Uscire dall’unione monetaria può essere una soluzione?

Uscire dall’unione monetaria può essere una soluzione?

 

Molti anni fa, sull’onda dell’ultima generazioni di storici che ha cambiato il nostro modo di rapportarci al passato, uno dei maggiori esponenti della scuola delle Annales si esprimeva così: ­Il Potere ha la caratteristica di non trovarsi mai esattamente là dove si rivela…occorre sempre andare oltre ciò che una società dichiara di essere per comprenderla.

Quello che oggi è un dato acquisito, detto al tempo di Andrè Burguière era rivoluzione. Messa all’interno di un discorso storico, esprimeva la funzione principale dell’intellettuale: partire dal proprio campo d’indagine per raccontare e interpretare la realtà a 360 gradi.

La frase di Burguière, nascosta fra le pieghe di un ragionamento come fosse la cosa più ovvia del mondo, non descrive solo la grandezza del personaggio, che in due righe esprime concetti che a noi tutti richiederebbero pagine su pagine, ma anche che un pensiero del genere era impossibile da vedere trenta anni fa. Quei meccanismi che il capitale avrebbe affinato nel corso di questi trent’anni, e che con difficoltà tanti compagni cercano di smascherare, qualcuno molto tempo fa già era in grado di denunciarli.

Tutto questo per dire cosa? Ad esempio, che la partita storica che si sta giocando in Grecia è ben lungi dall’essere quella narrata fin’ora. Secondo il pensiero dominante (fuori da ogni retorica, dominante davvero, a destra come a sinistra) la Grecia starebbe facendo di tutto per rimanere agganciata all’euro, cercando di convincere gli altri stati della bontà del suo risanamento fiscale. Manco per il cazzo: la Grecia, i suoi cittadini, più del 50% degli elettori e molti suoi partiti e sindacati vorrebbero uscire dall’euro, ma il ricatto messo in piedi dagli altri stati dell’Unione Europea e dai mercati finanziari – con l’utile appoggio dei lacchè locali Pasok e Nuova Democrazia – sta obbligando la Grecia a rimanere nell’euro. La Grecia è il pollo da spennare, lo stato da minimizzare, il bancomat da cui estrarre denaro, il territorio su cui sperimentare, il mercato da conquistare: figuriamoci se l’Europa dei mercati transnazionali si fa sfuggire l’occasione! Le armi in mano al capitale europeo sono la moneta, i tassi d’interesse e le politiche fiscali comunitarie (che non è vero che non esistono: esistono proprio nella loro disparità!), tutte decise a Francoforte – cioè non da un parlamento o da un governo, ma da un insieme di banche che ormai governano di fatto i territori. La Grecia vorrebbe – dovrebbe – uscire da questa situazione insanabile, ma non sa come fare, tenuta dentro con la forza da chi dichiara sui giornali l’esatto opposto. Sembra che l’Europa stia prestando soldi a fondo perduto alla Grecia. Non è vero. E’ la Grecia che sta smantellando il suo apparato statale per esaudire le richieste economico-finanziarie dell’unione monetaria. Sta avvenendo ovunque, Atene è solo il caso lampante.

L’unica soluzione che consentirebbe alla cittadinanza greca di riappropriarsi in parte della sua sovranità è riacquisire il potere di determinare il suo sviluppo economico. Questo è impossibile, e non vale solo per la Grecia ma potenzialmente per tutti gli altri paesi.  La storiella che un’uscita dall’euro provocherebbe chissà quali cataclismi economici ormai non fa neanche più ridere. Elencare i paesi europei fuori dalla moneta unica e che hanno attraversato indenni la fase di crisi economica di questi ultimi anni sarebbe fare un lungo elenco: la Gran Bretagna e la Svizzera ad esempio, che oltretutto hanno aumentato il valore della propria moneta proprio perché fuori dall’euro. Sono paesi ricchi e finanziariamente forti, si obietterà. D’accordo, ma insieme a loro sono fuori dalla moneta unica anche la Norvegia e la Svezia, non proprio primissime piazze finanziarie. Si obietterà che hanno comunque un’economia solida e organizzata. D’accordo anche stavolta; ma sono fuori dalla moneta unica anche la Polonia, la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Slovenia, la Croazia, la Serbia, l’Albania, l’Ucraina, ecc…insomma, economie non proprio di primissimo ordine. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Deboli, forti, ricchi, poveri, poverissimi: chi in questi anni è rimasto fuori dall’euro ha avuto solo di che guadagnarci. Le ragioni sono molte, e anche complesse, ma volendo si può operare una sintesi, chiarendo subito che si tratta di semplificare un quadro che altrimenti richiederebbe ben altre conoscenze: in questi paesi esiste ancora un certo controllo politico sulle attività economiche e finanziarie, nonchè un potere di indirizzo (informale ma non per questo meno incisivo) sulla propria banca centrale: l’uscita della Grecia dall’Euro è un problema per l’Euro, non per la Grecia, ed è solamente per questo motivo che si sta tentando di tenerla dentro la moneta unica.

In soldoni, la zona della moneta unica, essendo priva di rappresentanza politica, lascia il campo libero all’autogestione dei poteri economici. I governi dei singoli stati sono come tante giunte regionali, capaci di regolare le attività territoriali di specifica competenza, ma senza governo centrale. I fattori economici e finanziari si autogestiscono, senza alcuna mediazione. Nei paesi dove questo non avviene, e cioè dove la politica conserva ancora in parte il potere di attenuare o di contrastare la violenza delle pressioni finanziarie, il ricatto non produce gli stessi effetti. La soluzione di lungo periodo sarebbe quella di creare uno spazio di rappresentanza politica e di governo all’interno dell’Unione Europea. Ma in assenza di un movimento reale che vada in questo senso, questo lungo interregno può portarci alla catastrofe. Rimanere nell’Unione Europea uscendo dalla zona monetaria non è detto che sia il peggiore dei mali. Anche per l’Italia.