VAMOS CON OLLANTA

VAMOS CON OLLANTA

Da un po’ di tempo, nelle strade di Roma si sta svolgendo una interessante campagna elettorale. La cosa curiosa è che non riguarda elezioni amministrative locali, ma la corsa alla presidenza del Perù! Nei quartieri popolari di Roma, dove vive una numerosa comunità peruviana, si attacchinano manifesti per pubblicizzare i singoli candidati, si organizzano assemblee e dibattiti, addirittura si ricevono visite dal Perù di emissari dei candidati. Il tutto a diverse migliaia di chilometri di distanza da Lima e dintorni. Un fenomeno sicuramente interessante, che meriterebbe attenzione da parte dei politologi d’accatto, se non fossero tutti impegnati a contare i peli del culo di Berlusconi, per concludere che ce l’ha profumatissimo. Le elezioni in Perù meritano una riflessione, se non altro perché si svolgono in un Paese che, pur stando in Latino America (anzi, forse rappresentando al massimo quel sub-continente), finora non è stato pervaso dall’ondata rivoluzionaria. Al contrario, da anni ha conosciuto una fortissima repressione che ha combattuto tanto le esperienze rivoluzionarie, quanto i primi tentativi di auto-organizzazione indigena. Non è un caso che nella politica peruviana girino da anni gli stessi nomi, nonostante enormi scandali, accuse da parte di organizzazioni internazionali e una serie di fallimenti economici che hanno dato la misura del neo-liberismo omicida del Latino America. L’imperialismo peruviano, però, non ha solo il volto dell’immarcescibile Fujimori e della United Fruit: è la storia della conquista spagnola, degli eccidi contro l’indio, della complicità cattolica e del radicato razzismo che ancora oggi colpisce gli indigeni. Non deve stupire, quindi, la forte diffidenza che i discendenti degli indios hanno anche ai nostri giorni nei confronti dei bianchi, tale da inibire la costruzione di legami sovra-nazionali con altre forze progressiste presenti nel sub-continente. E’ importante, quindi, partire proprio dal Perù e augurarsi che le prossime elezioni presidenziali diano un’altra spallata all’imperialismo statunitense. Non è una speranza remota e si basa sulla possibile vittoria di Ollanta Humala. È bene specificare che spesso, nel passato, la vittoria elettorale di candidati progressisti non ha dato gli esiti sperati, in Perù come in altri Paesi del Latino America. Dopo aver ragionato con un caro compagno esperto di vicende latinoamericane e aver incontrato alcuni rappresentanti del movimento comunista peruviano di stanza in Italia, siamo propensi, questa volta, a dare fiducia a Ollanta Humala, arrivato al ballottaggio del prossimo 5 giugno contro Keiko Fujimori. Ollanta Humala è il candidato di una coalizione di partiti e movimenti della sinistra peruviana (il Partido Comunista Peruano, il Partido Socialista, il Partido Socialista Revolucionario, il Movimiento Político Voz Socialista, il Movimiento Político Lima Para Todos e il Partido Nacionalista), sotto il nome di “Gana Perù”. Per quanto il ragionamento del “votare qualcuno per non far vincere un altro” non ci sia mai piaciuto, il primo risultato della vittoria di Humala consisterebbe nell’impedire l’elezione di Keiko Fujimori, figlia di quell’Alberto Fujimori che da decenni condiziona la politica peruviana: ha introdotto nel Paese un neo-liberismo selvaggio, che ha reso il Perù la grande riserva di frutta e di caffè delle multinazionali agricole, ha ridotto al silenzio il Movimento rivoluzionario Tupac Amaru, uccidendo centinaia di militanti oppure confinandoli in prigioni che persino l’ONU ha descritto come inumane, ha costretto tanti peruviani a una massiccia emigrazione verso l’Europa. Per i settemila detenuti politici che ancora marciscono nelle prigioni di Fujimori e per la rinascita dell’opzione socialista in Perù, il 5 giugno ci aspettiamo “el cambio”.