seguimos adelante

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Ieri sera c’è stata la seconda uscita per la campagna “tu non sai chi sono io“. In alcune strade ad alto scorrimento della capitale sono state affisse altre gigantografie dei cinque cubani prigionieri dell’impero da 12 anni. L’obiettivo è quello di provare a bucare il muro di gomma dell’informazione dominante e far conoscere la loro storia a quante più persone possibili. Siamo ovviamente consapevoli di non essere sufficienti, è necessario che ogni compagna e compagno si renda amplificatore di questa storia raccontandola ad altri, propagandola. Solo così sarà possibile costruire una mobilitazione in grado di fare ciò che ormai è improrogabile: liberare Renè, Antonio, Fernando, Gerardo e Ràmon.

di seguito l’analisi di un articolo appena pubblicato da Le monde diplomatique, esempio di come anche la stampa progressista affronti oggi la questione cubana

Abbiamo sempre letto con interesse il supplemento mensile de “il manifesto” che traduce in italiano “Le Monde Diplomatique”. Per questo siamo rimasti sorpresi nel vedere che l’intera ultima pagina del numero di ottobre fosse occupata da un articolo di Janette Habel (che si dichiara “Docente presso l’Institut des hautes études d’Amerique latine”) dal titolo “Cambio di rotta a Cuba?”.
In sintesi, l’articolo descriveva come imminente la fine del cosiddetto “modello sociale cubano”. È bene ricordare, giusto per sapere con chi abbiamo a che fare, che Le Monde, storico quotidiano di centro-sinistra, era da tempo in crisi economica e solo recentemente è stato salvato dal fallimento grazie al trio di ricconi Picasse-Bergé-Niel, che lo avrebbero addirittura strappato al controllo di Sarkozy. Ora un’altra premessa: non siamo tra quelli che pensano che di Cuba si debba sempre e comunque parlare bene, alla ricerca di una impossibile unanimità. È bene intanto che se ne parli, dal momento che rappresenta una brillante eccezione in un’epoca di nazioni, di nazionalismi e di capitale globale. Bene o male che se ne parli, è importante però la correttezza e l’applicazione di un minimo di razionalità a quanto viene scritto. Senza doppi fini e astute ipocrisie.
Prendiamo, ad esempio, l’articolo di questa Habel. L’autrice parte dall’annunciata soppressione di cinquecentomila impieghi pubblici a Cuba per arrivare alla conclusione che l’Isola è prossima ad abbracciare riforme economiche in senso liberista, al solo scopo di mantenere al potere l’attuale gruppo dirigente. Intanto è da notare come già il dato di partenza sia meno scontato di quanto sembri, dal momento che il dimagrimento del numero di dipendenti pubblici non si tradurrà in un licenziamento tout court, quanto in un re-indirizzamento verso altre attività (sia pubbliche, sia private) sulla base della scelta volontaria dei lavoratori (è bene ricordarlo). Tra l’altro viene da chiedersi perché i critici di Cuba non siano mai soddisfatti: per anni hanno sostenuto l’inutile gigantismo del settore pubblico cubano e adesso che nell’Isola si cerca di razionalizzarlo lamentano invece mezzo milione di licenziamenti. L’articolo prosegue con una serie di elucubrazioni che evitiamo di citare perché vogliamo bene al nostro fegato e a quello di chi legge. È bene notare, invece, come le fonti usate dall’Autrice per suffragare le sue tesi provengano per la quasi totalità dagli Stati Uniti: “Wall Street Journal”, la rivista “Foreign Affairs”, l’altra rivista “Socialism and Democracy” che, nonostante il pomposo nome, viene pubblicata nella città di Somerville, appunto negli Stati Uniti. Beh, diciamo che utilizzare fonti USA per descrivere la questione cubana è un esercizio piuttosto semplice, oltre che scorretto. Sicuramente non è particolarmente innovativo, dato che rappresenta il comportamento-medio dei giornalisti progressisti italiani, quando parlano di Cuba. A quanto pare anche di quelli francesi… D’altronde criticare Cuba è un esercizio rilassante per i progressisti di Italia e Francia: sempre meglio che cercare di capire come mai continuino a prendere schiaffi nei rispettivi Paesi, tutti e due governati da una destra xenofoba, ignorante e puttaniera.
Tornando alla nostra Habel, c’è un punto che ci ha colpito profondamente e fatto anche un po’ incazzare. Con grande nonchalance l’Autrice, a metà articolo, butta lì la seguente frase: “Si stima che il 20% della popolazione [cubana] viva al di sotto della soglia di povertà”. Beh, qui fermi tutti! Se un quinto dei cubani fosse nello stato di indigenza allora sì che ci sarebbe da allarmarsi. Perché – al di là di tutti i ragionamenti teorici sui massimi sistemi – una Rivoluzione che non assicuri di che vivere al suo popolo meriterebbe quantomeno una riflessione. A dire il vero, ogni volta che siamo andati a Cuba non abbiamo avuto l’impressione di una povertà così massificata, tutt’altro. Abbiamo visto in maniera tangibile cosa significhi vivere sotto l’embargo USA, con i costi esorbitanti per le materie prime, il cemento, i medicinali, il latte. Non abbiamo notato, però, file di homeless, quartieri periferici degradati, persone che frugano nei rifiuti o in attesa degli scarti dei ristoranti, gente accampata in posti improbabili o che si azzuffa per le elemosine ai semafori. Tutto questo – e quanto altro toglie alle persone la propria dignità e la voglia di vivere – sinceramente non l’abbiamo notato. Altrove sì (in Italia, per esempio), a Cuba no.
Dove sta, quindi, questo venti per cento circa di cubani impoveriti? Esisterà veramente? L’Autrice mette una nota a corredo del dato statistico nella quale rimanda al già menzionato articolo sulla rivista a stelle e strisce “Socialism and Democracy”. Tale rivista deve essere veramente “illuminata”, perché in possesso di dati che nessun altro ha. Le statistiche sulla povertà nei singoli Paesi si concentrano sull’indicatore utilizzato dall’ONU: il numero di persone che vive con meno di un dollaro al mese (oppure con meno di due dollari al mese). È la cosiddetta “soglia di povertà”, che non è facile da calcolare perché rappresenta una misurazione molto imprecisa. Oltre al salario, andrebbero calcolati anche i servizi sociali e il più generale costo della vita in un singolo Paese, così da valutare come possedere tre dollari al mese nell’Africa sub-sahariana sia diverso dal possederli in Europa occidentale. Per questo motivo, non è disponibile questa statistica in molti Paesi non occidentali. Cuba è uno di questi. Il motivo si capisce: la media dei salari nell’Isola (ovviamente molto bassa, se paragonata agli standard occidentali) deve essere completata con quanto lo Stato cubano fornisce al singolo cittadino (alloggio, sicurezza alimentare, sanità, istruzione, pensioni… solo per citare gli aspetti più importanti). Vengono utilizzati, quindi, indici più complessi, come il cosiddetto Indice di Povertà Umana (IPU), correttamente diviso in due fasce: i Paesi sviluppati (o presunti tali) e i Paesi in via di sviluppo. Analizzando quest’ultima classificazione (che comprende pressoché tutti gli Stati del mondo al di fuori dell’Europa occidentale e del Nord America) Cuba è al sesto posto assoluto, con una percentuali di poveri (secondo i parametri dell’IPU) del 4,7%. Come termine di paragone, il Brasile ha il 9,7% e la Cina l’11,7% (giusto per parlare di Paesi sicuramente più ricchi di Cuba). Volendo approfondire il discorso si può utilizzare un altro indicatore, pure questo calcolato dall’ONU: la percentuale di popolazione sottonutrita. I dati del 2008 mettono Cuba nel primo gruppo, quello con meno del 2,5% di popolazione sottonutrita (al di sotto di questa soglia il dato non viene calcolato), con tutte le economie più avanzate. Per intenderci, Haiti ha il 46%, ma anche la Croazia è messa peggio di Cuba (7% di denutriti), così come la Slovacchia (7%), la Slovenia (3%), la Turchia (3%)…
Ora, si può aprire un dibattito lunghissimo sull’inattendibilità di tali indici e indicatori, come di tutte le misurazioni espressamente quantitative. Si può ricordare come risultino esclusi aspetti come la partecipazione e l’eco-sostenibilità. Quello che sembra certo, comunque, è che quel 20% di poveri a Cuba sia un dato clamorosamente inventato. Un qualunque giornalista con un minimo di professionalità avrebbe dovuto cercare riscontri, prima di usare dati acchiappati a destra e manca. Ora, quello che è oggettivo è che a Cuba sono in atto transizioni importanti, per attutire le conseguenze sociali di una crisi economica che ha colpito anche l’Isola. Nel senso che lo Stato cubano si preoccupa di tutelare la qualità della vita della propria popolazione (e non i profitti degli imprenditori o le speculazioni delle banche). Con altrettanta certezza si può affermare che a Cuba stiano cercando di correggere alcuni errori e di aggiornare alcuni presupposti della loro organizzazione, per evitare il consolidamento di una pur minima stratificazione sociale (in parole povere: la nascita di una classe borghese). Nei prossimi post cercheremo di fornire ulteriori riflessioni.
Di tutto questo i cubani parlano tranquillamente, manifestando anche una lucida capacità di analisi. Non a caso, le parti più convincenti dell’articolo della Habel sono quelle in cui si da’ la voce ai testimoni diretti (anche se di uno di loro l’Autrice pubblica addirittura una mail privata, con sprezzo della privacy!). La volontà di costruire menzogne e manipolare la realtà ci sembra, invece, assolutamente colpevole. Da parte di giornalisti francesi come di giornalisti italiani. Oltre al fatto che sarebbe stato delicato ricordare, all’interno di un articolo lungo un’intera pagina, la pluridecennale detenzione dei cinque prigionieri politici cubani nelle carceri statunitensi, dal momento che ottobre è il mese in cui viene promossa la campagna in loro favore. Sul blog www.tunonsaichisonoio.org le loro storie. Anche per loro è la nostra battaglia per Cuba.