Riflessioni sugli indignados di tutta Europa/Parte seconda

Riflessioni sugli indignados di tutta Europa/Parte seconda

 

Le proteste contro i partiti e il ruolo dei social network

 

Una delle cose che accomuna effettivamente le manifestazioni di questi mesi è il rifiuto di un certo tipo di politica, nonché il netto rigetto dell’organizzazione partitica quale strumento per governare la democrazia. Insomma, non solo la politica non è vista più di buon occhio, anche se ci si mobilita politicamente per realizzare degli obiettivi, ma di certo il partito in quanto tale non è più lo strumento che viene ritenuto più efficace per veicolare i propri messaggi e per organizzarsi. Non è una protesta contro i partiti che ci governano o che ci hanno tradito dagli scranni dell’opposizione, ma è una protesta generale contro il modello-partito (questo vale ovunque meno che in Grecia). Questo è direttamente connesso al ruolo essenziale che hanno assunto Internet, i blog e i social network come fattore organizzativo e mobilitante delle proteste stesse.

In Europa come nel Maghreb, sembrerebbe essere questo il ruolo ormai necessario dei blog e dei social network, cioè strumenti indispensabili alle mobilitazioni. Anche questa è una lettura che andrebbe un pochino approfondita, anche se non del tutto falsa. Effettivamente, un dato comune di tutte le mobilitazione è l’uso della rete come elemento organizzativo delle mobilitazioni. Questo però ha una sua spiegazione proprio in ciò che dicevamo prima, sulla crisi della politica e dei suoi agenti.  Non essendoci più partiti capaci di stare efficacemente nelle proteste, e non avendo più intenzione di organizzarsi su quel modello, chi manifesta deve comunque darsi una sua organizzazione. Anche solo per chiamare le mobilitazioni, discutere, confrontarsi. Questo ruolo è stato assunto dai blog e dai social network. Solo che mentre in Spagna Internet rimane un mezzo, anzi sempre più il mezzo, per organizzarsi e ovviare a tutti quei problemi connessi all’assenza di una struttura forte e organizzativa (che è un limite, sia chiaro), negli altri paesi e soprattutto in Italia (in questo molto simile al nord Africa), Internet viene assunto come valore in sé. Qui si parla di democrazia dei social network, di piattaforma democratica, di strumento rivoluzionario. Insomma, come in altre circostanze, il mezzo viene confuso con l’obiettivo, e quando questo avviene in genere si producono mostri. Ogni cosa che viene dalla rete viene subito assunta come interessante, o quantomeno innovativa, dando alla rete un ruolo che potrebbe avere ma sarebbe meglio che non abbia. Anche perché da qui alla degenerazione il passo è breve, come dimostrano le decine di manifestazioni e proteste nate sulla scorta del falso rapimento della blogger siriana che in realtà era un professore del Michigan (proteste che hanno portato anche a dei morti…com’era quel proverbio sul battito d’ali che produce una tempesta?). Se la rete serve da supporto organizzativo e strumento di discussione, allora possono essere sfruttate appieno le proprie potenzialità. Però andrebbe sempre trattata come luogo neutro, vagliando sempre attentamente ciò che circola, ma soprattutto avendo sempre un riscontro nella vita reale. In Italia e nel nord Africa, invece, la rete ha assunto un ruolo pericolosamente protagonista, creando un sistema di valori in sé. Mentre nel nord Africa questo può essere spiegato col tentativo da parte delle giovani generazioni di uniformarsi a canoni europei da loro tanto agognati, confondendo un metodo con il merito (senza contare l’effettivo utilizzo di questi strumenti da parte della popolazione, notevolmente – e volutamente – sovrastimato), in Italia siamo di fronte alla solita manipolazione ideologica di uno strumento in sé per sé indefinito. Un po’ come le rivolte generazionali tanto care ai neofascisti. Un giovane può dire cose giuste o sbagliate, ma non ha ragione solo perché “giovane”. Non porta cambiamento o miglioramento solo perché è under 30 o altre simili stronzate. Insomma, è molto più rivoluzionario Stefan Hessel che ha novant’anni che un giovane qualsiasi imbevuto di strane neodottrine scaturite dalla rete o dal capopopolo di turno. Sembra sempre scontato dirlo, ma ogni tanto repetita iuvant.

Parallelamente, Internet è stato creato dal capitale e il capitale è ben felice di vederne sfruttate le sue immense potenzialità. Non è uno strumento rivoluzionario, ma può essere utilizzato in maniera rivoluzionaria se si hanno le capacità e l’intelligenza di sfruttare ciò che il capitale ha creato contro sé stesso. In una società e in un modello di sviluppo che tende all’atomizzazione e all’individualismo, sfruttare Internet per organizzarsi è il danno maggiore che si può fare al capitale stesso. Solo che tutto questo deve rimanere un mezzo, e infatti la grande ondata di partecipazione politica di questi mesi in Europa e nel Maghreb smentisce questi ideologi della rete. Il vero fatto positivo e potenzialmente rivoluzionario è la partecipazione politica, e infatti in Spagna, appena avviata la mobilitazione, il fattore democratico principale sono state le assemblee dei barrios, no i messaggi su Twitter. In Spagna il modello partecipativo è rimasto saldamente l’assemblea popolare, o di quartiere, che mai e poi mai è stata sostituita dalla rete, che infatti ha un altro ruolo e non quello di sostituirsi al confronto dialettico de visu.  Soprattutto, non deve sostituirsi all’azione politica, come invece si augurerebbe una certa lettura data dai soliti noti. La rete ha senso se serve a creare le condizioni per poi fare politica, ma non sostituisce la militanza politica. Questo è quello che vorrebbe il capitale, e infatti è proprio il capitale a incentivare l’uso di Internet. Noi dobbiamo ritorcerglielo contro, utilizzando i social network e i blog quando è opportuno, ma dandogli il valore che hanno e non sopravvalutarli. (2/continua..)