lavoro sopra, sulla tesi e sul resto della storia).
    Mi dispiace comunque di tutto questo trambusto all’arancia meccanica o questo casino. Ciao per ora.

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