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I limiti e le potenzialità di un movimento antagonista

Quella di ieri è stata una piazza colma di contraddizioni, alcune positive, altre meno. Si conferma forte la voglia di un pezzo importante di movimento di porsi su un piano di aperta conflittualità con l’attuale gestione centrosinistra della crisi, senza le mediazioni e gli accomodamenti di un passato che per fortuna sembra essere alle nostre spalle. Tutto questo sta avvenendo al prezzo di una durissima stretta repressiva, di cui le cariche di ieri costituiscono soltanto l’epifenomeno evidente, la dimostrazione fisica di un potere politico che non gioca più alla democrazia liberale. La rottura con una certa “sinistra”, con un certo istituzionalismo tatticista, sta inoltre avvenendo su un piano di massa, per quanto ancora piccolo e disorganizzato: niente velleitarismi minoritari, ma la capacità di una parte del movimento di classe di interagire con la vertenzialità sociale non accodandosi ma provando a costruire una sintesi politica.

Se questo era un dato già visibile nelle giornate del 18 e 19 ottobre, la conferma di tutto ciò non può che convalidare la giustezza del percorso intrapreso, e in qualche modo la crescita di un certo tipo di militanza adatta allo scopo, che sa lavorare nei quartieri e nelle vertenze sociali ma anche politicizzare le proprie rivendicazioni. Le cose, però, non sono tutte positive, e forse nella giornata di ieri prevalgono determinate criticità. Politicamente, una manifestazione che aveva timore ad individuare come principale avversario politico quell’Unione Europea che, nei fatti, era direttamente sul banco degli imputati, si è ridotta ad indire un corteo nazionale sulla parola d’ordine “romana” come quella della casa, insieme a una richiesta di reddito che ci sembra sempre più slegata da un discorso politico effettivo e piuttosto inserita come sinonimo di “più welfare”, nonché per evitare lo schiacciamento di tutte le rivendicazioni sul tema casa, importante ma non generale e di certo poco “politico” e molto vertenziale.

Se c’è allora una questione che emerge in maniera determinante dal percorso di costruzione della mobilitazione, questa è la poca chiarezza nell’analisi e negli obiettivi che la manifestazione si stava dando. Non si capiva se era un corteo contro Renzi, contro l’Unione Europea, contro il Jobs Act o contro il piano Lupi sulla casa. Tralasciamo il problema su cosa invece la manifestazione proponeva, e cioè la sintesi politica delle varie vertenze (dalla lotta contro il TAV alla lotta per la casa, alle altre mille lotte di questo paese). La mediazione (al ribasso) delle diverse tendenze ha portato, ci sembra, ad un depotenziamento evidente della manifestazione. Se questa voleva essere il proseguo naturale del 19 ottobre, il dato numerico, in questo caso fondamentale, sembra confermare l’infelice mediazione partorita. Anche dando per buoni i 20.000 lanciati da più parti (che secondo noi hanno sovrastimato la dimensione reale della manifestazione), staremmo comunque ben al di sotto dei 70.000 dello scorso ottobre.

Il problema, però, è solo indirettamente quello numerico. Come detto, la paura di proporre un discorso chiaro contro l’Unione Europea per non passare da “sovranisti” o “nazionalisti” ha portato il corteo, che si percepiva in ideale relazione con le lotte di tutta Europa, a sfilare su parole d’ordine non solo prettamente nazionali, ma tipicamente “romane”. Insomma, la paura di passare per nazionalisti ci ha spinto tra le braccia del localismo. Ci sembra dunque evidente come non sia la paura o meno di passare per quello che non siamo il problema attuale, ma l’incapacità – al momento – di riuscire ad organizzare un discorso politico strategico chiaro, una sintesi che costituisca la proposta politica dei movimenti di classe. Se il pericolo da scongiurare era il presunto sovranismo, la risposta adeguata sarebbe stata quella di porre la manifestazione su un piano direttamente internazionale ed internazionalista. Ma questo, non potendo evidentemente avvenire su un piano sociale-vertenziale (non c’è ancora una lotta sociale-sindacale transnazionale da cavalcare nei vari contesti nazionali), sarebbe dovuto avvenire su un piano politico. E’ proprio tale piano che è mancato ai movimenti scesi in piazza ieri. Il collegamento tra le lotte fatte a Roma e in Italia (ad esempio, la casa), e quelle fatte in qualsiasi altro paese d’Europa non può avvenire su un piano vertenziale allora, ma di sintesi politica. E la sintesi politica si costruisce individuando il nemico comune, cioè quella controparte presente sia in Italia che in ogni altro paese europeo. E questa controparte, oggi, è l’Unione Europea quale costruzione politica del capitalismo liberista. E’ infatti l’Unione Europea la costruzione politica che determina ciò che avviene in Italia, a Roma o persino nel singolo quartiere così come lo determina nella periferia di Atene, nelle banlieue di Parigi, in Euskal Herria e in ogni altro territorio violentato dal dogma neoliberista. E’ solo una sintesi politica oggi lo strumento chiave per legare immediatamente ogni lotta ad un piano più generale. Non le singole vertenze, slegate fra loro e impossibili da riconciliare su un piano prettamente para-sindacale. Oggi i limiti di questo piano si sono palesati in tutta la loro durezza. Il problema non è tecnico od organizzativo. La gestione della piazza, per definizione complicata, soprattutto quando si devono sintetizzare le posizioni di molte strutture, può anche riuscire male, ed è un problema risolvibile. In questo senso, dopo anni di pacificazione, quello che manca ci sembra una certa esperienza collettiva di gestione del conflitto, soprattutto nelle situazioni di caos determinato dalla risposta delle guardie. Poco male, l’esperienza si matura nelle lotte. L’importante è un percorso di definizione degli obiettivi politici piuttosto che di quelli “tecnici”.

Riguardo al nostro tentativo di aggregazione politica contro l’Unione Europea, non possiamo invece che essere soddisfatti della riuscita del nostro spezzone. Se il 19 ottobre Noi Saremo Tutto aveva sperimentato per la prima volta uno spezzone di piazza, oggi questo non solo viene riconfermato, ma ha visto un sensibile allargamento, sia numerico che politico. Circa 300 persone, e per la prima volta uno spezzone che non racchiudesse unicamente la nostra struttura, ma un contenitore più vasto e che comprendeva non solo molte realtà dal resto d’Italia, ma anche la federazione romana dell’USB. Questa volta abbiamo preferito allargare il percorso, tralasciare firme ed identità per cercare una convergenza maggiore sul merito della proposta politica. Il successo, quantitativo e politico, non può che incoraggiarci e confermarci la giustezza del percorso intrapreso.

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21 comments to I limiti e le potenzialità di un movimento antagonista

  • Red

    La manifestazione di ieri stata un disastro sotto vari aspetti e non tanto nei numeri ma nei modi . Abbiamo subito una repressione incapaci di difenderci significativo il ragazzo che ha perso arto e il furbo che ha accesso un fumogeno quando la polizia caricava e ci avevi stretti . Il 15 ottobre scorso saranno stati piskelli di 14 -19 anni ma almeno sapevano che si faceva . Ieri cera gente che non erano piskelli alle prime armi che non sapevano che fare …… Per non parlare di quelle 4 anime accampate a porta pia che non erano felicissime degli scontri del pomeriggio . Vediamo quella contro il vertici europeo a Torino prima di gettare il bambino con acqua sporca .

  • quetzal

    limiti politici e tecnici difficilmente son separabili.
    se prevale la versione estetica e simbolica del conflitto, in luogo della sua versione vertenziale ed egemonica, abbiamo torsioni come quelle viste ieri:un’azione d’avanguardia che impatta in ritirata un corteo fermo ed una piazza piena ,lasciandolo travolgere dalle cariche
    questo non è “poco”male, secondo me.

  • La riflessione è d’obbligo ora. L’obiettivo della lotta contro l’Unione Europea e la sua natura e strategia neoimperialista è il vero obiettivo strategico sul quale ragionare, decidere e sopratutto organizzarsi. La casa e il reddito pur essendo obiettivi con contenuti del tutto condivisibili non hanno quella strategia di conflitto necessaria per battere, o almeno provarci a battere, l’assetto capitalistico che la creazione dell’Unione europea ha nel suo centro ideologico. L’Unione Europea si stà costruendo attraverso un “neomovimento reazionario di massa” che deve essere il perno per costruire il suo nuovo assetto continentale, statale e sociale. Ragionamoci sopra non perdiamo questa occasione. Ieri s’è vista all’opera ancora un’altra volta (a Napoli nel marzo 2001, ci fu l’incipit del ruolo del governo, di allora e dell’odierno, targato PD), attraverso la scesa in campo del nuovo governo Renzi. Essere ribelli è sicuramente cosa buona e giusta …ma essere rivoluzionari è un’altra cosa .

  • Brigante

    Per quanto riguarda l’analisi politica concordo con quanto espresso da Militant. Ieri in piazza la sensazione era di partecipare ad una manifestazione che avesse per tema la politica abitativa. Una tematica sacrosanta, per carità, e legata a doppio filo alla stretta neoliberista. Ma è stata sicuramente un’occasione persa per generalizzare alcune parole d’ordine e portarle su un piano di critica più sistemica e di classe. Ho visto una critica dura verso i singoli provvedimenti (piano Lupi in primis e il jobs act) senza che NELLA piazza si riuscisse effettivamente a ricondurre il vertenzialismo su un piano politico. Presi singolarmente, ovviamente, molti compagni che erano in piazza questo discorso lo fanno. Ma tradurlo in una spinta di massa non è banale.
    Riguardo alla gestione del corteo, personalmente ho colto essenzialmente un’impreparazione generalizzata su come si sta in piazza. Chiunque fosse in piazza Barberini ha avuto 10 minuti abbondanti per capire che da Via Veneto sarebbero arrivate le cariche. Ora in quel contesto (una piazza relativamente piccola e con 6 vie di accesso) o si pensa di poter tenere la piazza (cosa non banale perchè questo significa un corteo che tiene la posizione e non si dà al panico su via del Tritone appena la celere si vede a 100m di distanza), oppure quantomeno cerca di incanalarsi sulla via di fuga prima che arrivino le cariche. Ieri è successo fondamentalmente che il corteo, in preda al panico nella strettoia di via del Tritone, ha fatto da tappo senza fare da spinta, lasciando sotto i manganelli chiunque fosse davanti. Ora io non so cosa pensassero i responsabili dei singoli spezzoni che sono rimasti in piazza Barberini, ma quanto meno rilevo una certa “ingenuità”, a voler essere buoni.

  • Red

    Quetzal quello è un grosso problema della giornata di ieri .Ma ancor piu’ grave secondo me che gente a porta pia avrebbe preferito non succedesse nulla .Se sono ancora accampati andate parlarci .Ma ripeto vediamo se dagli errori si impara .Prossimi appuntamente il 1 maggio e poi il vertice europeo a Torino .Dopo poi posso fare un analisi precisa ora mi sembra troppo presto .Nonostante il disastro di ieri .

  • Nicola

    Si può parlare molto del corteo, della sua costruzione e della sua forza. Io la ritengo una giornata politicamente importante e ben riuscita. Se il limite politico è che si dava l’impressione di parlare di casa è semplicemente perchè da due anni (escluse lotte come no tav e no muos) il motore del movimento è stato prevalentemente il conflitto sul tema del diritto all’abitare. Qualsiasi altra lotta sul terreno reale del conflitto, al momento, o non esiste o è in via di crescita e sviluppo (speriamo).
    Per chi parla di disastro, di presunte chiacchierate con gli accampati.. beh è sempre la moda della compagneria quella di fasciarsi con parole drammatiche la testa, pompando discorsi senza alcuna base teorica. E’ la chiacchiera da corridoio al quale chi ha altro da fare preferisce non partecipare e io personalmente non ci parteciperò.

  • salvatore

    La piazza ha i suoi tempi. Non si può da un parte essere consapevoli che i nostri dibattiti non riescono minimamente ad indirizzare i dibattiti pubblici e poi pretendere che si pervenga subito alla delineazione netta del nemico e ad una pratica conseguente.
    Scontiamo l’eurocomunismo, poi divenuto europeismo e tutta la confusione storica di un partito comunista che però agiva da socialdemocrazia. Per questo marcare la distanza su una misura concreta come il Jobs Act era importante, più di quanto viene creduto in questa analisi. è importante perché il solco si è aperto, sta a noi dirigere il malcontento su tematiche di classe e non sulla casta, gli sprechi, il nazionalismo ecc.

    Dobbiamo radicare l’opposizione in pratiche quotidiane, per questo la lotta per la casa resta un perno, per il semplice fatto che è una opposizione duratura e quotidiana. La lotta all’Ue in cosa si concretizza? In nulla o in decine di lotte differenti e tutte importanti.
    In sintesi manca un termine medio, delle pratiche in cui vivere l’opposizione all’Unione Europea e a suoi referenti più stretti in Italia.
    Chissà che nel futuro si riescano a legare sul tema del lavoro una dimensione alta( indicazione del nemico dettata da una analisi rigorosa) e pratiche vissute sui territori e nei posti di lavoro, altrimenti il discrimine sarà solo ideologico.

  • Militant

    @ Salvatore
    Noi siamo d’accordo che le lotte dei movimenti debbano essere radicate nella vertenzialità sociale che le moltiplica. Nessun dubbio, e soprattutto non stiamo certo proponendo una ideologica astrattezza contrapposta a una pragmatica concretezza. Metà di noi è attiva nei movimenti di lotta per la casa, abitiamo dentro le occupazione, insomma, il discorso non è sottostimare o, peggio ancora, banalizzare, l’importanza della lotta per la casa.

    Però come facciamo a legare insieme le mille lotte sociali di questo paese, o anche solo generalizzare il tema del diritto alla casa, se non iniziamo a prendere in considerazione l’obiettivo di una sintesi politica che tenga legate tutte le vertenze? E la sintesi non è sinonimo di piccola egemonia di movimento, ma una serie di proposte politiche, quindi generali, che inseriscano ogni lotta in un unico percorso.

    Quale migliore occasione del corteo di ieri per tentare questo abbozzo di sintesi? Purtroppo non lo si è fatto, continuando a limitarsi a un livello sociale per paura di perdere pezzi per strada, risultare minoritari, avendo il timore concreto di risultare “politicisti” contro la pragmatica efficacia delle lotte sociali. Il risultato è stato un trimezzamento del corteo di ottobre, proprio perchè nessuno aveva ben chiaro (neanche gli organizzatori, che tra parentesi eravamo anche noi! E sin dal primo minuto). E questo ci sembra l’unica spiegazione plausibile, perchè l’altra sarebbe lo scarso lavoro sociale portato avanti da ottobre ad oggi. Ma siccome quel lavoro sociale lo viviamo e lo vediamo, la motivazione non può essere questa.

    Certo, per qualcuno quello di non aprire a “sintesi politiche” è già una scelta politica, non una incapacità. Per anni è stata teorizzata la superiorità del piano economicista, della lotta sindacale generalizzata, del livello sociale che avrebbe preso il sopravvento su quello politico. Però quegli anni sono passati, e la sconfitta di quella proposta politica è passata propria attraverso la critica radicale a quell’impostazione lì. Sarebbe assurdo oggi riproporre in sedicesimi quella strada. La strada da percorrere è un’altra, opposta, quella cioè di ragionare su come costruire un orizzonte comune, e l’orizzonte comune potrà essere solo politico, non certo legato al problema casa. E chi una casa cel’ha, o paga l’affitto senza affanni, come fa ad inserirsi all’interno di questo percorso? Lo escludiamo? Oppure costruiamo un’alternativa politica di cui la lotta per la casa è solo uno dei molti aspetti di una lotta più generale?

    • salvatore

      Concordo con voi su quello che avete detto ma resta aperto il punto centrale del mio intervento. Cioè che tra la lotta per la casa e tante altre lotte specifiche e la sintesi politica tarata sulla lotta all’UE c’è un vuoto, che per me sarebbe colmato dall’opposizione al Jobs Act( e alle misure sul lavoro in genere). Finalmente si è aperto uno spazio di intervento radicale e in questo vuoto il nemico non è la destra ma direttamente il centro-sinistra, con le sue politiche pienamente dentro le linee direttive dell’UE. E se non si tratta di novità nel campo delle misure sul lavoro, ora è chiara l’impostazione del Pd, non ci possono più essere fraintendimenti, temporeggiamenti. Insomma non contesto la sintesi politica ma la mancanza di connessione tra la dimensione europea della lotta e i rappresentanti di quella istituzione in Italia. Tra l’Europa e Roma ci sta la posizione dell’Italia dentro l’Europa, questo è da chiarire e non si potrà chiarire se non nel contrasto alle politiche sul lavoro del governo.

      Spero di essere stato più chiaro su questo unico punto perché per tutto il resto non ho nulla da dire, pienamente d’accordo con voi.

      • Militant

        Ma infatti non bisogna leggere la nostra posizione contro la UE come meccanica. E’ proprio il processo di costruzione politico della UE che definisce i nemici interni, cioè quelle posizioni politiche che i movimenti di classe dovrebbero combattere. Una volta definita la UE come problema e non come orizzonte comune da riformare, di conseguenza definiamo come problema il PD, che in Italia è il principale artefice dela costruzione europeista. E il PD *è* il problema non in astratto, perchè ci piace giocare agli estremisti, ma proprio perchè più coerente espressione di quelle politiche sul lavoro che descrivevi bene prima. La UE è fondata su quelle politiche, non su altre. Sono quelle che la sostanziano, dunque sono quelle che vanno combattute.

      • salvatore

        Non so se la risposta verrà incanalata nel punto giusto.
        Scusate se lo scambio di posizioni si sta prolungando. Quello che mi è parso in questo corteo è che c’è stata una difficoltà di connessione tra la classe dominante italiana attivamente portatrice delle direttive europee e l’UE da parte di chi si è già GIUSTAMENTE attestato a quel livello. In futuro servirà uno sforzo per collegare con volantini, slogan, striscioni queste due dimensioni. E la connessione andrà fatta anche a livello di pratica politica indicando con l’esempio e l’analisi quali sono le lotte che più efficacemente si inseriscono in questo contesto.

        Grazie per le risposte, eravamo più vicini di quanto inizialmente poteva sembrare. La mia era solo una nota specifica su questa occasione.

  • Red

    Nicola se ti riferivi a me io non ho parlato di chiacchere ma invitato andare scambiare due parole con gli accampati se ci sono ancora . Le somme io le tiro dopo la manifestazione contro il vertice europeo a Torino .Certo che ieri dire che stata una bella giornata significa non essere stato presente oppure averci capito nulla . Ma da qui tirare giu le somme passano oceani. Sbagliando si impara spero .

  • Andrea

    Quel “poco male” sulla gestione della piazza mi lascia perplesso, al di là del lavarsi i panni sporchi dietro le quinte.

    C’erano tutte e dico tutte le strade chiuse ai lati, si sapeva che sarebbe accaduto qualcosa e non si è trovato di meglio da fare che cercare di passare sopra la gente che stava dietro, lasciata in balia dei manganellatori di professione.

    E dubito, dubito molto, che questo passi in qualche assemblea di movimento romana. Non è mai successo, anche per peggiori episodi già avvenuti.

    Il dato politico è che essere in 10.000 circa per un corteo nazionale non è il massimo. L’altro dato politico è che siamo tutti slegati: chi sta in piazza per la casa, chi per qualche “diritto”, chi per evitare scempi ambientali, chi perché è sfruttato sul lavoro, chi perché il Jobs Act fa cacare. Tutte cose legatissime tra loro, ma non credo riassumibili in sintesi nella critica alle politiche della UE: è logico che si tratta di una controparte, così come il governo italiano e così come la NATO che non mi pare abbia mai smesso di fare danni ovunque.
    Indicare solo un obiettivo (Renzi, UE, Nato…) avrebbe esemplificato tutto ma secondo me non avrebbe avuto significato.

  • Gert

    Indicare il problema generale, il grande contenitore dove sono racchiuse tutte le lotte locali; il Neoliberismo e la Nato. E all’interno ben vengano gli spezzoni della lotta per la casa,i No Tav,i No Muos, gli esodati, i sindacati di base, gli operai dell’ILVA e simili, i No OGM, i migranti, i no Cie e pure il movimento Ultras del No al calcio moderno. Siamo figli della stessa rabbia e chi ci calpesta sono sempre i soliti. E basta con le prese dei palazzi vuoti; blocchiamo l’economia per fare male. Blocchiamo le autostrade, le stazioni, i porti, i centri commerciali, gli stadi. Bloccare, allargare e rilanciare aprendoci. Torino sará un buon appuntamento che dovrebbe chiamare molte piú persone che ieri.

  • Militant

    Riceviamo e con piacere pubblichiamo le impressione dei compagni e delle compagne di Noi Restiamo (Bologna), che hanno preso parte al nostro spezzone nella giornata di sabato.

    12 aprile 2014: riflessioni in prospettiva

    La giornata del 12 aprile mette in luce potenzialità e limiti di un movimento sociale e politico che si propone come unica soluzione reale a un momento di crisi sistemica, cui istituzioni nazionali e sovrannazionali non pongono rimedio, rifiutando alternative economiche e politiche che guardino agli interessi delle classi popolari. Alla vigilia dell’ennesima tornata elettorale, che tra poche settimane vedrà i burattini di palazzo contendersi le poltrone del parlamento europeo, organo assente di ogni rilevanza politica e democratica, migliaia di giovani, precari, occupanti di casa e lavoratori sono riusciti a rompere l’aurea di purezza messianica che ha circondato gli ultimi tre esecutivi benedetti dall’UE che si sono susseguiti alla guida del paese, e di cui Renzi è l’ultimo rappresentante. La composizione e lo svolgimento del corteo dimostrano tuttavia che non possiamo più accontentarci di portare in piazza singole rivendicazioni senza una prospettiva che le colleghi e le riassuma, rischiando in questo modo di schiacciare un corteo sotto parole d’ordine parziali, privandolo di una visione complessiva dell’attacco che stiamo subendo. Quello che è mancato nella costruzione del 12 aprile è stata una sintesi politica capace di intercettare le varie vertenzialità ed esigenze in quadro più ampio. Individuare nell’Unione Europea il soggetto imperialista che assolve le proprie necessità attraverso lo sfruttamento dei popoli, dentro e fuori i propri confini, è per noi il passaggio fondamentale per mettere a valore i percorsi di lotta. Giornate come 18 e 19 ottobre hanno dimostrato come sia possibile individuare e ricomporre sotto una tematica comune quella parte di popolazione che non vuole più assistere impotente agli attacchi che subisce giorno dopo giorno, assumendo protagonismo e radicalità politica. Molti invece hanno colto nella giornata del 12 aprile una riproposizione delle stesse parole d’ordine che avevano caratterizzato il 18 e il 19, private però del protagonismo di una molteplicità di soggetti sociali, politici e sindacali che avevano fatto di quelle giornate un importante momento di riconoscimento e ricomposizione, oltre che un trampolino di lancio per la mobilitazione dell’autunno e dell’inverno. La giornata di sabato aveva la potenzialità di esprimere un innalzamento del confronto, unendo le singole vertenzialità in un piano politico generale di ampio respiro, non attraverso un compromesso ma con una sintesi dinamica fra vari ambiti, settori e vertenze. La sintesi politica non è esercizio intellettuale ma un metodo fondamentale per uscire dal particolarismo e dall’autoreferenzialità, con immediati effetti nell’espressione di piazza. Di certo l’avversario non si fa scrupolo per mantenere il suo potere ed utilizzare tutti i propri apparati repressivi: l’abbiamo visto con il tentativo di assediare il corteo con un impressionante dispiegamento di forza e la solita violenza di piazza da parte delle forze dell’ordine. Per rispondere a questo dato di fatto non basta però l’esperienza, in quanto la fermezza e la determinazione in piazza derivano infatti da altrettanta fermezza e determinazione nel percorso politico. Nonostante tutte le criticità nella costruzione e nello svolgimento della data, registriamo il dato politico positivo dell’emergere di un’area militante determinata ad elaborare e praticare una critica serrata nei confronti dell’Unione Europea, individuando nella sua rottura l’alternativa possibile per le classi subalterne. Il prodotto di questo confronto è stato uno spezzone in grado di tenere insieme le diverse provenienze ed approcci, che ci ha visto fianco a fianco con i compagni della campagna Noi Saremo Tutto, di realtà politiche indipendenti come Ross@, Rete dei Comunisti, fino alla federazione romana dell’USB, e a decine di altre realtà e compagni. È nell’approfondimento di quest’ipotesi di lavoro che ci prepariamo alla mobilitazione contro l’insediamento del semestre di presidenza italiana al consiglio europeo di inizio estate, e a rispondere al meeting europeo sulla dis-occupazione di luglio a Torino. Questi saranno appuntamenti fondamentali per elevare i contenuti di una proposta politica in grado di collegare le esigenze di classe su un piano internazionale, una proposta che regga il confronto con un avversario politico che ha trovato nell’integrazione continentale la chiave della propria sopravvivenza.

    Noi Restiamo (13/04/2014)

  • roberto

    Quando in piazza ci saranno 100.000 persone,e non 10.000,allora si potra’ cominciare a ragionare,e i manganellatori di professione saranno loro a scappare.diamo tempo al tempo.siamo solo all’inizio e la confusione e’ inevitabile.finora non e’ stato toccato il grosso della massa dei lavoratori,cioe’ i dipendenti pubblici.si tengono sul vago,perche’ hanno paura della reazione,ma quando dovranno per forza giocare a carte scoperte,senza piu’ tergiversare,allora i 100.000 ci saranno.e allora chi e’ o non e’ il nemico sara’ chiaro a tutti.

    • Hirondelle

      Ma, anche se l’ipotesi è plausibile, e probabilmente arriverà giusto dopo le elezioni, vedi gli 85mila esuberi dei dipendenti pubblici già annunciati dalla spending review, dove porterebbe? In Grecia è stato il terremoto, è successo di tutto, non comprano nemmeno più i farmaci ospedalieri. Eppure oggi, malgrado manifestazioni di massa, pestaggi, morti, distruzione di un popolo e di un paese, tutto continua in obbedienza alle direttive UE. Non è bastato. Idem nel resto d’Europa. Anche su questo bisogna riflettere.

      • roberto

        Rispondo: portera’ ad un ulteriore crollo della domanda interna,quindi del prodotto interno lordo,quindi ad un aumento del debito pubblico,del deficit annuale,e,di fatto,l’Italia e’ fuori dalla UE.la differenza con la Grecia e’ che i greci sono pochi milioni,noi siamo 60 milioni e una cura da cavallo come quella che hanno in mente portera’ allo stesso disastro che ha causato negli anni 70.80 in sud America,in argentina per esempio.e poi nel disastro saranno coinvolti anche altri paesi europei,la Francia stessa,come si evince anche dalle votazioni.non e’ affatto vero che siccome la Grecia ha dovuto abbozzare hanno vinto loro.la partita e’ appena cominciata,non la diamo per finita.

  • Hirondelle

    @Roberto: La Grecia peraltro non è né l’unico paese né il più popoloso (vedi Spagna dove, tra le altre cose, s’è manifestato non poco, e allo stesso tempo dilagano i mini jobs) tra quelli che hanno subito e subiscono da anni e nel silenzio stampa le politiche cosiddette di austerità. Si ha la sensazione che per non concepire l’impensabile ci si creda più invulnerabili di quanto non siamo.
    Le analisi sopra non paiono sbagliate, ma tutto lo scenario descritto (crollo di domanda ecc.) è paradossalmente assolutamente indipendente da quanti erano alle manifestazioni in Grecia o altrove… su questo c’è da riflettere.

  • enrico

    http://www.sapereeundovere.it/23-maggio-marcia-globale-contro-la-monsanto-in-25-citta-francesi-e-50-paesi/
    E noi , non si fa nulla ? Con la varietà di produzione agricola che abbiamo siamo i primi ad avere da perdere per le mire espansionistiche di Monsanto & Co.

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