APPUNTAMENTI

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

13 December :
1989: ATTACCO IRA AL CHECKPOINT DI DERRY

2004 - L'ex dittatore cileno Augusto Pinochet viene messo agli arresti domiciliari

STATS

La scomparsa della rappresentanza nell’epoca della democrazia autoritaria

Troppe volte citata, la “crisi della rappresentanza” sta trovando la propria soluzione storica nella scomparsa tout court di ogni sua forma concreta. In questi giorni tale dinamica ha subìto un’accelerazione notevole, sovrapponendo la discussione sulla rappresentanza politica a quella sindacale. Ambiti diversi ma unica direzione: così come immaginata e realizzata effettivamente in questo cinquantennio, la rappresentanza degli interessi di classe, siano essi politici o sindacali, dev’essere rimodellata. Discorso complesso, che abbraccia vari livelli d’analisi, e che però il ceto politico borghese sta risolvendo con l’accetta e in chiave autoritaria come difficilmente sperimentato nel corso di questo secolo. Addirittura durante i regimi fascisti, soprattutto quello italiano, l’autorità del potere aveva dovuto condividere un’architettura istituzionale che garantisse almeno una parvenza di rappresentanza ai vari interessi sociali di cui si componeva la società. Mussolini, infatti, nonostante la sua ovvia tendenza accentratrice, non riuscì né a sopprimere il parlamento, né a impedire la prolificazione di determinate camere d’interessi, volte tutte a rappresentare le molte facce del regime. E ad esserne defenestrato proprio da un voto di sfiducia di una di queste.

Discorso lungo, e che però ci aiuta a comprendere a cosa stiamo andando incontro oggi, dopo la resa ideologica che il movimento di classe ha portato avanti su questo terreno. A forza di teorizzare contro ogni possibile rappresentanza, a ragionare sulla sua attuale crisi in vista di proposte credibili di nuova rappresentanza politica, e soprattutto comprensibili alla popolazione, oggi ci ritroviamo di fronte a due (contro)riforme reazionarie sostanzialmente in silenzio, senza argomenti validi dopo anni di attacco concentrico al concetto stesso di rappresentanza. Da una parte il palese processo politico diretto verso il presidenzialismo, la sottrazione di ogni potere effettivo alle camere parlamentari, l’accentramento del potere esecutivo e legislativo nelle mani di una sola carica, e cioè l’esponente politico vincitore delle elezioni, trasformato in “Presidente del Governo” e non più “Primo Ministro”. Dall’altra, il tentativo di Confindustria e dei sindacati confederali di impedire ogni forma di rappresentanza sindacale a chi non superi una determinata soglia di sbarramento e non sia già firmatario di precedenti accordi contrattuali.

Di riforma costituzionale volta a dare maggior potere al Presidente del Consiglio si parla da anni. Anche di riforma elettorale, strumento attraverso il quale si vorrebbe aggirare la forma di governo parlamentare esistente in Italia dando al primo ministro un ruolo che la costituzione non prevede. Ma la discussione inerente alla riforma elettorale ha tracimato ogni pudore. Qualsiasi riforma alla fine verrà approvata, questa renderà perfettamente superfluo il momento elettorale, visto che i voti non verranno più contati, ma pesati. Quelli destinati ai due partiti principali verranno prima conteggiati poi moltiplicati: a chi vince, anche di poco, anche di un voto, verrà elargito un premio di maggioranza che in confronto la legge truffa del 1953 era un invito a condividere il potere col PCI; quelli destinati a tutto il resto dell’offerta politica verranno cestinati: da una parte, chi non supererà una certa soglia (probabilmente il 5%), verrà escluso da ogni possibile rappresentanza nel parlamento; dall’altra, chi supererà tale soglia dovrà dividersi in maniera proporzionale il 40% dei seggi concessi, e da questi dovrà ulteriormente scartare gli eletti del partito arrivato secondo. In pratica, se il PD prendesse il 30% e il PDL il 29%, al PD andrebbero il 60% dei seggi; al PDL il 29%; il restante campo degli sfigati dovrebbero dividersi in maniera proporzionale quell’11% di seggi rimasti liberi. E’ solo un esempio, e magari la realtà si incaricherà ancora una volta di contraddire le ipotesi dei tecnici di governo. Ma è l’esempio più discusso sui giornali, e nessuno trova da dire qualcosa in merito. Nella nostra parte del campo, il silenzio più assoluto. Nel campo nemico, l’ipotesi è addirittura criticata per la sua certa dose d’imprevedibilità: nonostante in tale modo il risultato non solo potrà essere conosciuto la sera stessa del voto, ma probabilmente i giorni prima del voto, rendendo ulteriormente inutile ogni retorica elettorale, questo potrebbe non garantire la tanto agognata governabilità. Dunque, va ulteriormente raffinato, cioè impedito a variabili impazzite di rovinare l’esito previsto. Hai visto che mai che il risultato il giorno dopo il voto non sia quello augurato dai “mercati” il giorno prima.

Stessa dinamica concerne in questi mesi la discussione intorno alla rappresentanza sindacale. Non a caso, sul tema si sono ritrovati tutti, dalla Confindustria alla FIOM; anche quel Landini che per qualcuno era il nuovo faro della sinistra. In sintesi, le uniche organizzazioni legalmente riconosciute a rappresentare i diritti dei lavoratori sono solo quelle firmatarie tale accordo (quello del 31 maggio 2013); oltretutto, “la rappresentanza viene determinata dalla media semplice delle percentuali relative dei voti nelle elezioni della RSU per i soli sindacati firmatari dell’accordo” [da Wikipedia]. Chi non si adegua non solo perde la possibilità di rappresentanza, ma anche la legalità. Infatti, per legge, i lavoratori devono adeguarsi agli accordi presi dai sindacati confederali, senza neanche poter legalmente scioperare e demandando a commissioni ispettrici la regolamentazione delle sanzioni. Tralasciamo gli aspetti economici e sociali di tale accordo, come la limitazione del diritto di sciopero, la dichiarazione, messa nero su bianco nell’accordo, della “tregua sociale” obbligatoria all’interno delle aziende, l’impossibilità, per chiunque non si senta rappresentato da CgilCislUil, di poter aderire ad altra formazione sindacale se prima non ha firmato tale accordo, ecc… e che possono essere sintetizzati dalla dichiarazione del vicepresidente di Confindustria per le relazioni industriali, Stefano Dolcetta: l’obiettivo a cui tendere è la prevenzione del conflitto. Per ora non possiamo non notare come la volontà esecutiva, anche in ambito sindacale, prevale su qualsiasi discorso sul concetto di rappresentanza. E come, anche in quest’ambito come in quello politico, la spinta propulsiva parta proprio da quelle formazioni di centrosinistra che hanno funzioni di governo, si chiamino PD, CGIL o FIOM. Su questo, rimandiamo alle precise ed efficaci considerazioni di Senza Soste qui e qua.

La direzione è dunque tracciata. Alla crisi della rappresentanza si è risposto con una drastica riduzione della stessa, in ogni ambito della vita sociale organizzata, e nel silenzio più totale della sinistra antagonista. Dopo aver attaccato per anni il concetto stesso, sostituito di volta in volta con propositi di democrazia diretta, di democrazia telematica, di assemblearismo permanente, oggi ci ritroviamo tutti con meno potere di incidere sulle dinamiche di potere, proprio perché nessuna organizzazione politica ha la forza di rappresentare gli interessi di classe nei vari luoghi in cui questi vengono discussi. Per farla breve, invece di operare una critica sul modo di organizzare la rappresentanza di talune organizzazioni politiche, critica sacrosanta, si è proceduto teorizzando una crisi della stessa, astraendo il concetto, de-storicizzandolo. Inevitabilmente, l’attacco a 360° operato dal capitale alle varie forme in cui si organizza il dissenso politico e sociale ha coinciso pericolosamente con una certa critica proveniente da quel mondo del dissenso, creando quel cortocircuito per cui oggi tutti denigrano le forme storiche di rappresentanza (partiti e sindacati in primo luogo), non rendendosi conto di marciare uniti a chi vuole abbattere quelle forme per abbatterne il significato intrinseco, e cioè la possibilità per le classi subalterne di organizzarsi in funzione dei propri interessi. E se organizzazione significa rappresentanza, attaccare la rappresentanza significa demolire il concetto di organizzazione. Con tutto ciò che ne consegue.

11159 letture totali 2 letture oggi

18 comments to La scomparsa della rappresentanza nell’epoca della democrazia autoritaria

  • dudek

    Che dire? Al solito lucidissimi!!

  • toscano

    si però non capisco cosa dovrebbero/avrebbero dovuto fare i compagni per contrastare questo processo…fare battaglia sul sistema elettorale? e come, continuando a candidarsi o addirittura non candidandosi ma prendendo lo stesso posizione sul sistema elettorale? a me sinceramente non importa molto di quale forma di spartizione dei seggi si doti quel teatrino, anzi magari fosse che tutti quei “compagni” e realtà di sinistra che ancora ci credevano si mettessero a fare la lotta di classe invece di sbavare ancora dietro a un seggio in parlamento o in consiglio comunale

  • Militant

    @ Toscano
    Il problema elettorale e quello della rappresentanza c’entrano molto poco fra loro. La loro equiparazione e’ frutto del dibattito tossico di questi anni, dove rappresentanza ha finito col coincidere col momento della delega elettorale verso dei partiti ormai svuotati da ogni rapporto reale con la base militante.
    Porsi oggi il problema della rappresentanza significa porsi il problema dell’organizzazione, di come delle strutture politiche escano dal loro perenne stato di minorita’ organizzativa per trasformarsi in strutture capaci di raccogliere il dissenso sociale espresso nelle mille vertenze di questi anni e trasformarlo in opzione politica.

    L’attacco concentrico, da destra e da sinistra, verso la “forma partito”, avvenuto in questi anni senza nessuno che potesse controbattere che un conto e’ la critica agli attuali partiti politici, un altro e’ la teorizzazione della necessita’ della scomparsa delle organizzazioni politiche perche’ ormai obsolete, ha portato dunque ad identificare il concetto di rappresentanza con quello di elezioni. E invece la rappresentanza e’ una questione che pervade ogni forma d’organizzazione, che attraversa verticalmente e orizzontalmente ogni relazione politica. Ogni struttura politica deve fare i conti con la rappresentanza, con una propria divisione dei compiti, con una divisione dei ruoli, con una struttura gestionale efficace, e via dicendo. E questa strutturazione non e’ altro che “il partito”, inteso in senso storico. E cioe’ puo’ cambiare forma, nome, obiettivi; puo’ modellarsi alle ragioni della modernita’, adeguarsi alle innovazioni storiche, sociali, culturali, ma sempre quello rimane. E’ d’altronde il percorso di tutti quei movimenti che evolvono in qualcosa di piu’ organizzato. Paradossalmente, soprattutto di tutti quei movimenti che a parole dicono di rifiutare ogni discorso organizzativo: il piu’ delle volte, una rappresentanza rifiutata a parole si trasforma nell’elites politica che governa il movimento con meccanismi informali e determinati dalle relazioni umane e dalla capacita’ di questo o quel leader di affermarsi all’interno di un collettivo.

    Ecco, rispetto a tutta questa discussione, forse sarebbe stato meglio arrivarci con un percorso teorico gia’ affrontato, metabolizzato, problematizzato. Non rifiutando un concetto che nei fatti si ripropone in forme deteriorate e meno gestibili di un tempo. Perche’ anche nel piu’ libertario dei movimenti organizzati, ci sara’ sempre qualcuno che si fara’ rappresentante delle ragioni di quel movimento, si fara’ portavoce degli interessi politici di quella collettivita’ di persone, accentrera’ cioe’ su di se’ la rappresentanza di determinati interessi. Non discutere le modalita’ di questo processo di rappresentanza non impedira’ la sua affermazione, ma ne rallentera’ solamente la sua regolazione democratica di un processo insito in ogni forma organizzativa (anche non politica).

    In sintesi, Toscano: dimmi un movimento che non ha i suoi rappresentanti. Come sono stati scelti? Sono stati scelti o si sono imposti nel corso del tempo fra coloro che avevano piu’ tempo a disposizione per farsi 20 assemblee a settimana? Si sono affermati per le loro qualita’ politiche o perche’ piu’ interessati ad ascoltare la loro voce nelle centinaia di inutili assemblee, molte volte convocate da chi desiderava un uditorio per i propri discorsi? Qual’e’ il processo per cui vengono eletti, nominati, accettati o sopportati tali dirigenti? Se dunque tali dirigenti ci sono, perche’ non discutere le modalita’ con cui vengono posti in quel ruolo? e le modalita’ con cui possono essere revocati se non piu’ funzionali al movimento di classe nel suo insieme?

    • cesare52

      Lo so che per voi è dura ammettere che esista il M5S che su un programma antineoliberismo (no alle spese militari, no alla legge Biagi, reddito di cittadinanza etc etc) haraccolto circa un terzo del consenso del Paese. Infatti non lo citate neanche. E sbagliate perché fate i conti senza l’oste. Il M5S infatti c’è malgrado a molti voi compresi cio è intollerabile ed inaccettabile. Ne consegue che qualsiasi analisi che non ne tenga conto, come la vostra è sballata.

      • salvatore

        Tenere conto del m5s è una cosa, dire che ha un programma anti-neoliberismo ci fa perdere la rotta nell’analisi.
        http://www.beppegrillo.it/2014/01/electrolux_e_lo_stato_pappone.html
        Questo articolo è illuminante, ci fa capire come si passi facilmente dalla retorica della piccola/media impresa alla difesa delle multinazionali. Nessun accenno a ore non pagate, minacce sul posto di lavoro, ritorsioni verso scioperi e attività sindacali. Insomma la colpa è solo dello Stato. “Imprenditori brava gente” sarà il nuovo motto.

        Ps: sul reddito di cittadinanza oltre ai due articoli di Militant ( “Salario o reddito?”) trovi una approfondita discussione a metà di questa pagina.http://www.odradek.it/html/zibaldone/segnalazioni1.html

      • Militant

        Il M5S è l’essenza stessa dell’anarco-capitalismo liberista anti-statale che negli USA, ad esempio, è rappresentato dai movimenti tea party. Secondo la retorica fondamentale del grillini, i mali della società vengono dalla “casta” politica, e attraverso di questa dal controllo statale sui rapporti di produzione. L’obiettivo grillino è rompere ogni rapporto tra economia e Stato, lasciando al libero mercato e alla concorrenza l’autogestione dello sviluppo sociale. E’ tutto scritto in ogni presa di posizione grillina, come ad esempio l’articolo citato da Salvatore.
        Definire quindi quel movimento come anti-liberista è un controsenso. Il movimento è anti-statale, anti-dirigista e contrario ad ogni forma di pianificazione economica. Esalta le virtù progressive del mercato ed è contro ogni forma di organizzazione collettiva che non sia la diretta rappresentanza del singolo individuo. Rappresenta dunque l’essenza stessa del liberismo selvaggio.

  • toscano

    il commento di militant mi trova assolutamente d’accordo, ma c’entra ben poco con il contenuto dell’articolo, specie della prima parte che lamenta la svolta verso il presidenzialismo e il bipolarismo, cosa che ribadisco mi appassiona molto poco (ma questo potrebbe essere un problema mio), ma in cui soprattutto non vedo proprio cosa c’entriamo noi come compagni…vorremmo un ritorno al proporzionale puro? e per farci cosa, visto che proprio noi, e pure voi come collettivo, vi spingete (almeno in questa fase storica) l’astensionismo?
    sul fatto che l’antagonismo sociale debba darsi un’organizzazione solida e credibile per diventare alternativa politica valida non ci sono dubbi, ma non mi pare fosse questo il tema dell’articolo

  • Militant

    @ Toscano
    Proprio perchè non siamo astensionisti per principio, ma lo siamo in questa determinata fase storica in cui sono assenti organizzazioni politiche da poter votare, ci interessiamo anche del sistema elettorale. In un sistema presidenzialista, maggioritario e magari anche a doppio turno, enormemente deformante la volontà elettorale, una forza politica comunista non avrebbe mai, neppure in teoria, possibilità di crescere elettoralmente. In un sistema proporzionale, e in un sistema istituzionale parlamentare, i margini di rappresentanza di questa forza (che al momento non c’è, ma non è detto che non ci sia per sempre) sarebbero sicuramente maggiori.
    Altra questione: le riforme istituzionali/elettorali vagheggiate in questi mesi mirano alla stabilità e alla governabilità. Noi invece dovremmo puntare all’instabilità e all’ingovernabilità. Un sistema bloccato, chiuso, predeterminato, dove i governi vengono decisi sostanzialmente prima del voto da spinte mediatiche e alleanze elettorali determinate dal piano europeo, è decisamente peggio, per noi, di un sistema con le sue falle e i suoi margini di contraddizione interna. Se un sistema politico/istituzionale presenta delle contraddizioni, noi potremmo sfruttarle; se questo sistema tende all’omogeneità e al monolitismo, è più difficile inserirsi nelle crepe.
    Per fare un esempio: in un sistema istituzionale/elettorale statunitense, o francese, è praticamente impossibile una visibilità elettorale, o anche solo politica, di forze diverse alle due che il sistema maggioritario premia. Anche in Francia, il Front National, che è di fatto il terzo partito (se non il secondo), non ha mai la possibiltà di venire eletto, non conta nulla in sede parlamentare, è perfettamente inutile nelle dinamiche politiche. E questo avendo quasi il 20% dei voti(!). Ora, è il Front National, quindi in questo caso meglio così. Ma se una forza (veramente) comunista avesse il 20% in Italia probabilmente potrebbe spostare determinati equilibri di potere; in Francia, la stessa forza si adatterebbe all’inutilità in cui viene relegata dal sistema istituzionale/elettorale in quel modo organizzato.

    Infine, è anche un discorso di prospettive: se l’unico modo che immaginiamo il cambiamento radicale dello stato di cose presenti è la rivoluzione violenta, ovviamente questi discorsi potrebbero interessarci poco. Se invece crediamo che ogni strumento è potenzialmente buono per provocare delle rotture rivoluzionarie, allora vanno sfruttati tutti. Anche quei margini che le lotte di classe nel novecento si sono guadagnate, come le elezioni e un sistema più o meno democratico di rappresentanza politica. Problemi sicuramente oggi fuori contesto e inattuali, ma non facciamo l’errore di considerare un particolare momento storico (quello attuale), come inevitabile e cristallizzato. Essendo un momento storico, è in evoluzione, e quello che accadrà fra 1, 5 o 20 anni non è prevedibile guardando solo all’oggi. Insomma, evitiamo di teorizzare scelte politiche definitive in base a come guardiamo la realtà adesso, come se questa non fosse un processo ma una circostanza naturale e indeterminata.

  • Brigante

    Condivido le osservazioni di Militant. La china presa riguardo alla rappresentanza va in un’unica direzione: nessuna rappresentanza per chiunque esca dal coretto unanime main-stream. Dal punto di vista elettorale uno potrebbe essere tentato di dire “sti cazzi, tanto capirai chi dovrei votare?” ma, come giustamente fatto notare nel commento, azzerare la rappresentanza significa chiudere la porta verso qualunque possibilità futura di gestire le lotte, anche sebbene non solo, utilizzando lo strumento elettorale e parlamentare. Vorrei fare solo una chiosa, pur rendendomi conto di fare la figura del marito che si evira per fare dispetto alla moglie: ma quanto ci godo per tutti quelli che ancora inseguono alleanze dietro al PD (ogni riferimento a Vendola e rifondaroli è da ritenersi puramente non casuale)! Di fatto la legge elettorale che andranno ad approvare precluderà sia a SEL che a Rifondazione & co. di accedere al parlamento, INDIPENDENTEMENTE dal fatto che si alleino o meno col PD. Il messaggio di Renzi in pratica è chiaro: “Fin’ora ci servivano quei 4 voti che avevate, quantomeno potevate essere utili a gestire il malcontento. Ormai avete la credibilità di un lupo vegetariano e siccome io so’ io e voi ormai nun siete un cazzo, potete anche farvi da parte”. Alle prossime elezioni sono curioso di vedere cosa decideranno di fare. Si tessereranno col PD?

  • Alessandro

    Vendola già ha proposto proprio questo: iscriversi al PD! Vediamo quanti lo seguiranno proponendo articolati ragionamenti colmi di buon senso

  • Brigante

    Ecco, uno non fa in tempo a scrivere un’iperbole che viene puntualmente scavalcato dalla realtà!

  • Brigante

    Mmm facciamo due conti. Supponiamo che un’eventuale scelta del genere sia “in buona fede” e guidata da un machiavellico tentativo di restare in parlamento in qualche modo, per dare rappresentanza alla classe (ragionamento per assurdo). In tal caso se SEL entrasse nel PD come correntone in realtà sarebbe fortemente minoritario e non riuscirebbe in alcun modo ad influenzare la politica del partito. Escludiamo per lo stesso motivo che possa avere un senso entrare in Forza Italia (ecché nun ch’avevate pensato?). Tuttavia…se SEL entrasse nel centro e facesse un unico partito con UDC e Scelta Civica…insieme potrebbero arrivare all’8% e in un tale partito SEL sicuramente avrebbe un peso rilevante. La corrente vendoliana nella democrazia cristiana. Si ce lo vedo bene. Poi potrebbero fare la lotta in parlamento. Mmm, si, non c’è dubbio, è la soluzione migliore! Bisogna solo trovare dei punti programmatici comuni ma…si sa quello è l’ultimo dei problemi.

  • Militant

    Intanto, Valerio Evangelisti si conferma intelligente interprete e amico sincero del nostro collettivo. La possibilità di amplificare la nostra voce anche su canali di ben altra dimensione e prestigio non può che onorarci.

    http://www.carmillaonline.com/2014/01/25/crisi-della-rappresentanza/

  • salvatore

    http://www.globalproject.info/it/produzioni/chi-se-ne-frega-dei-partitini/16309

    Possibile che non ne azzecchino una? Ora c’è anche l’elogio del sistema elettorale statunitense.

  • Militant

    Quel che si dice guardare il dito (le diatribe sui piccoli partiti), quando il sistema economico e politico indica la luna (e cioè la soppressione di ogni rappresentanza che non sia quella liberal-liberista). Contenti loro. Questo atteggiarsi ad antivendoliani, ecco, questo è fastidioso. Due anni fa si cercava di portare una parte di movimento dentro Sel. Un anno fa si cercavano improbabili accordi elettorali. Oggi tutti a sputare su Vendola. Senza nessuno che gli faccia notare che magari nella vita (almeno politica) esiste un minimo di coerenza.

  • salvatore

    Questa è una riflessione generale che magari per questo articolo non vale tanto ma vorrebbe colpire certi presupposti dei ragionamenti che partono da quelle parti. Ho sempre notato un certo accelerazionismo, quasi un “tanto peggio, tanto meglio” quando , invece, le contraddizioni altrui diventano terreno fertile solo se c’è un intervento soggettivo organizzato. Cosa me ne faccio del crollo di partitini, della crisi, di smottamenti anche grossi negli avversari se non ne so approfittare? Ma questo presuppone una organizzazione che si dia delle regole, un minimo di autocontrollo ma di questo non se ne sente nemmeno l’esigenza. Di qui un continuo andare avanti indietro tra il godere delle disgrazie altrui, il “tanto peggio,tanto meglio”, lo slittamento in soggetti determinati dalle ristrutturazioni capitalistiche e non da un lavoro su queste componenti in vista delle creazione di un soggetto politico ulteriore. Cose dette e ridette però dopo decenni sembra non essere cambiato nulla.

Lascia un Commento

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>