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I rischi di una nuova estetica del conflitto

 

L’assedio ad un palazzo vuoto, elevato ad emblema feticizzato del proprio malessere, per di più da anni svuotato di concreti poteri politici che non siano la ratifica amministrativa di decisioni economiche prese all’interno delle istituzioni neoliberiste della UE, non può che farci tornare alla mente le giornate di Genova e la successiva discussione politica che qualcuno cercò di intraprendere nel valutare quegli anni e quel movimento. Una delle principali critiche politiche al movimento no-global fu proprio quella di aver edificato il livello simbolico, scenico, mediatico a protagonista assoluto, scalzando ogni dinamica materiale. Sebbene non era dentro quella zona rossa che il potere decideva per sé e per le popolazioni subalterne, ogni rivolo conflittuale doveva convergere verso l’assedio del “palazzo” (in quel caso, peraltro, una nave). In quegli anni la dinamica “assediante” fu rivolta contro i famosi “vertici” europei (la stagione dei controvertici), generando quell’accumulazione di forze che vide nelle giornate di Genova il punto culminante. Come andò a finire è storia nota. La sconfitta, politica e non (solo) militare, fu determinata proprio dalla concentrazione di tutte le proprie forze sul livello mediatico-evenemenziale, credendo di giocare alla guerriglia semiotica in un luogo e contro forze che non rappresentavano il vero nemico, ma solo la sua rappresentazione scenica (rappresentazione che comunque si incazzò parecchio e reagì alla vecchia maniera, demolendo pistola alla mano la post-modernità). Ma un palazzo (o una zona rossa, il che è lo stesso), vuoto e inoperante, elevato a simbolo del potere, non può produrre un conflitto effettivo, ma solamente una sua estetica. Non può cioè incrinare i meccanismi che sostanziano quel potere, ma unicamente simulare un conflitto ad uso e consumo dei media. Infatti, i soli interessati alla giornata di sabato, oltre ai turisti spaventati, sono stati proprio i media. Renzi e compagnia hanno tranquillamente tirato dritto senza neanche accorgersene. Una critica, questa, che è anche – e soprattutto – un’autocritica. Nel percorso di costruzione della giornata del 12 c’eravamo anche noi. Nonostante i dubbi sulla piega che andava prendendo la manifestazione, la scarsa chiarezza degli obiettivi politici e delle parole d’ordine, continuiamo a credere che in momenti come questi la soluzione non sia la ritirata strategica. Oltretutto, non neghiamo che un piano simbolico attorno al quale aggregare idealmente un processo politico sia necessario. Anche per questo, a volte, il *palazzo* ha la sua importanza. Ma allo stesso tempo, a mente fredda, dobbiamo anche saper cogliere quelli che secondo noi sono errori da non ripetere, perché hanno già segnato una stagione di lotte e ne hanno determinato la sconfitta. Ed è dalla metabolizzazione di quella sconfitta che oggi si propone giustamente di ripartire questo movimento.  

Come quindici anni fa qualcuno si sforzava di dire che il potere non risiedeva in quelle zone rosse, in quei vertici, in quella celebrazione politico-mediatica, ma in un potere sociale del capitale, diffuso, reticolare e pervasivo di ogni ambito economico-sociale dell’organizzazione dei rapporti di produzione (soprattutto risiedeva, oggi come allora, nel possesso di quei rapporti!), oggi il potere non risiede in quei palazzi ministeriali presi di mira dall’attuale dinamica dell’assedio. Anche fosse stato nel pieno del suo lavoro quotidiano, non è in quel palazzo che vengono decise le sorti delle classi sfruttate, e non è violando quella protezione che le suddette sorti produrranno uno scatto in avanti. Riproporre in sedicesimi quell’errore di valutazione può essere fatale per questo nuovo movimento, che invece sta riuscendo a liberarsi di alcune tare del passato. Mutatis mutandis, ricordiamo cosa scrisse prima e meglio di noi Wu Ming, operando quell’opera di metabolizzazione che oggi rischia di essere dimenticata per strada:

Quella fallacia avrebbe avuto conseguenze pesanti. Stavamo scambiando le cerimonie formali del potere per il potere stesso. Stavamo facendo lo stesso errore di Müntzer e dei contadini tedeschi. Avevamo scelto un campo di battaglia e una presunta giornata campale. Stavamo andando tutti a Frankenhausen.

Non è un caso che i protagonisti di quell’epoca siano sabato tornati in piazza forti di tutta la loro esperienza, sia politica che “militare”. Perché il piano riproposto sembra scivolare esattamente verso quelle dinamiche, verso quell’orizzonte politico: la sommossa moltitudinaria verso i simboli del potere. E’ quello il loro terreno, perché sono coloro che in quegli anni lo hanno teorizzato e praticato per primi e con più coerenza. Non possiamo, ripetiamo, aver criticato politicamente per anni questa determinata impostazione per poi riproporla oggi, che invece dovremmo ripartire da altre basi e muovere verso nuovi orizzonti (soprattutto: avere un orizzonte politico  alternativo, proprio ciò che mancava al movimento no-global).

Questo ragionamento non punta a disconoscere il livello metaforico e ideale che certe scadenze e certi simboli, per quanto effimeri, possano avere nella formazione di un immaginario di opposizione e di classe. Anzi, proprio noi nel corso degli anni abbiamo lamentato la mancanza, e ci siamo attivati per la costruzione di un nuovo immaginario di classe, che potesse poggiare anche su eventi dirompenti, memorie collettive, narrazioni epiche di episodi centrali delle lotte politiche delle popolazioni sfruttate. Ma questo piano può facilitare il compito, non sostituire la realtà. La realtà, oggi, è che il potere politico, dunque anche quello economico, risiedono altrove dai palazzi del potere formale. Il potere politico risiede nelle istituzioni europee, quei luoghi che determinano quale specifico modello di produzione avremo nei prossimi anni. E quelle istituzioni sono innervate da una visione politica strategica, potata avanti, in Italia, dal Partito Democratico. Economicamente, queste posizioni coincidono e sostanziano la concentrazione dei capitali nelle mani di multinazionali operanti in regime di monopolio od oligopolio, soprattutto nei comparti della logistica, della grande distribuzione, dell’energia. Questi sono i nemici politici: la UE, il PD, le multinazionali. Questi tre lati del perverso triangolo politico-economico determinano il nostro mercato del lavoro, il nostro modello di produzione, la nostra precarietà, la scomparsa dello stato sociale, la reintroduzione di forme sempre più marcate di estrazione assoluta di profitto attraverso il ritorno al lavoro servile, sottopagato e a cottimo. E potremmo continuare. Non questo o quel ministero di un insignificante paese quale l’Italia, ma neanche di qualche paese più forte, preso singolarmente. E’ una visione politica quella che dobbiamo affrontare e combattere, non la burocrazia del potere. Non è assediando Renzi, Monti o Letta che il potere verrà scalfito nella sua marcia inarrestabile verso forme sempre più elevate di sfruttamento. In questo senso, dunque, non basta una semplice sommatoria di vertenze sociali. Serve una visione politica alternativa che le tenga insieme e che le faccia avanzare insieme.

A Torino, l’11 luglio, sarà necessario assediare e impedire il vertice contro la disoccupazione giovanile. Non è questo in discussione. In discussione è il percorso che porteremo avanti da oggi a luglio, e che porrà le basi per il lavoro politico dopo l’estate. L’11 luglio potrà essere una tappa del cammino di ricostruzione di una classe per sé, e allora sarà una tappa importante. Oppure potrà essere il culmine in cui verrà concentrata tutta la necessità di apparire mediaticamente dei singoli percorsi sociali. E allora avremmo perso un’altra occasione.

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23 comments to I rischi di una nuova estetica del conflitto

  • Sono perfettamente in accordo con l’impostazione dell’articolo. Il tempo degli assedi simbolici e delle passeggiate , dello scontro fisico come strumento per avere “visibilità” mediatica è terminato.( se mai avesse avuto un tempo) Con questo non voglio dire che in certi momenti e in certe scadenze non abbiano , anche queste forme di rappresentazione, una loro validità. Dico che se si vuole scalfire il potere occorrono nuove forme di opposizione e di visibilità. Forme di disubbidienza civile, boicottaggio ed occupazioni di luoghi e spazi pubblici, espropri e ri-prendersi ciò che la “crisi” ci ha espropriato.

    N.B.
    Voglio ricordare a coloro , “duri e puri” che durante le manifestazioni, spaccano le macchine fotografiche ai fotoreporter, talvolta anche picchiandoli, che quello che è stato documentato, anche questa volta, in via Veneto,e a piazza Barberini( le violenze dei celerini su manifestanti inermi) è frutto del loro impegno e del loro lavoro. Abbiate rispetto per il loro impegno, talvolta fatto solo come impegno politico.

  • Montezuma

    disubbidienza civile, boicottaggio occupazioni, espropri e ri-appropriazioni sono esperienze politiche dignitose, ma qui mi sembra (e per fortuna non solo a me, mi pare di capire) che la direzione da prendere sia quella della costruzione di una prospettiva globale che possa accomunare tutte le lotte specifiche: una visione politica unificante e quindi unificata. è una sfida teorica e credo bisogni affrettarsi a coglierla.

  • Brigante

    Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma la realtà è che il luogo (fisico e politico) in cui il capitale esercita il suo potere non è cambiato dall’800 ad oggi. Sono cambiati i modi, le dinamiche di sfruttamento, anche l’estetica con cui il capitale presenta se stesso, ma tutto ruota intorno al lavoro. Qualsiasi conflitto che non cerchi nei luoghi di lavoro il proprio fulcro, non potrà che ricondursi ad un esercizio di contrapposizione tra forze di rappresentanza degli interessi di classe piuttosto che ad un reale scontro tra classi. Chi, come me, era in piazza sabato non ha fatto lotta di classe, ma ha rappresentato in piazza la lotta di classe che non esiste nei luoghi di lavoro. E’ evidente che tale rappresentanza del conflitto è importante, anche solo per accendere un lume nel buio in cui brancolano molti proletari. Ma non potrà mai essere il fine, quanto piuttosto un mezzo con cui costruire il conflitto reale. Una domanda su tutte: quanto sarebbe importante costruire i cortei insieme agli scioperi? Quanto sarebbe stato importante far svolgere il corteo in giornata lavorativa, in mezzo ai luoghi di produzione? Quando sarebbe stato efficace, anche in un’ottica a lungo termine, trovare una forma diversa dal corteo che permettesse di presidiare i luoghi di produzione?

  • Patrizia

    Era il 2005, era la Francia in ebollizione, ma per certi aspetti (purtroppo) siamo fermi al palo
    http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o5577:e1

  • tronco

    Tristemente d’accordo…

  • Gert

    A me sembra si faccia un pò di confusione. Completamente daccordo sul pericolo che si faccia solo “rappresentazione” del conflitto e non conflitto reale, ma come detto nel post e in alcuni commenti anche la “rappresentazione” assume un valore simbolico importante per sostenere e diffondere il conflitto di classe.
    Quindi se è importante la lotta di classe lo è anche la sua rappresentazione…altrimenti diciamo chiaramente che le manifestazioni non servono più e, di conseguenza inventiamoci un altro piano “simbolico” di rappresentazione del conflitto! Detto questo, ed essendo io convinto della utilità ed importanza della manifestazione di piazza come della necessità di nuove e creative modalità di metterla in pratica, non capisco bene il discorso sul “palazzo” vuoto…ma scusate il potere è fatto di luoghi decisionali ma anche di luoghi in cui queste decisioni sono messe in pratica. Il potere ha diverse articolazioni ognuna con la sua, relativa, importanza….se ora mi si viene a dire che dato che le decisioni vengono prese dagli organismi europei o dalle multinazionali (completamente daccordo) è inutile opporsi ai governi nazionali, oppure è assurdo considerare un ministero un luogo di potere…beh qui non ci siamo proprio! Io penso che il conflitto (reale ma anche simbolico) deve essere contro il “potere” in tutte le sue articolazioni e luoghi: decisionali, esecutivi, simbolici…ovviamente cum grano salis ed evitando Frankenhausen!
    PS
    @Zag(c)
    caro compagno bisogna distinguere fra giornalista e giornalista,io credo che molti compagni (ed io sono fra questi) ne abbiano i coglioni pieni di certi atteggiamenti da avvoltoi di molti di loro, che si appostano intorno a certi “simboli” per cogliere il momento “violento”, così da poterlo offrire al prezzo migliore a chiunque ne voglia fare uso, a prescindere che sia “buono” o “cattivo”.

  • rebeldia

    @Gert: una risposta ai tuoi dubbi, legittimi, potrebbe essere questa postata sul sito di Contropiano, dove di fatto si spiega il motivo della minore partecipazione e dei dubbi che stanno nascendo sulle possibili strategie da seguire, per i prossimi mesi.
    http://contropiano.org/interventi/item/23442-il-punto-morto-del-12-aprile
    Resta prioritario non ricominciare come dopo il 15 ottobre a far volare gli stracci, accusandoci a vicenda e di fatto prestare il fianco all’opinione pubblica e alla maggioranza degli italiani, che a fare opposizione sociale in italia sia solo Grillo e M5S.
    Nei prossimi mesi, tutte le forze antagoniste dovranno per forza incontrarsi e discutere, gia mercoledi 23 aprile, a Roma ci sarà un primo tentativo di porre in essere un programma di resistenza durante il semestre di presidenza italiana.Certo non sarà la risposta alle manganellate della celere o alla sensazione di impotenza di tanta gente, tra i più disperati della società., ma da qualche parte si deve ripartire, pena il rischio che le manifestazioni perdano di contenuti e sostanza numerica.
    Per una volta proviamo tutti a discutere e non rinfacciare colpe, questa macelleria sociale la stiamo subendo tutti, magari in forme diverse, ma non può bastare solo una manifestazione, pure sotto i palazzi del potere, a contrastarla.Una città come Roma,non può portare poche migliaia di persone in piazza, su questo credo si debba riflettere.

  • Red

    Il 15 ottobre era diverso .Lo dico e lo affermo perche’ ero in piazza sia il 15O che il 12A .Io o gia detto in un altro post che prima di questo aspetto 11 luglio per tirare le somme .E certo che andrebbe discusso non il modo ma come taluni abbiano battuto in ritirata mettendo in pericolo i compagni e le presenti .Contropiano a scritto quelli che … I commenti sottostanti sono disarmanti certo il post era provocatorio ma non del tutto campato in aria . Il rischio estetica esiste prendiamo atto di questo e della manifestazioni e da li si riparta .Sbagliare ci sta perseverare no è diabolico.

  • @Gert
    Sono d’accordo sugli “sciacalli” che si aggirano in cerca dello scoop. Ma nel “movimento” invece l’atteggiamento è quello di “comunque” prendersela contro i fotoreporters e i videoperatori a “prescindere”. Come se fossero questi a identificarli e non i video ad altissima definizione posto sull’elicottero o le video camere per le strade, (per non parlare quelle dei celerini.). Nel lavoro dei fotoreporter vi sono coloro che lo fanno per mestiere e quelli per impegno civile. Come distinguerli? Allora per non saper ne leggere ne scrivere botte da orbi a tutti.MA se non ci fossero, a che servirebbero le manifestazioni? Se ci fosse il silenzio stampa( video e foto)che si manifesterebbe a fare? Certo la teoria dei “duri e puri” basta spaccare una vetrina o un bancomat, incendiare una macchina ed eccola là la visibilità! la farebbe da padrona. Ed allora non è forse questo la finalità di spaccare le macchine dei fotoreporter?
    E poi mettete sul piatto della bilancia le migliaia denunce di soprusi e di violenza gratuita operata dai poliziotti e che solo con il lavoro di questi fotoreporter free lance si è potuto renderli palesi(altrimenti negate) e le supposte opere di sciacallaggio da questi operate.
    Che serve di più al movimento quelle prove fotografiche contro la foto scoop pubblicata?
    E se l’immagine della “violenza” del dissenso vi “imbarazza” perché operarla,perché nasconderla , perché non renderla palese (indipendentemente dallo scopo e dal fine che ne fa chi la riprende?)
    Forse occorrerebbe , in generale, nel movimento, un po più di razionalità ed intelligenza, di crescita che di pancia, . MA questo in generale e non solo per questo aspetto.

  • Durante la rivolta delle banlieu parigine, quando l’opinione pubblica venne sapientemente manipolata e manomessa facendo vedere solo i risvolti violenti e rabbiosi dei parigini di origine nordafricana e extracomunitaria (quindi squalificando qualsiasi loro denuncia delle politiche di esclusione sociale e altro), a fronte di questa operazione che metteva in risalto solo i “roghi” accesi dai rivoltosi….qualcuno disse che: dove c’è fumo …c’è arrosto! (inteso come presenza di…
    Altro…
    Dare identità al nostro blocco sociale e un volto al nemico. Oltre il 12 aprile
    Abbiamo scelto di “far abbassare la polvere” dopo la manifestazione, gli scontri e l’acceso dibattito che c’è stato sul 12 Aprile per fare una valutazione della…
    contropiano.org

  • Nicola

    A me sembra che mettersi sull’altare sfilandosi il giorno prima senza avere il coraggio di farlo apertamente sia una mossa estremamente vigliacca. Con il Collettivo Militant si può discutere, si può non essere d’accordo e via discorrendo ma gli si deve riconoscere una chiarezza nel percorso costruito assieme.
    Tutti gli altri, soprattutto chi più volte è stato citato nei commenti, fan parte di un ceto politico e di un modus operandi a mio avviso ormai fortunatamente separati.
    La conflittualità la si trova sperimentando, continuando a costruire quei pezzi di contropotere necessari nei territori, mettendoci la faccia e con una prospettiva politica chiara. Per come la vedo io la vecchia riproposizione partito-sindacato-movimento è piuttosto lontana dalla realtà sociale che ci troviamo a vivere. Si può discutere degli assedi ma sul piatto c’è anche un altra cosa: un governo che annuncia che chiuderà i centri storici alle manifestazioni. Allora forse, penso, che questo simbolismo non sia proprio inascoltato e non è che non faccia paura. Ogni manifestazione, ogni conflitto, deve avere ben chiaro l’obiettivo. Per me InfoAut centra perfettamente il punto in questo articolo http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/11462-riflessioni-sul-12-aprile-e-i-percorsi-a-venire , mentre quanto leggo nel resto dei siti è la solita litania di chi (dall’alto di non si sa bene cosa) non riesce a esprimere nessuna conflittualità in questo paese.
    Che parlino le lotte reali e le progettualità politiche, che si esprimano i collettivi territoriali e per l’ambiente piuttosto che vecchie solfe di un ceto politico di movimento che ormai non sa far altro che riproporre schemi obsoleti.
    Mi dispiace essere critico ma mi piace essere anhce molto sintetico. Non starò qui a spiegar punto su punto le mie riflessioni ne ad articolarle perchè penso che se le assemblee ancora hanno un senso facciamo i “conti”, o comunque dibattiamo, lì.

    • Red

      Senza offese per nessuno ma infoaut e i movimenti di Torino devono essere meno spocchiosi . Vogliono sempre mettere il cappello sulle lotte qualunque sua e quando si fanno errore sono quelli-e negarli e dire e ma parliamone in assemblee , il web basta leggere su contropiano . Si prensa atto che si i panni sporchi si lavano in famiglia e spero il 23 si faccia presente questo fatto anche perchè quelli che scappavano travolgente e lasciand i kway in mezzo la strada erano personaggi di Torino .I compagni-e di Torino hanno diversi percorsi di lotta vedi notav ma non solo .Tuttavia ripeto spero sia dibattito in assemblea .Tutti hanno fatto autocritica tranne loro anche al fronte dei fatti .

      • truz

        Intervengo solo per dire che mi sembra grave lasciare un commento con infamità (per altro false, Red eri in piazza o no?) su chi ha fatto cosa, chi era dove, chi era vestito come etc…
        A parte l’intervento politicamente poco elegante (per restare cordiali) un minimo di riflessione sullo strumenti “internet” è benvenuta

      • Militant

        Effettivamente, Red, lasciamo perdere chi, tecnicamente, ha fatto cosa. Per queste cose ci sono le sedi opportune. Oltretutto, le cose non stanno neanche troppo esattamente come le hai descritte tu.

      • Red

        Ci sara’ assemblea il 23 .Tecnicamente alle tute blu da gb project si sono uniti diversi antagonisti del piemonte . Non ho detto falsita’ ed anzi spero sia dibattito il 23 questa storia fuori dal web . Ho specificato diverse volte che io le somme le tiro dopo luglio . Semplicemente della spocchia di alcuni del piemonte non sono unico averne piene e sarebbe il caso di parlarne non sul web ovviamente .

      • Red

        Per rispondere a Truz
        Tutti compreso militant hanno fatto autocritica si contropiano stato provocatorio non mi pare questo sia avvenuto nelle pagine di infoaut invece se mi sbaglio auspico di essere smentito . Si cero in piazza motivo per cui parlo con ragione di causa e tecnicamente le tute blu non sono apparse dal nulla ci sono state assemblee pre 12 aprile . Altrimenti facciamo finta di nulla e non stupiamoco poi dei risultati . Non è la prima volta che quelli del nord est creano problemi vari e molti di noi ci sono gia passati motivo per cui si spera venga fatta chiarezza nelle assemblee venire .

  • Nicola

    Ah scusate, piccola postilla.
    Mettere insieme 18 e 19 è una semplice contrattazione politica. Mentre il 18 è stato un normale corteo sindacale senza eccessive lodi ne infamie, il 19 è funzionato come momento di rottura, allargamento e aumento di forza nei territori. Ricominciamo anche a guardare le cose come sono andate.

  • Non avevo inserito il commento completo oppure era saltato il link. Questo è ora il mio commento completo che credo serva anche come risposta a Nicola@ che credo faccia qualche confusione nel giudicare il 18 ottobre descrivendola come “…una semplice passeggiata sindacale”! Beato lui che s’accontenta di fare il capodanno ognio volta che avrebbe occasione di farlo, tranne il 31 dicembre! Scusate l’ardire!questo è il commento completo che in precedenza era saltato. Buon lavoro.
    Durante la rivolta delle banlieu parigine, quando l’opinione pubblica venne sapientemente manipolata e manomessa facendo vedere solo i risvolti violenti e rabbiosi dei parigini di origine nordafricana e extracomunitaria (quindi squalificando qualsiasi loro denuncia delle politiche di esclusione sociale e altro), a fronte di questa operazione che metteva in risalto solo i “roghi” accesi dai rivoltosi….qualcuno disse che: dove c’è fumo …c’è arrosto! (inteso come presenza di conflitto), facendo emergere come quanto avvenuto nella rivolta delle banlieu parigine, o Ghezi Park di Instanbul e nelle piazze nordafricane ecc.., appartenesse più ad un conflitto politico e sociale piuttosto che ad una insorgenza parateppistica o di emarginati esclusi dai riti del “consumismo iper tecnologico”!. Nel caso della giornata del 12 aprile credo che dietro al “fumo” (stavolta però dei fumogeni e dei lacrimongeni), non c’era molto arrosto bensì tanta polvere. Una volta sceso il “polverone” massmediatico e para”isterico” sollevato ad arte da giornali, televisioni e politicanti di varia e “dubbia” collocazione; si può ragionare con maggiore serenità provando anche a recuperare quel sentiero che in altre occasioni è risultato vincente.

  • Militant

    Ci sembra questa un’ottima discussione, in un momento in cui ogni aspetto dialettico sembra dover essere taciuto in funzione dell’esaltazione collettiva della giornata del 12. Eppure proprio la discussione è necessaria, qui e altrove nella rete, ma soprattutto nei momenti assembleari pubblici che ricordava Nicola.

    Detto questo, e senza voler essere avvocati di nessuno, ci sembra un pò forzata la dicotomia tra “movimenti che esprimono conflitti”, seppur in forma ancora acerba e male organizzata, e sindacati “dediti alle sfilate e alla pace sociale”. Insomma, sul sindacalismo conflittuale si può dire tutto il male possibile, tranne che non siano gli ultimi bastioni, *all’interno* del mondo del lavoro, che ancora provano a portare avanti una conflittualità su quel terreno, cioè nello scontro tra capitale e lavoro. Dunque, non è possibile porre in contraddizione le giornate del 18 e 19 ottobre, semplicemente perché non solo il 19 c’erano direttamente anche quei sindacati conflittuali, ma soprattutto perché il 18 era il corteo di chi porta avanti le lotte sindacali tutti i giorni sul proprio posto di lavoro. Non era il corteo della pace sociale dei sindacati confederali, ma quello delle mille vertenze aperte. Operare un’esaltazione delle proprie lotte (no-tav, lotta per la casa, ecc..) disconoscendo quelle altrui, sminuendole, quasi rimuovendole, è un’operazione che sarebbe il caso di lasciare alle nostre controparti, non riprodurle al nostro interno. Anche perché questa operazione, politica, non farebbe altro che reiterare quella divisione tra sfruttati che è già molto in voga tra le classi dominanti.

    Dunque, per il futuro, possiamo anche decidere di perderci per strada tutti coloro (e non parliamo solo dell’USB, ma di tutte le rappresentanze del mondo del lavoro) che esprimono il conflitto all’interno del mondo della produzione, ma poi quel mondo lì con quale voce si troverebbe ad esprimere le proprie esigenze? Sicuri che la lotta no-tav (per fare un esempio) sia più importante, o decisiva, o ricompositiva di una qualsiasi lotta sindacale all’interno della produzione diretta? Secondo noi no, sono lotte che viaggiano sullo stesso piano e per questo il compito di ogni movimento rivoluzionario dovrebbe essere quello di unire le lotte, non di dividerle. E l’unione fra le lotte avviene su un piano politico, non sociale. Esattamente ciò che è accaduto in val di Susa, dove una lotta territoriale è stata spostata su un piano simbolico, quindi politico, di resistenza all’ingerenza delle logiche del capitale su quelle delle popolazioni subalterne. Insomma, se questa è stata la chiave vincente di quella lotta, perché impedire che tale processo avvenga anche in un conteso più ampio e più variegato? Certo il lavoro è più difficile, non avverrà dall’oggi al domani, ma perché limitare a prescindere le proprie ambizioni?

    Detto ciò, c’è anche un’altra questione che è bene sollevare in questo dibattito. Chiunque ci legga sa benissimo come consideriamo necessario il momento conflittuale in ogni sua declinazione, quindi anche nella manifestazione di piazza. Ma bisogna intendersi cosa significa “conflittuale” a questo punto. Non è l’immagine di scontri di piazza che determina la conflittualità o meno di una manifestazione. Quello è solo uno dei momenti, delle articolazioni, in cui si manifesta il conflitto. Ma questo non può essere relegato alla mera espressione estetica della carica delle guardie purchessia. La conflittualità di una piazza si determina dagli obiettivi che si pone, dal modo in cui vuole raggiungerli, dalle parole d’ordine che esprime, dai ragionamenti che tale piazza sottintende, è anche dalla risposta organizzata che questa sa darsi alla repressione che lo Stato mette in campo con le forze dell’ordine. Senza questo processo, anche un qualsiasi scontro tra tifosi allo stadio, o una qualsiasi manifestazione neofascista che sfoci in disordini di piazza, sarebbe da catalogare a “momento conflittuale”. E invece non è così. Dipende contro chi e per cosa si fanno quegli scontri, non lo scontro in sé, non il semplice piano estetico. E secondo noi il 12 è mancata questa chiarezza, e in secondo luogo sono mancati gli obiettivi. Un palazzo vuoto e svuotato da ogni potere non è un obiettivo. E’ un feticcio. Soprattutto quando lungo il percorso, e negli immediati dintorni, il centro romano racchiudeva simboli molto più concreti del nemico di classe, dal PD alle mille articolazioni della logistica, dalle grandi multinazionali alle istituzioni europeiste. Non erano certo gli obiettivi che mancavano.

  • rebeldia

    Condivido questa ultima considerazione di Militant,anche perchè a differenza di altri siti, che in questi giorni hanno riprovato a seminare divisioni,cerca di riportare la questione sul prossimo futuro e su come continuare ad articolare le lotte.Se qualcuno pensa che da solo può contrastare questo modello di società, le politiche del governo, neanche nomino Renzi, in quanto ultimo dei tanti fantocci messi dalla Bce e dal Fmi per imporre i dettami dei poteri della finanza, forse a mio parere fa un grosso errore di calcolo.Io mi trovo costretto a tornare alla giornata del 15 ottobre, più che quelle del 18/ 19 in quanto quella giornata è stata uno spartiacque, dove d si stava cercando di saldare le diverse anime dell’antagonismo di sinistra.Non condanno gli scontri,
    frutto di rabbia ed esasperazione, anche se poi alla fine di quella giornata intensa,una battaglia durata ore, si è prodotta una frattura che ancora oggi , mi sembra evidente.Noi stiamo pagando un ventennio disastroso, dove il massacro culturale e politico, ha prodotto abbandoni e disinteresse, soprattutto tra quella grande massa di sfruttati , che avendo perso ogni punto di riferimento, ha iniziato ad allontanarsi da passione ed impegno politico.Il compito arduo che spetta a chi possiede idee e voglia è quello di ricostruire questo fronte disgregato, e per far questo è impossibile pensare di fare a meno di tutti, sindacalismo di base compreso, ultima barriera nei posti di lavoro sempre più precari e ghettizzanti.Solo la piazza non basta e se Alfano o chi per lui decide che il centro diventa zona rossa, allora spostiamoci nelle periferie di Roma, praticamente delle città nella città e spieghiamo ad esempio agli incapienti, che il governo Renzi o chi altro verrà al posto suo, sta cercando di allargare il divario tra poveri e meno poveri, e non come qualcuno in questi giorni scrive tra poveri e garantiti.Solo informando una gran massa di persone si può sperare di fare massa critica, e non delegare l’antagonismo alla sola manifestazione.Invece del rituale appuntamento a Roma, si convochino manifestazioni contemporanee in tutta Italia, così da consentire anche a chi non possiede risorse di esprimere il suo antagonismo nella sua città, con forme e modalità a lui più ”consone”.Poi, chiunque è libero di agire come meglio crede, con scontri, azioni, occupazioni, non è questo il punto, ma solo aumentando la consistenza possiamo provare ad incidere.Ora ci sono alcuni mesi per parlare ed incontrarsi, cercando di chiarire pensieri e metodologie di lotta, ma nessuno deve commettere l’errore di ritenersi autosufficiente e soprattutto denigrare altri compagni, che ogni giorno in modo magari diverso, lottano contro un regime sempre più violento.

  • Gianma

    D’accordissimo con Militant. Sia per l’articolo iniziale, ma soprattutto con i successivi chiarimenti espressi nel post poco sopra.
    Solamente un appunto/richiesta: perchè non cominciamo ad esprimerlo in maniera concreta e precisa questo “orizzonte politico alternativo”? Perchè all’interno del movimento, nei suoi momenti di discussione ed assembleari, non si comincia a ragionare e confrontarci su ciò che vogliamo, su ciò che siamo, su ciò che faremo? Collettivizzazione dei mezzi di produzione? Egualitarismo? Socialismo?

    La mia paura è che l’analisi politica di alcune realtà faccia prevalere la pars destruens, anche in maniera poco ancorata con la realtà di classe (vedi ad esempio la lunga e francamente brutta discussione sul Movimento dei Forconi, analizzato da una prospettiva di classe solamente proprio da militant), e in questo faccia emergere davvero l’estetica del conflitto.

  • Nicola

    Forse non sono stato chiaro.

    Non volevo dire che il 19 sia stata una giornata di conflittualità e il 18 no. Dico solamente che paragonare le due giornate secondo me ha poco senso: la rottura non si è avuta il 18, ma bensì il 19 (dove sì i sindacati di base c’erano con una sparuta rappresentanza.. sempre per il solito giochino ben noto).
    Per quanto mi riguarda bisogna tener dentro tutti quanti nei percorsi politici collettivi, ma mi pare che da questi percorsi i sindacati di base ne siano usciti di loro sponte.
    Sono d’accordo con Mlitant sul fatto che la conflittualità non sono gli scontri, non solo quantomeno. Considero il forzare uno strumento politico così come tanti altri, non l’essenza della mia battaglia politica.
    Detto ciò che la vertenza nel mondo del lavoro sia fondamentale è giusto, ma forse sono troppo poco comunista per credere che un sindacato che ragiona con i vecchi canoni sia la formula migliore. (Non è polemica, io davvero mi interrogo su come si possa fare conflitto sul mondo del lavoro in maniera più articolata di un sindacato per quato conflittuale sia).

    Vabbè, buona magnata pasquale a tutt*. :)

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